Guerra o rivolta

Medioriente. Noam Chomsky e piazza Tahir

Due importanti documenti questo mese contribuiscono a rafforzare la nostra posizione contraria a qualsiasi guerra, e schierata sempre dalla parte delle vittime, dei popoli in rivolta, quelli che scrivono la storia con il loro sangue e le loro battaglie. Il primo è un’intervista rilasciata da Noam Chomsky per Truthout, in cui gli Stati Uniti vengono definiti “il maggior stato canaglia del mondo”.
Per necessità di spazio siamo costretti a pubblicarne solo stralci; per Chomsky gli USA hanno l’esigenza di “controllare le risorse energetiche della regione”, controllare, non necessariamente usare” precisa l’intellettuale radicale americano, poiché gli USA sono autosufficienti, ma la loro presenza serve a controllare i traffici, che vuol dire controllare gli avversari.
Riguardo la questione delle presunte violazioni dell’accordo sul nucleare da parte dell’Iran, per Chomsky:
“L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conduce intense ispezioni, riferisce che l’Iran ha rispettato interamente l’accordo. Lo spionaggio statunitense concorda. L’argomento suscita molti dibattiti, diversamente da un’altra domanda: gli USA hanno rispettato l’accordo? Evidentemente no”.
“Ogni preoccupazione riguardo a minacce nucleari iraniane può essere superata creando una zona priva di armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente, con intense ispezioni quali quelle attuate con successo nell’ambito del JPCOA (il citato accordo).
L’Europa è d’accordo. In realtà c’è solo un’unica barriera: gli USA, che regolarmente oppongono il veto alla proposta quando arriva alle riunioni d’esame dei paesi del Trattato sulla Non-Proliferazione, più recentemente da parte di Obama nel 2015. Gli USA non permetteranno ispezioni dell’enorme arsenale nucleare di Israele, e nemmeno ne ammetteranno l’esistenza, anche se è fuori dubbio. Il motivo è semplice: in base alla legge statunitense (Emendamento Symington) ammettere la sua esistenza imporrebbe di bloccare tutti gli aiuti a Israele”. Quindi, prosegue il nostro, “gli USA e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale in merito alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Sono formalmente impegnati a farlo in base all’articolo 14 della Risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che hanno invocato nel loro sforzo di escogitare una quale debole base legale per la loro invasione dell’Iraq, affermando che l’Iraq aveva violato la Risoluzione con programmi di armi nucleari. L’Iraq non l’aveva fatto, come sono stati presto costretti ad ammettere. Ma gli USA continuano a violare la Risoluzione fino a oggi al fine di proteggere il loro vassallo israeliano e di consentire a se stessi di violare la legge statunitense”.

Dopo l’uccisione di Souleimani Chomsky parla dell’ISIS: “Trump gli ha appena dato nuova voglia di vivere, proprio come gli ha dato un lasciapassare per “uscire liberi di prigione” quando ha tradito i curdi siriani, lasciandoli alla mercé dei loro feroci nemici Turchia e Assad, dopo che avevano adempiuto la loro funzione di combattere la guerra contro l’ISIS”.
Con l’amministrazione Trump “Qualsiasi idea di “potere morbido è stata praticamente abbandonata. Ma le riserve statunitensi di potere forte sono enormi. Nessun altro paese può imporre sanzioni dure a volontà e costringere parti terze a onorarle, a costo di espulsione dal sistema finanziario internazionale. E naturalmente nessun altro ha centinaia di basi militari in tutto il mondo o qualcosa di simile al potere militare avanzato e alla capacità di ricorrere alla forza a volontà e con impunità”.

E qui entra in gioco la nostra Sicilia, testa di lancio del potere militare statunitense, contro cui da anni ci battiamo. E in questa lotta non possiamo non sentirci vicini ai popoli che in quell’area in perenne guerra cercano di sviluppare una nuova primavera di ribellione.
A questo proposito pubblichiamo il messaggio pervenuto dai ribelli di piazza Tahrir e indirizzato “agli amici e alle amiche in tutto il mondo, ai/alle manifestanti contro le guerre, ai sostenitori e alle sostenitrici della pace, della democrazia e della giustizia”:

La guerra conduce alla guerra

La guerra porta alla distruzione, allo sfollamento e alla perdita del futuro per milioni di bambini e bambine.
Anni fa i leader mondiali dichiararono che con la guerra si sarebbe ottenuta una pace stabile e la sicurezza globale, portando democrazia e la libertà al popolo iracheno.  Le società civili di tutto il mondo si unirono in difesa della pace, respingendo la guerra in Iraq con manifestazioni storiche che si svolsero in molte città del pianeta. Quelle proteste avevano chiaramente messo in guardia sulle ripercussioni della guerra e sulle sue conseguenze catastrofiche, e rivendicavano il diritto del popolo iracheno a determinare il proprio destino senza interventi militari esterni esemplificate nello slogan “No alla guerra, no alla dittatura”.
Naturalmente, e come sempre, i leader mondiali ignorarono quelle proteste, spalancando, nel 2003, le porte dell’inferno che, diversamente da come è stato spesso raccontato, ha minato la possibilità stessa di costruire una pace duratura per il mondo, dando vita ad un brutale intervento militare su larga scala in Iraq. Da quel momento i popoli del Medio oriente sono caduti in un continuo ciclo di violenze, che ha reso insicuro il mondo intero: quella guerra ha generato un’escalation che ha favorito la nascita e l’espansione dell’estremismo violento.
Oggi in Iraq, mentre vi scriviamo questa lettera, viviamo giorni rivoluzionari.
Le mobilitazioni sono iniziate ad ottobre e ancora –  nonostante le uccisioni, la violenza brutale e autoritaria –  la nostra rivoluzione continua. Non è un fenomeno isolato dalla storia né da quanto accaduto 17 anni fa: è piuttosto l’inevitabile risultato di un accumulo di rabbia e dolore causato da un regime, sorto dopo il 2003, la cui spina dorsale sono stati il settarismo e la corruzione, che hanno rubato alla nostra generazione il presente e il futuro.
Il popolo iracheno si sta ribellando per rivendicare il diritto ad una patria che rispetti i diritti umani, in cui le persone possano vivere in pace e in sicurezza; un paese in cui ci sia libertà, democrazia, giustizia e diritti, in cui il popolo possa decidere del proprio destino senza ingerenze esterne. Tutte le ingerenze esterne: tanto quella statunitense quanto quella iraniana.
Il popolo iracheno, che ha vissuto sulla sua pelle crudeli interventi militari, si schiera contro la guerra e per l’umanità. Si schiera in solidarietà del suo vicino e fratello, il popolo iraniano.
Siamo fermamente convinti/e che questa guerra sia solo uno strumento di polarizzazione politica, usato con l’obiettivo di allontanare l’opinione pubblica mondiale dalla realtà di un movimento rivoluzionario che sta facendo sentire la sua voce in Iraq, Iran, Libano e nel resto del mondo.
E’ chiaro il tentativo di distogliere l’opinione pubblica da quei movimenti, formati da persone che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza, alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale. Sì, sono queste le nostre richieste. Lo sono dall’inizio, anche se i vostri occhi sono stati portati altrove proprio attraverso la minaccia di nuove guerre.
Se dovesse tornare una nuova guerra, rischiamo di perdere tutto quello che è stato conquistato dal grande movimento di massa che è sceso in lotta qui in Iraq e nei paesi limitrofi della regione. Verrebbe minata alla radice, l’unità popolare. La guerra sarà usata come scusa per eludere le richieste delle masse, causando gravi violazioni dei diritti umani e mettendo ancora più a rischio la vita dei difensori e delle difensore di quei diritti, la cui vita è già oggi sotto minaccia.
Sostenere i popoli rivoluzionari del mondo e rimanere solidali con loro e le loro rivendicazioni significa tenere aperta una finestra verso un futuro libero dalla guerra. Un futuro più sicuro e pacifico, più democratico e, soprattutto, più giusto.

 Baghdad, Piazza Tahrir,  25 gennaio 2020 

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