Strategia e dibattito per il rilancio libertario

Se dobbiamo considerare i punti salienti su cui è nato questo giornale nel gennaio del 1977, essi si possono riassumere in una parte critica che mette in discussione le relazioni colonialiste tra Nord Italia e Sicilia, inquadrandole in un processo di affermazione capitalistica che assegna alle diverse aree ruoli differenti ma interconnessi; critica, di conseguenza, verso tutte le elaborazioni politiche ed economiche (ed i relativi miti) fondate sull’industrializzazione del Sud e sul suo preteso sviluppo (capitalistico) come condizione per uscire dalla subalternità economica e sociale al Nord.
La parte propositiva, concepiva una prospettiva di indipendenza dal forte stampo di classe, antistatale, federalista e autogestionaria, che passasse attraverso una riappropriazione della facoltà di autodeterminazione del popolo siciliano, fondata sulla centralità dell’agricoltura, sul ritorno degli emigrati, sul controllo dal basso dei servizi sociali e infrastrutturali, su relazioni di eguaglianza e collaborazione tra generi, etnie, aree territoriali. Il tutto proiettato in una forte dimensione internazionalista.
Che non si trattasse di semplici elaborazioni lo abbiamo dimostrato nelle innumerevoli battaglie in cui ci siamo immersi, spesso fungendo da apripista, e comunque cercando di essere sempre protagonisti e mai semplici comparse. Fra tutte annoveriamo l’incessante impegno antimilitarista, nelle sue diverse fasi, fra le quali spiccano i movimenti contro l’installazione della base missilistica di Comiso e quello contro il MUOS di Niscemi; il sostegno a importanti battaglie territoriali il cui elenco sarebbe troppo lungo da fare, ma che spaziano dalla difesa dell’ambiente alla lotta per l’acqua, le ferrovie, gli spazi sociali, ecc.; la riflessione e controinformazioine femminista, caratterizzata anche dalla pubblicazione per un lungo periodo della pagina specifica “Senza Capistru”; una chiara idea di lavoro pulito, utile, non sfruttato e non sfruttatore con il relativo supporto degli organismi di base e autorganizzati; l’impegno culturale coniugato attraverso varie forme: editoriali, teatrali, storiche, musicali, educative, ecc. Ovunque proponendo e praticando esperienze di autogestione.
In un documento uscito nel 1984, “Bozza di documento programmatico per l’intervento in Sicilia”, cercammo di aggiornare e rinforzare il nostro bagaglio teorico e strategico, a supporto dell’azione pratica di cui il giornale è stato strumento, con l’obiettivo di “Realizzare l’anarchia in Sicilia” . Con la nascita, nel 1997, della Federazione Anarchica Siciliana, con cui marciamo in fraterno mutuo appoggio, si è fatto un ulteriore passo avanti in termini strategici, confermando la prospettiva della costruzione di “una Sicilia anarchica in un Mondo anarchico”.
Pensiamo adesso sia giunto il momento di fare il punto su questi percorsi, di trarre le dovute conclusioni alla luce di quanto fatto e non fatto, e sopratutto del fattibile in rapporto alle nostre capacità e possibilità. Un bilancio che dovrebbe partire da una attenta disanima delle strategie attuate per far si che un progetto di cambiamento in senso libertario possa divenire effettivamente concretizzabile attraverso la definizione e costruzione di passaggi reali e tangibili.
Senza una definita strategia e un’altrettanta chiara tattica libertaria, si rischia di procedere a colpi di dichiarazioni, di critiche, di esposizioni magari esaurienti, o di pratiche organizzative la maggior parte delle quali limitate nel tempo e nello spazio, che non sedimentano nella società il fermento necessario allo sviluppo di basi, punti, organismi, reti rientranti nella nostra progettualità e proiettati verso la sua realizzazione.
Oggi questo si rende più che mai necessario perché il bagaglio di idee ed esperienze, e persino di donne e uomini dell’anarchismo militante siciliano, viene preso in prestito, utilizzato, forse anche saccheggiato, da movimenti che irrompono sulla scena dotati di forza e capacità attrattiva con i quali dobbiamo fare i conti. Movimenti che parlano di autogoverno territoriale, di federalismo, di comunalismo, di libere assemblee e persino di prospettive non statuali… ma evitano di connotarsi come libertari, perseguendo un’ambiguità politica di fondo connaturata alla loro natura autoritaria e alle loro strategie egemoniche.
Nel momento in cui idee portanti dell’anarchismo vengono fatte proprie da aree politiche che si rendono conto di doversi rinnovare dalla ruggine ideologica di stampo marxista, pur mantenendo una mentalità, una cultura politica e una prassi di quel tipo, a noi, dopo aver per l’ennesima volta constatato l’attualità e la vitalità del pensiero anarchico e antiautoritario, spetta il compito di far chiarezza e di mettere a confronto non tanto le idee e le chiacchiere ma i fatti e le pratiche concrete.
Il dibattito è aperto; attendiamo interventi e contributi che pubblicheremo a partire dal prossimo numero.

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Epidemia? Strage di Stato

I carri funebri sono in fila di fronte al cimitero di Bergamo. Quest’immagine, più di tante altre, ci mostra in tutta la sua crudezza la realtà. Non si può neppure lasciare un fiore. Non li hanno neppure potuti accompagnare verso la fine. Sono morti soli, lucidi, affogando lentamente.
Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media. “Tutto andrà bene. Ce la faremo”.
Il governo con editti che si sono susseguiti a ritmo frenetico ha sospeso il dibattito, persino il flebile confronto democratico, persino il rito esausto della democrazia rappresentativa e ci ha arruolati tutti. Chi non obbedisce è un untore, un criminale, un folle.
Intendiamoci. Ciascuno di noi è responsabile dei propri atti. Noi anarchici lo sappiamo bene: per noi la responsabilità individuale del proprio agire è il perno di una società di liber* ed eguali.
Avere cura dei più deboli, degli anziani, di chi, più degli altri, rischia la vita è un dovere che sentiamo con grande forza. Sempre. Oggi più che mai.
Un dovere altrettanto forte è quello di dire la verità, quella verità, che chiusi nelle case di fronte alla TV, non filtra mai. Eppure è, in buona parte, sotto gli occhi di tutti.
Chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito, chiude gli occhi di fronte alla realtà, perché chi li apre si batte per cambiare un ordine del mondo ingiusto, violento, liberticida, assassino.
Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in uno solo dei 366 giorni di quest’anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine, laboratori analisi, tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4.000 mila euro: quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno: molti di più di quelli che servirebbero ora.
In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa per la sanità, per la prevenzione, per la vita di noi tutti. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Tanti non hanno i soldi per pagare le medicine, i ticket per le visite e le prestazioni specialistiche, perché devono pagare il fitto, il cibo, i trasporti.
Hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari, per sopperire ai tanti buchi.
Oggi, con l’epidemia, non ci sono più code agli sportelli, non ci sono più liste di attesa di mesi ed anni per un’indagine diagnostica: hanno cancellato le visite e gli esami. Li faremo quando passerà l’epidemia. Quanta gente si ammalerà e morirà di tumori diagnosticabili e curabili, quanta gente vedrà peggiorare le proprie patologie, perché hanno messo in quarantena quello che restava della sanità pubblica? Intanto le cliniche e gli ambulatori privati fanno qualche mossa pubblicitaria e moltiplicano gli affari, perché i ricchi non restano mai senza cure.
Per questo il governo ci vuole ai balconi a cantare “Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò”. Ci vogliono zitti e ubbidienti come bravi soldati, carne da macello, sacrificabile. Dopo chi resta sarà immune e più forte. Sino alla prossima pandemia.
Per questo dai nostri balconi, sui muri delle città, nelle code per la spesa, diciamo, a voce alta nonostante la mascherina, che siamo di fronte ad una strage di Stato. Quanti morti si sarebbero potuti evitare se i governi di questi anni avessero fatto scelte di tutela della nostra salute? Non si è trattato di un errore ma di una scelta criminale.
Gli infettivologi negli anni hanno avvertito del rischio che correvamo, che una pandemia grave era possibile. Sono rimaste voci nel deserto. La logica del profitto non consente cedimenti. Quando tutto sarà finito le industrie farmaceutiche che non investono in prevenzione faranno affari. Lucreranno con i medicinali scoperti dai tanti ricercatori che lavorano per la comunità e non per arricchire chi è già ricco.
Ci avevano abituati a credere di essere immuni alle pestilenze che affliggono i poveri, quelli che non hanno mezzi per difendersi, quelli che non hanno neppure accesso all’acqua potabile. Dengue, ebola, malaria, tubercolosi erano le malattie dei poveri, delle popolazioni “arretrate”, “sottosviluppate”.
Poi, un giorno, il virus si è imbarcato in business class e ha raggiunto il cuore economico dell’Italia. E niente è più stato come prima.
Non subito però. Media, esperti, governo ci hanno raccontato che la malattia uccide solo gli anziani, i malati, quelli che hanno anche altre patologie. Niente di nuovo. É un fatto normale: non serve una laurea in medicina per saperlo.
Così tutti gli altri hanno pensato che alla peggio avrebbero fatto un’influenza in più. Quest’informazione criminale ha riempito le piazze, gli aperitivi, le feste. Non per questo viene meno la responsabilità individuale, che passa anche dalla capacità di informarsi e capire, ma toglie un pizzico di quell’aura di santità che il governo sta cercando di indossare, per uscire indenne dalla crisi. E chi sa? Magari anche più forte.
Ci raccontano che la nostra casa è l’unico posto sicuro. Non è vero. I lavoratori che ogni giorno devono uscire per andare in fabbrica, senza nessuna vera protezione, nonostante i contentini offerti da Confindustria ai sindacati di stato, tornano ogni giorno a casa. Lì ci sono parenti anziani, bambini, persone deboli.
Solo una piccola parte di chi esce per fare la spesa o prendere un po’ d’aria ha delle protezioni: maschere, guanti, disinfettanti non sono disponibili neppure negli ospedali.
Il governo sostiene che le protezioni non servono se si è sani: è una menzogna. Quello che ci dicono sulla diffusione del virus lo smentisce in modo chiaro. La verità è un’altra: a due mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia il governo non ha acquistato e distribuito le protezioni indispensabili per bloccare la diffusione della malattia.
Costano troppo. In Piemonte i medici di base parlano al telefono alle persone che hanno la febbre, la tosse, il mal di gola, invitandoli a prendere antipiretici e a restare a casa per cinque giorni. Se peggiorano andranno poi in ospedale. A nessuno viene fatto il tampone. Chi vive con questi malati si trova in trappola: non può lasciare solo chi soffre ed ha bisogno di assistenza, ma rischia di contagiarsi a sua volta se l’affezione respiratoria fosse dovuta a coronavirus. Quanti si sono infettati senza saperlo ed hanno poi diffuso la malattia ad altri, uscendo senza protezioni?
Gli arresti domiciliari non ci salveranno dall’epidemia. Possono contribuire a rallentare la diffusione del virus non a fermarla.
L’epidemia diventa occasione per imporre condizioni di lavoro, che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Gli editti di Conte hanno previsto lo smart working ovunque fosse possibile. Le aziende ne approfittano per imporlo ai propri dipendenti. Si sta a casa e si lavora via internet. Il telelavoro è regolato da una legge del 2017 che prevede che le aziende possano proporlo ma non imporlo ai dipendenti. Dovrebbe quindi soggetto ad un accordo che dia ai lavoratori garanzie su orario, forme di controllo, diritto alla copertura delle spese di connessione, copertura in caso di infortunio. Oggi, dopo il decreto emanato dal governo Conte per fronteggiare l’epidemia di Covid 19, le aziende possono obbligare allo smart working senza accordi né garanzie per i lavoratori, che devono anche essere grati per la possibilità di stare in casa. L’epidemia diventa quindi pretesto per l’imposizione senza resistenze di nuove forme di sfruttamento.
Per i lavoratori normati si prevedono cassa integrazione e fondi integrativi, per i precari, le partite IVA e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Chi non lavora non ha alcun reddito.
Chi osa criticare, chi osa raccontare verità scomode, viene minacciato, represso, messo a tacere.
Nessun media mainstream ha ripreso la denuncia degli avvocati dell’associazione infermieri, un’istituzione che non ha nulla di sovversivo. Infermiere ed infermieri sono descritti come eroi, purché si ammalino e muoiano in silenzio, senza raccontare quello che succede negli ospedali. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. A quelli che vengono contagiati non viene riconosciuto l’infortunio, perché l’azienda ospedaliera non sia obbligata a pagare indennizzi a chi si trova ogni giorno a lavorare senza protezioni o con protezioni del tutto insufficienti.
L’autonomia delle donne viene attaccata dalla gestione governativa dell’epidemia di Covid 19. La cura dei bambini che restano a casa perché le scuole sono chiuse, gli anziani a rischio, i disabili ricadono sulle spalle delle donne, già investite in modo pesante dalla precarietà del lavoro.
Intanto, in sordina, nelle case trasformate in domicili coatti, si moltiplicano i femminicidi.
Nel fragoroso silenzio dei più, durante la rivolta delle carceri sono morti 15 detenuti. Sulla loro morte non è trapelato nulla, se non le veline della polizia. Alcuni, già in gravi condizioni, non sono stati portati in ospedale ma caricati sui cellulari e portati a morire in carceri lontane centinaia di chilometri. Una strage, una strage di Stato.
Gli altri sono stati deportati altrove. Le carceri scoppiano, ai reclusi non è garantita la salute e la dignità nemmeno in condizioni “normali”, sempre che sia normale rinchiudere le persone dietro le sbarre. Per salvaguardarli il governo non ha trovato di meglio che sospendere i colloqui con i parenti, mentre ogni giorno i secondini possono andare e venire. La rivolta dei reclusi è divampata di fronte al rischio concreto del diffondersi del contagio in luoghi dove il sovraffollamento è la norma. Chi ha sostenuto le lotte dei prigionieri è stato caricato e denunciato. La repressione, complici le misure contenute negli editti del governo, è stata durissima. A Torino hanno impedito anche un semplice presidio di parenti e solidali all’ingresso della prigione, schierando le truppe ad ogni accesso alle strade limitrofe al carcere delle Vallette.
I lavoratori che hanno fatto scioperi spontanei contro il rischio di contagio, sono stati a loro volta denunciati per aver violato gli editti del governo, perché manifestavano in strada per la loro salute. Niente deve fermare la produzione, anche se si tratta di produzioni che potrebbero essere interrotte senza alcuna conseguenza per la vita di noi tutti. La logica del profitto, della produzione viene prima di tutto.
Il governo teme che, dopo la rivolta delle carceri, si possano aprire altri fronti di lotta sociale. Da qui il controllo poliziesco ossessivo, l’impiego dell’esercito, cui, per la prima volta, sono attribuite funzioni di ordine pubblico, e non di mero supporto alle varie forze di polizia. I militari diventano poliziotti: il processo di osmosi cominciato qualche decennio fa arriva a compimento. La guerra non si ferma. Missioni militari, esercitazioni, poligoni di tiro vanno a pieno ritmo. É la guerra ai poveri al tempo del Covid 19.
Il governo ha vietato ogni forma di manifestazione pubblica e ogni riunione politica. Rischiare la vita per il padrone è un dovere sociale, cultura e azione politica sono considerate attività criminali. Si tratta del tentativo, neppure troppo velato, per impedire ogni forma di confronto, discussione, lotta, costruzione di reti solidali che consentano davvero di dare sostegno a chi è maggiormente in difficoltà.
La democrazia ha i piedi di argilla. L’illusione democratica si è sciolta come neve al sole di fronte all’epidemia. Si accettano con entusiasmo provvedimenti ex cathedra del presidente del consiglio: nessun dibattito, nessun passaggio dal tempio della democrazia rappresentativa, ma semplice editto. Chi non lo rispetta è un untore un assassino, un criminale e non merita pietà. In questo modo i veri responsabili, quelli che tagliano la sanità e moltiplicano la spesa militare, quelli che non garantiscono le mascherine neppure agli infermieri, quelli che militarizzano tutto ma non fanno i tamponi perché “costano 100 euro” si firmano l’assoluzione con il plauso dei prigionieri della paura.
La paura è umana. Non dobbiamo vergognarcene, ma non dobbiamo neppure permettere agli imprenditori politici della paura di usarla per ottenere il consenso a politiche criminali.
Noi ci siamo battuti per impedire che chiudessero i piccoli ospedali, che spazzassero via presidi sanitari preziosi per tutti. Eravamo in piazza a fianco del lavoratori del Valdese, dell’Oftalmico, del Maria Adelaide, dell’ospedale di Susa e di tanti altri angoli della nostra provincia.
In novembre eravamo in piazza per contestare la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra. Noi lottiamo ogni giorno contro il militarismo e le spese di guerra. Noi siamo sui sentieri della lotta No Tav, perché con un metro di Tav si pagano 1000 ore di terapia intensiva. Noi oggi siamo a fianco di chi non vuole morire in galera, dei lavoratori caricati e denunciati, perché protestano contro la mancanza di tutele contro la diffusione del virus, con gli infermieri e le infermiere che lavorano senza essere protetti e rischiano il posto perché raccontano quello che succede negli ospedali.
Oggi tanta parte dei movimenti di opposizione politica e sociale tace, incapace di reagire, schiacciata dalla pressione morale, che criminalizza chi non accetta senza discutere la situazione di crescente pericolo innescata dalle scelte governative di ieri e di oggi.
Limitare gli spostamenti e i contatti è ragionevole, ma è ancor più ragionevole lottare per poterlo fare in sicurezza. Dobbiamo trovare i luoghi e i modi per lottare contro la violenza di chi ci imprigiona, perché non sa e non vuole tutelarci.
Da anarchici sappiamo che la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza nelle nostre mille diversità si ottiene con la lotta, non la si delega a nessuno e men che meno ad un governo, la cui unica etica è il mantenimento delle poltrone.
No. Noi non siamo “pronti alla morte”. Non vogliamo morire e non vogliamo che nessuno si ammali e muoia. Non ci facciamo arruolare nella fanteria destinata al massacro silente. Siamo disertori, ribelli, partigiani.
Pretendiamo che le carceri siano svuotate, che chi non ha casa ne abbia una, che la spesa di guerra sia cancellata, che a tutti siano garantiti gli esami clinici, che ciascuno abbia i mezzi per proteggere se stesso e gli altri dall’epidemia. Non vogliamo che sopravvivano solo i più forti, noi vogliamo che anche chi ha vissuto tanto, possa continuare a farlo. Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo ama e possa confortarlo: con due cacciabombardieri F35 in meno potremo avere tute, e ogni protezione necessaria perché nessuno muoia più da solo.

Tutto andrà bene? Ce la faremo? Dipende da ciascuno di noi.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese, riuniti in assemblea il 15 marzo 2015.

Dedichiamo questo nostro scritto alla memoria di Ennio Carbone, un anarchico, un medico che ha dedicato la propria vita alla ricerca scientifica, cercando di sottrarla alla voraci mani dell’industria che finanzia solo quello che rende.

Lui, in tempi non sospetti, ci parlò del rischio di una pandemia come quella che viviamo oggi.

La sua voce, la sua esperienza ci mancano in questi giorni difficili.

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Comunicato USI Sanità

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La libertà contro il virus della paura

La catastrofe coronavirus sta mettendo a nudo tutti i guasti profondi di un sistema iniquo come quello capitalista: dalla sanità, fatta a pezzi – come tutti i servizi sociali e pubblici – da anni di politiche di tagli e risparmi, che persino nelle regioni ricche sta attraversando momenti di forte difficoltà (figuriamoci cosa accadrà nel Mezzogiorno!), alle carceri, veri e propri lazzaretti dove si vive in sovraffollamento, precarietà igienico-sanitaria, cancellazione dei più elementari diritti, che solo le rivolte dei detenuti in decine di penitenziari, con ben 15 morti (passati inosservati come mosche), hanno portato un po’ all’attenzione di un’opinione pubblica sempre più distratta e drogata.
Abituato allo sperpero, al foraggiamento delle spese militari (70 milioni di euro al giorno), alla difesa del gran capitale e delle banche, al potenziamento degli apparati repressivi e bellici, alla caccia all’immigrato, adesso, di fronte ad un nuovo virus, il sistema statal-capitalista si dimostra inadeguato, incapace, disarmato.
Pronto a fare le guerre con i droni, i cacciabombardieri, il MUOS, ora non è in grado di combattere un virus influenzale e non gli resta altro che trasformare l’intera società in una prigione, attentando alle libertà più elementari in nome di una sicurezza e di una protezione che si rivelano solo l’ultima spiaggia dopo aver affossato le vie della prevenzione, del potenziamento della ricerca e dell’istruzione, della cooperazione internazionale pacifica e non militare. Ne stanno facendo le spese i lavoratori, costretti a rischiare la propria salute purché la produzione non si fermi; i precari e tutti i non garantiti, lasciati in balìa delle restrizioni e dell’insicurezza; i senza tetto, prime vittime dell’ipocrisia dell’ #iorestoacasa. Una società intera sta scivolando sulla via della povertà.
Quello che sta accadendo oggi nell’intero mondo globalizzato ci dà la misura di come i padroni e gli Stati si siano spinti molto al di là del tollerabile e del sopportabile nell’imporre all’ambiente e alle società un dominio distruttivo, sacrificandoli agli dei denaro e profitto.
In questo momento si stanno sperimentando pericolose misure di controllo sociale di tipo totalitario, si stanno testando le reazioni delle popolazioni, si sta facendo largo uso della Paura per sottomettere milioni e milioni di persone. Provvedimenti che vanno suscitando disobbedienza, proteste e scioperi, nonostante il clima di ovattata omertà che li nasconde.
Stiamo attenti: quando tutto sarà finito, molte delle imposizioni che stanno stravolgendo le nostre vite rimarranno in vigore; paura e sicurezza verranno sventolate come minacce per imporre la quiete sociale e per isolare e reprimere chi rifiuterà di assoggettarsi alle politiche autoritarie, distruttive, truffaldine del Capitale e dello Stato.
Il disagio, il malcontento, la protesta che seguiranno questo triste periodo devono essere invece colti come l’occasione per regolare i conti con il capitalismo e con lo Stato, i veri virus velenosi e pestiferi che da troppo tempo uccidono le aspirazioni alla libertà, alla cooperazione, alla pace, all’eguaglianza e alla fratellanza nei e tra i popoli.

Federazione Anarchica Siciliana

fas.corrispondenza@inventati.org
14 marzo 2020

 

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Il Coronavirus ridimensiona Defender Europe e l’Italia si esercita nel Nevada


“Dopo un’attenta valutazione delle attività in svolgimento per l’esercitazione Defender Europe 2020 e alla luce dell’odierna epidemia di Coronavirus, modificheremo l’esercitazione riducendo il numero dei partecipanti Usa; le attività associate all’esercitazione saranno rimodulate in stretto accordo con gli Alleati e i partner per andare incontro alle nostre maggiori priorità degli obiettivi addestrativi”. Adesso è ufficiale: il Comando delle forze armate degli Stati Uniti in Europa con sede a Stoccarda (Germania) ha deciso un taglio netto ai war games previsti in Europa centrale ed orientale nei mesi di aprile e maggio nell’ambito nella maxi-esercitazione a cui avrebbero dovuto partecipare oltre 37.000 militari, migliaia di mezzi pesanti, cacciabombardieri e unità navali e sottomarini dei paesi aderenti all’Alleanza atlantica. “La protezione sanitaria delle nostre forze armate e di quella dei nostri alleati Nato è un obiettivo prioritario”, prosegue la nota emessa da Us European Command. “Noi prendiamo seriamente in considerazione l’epidemia di Coronavirus e siamo fiduciosi che nell’assumere questa decisione continueremo a fare la nostra parte nel prevenire l’ulteriore diffusione del virus, mentre stiamo ancora massimizzando i nostri sforzi per far crescere la nostra alleanza e partnership e rafforzare la risposta generale contro ogni crisi e contingenza”. Ulteriori aggiornamenti relativamente a Defender Europe saranno comunicati nelle prossime ore.
La decisone statunitense è stata formalizzata dopo la cancellazione della prima fase dell’esercitazione prevista in Norvegia e nel mar Artico (Exercise Cold Response 20). Proprio per l’esplosione in tutto il vecchio continente dell’emergenza coronavirus, qualche giorno fa la Finlandia aveva annunciato il ritiro dai giochi di guerra nel Baltico; anche il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guarini, con una nota dell’12 marzo, aveva reso noto l’intenzione di non partecipare a Defender Europe. “Gli uomini e le donne della Difesa sono in campo senza sosta per fronteggiare, in questo delicato momento, l’emergenza sanitaria e per garantire l’attuazione delle importanti delibere decise del governo”, ha dichiarato Guerini. “Per questo ho valutato, congiuntamente con lo Stato maggiore della Difesa e informando il Comando Nato, di non confermare il nostro contributo all’esercitazione. Pur sostenendo il suo valore strategico, ho ritenuto opportuno mantenere massimo l’apporto delle Forze armate in questa situazione”.
La decisione del governo è stata condivisa da tutte le forze politiche e dall’opinione pubblica. Peccato che nelle stesse ore in cui essa maturava, dall’altra parte dell’oceano, in Nevada (Usa), prendeva il via un’altra maxi-esercitazione aerea, Bandiera Rossa (Red Flag 2020-02), con la partecipazione dei reparti d’eccellenza dell’Aeronautica Militare provenenti dalle basi di Pisa, Grosseto, Gioia del Colle, Trapani-Birgi, Pratica di Mare e Amendola (Foggia). “Con i primi decolli degli assetti italiani, il 9 marzo è ufficialmente iniziata la Red Flag, una delle esercitazioni aeree più complesse e realistiche organizzate a livello internazionale che vede coinvolte presso la base americana di Nellis anche le forze aeree statunitensi, spagnole e tedesche”, riporta enfaticamente il comunicato emesso dallo Stato Maggiore della Difesa. “Per la prima volta dal 1989, l’Aeronautica Militare partecipa con ben tre tipologie di velivoli: gli Eurofighter del 4°, 36° e 37° Stormo; il CAEW (Conformal Airborne Early Warning) del 14° Stormo di Pratica di Mare e gli F-35 del 32° Stormo di Amendola, entrambi alla prima presenza in questo particolare scenario. Si tratta del più importante evento addestrativo del 2020 per l’Aeronautica, un’esercitazione nella quale i piloti consolidano le capacità d’impiego dei sistemi d’arma in dotazione e la validità delle rispettive tattiche, mediante l’organizzazione ed il coordinamento di pacchetti costituiti da un elevato numero di velivoli, consolidando nel contempo la capacità di operare congiuntamente con altri Reparti, sia della Forza Armata sia di altre nazioni”.
Niente pericoli coronavirus dunque per Bandiera Rossa che si concluderà il 20 marzo. Del resto nessuno dei protagonisti armati poteva perdere l’occasione di sperimentare dal vivo i nuovi sistemi d’intelligence e per le cyber war acquistati: le simulazioni delle future guerre aerospaziali e cibernetiche si svolgeranno in un enorme poligono del Nevada che sorge a ridosso della base aerea di Nellis, una delle più grandi installazioni militari del mondo. Nel poligono sono stati testati più del 75% di tutte le munizioni e delle bombe a disposizione delle forze armate Usa e Nato. Dalla sua prima edizione nel 1975 sino ad oggi, Red Flag ha ospitato le forze aeree di 29 paesi e più di 506.000 militari. “Il deployment operativo e logistico in Nevada per l’esercitazione aerea è stato portato avanti dalla nostra Forza Armata come pianificato, nonostante i concomitanti sforzi organizzativi in campo nazionale nell’ambito delle attuali azioni di contrasto e gestione dell’emergenza COVID-19”, conclude la nota dello Stato Maggiore. Chissà se dopo l’irresponsabile missione negli Usa, sarà decretato nei confronti di tutto il personale partecipante l’isolamento obbligatorio domiciliare, come misura preventiva all’ulteriore diffusione del coronavirus in tutta Italia…

Antonio Mazzeo

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CARCERI: LE ISTITUZIONI DEVONO VERGOGNARSI

Un contributo di Vito Totire



Per “spiegare” la strage di Modena torniamo alla favola del lupo e dell’agnello?

Terribili notizie provengono da carcere di Modena e da decine di atre carceri italiane; notizie che parlano di 6 morti solo a Modena e di incriminazioni per resistenza e violenza privata; che la situazione nelle carceri fosse al limite della esplosione era evidente a tutti tranne che ai decisi politici e a “Palazzo”;  dal 2003 commentiamo ogni sei mesi il rapporto semestrale Ausl sulle carceri di Bologna  e proponiamo questo metodo di lavoro in tutta Italia; abbiamo fatto denunce – alle Procura, ai NAS, ad altre istituzioni denunciando le condizioni di degrado, di rischio di abuso di mezzi di correzione; il secondo rapporto semestrale del 2019, richiesto alla Ausl di Bologna fin dall’inizio dell’anno non ci è ancora stato inviato; ma la situazione di Bologna non è dissimile da quella di Modena o di tante atre carceri; la legge di riforma penitenziaria del 1975 mutuò una prassi che era in essere già nell’ottocento; il medico condotto, poi divenuto ufficiale sanitario, aveva il compito di vigilare le condizioni di rischio biologico/infettivo nelle carceri; l’interesse non era per la salute dei carcerati ma riguardava la consapevolezza che una comunità chiusa poteva essere il terreno favorevole all’attecchimento di malattie poi diffusibili alla comunità esterna dei “sani”; purtroppo la impostazione – malcelata – dei rapporti semestrali si è attestata su questa lunghezza d’onda; ogni sei mesi commentando il rapporto Ausl abbiamo richiamato alla necessità di cambiare registro; ma al peggio non c’è limite: ormai le istituzioni hanno fallito anche nel tentativo di “controllare” il rischio biologico/infettivo; peggiorando le condizioni di deprivazione affettiva e socio-sensoriale delle persone detenute si è aggravata la loro condizione di di stress e di costrittività quasi a “volere” provocare una reazione e una rivolta; tutti gli studi di prossemica, di psicologia sociale e di psiconidinamica, dimostrano e confermano (oramai da tanti decenni) che il sovraffollamento, il rumore, la carenza di sonno, i soprusi continui  esasperano il rischio di induzione di comportamenti aggressivi;

DIRE CHE QUELLO CHE E’ SUCCESSO A MODENA, SALERNO, ECC. FOSSE PREVEDIBILE E’ PERSINO BANALE E SCONTATO?
Si risponderà anche a questi eventi in termini “repressivi”?

la medicina psicosomatica e la semplice intelligenza umana insegnano che la serenità d’animo non è un antidoto totale contro i virus ma una componente importante delle difese psichiche e immunitarie; proponiamo di costituire un comitato per la verità e la giustizia per i fatti di Modena e delle carceri italiane; che non succeda ancora di confondere l’azione del lupo con la reazione dell’agnello; ben evidente che tutti auspichiamo reazioni e condotte non violente da parte delle persone detenute ma sarebbe ipocrita e infame vedere quel che è successo stando in poltrona con mascherina FFP3 e mani a bagno nella amuchina; abbiamo denunciato recentissimamente come nella ultima campagna elettorale in E-R il tema “carcere” sia stato rimosso da tutti , compreso i “coraggiosi” e i finti progressisti; in Emilia e in Italia questa luttuosa pagina di Modena non potrà mai essere dimenticata, come quella dei morti operai del dopoguerra uccisi negli scontri con le “forze dell’ordine”.

Verità e giustizia per le persone private della libertà e della dignità.

Vito Totire, psichiatra, portavoce del coordinamento circolo “Chico” Mendes-Centro “Francesco Lorusso” via Polese 30 40122 Bologna

Nota:

Per farvi un’idea della situazione disastrosa alla Dozza prima dell’emergenza coronavirus:

Carcere di Bologna primo rapporto della Ausl per il 2019, di Vito Totire, 29/12/19.

 

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Stato di paura

Coronavirus. O della decadenza dell’Occidente

Improvvisamente siamo venuti a trovarci nel mezzo della tempesta coronavirus. Fino a quando il contagio sembrava confinato in Cina abbiamo assistito alle manifestazioni di insofferenza nei confronti di chiunque avesse tratti somatici orientali. Adesso che il virus è entrato nei nostri sacri confini – e tutti a chiedersi come abbia fatto – è scoppiata la psicosi: si è accesa la rincorsa alle mascherine per proteggere naso e bocca, ai prodotti disinfettanti per l’igiene personale e della casa, si è dato l’assalto ai supermercati per rifornirsi di alimenti, si guarda con diffidenza il proprio vicino nel timore che possa contagiarci. In tutto questo, seguendo rigorosamente la ferrea legge della domanda e dell’offerta, i prezzi dei beni più richiesti lievitano a vista d’occhio.
Non c’è dubbio che la diffusione del coronavirus è un’emergenza che va affrontata con tutti gli strumenti validi di cui disponiamo. Ad oggi, come sostengono parecchi scienziati, prevenzione e contenimento sono i principali mezzi che abbiamo. Occorre solo metterli in atto con intelligenza e anche buon senso. Tanto più che la stessa Organizzazione mondiale della sanità, sulla base dei dati ricavati fino ad oggi su questo nuovo virus, sostiene che nella stragrande maggioranza dei casi il contagio non è letale e in molti casi si risolve in una patologia appena percettibile. Allora perché tanto isterismo, tanta apprensione? Proprio in questa reazione esasperata si possono cogliere alcuni caratteri fondativi su cui si struttura la società in cui viviamo. La paura è un istinto primordiale, ma nella paura che viviamo in queste settimane vi è molto di costruito. Lo stesso modo di fare informazione è un veicolo di paura. La morbosità e l’enfasi con cui i principali media raccontano quanto sta accadendo contribuiscono a diffondere insicurezza e dubbi. Si può dire che è  proprio una modalità del giornalismo contemporaneo in cui prevale la vis polemica, l’effetto più che l’informazione, la conoscenza. Più a monte tuttavia si collocano due aspetti fondamentali della paura odierna. Uno che si potrebbe definire politico nel senso che una società impaurita è più facilmente controllabile, più gestibile. Gli esempi negli ultimi anni di questa paura sono innumerevoli, su tutti spiccano terrorismo e migranti. La sicurezza , meglio sarebbe dire il senso di insicurezza indotto, è diventata la nuova religione del nostro tempo. Nel 1998 Eduardo Galeano pubblicava il suo A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia, al cui interno uno dei capitoli si intitola Le cattedre della paura. “Quelli che lavorano hanno paura di perdere il lavoro. Quelli che non lavorano hanno paura di non trovare mai lavoro. Chi non ha paura della fame ha paura del cibo[…] I civili hanno paura dei militari, i militari hanno paura della mancanza di armi, le armi hanno paura della mancanza di guerre. […] E’ l’epoca della paura”, scrive Galeano. L’altro aspetto della paura è culturale, del modo in cui si è venuto costruendo l’uomo occidentale, secolarizzato, moderno. L’idea di dominio sul mondo circostante attraverso la tecnica e la scienza, l’individualismo del singolo che plasma o non plasma la vita a suo piacimento. Tutto questo si rovescia nel suo esatto contrario quando ci si trova davanti a fenomeni come un virus che si diffonde a dispetto di tutto. Così la sicumera si traduce in paura.
Il modo in cui poi istituzioni e classi dirigenti stanno affrontando l’emergenza è anch’esso rivelatore. Al di là di provvedimenti che sarebbero scontati in situazioni del genere, senza il bisogno di farli passare per qualcosa di eccezionale – divieti per contenere il contagio, sostegno per le aree più colpite, ecc. – e al di là del trionfalismo che emerge in alcuni frangenti – Conte che dichiara l’Italia ne uscirà a testa alta – o dell’apocalissi paventata da altri, infine emergono due elementi: un generico umanitarismo e una visione economicista, entrambi frutto di una cattiva coscienza. Come esempio di umanitarismo a buon mercato ecco cosa scrive Gianni Riotta su La Stampa del 25 febbraio: “Coronavirus ci fa scoprire comunità, niente Destra e Sinistra, Ricchi e Poveri, città e campagna, Italiani e Immigrati, tutti a rischio, tutti in cerca di rassicurazioni. Comunità, famiglia, comunità con opinioni opposte, ma unite dal bene reciproco”. E conclude con un auspicio che è quanto di più mellifluo si possa immaginare: “Proprio nell’emergenza, l’ormai cronica sfiducia per politica, cultura, classe dirigente può, a sorpresa, essere sradicata e la fiducia riseminata”. Chissà perché ci dovremmo scoprire comunità solo in questa occasione e non nelle quotidiane ingiustizie e sopraffazioni che la società attuale mette in scena con pervicacia, si potrebbe chiedere al signor Riotta. E a costo di deluderlo non si può non constatare che questo astratto umanitarismo scivola facilmente, pur nell’emergenza o proprio nell’emergenza, in diffidenza e sospetto. Le famiglie barricate nelle loro case, ciascuno chiuso dietro mascherine usate come scudi protettivi. Però, spogliato della sua aura, su una cosa ha ragione Riotta: Stato e governo soprattutto veramente provano a rifarsi una loro verginità, mostrando efficienza e decisionismo. E questo spiega l’ansia di Salvini di queste giornate che lo ha spinto a chiedere un governo di unità nazionale. Per inciso si deve notare che i politicanti rimangono tali anche in questi frangenti di emergenza (o non è emergenza?) e mettono in scena le loro squallide manovrine per assicurarsi una fetta di potere in più.
Fin da quando è scoppiato l’allarme coronavirus a tenere banco, forse più dei morti e dei contagiati, è stata la contabilità economica. I proclami sulla diminuzione del Pil e l’incubo di una possibile recessione. Sui giornali si sono viste proiezioni sulla quantità di Pil perduto in base alla durata del contagio. Dire in questa situazione che ci sarà una diminuzione del prodotto interno lordo è una assoluta banalità. Farla diventare l’unica misura del momento che stiamo attraversando rivela quanto l’economico, e solo quello, è diventato il nostro unico orizzonte. L’economico con tutto il suo armamentario di prodotti lordi, di produttivismo, di competizione, di borse e di mercati. Una società umana che si trovasse ad affrontare una situazione critica dovrebbe promuovere solidarietà, aiuto reciproco, collaborazione, non strepitare se non si può produrre, vendere e fare profitti. Invece in queste settimane produrre, vendere e fare profitti è il totem cui tutti ci dobbiamo inchinare. Un altro articolo sempre su La Stampa del 25 febbraio ci dà la misura del verbo economicista. Il titolo è già indicativo: Se il conto lo paga il nostro Pil. Il giornalista Alberto Mingardi si produce in tali considerazioni: “In questi giorni è giusto che la prima preoccupazione degli amministratori sia la salute delle persone. Ma occorre non perdere di vista la situazione economica. Il governo dovrebbe avere la saggezza di mettere da parte, per una volta, i suoi pregiudizi ideologici. Non è questo il momento per immaginare nuove spese “straordinarie”[…]. Per provare a mitigare lo schiaffo del coronavirus, sarebbe opportuno evitare di emanare nuove regole che tagliano le gambe alle imprese, quale che sia il motivo nobile che le giustifica, incluso l’ambiente”. Se ci fosse spazio su quanto affermato dal Mingardi si potrebbe scrivere un breve trattato sulla falsificazione – di quale ideologia sta parlando? – e sull’immoralità – accenno fugace all’ambiente -.
Di fronte ad uno spettacolo così desolante occorrerebbe riprendere il buon vecchio Pirandello che nella novella Pallottoline! fa riflettere così il suo protagonista, professor Jacopo Maraventano: “Assistendo, come gli pareva d’assistere con la fantasia, nel fondo dello spazio, alla prodigiosa attività, al lavoro incessante della materia eterna, alla preparazione e formazione di nuovi soli nel grembo delle nebulose, al germogliare dei mondi dall’etere infinito: che cosa diventa per lui questa molecola solare, chiamata Terra, addirittura invisibile fuori del sistema planetario, cioè questo punto microscopico dello spazio cosmico? Che cosa diventano questi polviscoli infinitesimali chiamati uomini; che cosa, le vicende della vita, i casi giornalieri, le afflizioni e le miserie particolari, le generali calamità?”.

Bisognerebbe partire da questa consapevolezza per provare a rifondare una nuova e diversa umanità che parta dal fallimento dell’uomo occidentale.

Angelo Barberi

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La città Città Aurea: una sottile apologia del Fascismo


Il 7 febbraio, dopo un battage pubblicitario da grandi occasioni, alla presenza del Presidente della Regione Nello Musumeci e di un pomposo nugolo di personalità regionali e locali, presso la Sala Borsa della Camera di Commercio di Ragusa oramai espropriata da quella catanese e ceduta solo dietro lauto compenso ai comuni mortali, è stata inaugurata la mostra fotografica “La città aurea – Urbanistica e architettura a Ragusa negli anni Trenta”.
L’evento è stato fortemente voluto dallo stesso Musumeci, uomo dalla lunga carriera politica trascorsa tutta all’interno dei partiti neofascisti e post-fascisti, che non ha mai cessato di rivendicare le sue idee nostalgiche del ventennio che fu; la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Ragusa lo ha materialmente realizzato avvalendosi del supporto di un apposito comitato scientifico.
Sin dai primi lanci mediatici si è generato un grosso equivoco: che la città di Ragusa, unica e sola, splendente come stella nel firmamento opaco delle città siciliane, fosse “la città aurea”, titolo scaturito dalle fortune seguite alla sua erezione a capoluogo della nuova provincia del Sud-Est alla fine del 1926. Aureo fu perciò quel periodo di rapido sviluppo urbanistico e architettonico che accompagnò gli anni di consolidamento del regime fascista da cui scaturì la proclamazione a capoluogo. Perché sarà pur vero che la città aveva già acquisito una importanza economica e produttiva che la portava a primeggiare nel circondario di Modica, ma è anche vero che un ruolo centrale l’ebbe il contenuto della frase dettata da Mussolini che si volle immortalare sulla torre della Piazza dell’Impero, quella della Casa del Fascio, della Gioventù Italiana del Littorio, della sede del PNF, delle adunate fasciste, ecc.: “Fascismo ibleo fu primo a sorgere nella generosa terra di Sicilia”.
Ma ecco, appunto, l’equivoco: il progetto della Regione Siciliana non riguardava solo Ragusa: si sono svolte in precedenza altre manifestazioni in altre “città auree”, come Catania e Agrigento, e via continuando. Anche un fanciullo, a questo punto, ne concluderebbe che se sono tutte auree, allora nessuna è aurea perché brilla di luce propria. Diciamocelo chiaramente: per gli ideatori del progetto aurea non è una città specifica, ma il periodo, quel periodo, il ventennio fascista, e i suoi progetti di pianificazione urbanistica di stampo razionalista, degli anni Trenta in particolare.
Insomma, tutta l’operazione trasuda ancora di una punta di pudore, un filo sottile sottile con cui si vorrebbe tenere mal-celato il fatto incontrovertibile che si tratta di apologia dell’architettura razionalista di epoca fascista, ovvero di quanto di buono e di bello abbia fatto il fascismo. Tanto che, sia un giornale on-line che il maggior quotidiano diffuso in città, hanno avuto l’ardire di titolare uno degli articoli dedicati all’evento: “Com’era bella Ragusa quando era fascista”.
Il Presidente della Regione, nel suo intervento durante l’inaugurazione della mostra ragusana ha affermato che essa rappresenta “uno spaccato sulla storia dell’architettura del Novecento”. Il soprintendente architetto Giorgio Battaglia ha definito questo periodo “la seconda rinascita di Ragusa dopo quella seguente il terremoto del 1693”. E già, Ragusa e la sua architettura come oggetti smarriti in un contesto astratto o addirittura inesistente: semplici disegni, vecchie foto, spruzzati di nostalgia innaffiati di malafede.
Il fulcro dell’operazione revisionista è proprio qui: affrontare gli anni Trenta in Italia, in Sicilia, a Ragusa, dall’esclusivo punto di vista dell’architettura razionalista, astraendola dal quadro politico, sociale, economico, culturale dentro il quale maturava, si sviluppata e veniva utilizzata impiegando l’estro di architetti ed artisti fedeli alla dittatura, cui avevano prestato giuramento, con in tasca la tessera del PNF, acquisita anche solo per vigliacco e opportunistico arrivismo o quieto vivere. Mentre avanzava l’opera costruttiva, tutt’intorno prevaleva lo stato di degrado, sia nel neo capoluogo che negli altri centri della provincia, dove di razionale c’era solo il fango, la polvere, la lotta quotidiana per la sopravvivenza, e la paura di finire sotto la mira degli spioni e degli sbirri.
Cosa rappresentava l’aureo “trionfo” urbano per i braccianti e i contadini zittiti dal piombo delle squadre fasciste in una stagione di immani violenze, privati delle loro organizzazioni, messe al bando, e della possibilità di esprimere anche un flebile dissenso? E qual era la condizione dei lavoratori in quegli stessi anni Trenta? perché furono sicuramente manovali, muratori, artigiani a costruire l’architettura del regime, non certo intellettuali di grido e ben pagati. Tutte quelle opere non bastarono a evitare che una massa di affamati venisse spedita in Africa Orientale con l’inganno del lavoro facile in una terra di presunti incapaci, che poi finirono a combattere contro i legittimi abitanti di quei paesi e a violentare “faccette nere”, gasare villaggi, al servizio di un colonialismo straccione ma feroce. E dopo l’Africa ci fu l’inganno della guerra di Spagna, coi nostri disoccupati schierati per impedire la nascita di una società di liberi e uguali; e così via continuando fino alla seconda carneficina mondiale, la “passeggiata” promessa dal Duce.
Ma quali erano le condizioni della maggior parte dei bambini che negli aurei anni Trenta vivevano all’ombra delle imponenti opere architettoniche – e dello stesso Edificio Scolastico – che andavano nascendo? abitavano in tuguri senza luce e senza aria, ammucchiati come topi, in promiscuità con galline, asini e altri animali, denutriti ed affamarti; facevano i pecorai dall’età di 5-6 anni, venduti ai massari ad annata; oppure si ammazzavano di fatica nelle miniere, nei cantieri, nelle botteghe artigiane, alla mercé degli adulti, sottopagati quel tanto che bastava a sfamarsi, e malamente, strappati ai giochi, all’istruzione, al diritto di crescere da fanciulli e non da servi della gleba.
Risulta perciò quanto meno avventato che questa mostra pretenda di ricostruire “un pezzo di storia collettiva”, come dichiarato da Carlo Giunta, curatore della stessa. La storia collettiva non è certo quella della progettazione urbana, delle piazze per le adunate fasciste, dell’ospedale e del ponte dedicati a Mussolini: ne è solo una parte, e neanche la più importante; manca tutto il resto, tutto quel che caratterizza una collettività, una comunità in grado di agire la storia. E i nostri revisionisti di questo non parlano, non lo possono fare, perché le cosiddette masse furono obbligate ad agire quella storia, compresa quella fetta osannante al regime per obbligo, costrizione o consenso costruito da istituzioni e da un clima totalitario in funzione dalla culla alla tomba. Non dicono in quali esilii, confini, galere, campi di concentramento o cimiteri erano costretti gli oppositori, né di quegli artisti, architetti, intellettuali, mecenati, borghesi, aristocratici che godevano dei privilegi elargiti da un regime che ossequiavano e dei frutti del maltolto alla moltitudine.
L’operazione “città aurea” non è altro che un atto prepotente di revisionismo storico, perfettamente in linea con il momento che stiamo vivendo in cui la memoria sembra schiacciata da un enorme vuoto culturale, politico, etico sospinto da un vento di destra sempre più spregiudicato e pericoloso, reso forte anche dalla debolezza e vigliaccheria di chi avrebbe dovuto fronteggiarlo e non lo ha fatto per mero calcolo o per smemoratezza senile, e dallo smarrimento e disagio sociale prodotti dalle politiche neoliberiste incarnate anche da una sinistra serva fedele del capitale.

Tra il fascismo rampante ben camuffato e l’antifascismo sterilizzato e da cerimoniale, tanti e tante si smarcano e non ci stanno. E noi, fieramente, siamo con loro.

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Guerra o rivolta

Medioriente. Noam Chomsky e piazza Tahir

Due importanti documenti questo mese contribuiscono a rafforzare la nostra posizione contraria a qualsiasi guerra, e schierata sempre dalla parte delle vittime, dei popoli in rivolta, quelli che scrivono la storia con il loro sangue e le loro battaglie. Il primo è un’intervista rilasciata da Noam Chomsky per Truthout, in cui gli Stati Uniti vengono definiti “il maggior stato canaglia del mondo”.
Per necessità di spazio siamo costretti a pubblicarne solo stralci; per Chomsky gli USA hanno l’esigenza di “controllare le risorse energetiche della regione”, controllare, non necessariamente usare” precisa l’intellettuale radicale americano, poiché gli USA sono autosufficienti, ma la loro presenza serve a controllare i traffici, che vuol dire controllare gli avversari.
Riguardo la questione delle presunte violazioni dell’accordo sul nucleare da parte dell’Iran, per Chomsky:
“L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che conduce intense ispezioni, riferisce che l’Iran ha rispettato interamente l’accordo. Lo spionaggio statunitense concorda. L’argomento suscita molti dibattiti, diversamente da un’altra domanda: gli USA hanno rispettato l’accordo? Evidentemente no”.
“Ogni preoccupazione riguardo a minacce nucleari iraniane può essere superata creando una zona priva di armi nucleari (NWFZ) in Medio Oriente, con intense ispezioni quali quelle attuate con successo nell’ambito del JPCOA (il citato accordo).
L’Europa è d’accordo. In realtà c’è solo un’unica barriera: gli USA, che regolarmente oppongono il veto alla proposta quando arriva alle riunioni d’esame dei paesi del Trattato sulla Non-Proliferazione, più recentemente da parte di Obama nel 2015. Gli USA non permetteranno ispezioni dell’enorme arsenale nucleare di Israele, e nemmeno ne ammetteranno l’esistenza, anche se è fuori dubbio. Il motivo è semplice: in base alla legge statunitense (Emendamento Symington) ammettere la sua esistenza imporrebbe di bloccare tutti gli aiuti a Israele”. Quindi, prosegue il nostro, “gli USA e il Regno Unito hanno una responsabilità speciale in merito alla creazione di una NWFZ in Medio Oriente. Sono formalmente impegnati a farlo in base all’articolo 14 della Risoluzione 687 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che hanno invocato nel loro sforzo di escogitare una quale debole base legale per la loro invasione dell’Iraq, affermando che l’Iraq aveva violato la Risoluzione con programmi di armi nucleari. L’Iraq non l’aveva fatto, come sono stati presto costretti ad ammettere. Ma gli USA continuano a violare la Risoluzione fino a oggi al fine di proteggere il loro vassallo israeliano e di consentire a se stessi di violare la legge statunitense”.

Dopo l’uccisione di Souleimani Chomsky parla dell’ISIS: “Trump gli ha appena dato nuova voglia di vivere, proprio come gli ha dato un lasciapassare per “uscire liberi di prigione” quando ha tradito i curdi siriani, lasciandoli alla mercé dei loro feroci nemici Turchia e Assad, dopo che avevano adempiuto la loro funzione di combattere la guerra contro l’ISIS”.
Con l’amministrazione Trump “Qualsiasi idea di “potere morbido è stata praticamente abbandonata. Ma le riserve statunitensi di potere forte sono enormi. Nessun altro paese può imporre sanzioni dure a volontà e costringere parti terze a onorarle, a costo di espulsione dal sistema finanziario internazionale. E naturalmente nessun altro ha centinaia di basi militari in tutto il mondo o qualcosa di simile al potere militare avanzato e alla capacità di ricorrere alla forza a volontà e con impunità”.

E qui entra in gioco la nostra Sicilia, testa di lancio del potere militare statunitense, contro cui da anni ci battiamo. E in questa lotta non possiamo non sentirci vicini ai popoli che in quell’area in perenne guerra cercano di sviluppare una nuova primavera di ribellione.
A questo proposito pubblichiamo il messaggio pervenuto dai ribelli di piazza Tahrir e indirizzato “agli amici e alle amiche in tutto il mondo, ai/alle manifestanti contro le guerre, ai sostenitori e alle sostenitrici della pace, della democrazia e della giustizia”:

La guerra conduce alla guerra

La guerra porta alla distruzione, allo sfollamento e alla perdita del futuro per milioni di bambini e bambine.
Anni fa i leader mondiali dichiararono che con la guerra si sarebbe ottenuta una pace stabile e la sicurezza globale, portando democrazia e la libertà al popolo iracheno.  Le società civili di tutto il mondo si unirono in difesa della pace, respingendo la guerra in Iraq con manifestazioni storiche che si svolsero in molte città del pianeta. Quelle proteste avevano chiaramente messo in guardia sulle ripercussioni della guerra e sulle sue conseguenze catastrofiche, e rivendicavano il diritto del popolo iracheno a determinare il proprio destino senza interventi militari esterni esemplificate nello slogan “No alla guerra, no alla dittatura”.
Naturalmente, e come sempre, i leader mondiali ignorarono quelle proteste, spalancando, nel 2003, le porte dell’inferno che, diversamente da come è stato spesso raccontato, ha minato la possibilità stessa di costruire una pace duratura per il mondo, dando vita ad un brutale intervento militare su larga scala in Iraq. Da quel momento i popoli del Medio oriente sono caduti in un continuo ciclo di violenze, che ha reso insicuro il mondo intero: quella guerra ha generato un’escalation che ha favorito la nascita e l’espansione dell’estremismo violento.
Oggi in Iraq, mentre vi scriviamo questa lettera, viviamo giorni rivoluzionari.
Le mobilitazioni sono iniziate ad ottobre e ancora –  nonostante le uccisioni, la violenza brutale e autoritaria –  la nostra rivoluzione continua. Non è un fenomeno isolato dalla storia né da quanto accaduto 17 anni fa: è piuttosto l’inevitabile risultato di un accumulo di rabbia e dolore causato da un regime, sorto dopo il 2003, la cui spina dorsale sono stati il settarismo e la corruzione, che hanno rubato alla nostra generazione il presente e il futuro.
Il popolo iracheno si sta ribellando per rivendicare il diritto ad una patria che rispetti i diritti umani, in cui le persone possano vivere in pace e in sicurezza; un paese in cui ci sia libertà, democrazia, giustizia e diritti, in cui il popolo possa decidere del proprio destino senza ingerenze esterne. Tutte le ingerenze esterne: tanto quella statunitense quanto quella iraniana.
Il popolo iracheno, che ha vissuto sulla sua pelle crudeli interventi militari, si schiera contro la guerra e per l’umanità. Si schiera in solidarietà del suo vicino e fratello, il popolo iraniano.
Siamo fermamente convinti/e che questa guerra sia solo uno strumento di polarizzazione politica, usato con l’obiettivo di allontanare l’opinione pubblica mondiale dalla realtà di un movimento rivoluzionario che sta facendo sentire la sua voce in Iraq, Iran, Libano e nel resto del mondo.
E’ chiaro il tentativo di distogliere l’opinione pubblica da quei movimenti, formati da persone che rivendicano il diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza, alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale. Sì, sono queste le nostre richieste. Lo sono dall’inizio, anche se i vostri occhi sono stati portati altrove proprio attraverso la minaccia di nuove guerre.
Se dovesse tornare una nuova guerra, rischiamo di perdere tutto quello che è stato conquistato dal grande movimento di massa che è sceso in lotta qui in Iraq e nei paesi limitrofi della regione. Verrebbe minata alla radice, l’unità popolare. La guerra sarà usata come scusa per eludere le richieste delle masse, causando gravi violazioni dei diritti umani e mettendo ancora più a rischio la vita dei difensori e delle difensore di quei diritti, la cui vita è già oggi sotto minaccia.
Sostenere i popoli rivoluzionari del mondo e rimanere solidali con loro e le loro rivendicazioni significa tenere aperta una finestra verso un futuro libero dalla guerra. Un futuro più sicuro e pacifico, più democratico e, soprattutto, più giusto.

 Baghdad, Piazza Tahrir,  25 gennaio 2020 

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Insegnamenti

Le elezioni in Emilia Romagna e Calabria, con i dovuti ricalcoli delle percentuali in base alla reale affluenza al voto, si offrono ad alcune riflessioni. Nella prima regione l’arrembaggio di Salvini ha trovato un muro nella mobilitazione di un fronte che va ben oltre l’elettorato del PD, il quale ha inteso marcarre i limiti da non superare in quanto a razzismo e arroganza fascistoide. Un fronte che non va confuso con un pieno consenso al PD, al quale, semmai, ha lanciato dei segnali sulla deriva intrapresa da tempo, tra le cause dell’apertura della voragine su cui si è inserita la destra a trazione leghista.
In Calabria il trionfo di una esponente di Forza Italia dimostra come il presunto rinnovamento promosso da una destra che sta sfondando in un Sud sempre più disorientato, siano sempre i poteri forti e il berlusconismo. Anche se stiamo parlando di una vittoria ottenuta con un 25% di consensi sul totale del corpo elettorale.
A noi non interessa intrappolarci nelle dinamiche di un voto che, in ogni caso, esprime una indicazione di continuità di rapporti di potere da tempo consolidati in due aree italiane caratterizzate da un’alternanza senza traumi in Calabria e da una costanza storica in Emilia Romagna.
Dell’irrompere delle Sardine nell’agone politico, che a suo tempo abbiamo salutato come un positivo ritorno in piazza di soggetti da tempo rinchiusi in casa passivi e delusi, ma di cui abbiamo anche sottolineato limiti e contraddizioni, come del resto confermato dalla funzione di stimolo al buongoverno socialdemocratico, rimane una residuale espressione di partecipazione dal basso che, se non si trasforma in cassetta di pronto soccorso per il partito democratico, può ancora mettere in moto processi aggregativi e conflittuali, tanto più urgenti quanto più si fa pressante l’azione del sistema sulla cancellazione dei diritti e sull’imposizione di scelte devastanti. Un sistema sorretto politicamente sia dalle forze al governo oggi che da quelle del precedente.
Al Sud, come ci dimostra la Calabria degli ultimi decenni, spopolamento, mafiosizzazione sociale, clientelismo, sono terreno fertile per formazioni politiche abituate a promesse roboanti, ma esprimono soprattutto l’isolamento della politica dalla società: due mondi che si sfiorano ma sempre meno si contaminano.
C’è però un altro dato che queste elezioni del 27 gennaio ci consegnano, ed è la lenta ma inesorabile liquefazione del Movimento 5 Stelle; un grande bluff si consuma, lasciandoci solo una sfilza di porcherie: la messe di illusioni e di promesse profuse verso la popolazione e i movimenti di base, e i relativi tradimenti seguiti all’ascesa al potere; una Lega uscita rafforzata mostruosamente dall’esperienza governativa, con il dilagare del fascio-nazionalismo nel ventre molle del paese; il cieco giustizialismo confezionato, tra l’altro, coi decreti sicurezza, ancora incombenti non solo sui migranti e sul sistema di accoglienza, ma su tutti coloro che resistono agli attacchi padronali, come dimostrano le tante vicende di lavoratori e studenti denunciati e multati pesantemente per le loro manifestazioni.
L’insegnamento, tutto libertario, che una forza se-dicente antisistema non potrà mai cambiare il sistema conquistandone le poltrone più alte, riceve da questa parabola una ulteriore, esemplare conferma; quella forza diventerà, semmai, l’artefice delle più grosse fregature e mistificazioni. Purtroppo però i conti sono sempre i più deboli, i lavoratori, i precari a pagarli.
Le piazze che si continuano a riempire devono avere la capacità di sottrarsi al ruolo di stampelle del PD, che resta l’espressione della borghesia, delle banche, dell’industria, che vernicia di rosso pallido politiche liberiste, militariste, capitaliste. L’antisalvinismo non può rappresentare a lungo un collante utile al cambiamento vero; bisognerà continuare ad alzare l’asticella degli obiettivi, a partire dall’abolizione dei decreti sicurezza, da nuove politiche per il Mezzogiorno e per le classi deboli. In quanto alle altre piazze, quelle vuote da tempo, ebbene su di esse vanno elaborate, da parte delle minoranze agenti nei territori, strategie di riappropriazione dell’agire politico che approfittino del solco profondo scavatosi tra vita reale e sistema dei partiti e del capitale, per far crescere esperienze di rottura e di autocostruzione di nuove possibilità di riscossa.

Pippo Gurrieri

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