MI RIVOLTO, DUNQUE SONO

Mondo. Contro il sistema, per la dignità e la vita

Hong Kong, Parigi, Cile, Algeria, Libano, Bolivia, Barcellona, Ecuador, Nicaragua, Iraq, Iran… la geografia delle rivolte si arricchisce ogni giorno di un nuovo tassello, il filo rosso-sangue che scorre da una parte all’altra del Globo ci offre la narrazione di un momento storico nuovo in cui la globalizzazione del capitale, l’egemonia liberista, viene messa in crisi sia dove si è imposta in maniera “democratica”, in virtù dei compromessi e delle svendite dei partiti della sinistra sinistrata, sia dove a farlo sono stati i “piani di aggiustamento strutturale” del FMI e della Banca Mondiale, col cappio al collo dei ricatti economici conseguenti al debito dei paesi vittime, in genere regimi corrotti e sottomessi alle politiche coloniali dei paesi ricchi; sia ancora dove sono state le bombe delle coalizioni internazionali a “conquistare” cambi di regime.
Ovunque, anche se in misura diversa, le politiche di lacrime e sangue del capitalismo hanno inciso pesantemente sulle condizioni di vita di milioni di persone, spostando sempre più in basso nella piramide sociale i ceti popolari e le stesse classi medie normalmente garanti della conservazione. La povertà, crescente nell’Occidente ricco, è dilagante negli altri continenti, una povertà che si traduce in violenza quotidiana, in sopraffazione, in abuso da ineguaglianza strutturale in cui le vittime sono anche e palesemente un peso, un fastidio, una sorta di prova da occultare, come nella migliore tradizione del crimine.
E certo non è solo la miseria e la fame ad agitare le masse scontente: nella ricca Hong Kong la minaccia di finire sotto il tritacarne del cinocomunismo ha fatto scattare una rivolta che ha finito per mettere in discussione gli assetti del presunto benessere liberista; a Barcellona è il soffocamento delle aspirazioni alla libertà amministrativa e culturale catalana a scoperchiare la pentola; a Londra la contrapposizione alla Brexit, che finisce per intrecciarsi con gli interessi del capitale britannico; a Parigi e in Francia è una lotta al sistema borghese a indossare i gilet gialli. Il tutto si intreccia alle mobilitazioni sul clima e delle donne. Ma anche laddove ad animare le piazze sono indios senza garanzie sociali, proletari emarginati e immiseriti, popolazioni cacciate nell’inferno dell’ingiustizia più atroce, non è emersa una netta rivendicazione economica, rimasta celata e sottintesa dentro l’insofferenza per una vita senza più sbocchi, un’ira e un’odio verso i privilegi e i privilegiati, e verso le forze dell’ordine e gli eserciti che li difendono. A elevare l’asticella della protesta, ad emanciparla da quella che un tempo avremmo definito “piattaforma riformista” (rivendicazioni salariali, obiettivi specifici), è una esplosione di rabbia che prende di mira le cause dell’insoddisfazione generale: il sistema sociale capitalistico e il sistema politico, compresi quelli che si sono affermati promettendo benessere agli ultimi, come in Bolivia, in Nicaragua, in Venezuela, trasformandosi poi nella dittatura (o “democratura”) del culo di piombo di turno che non vuole più abbandonare il potere, che tresca con le multinazionali e le banche, e che per difendersi sventola parole d’ordine di sinistra cui abboccano come allocchi i reduci della sinistra sinistrata attaccata alla flebo di internet per valorizzare il proprio internazionalismo orfano di leaders maximi.
Ci troviamo davanti ad una serie di rivolte con alcune contaminazioni reciproche dovute alle nuove possibilità di comunicazione, sicuramente però ognuna è ancorata ad un territorio, ad una storia, e getta semi di cambiamento in quell’ambito; non sono rivoluzioni, non portano avanti progetti precisi, prospettive definite di mutamento sociale, ma ne disegnano sicuramente le basi: la gioia della ribellione, la passione della partecipazione, l’autorganizzazione, la voglia di aggredire un potere inviso.
Ecco il filo rosso (e nero) che emerge: spiazzati i partiti e partitini trosko-marxisti-leninisti; spiazzati i funzionari golpisti che in genere soffiano sul fuoco per poi essere i primi a chiamare i pompieri armati del gran capitale a spegnerlo; spiazzati gli opinionisti e gli intellettuali sempre pronti ad analizzare ogni situazione. Tutti spiazzati perché le rivolte non sono inquadrabili, sfuggono a tesi precostituite, prendono di mira l’essenza del potere. Donatella Di Cesare su L’Espresso ha concluso un suo articolo con la seguente riflessione: “Sarà forse quella attuale una rivolta malinconica. E tuttavia non si può fare a meno di vedere che segna già un passaggio anarchico dove non si destituisce solo il potere, ma si apre un nuovo spazio politico nella democrazia”.
Non sono anarchiche ma hanno molto di anarchico: sfuggono a letture precostituite, se ne infischiano se gli avversari del potere contro cui combattono se ne mostrano amici, di un’amicizia pelosa e interessata; sanno di non poter essere strumentalizzate: al servizio dell’imperialismo americano; al servizio della cospirazione rossa; al servizio della potenza economica avversa… al servizio di qualcuno in ogni caso. I miti consumistici del capitalismo, come i miti delle false liberazioni promesse da rivoluzionari di professione, vengono a sgretolarsi sotto i colpi delle polizie, delle violenze istituzionali, degli assassinii, come pure sotto i contraccolpi dell’autorganizzazione consapevole che l’unica forza in cui credere è la propria.
Gli esclusi, i silenziati, i desaparecidos, le vittime sacrificali del dio capitale sono in marcia, ovunque, si riprendono le strade e le piazze, mettono a nudo governi e sistemi che sembravano solidi nelle loro capacità di tenuta: siano gli ayatollah iraniani o gli ezbollah libanesi, siano gli europeisti francesi o gli antieuropeisti britannici, i socialisti spagnoli o boliviani (e bolivariani) o i tirannosauri cinesi, o algerini… Sembrava un mondo in preda ai populismi e ai nazionalismi, irrimediabilmente proiettato verso un neototalitarismo globale, e invece, ecco che esplode la speranza.

Perché senza rivolta non c’è vita nè futuro, non c’è libertà. Comunque andrà a finire, questo è già un punto fermo, e lo resterà a lungo.

 

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