Primo Maggio tutti i giorni

Stamane la radio ha dato la notizia della 106esima vittima per tumore da amianto ad Archi, in provincia di Messina; si tratta di uno dei 218 operai della Sacelit, ancora alle dipendenze della industria di manufatti in eternit nel 1993, quando la fabbrica ha chiuso. Siamo ormai quasi al 50% dei lavoratori uccisi dalla fibra killer.
Nei luoghi di lavoro, ma anche lontano da essi e a distanza di decine di anni, la guerra sociale fra padroni e sfruttati non si ferma mai un momento. Se le cifre ufficiali ci dicono che nell’ultimo anno in Italia si sono persi 280.000 posti di lavoro, che vanno aggiunti all’ecatombe che dura ormai da un decennio, la realtà è quella di un’area sterminata di senza lavoro, molti dei quali hanno da tempo rinunciato a cercarne uno, e della proliferazione di mille impieghi provvisori, irregolari, in nero, con cui milioni di cittadini si arrangiano.
Ieri sera alla Bertone di Grugliasco i lavoratori hanno votato in massa Si al referendum sul piano Fiat di rilancio della fabbrica, sostanzialmente chiusa da 6 anni, con la ripresa della produzione della Maserati, auto per ricchissimi. Anche la Fiom-Cgil, attraverso i suoi delegati di fabbrica, ha dato indicazione di votare Si, cioè di accettare il ricatto padronale che subordinava l’adesione al piano, e quindi la ripresa occupazionale, ad un arretramento sostanziale dei diritti e della contrattazione.
Questi brevi accenni d’attualità ci dicono che scendere in piazza il primo maggio, ma non per celebrare l’Unità d’Italia come hanno fatto Cgil-Cisl-Uil a Marsala, o per partecipare ad un concertone musicale aperto e chiuso dall’Inno di Mameli, né tantomeno per la beatificazione di Wojtyla, mantiene ancora tutta la sua valenza politica e storica: il primo maggio resta una giornata scomunicata e potenzialmente sovversiva, che si rilancia a partire dal decadimento delle relazioni sociali e di classe e dell’imbarbarimento della situazione internazionale.

Il primo maggio anarchico a Ragusa ha fornito l’opportunità di ritrovarsi fra vecchi e nuovi militanti, riscoprire nuove simpatie e amicizie, rinsaldare vecchie e nuove coesioni.
Non è facile per un gruppo minuscolo e in bolletta come il nostro mettere in piedi una iniziativa di questo tipo, e se lo facciamo da venti anni (questo era appunto il ventesimo) è grazie al nostro ottimismo e alla nostra forza di volontà, e, ovviamente, all’apporto fattivo nelle varie fasi dell’organizzazione, di tanti compagni.
Vorremmo avere quella forza e quella partecipazione anche durante gli altri 364 giorni dell’anno, per poter mettere in pratica quello che esprimiamo in piazza ad ogni primo maggio. Vorremmo che le nostre critiche alla chiesa, alla sinistra istituzionale, al governo potessero diffondersi in tanti altri momenti, per dare vitalità a quei valori sinceri, vivi, sovversivi in cui crediamo. Vorremmo che il nostro innegabile sforzo culturale, senz’altro sproporzionato rispetto ai nostri mezzi e al nostro numero, e per questo, maggiormente valido, potesse inondare la società, con i suoi messaggi di giustizia, di libertà, di creatività, di memoria resistente.
La rabbia per le offese quotidiane al buon senso profuse con largo dispiego di mezzi dai sostenitori del patriottismo più osceno; la rabbia per le mistificazioni legalitarie che hanno inquinato e paralizzato l’immaginario utopico di migliaia di giovani, è difficile da contenere, e meriterebbe di potersi esprimere nel quotidiano, dentro quelle situazioni che ingabbiano le possibilità di crescita delle nuove generazioni.
Osservare l’oscena ostentazione di ricchezza attorno a noi, mentre sempre più famiglie si arrabattano nell’incertezza paralizzante, e fioriscono agli angoli della strada mendicanti e barboni, e chiudono le attività commerciali, segno di un impoverimento generale della società, non può tramutarsi in una corrosione interiore foriera di gastriti e malattie peggiori, ma deve trovare uno sbocco operativo, una strada per configurare nuove forme di opposizione, nuove ire organizzate, per ricondurre sulla strada i rapporti fra ricchi e “poveri” di ogni specie.
Il compito dei libertari, degli anarchici, è oggi più che mai immane e urgente. Guerra, nucleare, immigrazione, trivellazioni, cementificazione, privatizzazioni, hanno finito per rendere il mondo in cui viviamo, un mondo senza più ombre: tutto è chiaro e limpido nella sua luce. Ma mentre le cose appaiono più nitide, sempre più gente non si accorge di esse, oppure se lo fa, si lancia in tentativi di risposte sbagliate, scelte che hanno fallito da sempre, campagne elettorali, adesioni a partiti, aggregazioni che fanno della legalità borghese l’obiettivo da difendere o perseguire, insomma, restano dentro orizzonti autoritari, dove naufragano le già poche speranze di cambiamento. Sono risposte compatibili col sistema, previste e pianificate dallo stesso, che non ne mettono in discussione l’essenza disegualitaria, oppressiva, totalitaria, sempre più insidiosa, violenta, pressante.
L’indomani del primo maggio non possiamo più permetterci di tornare alla triste normalità di una militanza tranquilla, occasionale, discontinua; di una conflittualità che non si misura ogni giorno con lo Stato e le sue manifestazioni, ma se ne resta dentro a gratificarci intellettualmente.
Il primo maggio è ogni giorno, oggi più che mai, più che ieri, E’ una gran bella responsabilità quella che ricade sulle nostre spalle, e forse non tutti fra coloro che popolano la grande e bella galassia libertaria, si sentono di farsene carico. Ma ognuno nel proprio ambito, con i propri mezzi, con le proprie energie, è chiamato a fare un sforzo in più, un passo più avanti, perché l’anarchismo, quel mondo nuovo che portiamo dentro i nostri cuori, possa finalmente esplodere nella società e contaminare con i suoi valori di libertà, di solidarietà, di autogestione, di giustizia sociale, ogni individuo.

Pippo Gurrieri

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