Senzapatria senza frontiere

I tricolori addobbano a festa Torino per i 150 anni di unità d’Italia. Forse non tutti sanno che in nome di questa bandiera le truppe savoiarde consumarono un’atroce repressione nei confronti dei contadini ribelli del sud. Tanti di loro avevano accolto speranzosi quella bandiera caricandola di significati quali libertà e giustizia sociale per poi scoprirne l’inganno. La loro rivolta contro tasse, coscrizione obbligatoria  e razzismo venne repressa in un bagno di sangue, i morti furono diverse migliaia. Il retaggio di quell’epoca pesa ancora sulle spalle di un sud che oggi è diventato pattumiera d’Europa.

 

nazionalisti di ogni dove fanno festa con divise e vessilli: cambiano fogge e colori, ma la musica è sempre la stessa. Quella delle marcette che accompagnano gli assassini di professione. I soldati fanno le guerre, ammazzano, incendiano, distruggono, stuprano. Le bandiere fanno sembrare belli e sacri i massacri.
Quanti uomini, donne e bambini sono morti per spostare un confine, per piazzare un po’ più in là una bandiera, perché uno Stato diventasse più grande?
La nazione, la patria, la bandiera sono le favole tristi che gli Stati raccontano quando mandano qualcuno ad ammazzare e a morire. Magari per la pace. O l’umanità.
Sono passati 100 anni dalla conquista della Libia: negli anni Trenta le truppe italiane massacrarono centomila libici (su ottocentomila abitanti) in nome della grandezza e dell’impero. Oggi si fa la guerra e la si chiama pace. Come in Somalia, Bosnia, Serbia, Kosovo, Iraq e Afganistan, dove un paio di settimane fa i militari hanno ammazzato dei bambini colpevoli di raccogliere della legna.

Seicentomila contadini ed operai del nord e del sud morirono per spostare più ad est i confini del regno nella Grande Guerra, ma questo non ha cambiato la condizione di sfruttati e sfruttatori. Cosa ne hanno guadagnato i poveracci di Trento, Trieste, Gorizia? Forse i padroni sono diventati meno padroni, c’è stata distribuzione delle ricchezze, giustizia sociale? Nulla cambia ogni volta che si sposta una frontiera. Ma i tricolori garriscono spavaldi sulle tombe di chi è morto senza un perché.

L’Italia si è fatta – e si continua a fare – con il sangue degli “italiani”. Con il sangue della povera gente. La povera gente ha la stessa faccia in ogni dove, perché ovunque – qualunque sia la bandiera, i padroni lucrano sulle nostre vite, rubandocele pezzo a pezzo. Chi vuole un mondo diverso, senza sfruttati né sfruttatori, non vuole frontiere, stati, bandiere, eserciti.
La piccola patria leghista non è diversa dalla grande patria tricolore. Il nazionalismo è sempre razzista, oggi come ieri, nega le differenze, inventa identità fittizie ed erige barriere tra “noi” e gli “altri”. È attraversando le barriere della Fortezza Europa che i poveri di tutto il mondo diventano clandestini, senza dignità né libertà, da rinchiudere nei moderni lager della democrazia: i C.I.E. -centri di identificazione ed espulsione-.

A 150 anni dalla conquista sabauda del sud il tricolore sventola sui C.I.E, che portano una firma: Giorgio Napolitano.

Briganti senza frontiere

(volantino distrubuito a Torino il 17 marzo 2011)

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