Insegnamenti

Le elezioni in Emilia Romagna e Calabria, con i dovuti ricalcoli delle percentuali in base alla reale affluenza al voto, si offrono ad alcune riflessioni. Nella prima regione l’arrembaggio di Salvini ha trovato un muro nella mobilitazione di un fronte che va ben oltre l’elettorato del PD, il quale ha inteso marcarre i limiti da non superare in quanto a razzismo e arroganza fascistoide. Un fronte che non va confuso con un pieno consenso al PD, al quale, semmai, ha lanciato dei segnali sulla deriva intrapresa da tempo, tra le cause dell’apertura della voragine su cui si è inserita la destra a trazione leghista.
In Calabria il trionfo di una esponente di Forza Italia dimostra come il presunto rinnovamento promosso da una destra che sta sfondando in un Sud sempre più disorientato, siano sempre i poteri forti e il berlusconismo. Anche se stiamo parlando di una vittoria ottenuta con un 25% di consensi sul totale del corpo elettorale.
A noi non interessa intrappolarci nelle dinamiche di un voto che, in ogni caso, esprime una indicazione di continuità di rapporti di potere da tempo consolidati in due aree italiane caratterizzate da un’alternanza senza traumi in Calabria e da una costanza storica in Emilia Romagna.
Dell’irrompere delle Sardine nell’agone politico, che a suo tempo abbiamo salutato come un positivo ritorno in piazza di soggetti da tempo rinchiusi in casa passivi e delusi, ma di cui abbiamo anche sottolineato limiti e contraddizioni, come del resto confermato dalla funzione di stimolo al buongoverno socialdemocratico, rimane una residuale espressione di partecipazione dal basso che, se non si trasforma in cassetta di pronto soccorso per il partito democratico, può ancora mettere in moto processi aggregativi e conflittuali, tanto più urgenti quanto più si fa pressante l’azione del sistema sulla cancellazione dei diritti e sull’imposizione di scelte devastanti. Un sistema sorretto politicamente sia dalle forze al governo oggi che da quelle del precedente.
Al Sud, come ci dimostra la Calabria degli ultimi decenni, spopolamento, mafiosizzazione sociale, clientelismo, sono terreno fertile per formazioni politiche abituate a promesse roboanti, ma esprimono soprattutto l’isolamento della politica dalla società: due mondi che si sfiorano ma sempre meno si contaminano.
C’è però un altro dato che queste elezioni del 27 gennaio ci consegnano, ed è la lenta ma inesorabile liquefazione del Movimento 5 Stelle; un grande bluff si consuma, lasciandoci solo una sfilza di porcherie: la messe di illusioni e di promesse profuse verso la popolazione e i movimenti di base, e i relativi tradimenti seguiti all’ascesa al potere; una Lega uscita rafforzata mostruosamente dall’esperienza governativa, con il dilagare del fascio-nazionalismo nel ventre molle del paese; il cieco giustizialismo confezionato, tra l’altro, coi decreti sicurezza, ancora incombenti non solo sui migranti e sul sistema di accoglienza, ma su tutti coloro che resistono agli attacchi padronali, come dimostrano le tante vicende di lavoratori e studenti denunciati e multati pesantemente per le loro manifestazioni.
L’insegnamento, tutto libertario, che una forza se-dicente antisistema non potrà mai cambiare il sistema conquistandone le poltrone più alte, riceve da questa parabola una ulteriore, esemplare conferma; quella forza diventerà, semmai, l’artefice delle più grosse fregature e mistificazioni. Purtroppo però i conti sono sempre i più deboli, i lavoratori, i precari a pagarli.
Le piazze che si continuano a riempire devono avere la capacità di sottrarsi al ruolo di stampelle del PD, che resta l’espressione della borghesia, delle banche, dell’industria, che vernicia di rosso pallido politiche liberiste, militariste, capitaliste. L’antisalvinismo non può rappresentare a lungo un collante utile al cambiamento vero; bisognerà continuare ad alzare l’asticella degli obiettivi, a partire dall’abolizione dei decreti sicurezza, da nuove politiche per il Mezzogiorno e per le classi deboli. In quanto alle altre piazze, quelle vuote da tempo, ebbene su di esse vanno elaborate, da parte delle minoranze agenti nei territori, strategie di riappropriazione dell’agire politico che approfittino del solco profondo scavatosi tra vita reale e sistema dei partiti e del capitale, per far crescere esperienze di rottura e di autocostruzione di nuove possibilità di riscossa.

Pippo Gurrieri

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