Un minuto in più

Verso la fine degli anni sessanta il governo francese decideva di costruire un grande aeroporto a Notre Dames des Landes, nella regione bretone della Loira Atlantica. Sin da subito la reazione degli abitanti dei territori interessati (circa 2.000 ettari da espropriare) fu forte. I contadini della zona, molti con alle spalle le lotte contro le centrali nucleari, erano intenzionati a non lasciare i terreni dove vivevano da una vita. Per circa trent’anni il progetto resterà bloccato, per essere rilanciato nel 2000. A partire da questo momento le associazioni e i cittadini della regione si organizzano e utilizzano sia le vie legali (“barricate di carta”) che le azioni (barricate vere) per manifestare la loro opposizione; nonostante questo nel 2008 il progetto viene dichiarato di pubblica utilità ed il governo è deciso a liquidare la resistenza inviando ingenti truppe nell’area. I resistenti trasformano l’acronimo ZAD (Zona a pianificazione differita) in Zone à defendre: Zona da difendere. Ne nasce una mobilitazione generale nel paesino, nella regione e infine in tutto il territorio nazionale, con la nascita di ben 200 comitati e lo sviluppo di iniziative di ogni tipo e di grandi manifestazioni che portano al centro dell’attenzione e del dibattito politico francese la questione dell’aeroporto e della ZAD, che diventa oramai non solo una sigla ma un esempio da far conoscere ed esportare in ogni località minacciata da qualche progetto distruttivo o inviso alla popolazione. Nei terreni da espropriare sorge un villaggio resistente, la Chat-teigne, che diventa la cittadella simbolo di questa lunga lotta, il luogo dell’organizzazione, della raccolta di viveri, indumenti, attrezzature per rafforzare la presenza sul territorio.
I diversi tentativi della polizia di occupare la zona vengono sconfitti: i boschi, le contrade, gli orti e le fattorie sono teatro e simboli di questa guerriglia partigiana contro un aeroporto che la popolazione del luogo e una crescente opinione pubblica, rifiuta. Il villaggio è anche luogo di sperimentazione di progetti di vita alternativa, di altra agricoltura, di attenzione alla natura, di relazioni sociali emancipate, di ricerca di soluzioni adeguate affinché i conflitti interni al movimento e non siano più determinanti nelle sconfitte, di solidarietà verso gli ultimi, di scambi mutualistici con le altre resistenze in Francia e nel Mondo. Privilegiato è stato il confronto con il Movimento NO TAV.
Tutto questo si è sviluppato nella costante e fraterna unione fra contadini del posto, cittadini e attivisti di associazioni e movimenti che hanno sposato questa causa e sono accorsi fin laggiù oppure l’hanno perseguita nelle loro località. Un movimento che nel mese di gennaio del 2018, poco più di cinquant’anni dopo l’inizio dell’opposizione all’aeroporto, ha conseguito la vittoria, con il ritiro del progetto da parte del governo Macron.
Se ancora le cose non sono del tutto definite, ed è in ballo l’ennesimo ultimatum a sgomberare i terreni occupati, possiamo tuttavia trarre alcune prime considerazioni.
La prima è che, al di là delle differenze con altre situazioni, questa esperienza ci dice che le lotte si possono vincere, anche a distanza di decenni, a condizione che si resista un minuto in più del padrone, dello Stato, dell’avversario.  Un insegnamento di cui dovrebbero far tesoro coloro che abbandonano troppo presto le lotte, dopo aver dato magari il massimo, convinti che non ci sia più nulla da fare.
La seconda considerazione si basa sulla constatazione del metodo: azione diretta, solidarietà, presenza sul territorio, costruzione di comitati, estensione fuori dalla regione della lotta, sono stati la condizione della vittoria. Non una perdita di tempo dietro esperienze elettorali (che pure in Francia, all’estrema sinistra, ci sono state ed anche più efficaci che in Italia), ma una determinazione a resistere ed attaccare quando si è posta la necessità; una testarda insistenza, una passione più forte della tristezza, animata da un sano odio verso le ingiustizie.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su Un minuto in più

Diventerà Bruttissima

Meno del 50% degli elettori siciliani ha designato l’ex fascista Nello Musumeci a nuovo presidente della Regione Siciliana; l’unità degli spezzoni destrorsi (salviniani, fratellitalioti, berlusconiani, gli ex di AN rinominatisi “Diventerà Bellissima”, più l’udc, frange democristiane e i forconi) hanno permesso il vantaggio necessario sul Movimento 5 Stelle. Il PD, ormai in mano ai transfughi del centro destra, crolla al 19%, e la sinistra di Fava si attesta al solito 5+ appena sufficiente a superare la soglia di sbarramento. Ed eccoci quindi alla solita alternanza, che vede chi ha governato penalizzato e costretto a cedere la poltrona all’opposizione. Toccherà anche a Musumeci fra 5 anni. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di non vincere, pur confermandosi il primo partito; potranno così continuare a fare il la-
voro di scaldabanchi a Palazzo dei Normanni, miscelando legalitarismo e populismo, puritanesimo e avventurismo, antagonismo e conformismo, razzismo e buonismo, senza bruciarsi nell’impossibile tentativo di modificare le cose governando l’Isola.
E’ stata una campagna elettorale scarna, giocata tutta dietro le quinte, pigra e noiosa, che poco ha interessato i siciliani, dei quali il 53,24%, per essere precisi, non si è recato a farsi tosare in un seggio elettorale. Uno scollamento dalla politica che, come abbiamo più volte scritto, non va letto  come un predisposizione al cambiamento, ma piuttosto come una rassegnata indifferenza, che non mette in discussione la delega e la fiducia verso le autorità. E però è anche un segnale che il sistema politico è sempre più delegittimato, il meccanismo democratico del consenso fa acqua da tutte le parti, ed il consenso – quello vero – lo costruiscono i tradizionali e più occulti metodi delle promesse, del ricatto, della corruzione, della paura anche. Se questo è vero, vuol dire che vanno attenzioni questi livelli della delega, questo collante che mantiene ancora appiccicato il popolo delegante ad un sistema screditato e irrecuperabile, però forte della violenza che a vari livelli riesce ad esercitare. La destra torna tra gli scranni del governo, e già assistiamo al ritorno dei vari Totò Cuffaro, sponsor di Musumeci, e di personaggi felici di aver cavalcato il destriero giusto, una volta comprese le difficoltà del PD e di Crocetta di bissare il successo del 2012. Molti di questi figuri vengono dal governo uscente, alcuni hanno cambiato casacca all’ultimo momento, nella sostanza si tratta di una compagine che assicura continuità ai poteri forti dell’isola, quelli che non hanno mai smesso di governare i processi economici e sociali; tra i vincitori i candidati definiti “impresentabili” erano tanti, ma il loro curriculum criminale non può che arricchire la nuova coalizione. La regione che esce da queste elezioni non sarà di certo ostacolo alla militarizzazione, all’emigrazione dei nostri giovani, alla devastazione del territorio e dell’ambiente, all’impoverimento della popolazione e così via, anzi, più probabilmente ne sarà protagonista, come è stato per Crocetta, come fu per i predecessori. L’autonomia siciliana continuerà ad essere lo strumento per garantire i record negativi conseguiti: reddito al 50% di quello della Lombardia, disoccupazione il doppio, disoccupazione giovanile sopra il 40%, e per continuare a svendere alla meglio gli interessi dei siciliani. Il laboratorio siciliano sarà replicato a livello nazionale il prossimo marzo? Forse si; ad ogni modo poco cambierà anche lì: la cosiddetta sinistra centrista ha lavorato bene per ossequiare gli interessi delle banche, di Confindustria, delle multinazionali, della NATO e degli USA; il popolo che soffre sicuramente la penalizzerà per mettersi in mano degli omologhi della destra centrista, difficilmente dei pentastellati. Tutto procederà come prima. Se variazioni bisogna attendersi, esse potranno venire solo dall’interruzione di questo gioco. Una prospettiva, per adesso, molto lontana.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Diventerà Bruttissima

Omaggio alla Catalogna

Una cosa è certa: c’è una larga fascia della società catalana, forse non maggioritaria, ma comunque importante, che vede nel processo di indipendenza un passo avanti alla propria condizione; trattandosi di settori sociali intrecciati trasversalmente, la libertà che si chiede, o la democrazia, o la giustizia sociale, va coniugata in maniera differente a seconda che a invocarla siano lavoratori, borghesi, industriali, banchieri, disoccupati. Tutti, comunque, esprimono un sentimento catalanista di cui si sta facendo portavoce e garante la classe politica insediata nella Generalitat.
Per la totalità dei compagni anarchici e libertari, questo è e resta un conflitto interborghese: questo governo, con il suo Estat Català, se rappresenta il sentimento indipendentista, non rappresenta gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne. Questo governo e i suoi partiti maggioritari, sono di destra, sono corrotti ed esprimono gli interessi della borghesia catalana.
La repressione con cui il governo centrale ha affrontato l’1 ottobre, giorno del referendum, ha funto da collante popolare e ha indotto molte organizzazioni, al di là delle posizioni sul Sì o No (o l’astensione) a mobilitarsi contro un fatto gravissimo (oltre 900 feriti) voluto da uno Stato centralizzatore che nell’inviare la sua Guardia Civil in Catalogna, si veste della stessa divisa totalitaria e colonialista con cui in ben altri e famigerati tempi, ha cercato di risolvere i conflitti nella penisola. Così è stato introdotto un elemento nuovo, che ha portato anche i sindacati di matrice libertaria a proclamare lo sciopero (riuscito) del 3 ottobre e alle mobilitazioni antirepressive e solidali in tutto il territorio iberico.
Si è acuita, a questo punto, quella frattura fra un centro politico madrileno ancora saldamente in mano a partiti legati alla destra falangista, e una Catalogna antifascista e insofferente al centralismo. Un ingrediente che ha arricchito le giornate di ottobre e che alimenterà le prossime settimane, quando si annuncia uno scontro ancora più aspro e in gran parte imprevedibile. In tutte le città non catalane la destra ha chiamato all’unità patriottica, e bandiere della Spagna sono apparse in balconi e finestre, mentre manifestazioni antiindipendentiste si svolgono un po’ ovunque, spesso di mera testimonianza, ma, grazie al supporto governativo, che si van facendo più partecipate e aggressive persino dentro la stessa Catalogna.
Ma nelle manifestazioni per l’indipendenza, in Catalogna e nelle solidali esterne, sono apparse anche le bandiere della Spagna repubblicana, richiamando ad un altro conflitto nel conflitto: non è in discussione, infatti, solo lo smembramento dello Stato spagnolo, ma anche quello del regno di Filippo VI di Borbone. Non a caso il monarca si è affrettato ad intervenire accanendosi contro la Catalogna indipendente fuori dalla costituzione, e definendo illegale il suo referendum (mentre qualcuno, in risposta, gli ha chiesto quando fosse stato eletto).
A fronte di tutto questo, una UE imbarazzata tergiversa, prende tempo, mentre non ha indugiato quando si è trattato di smembrare la Jugoslavia o la Cecoslovacchia. L’Europa, infatti, rischia di venire travolta dalla frana separatista, con tutti i suoi, ormai poco stabili, stati nazionali: Scozia, Fiandre, Baviera, Euzkadi, ma anche Bretagna, Corsica, la Galizia, e tanto altro, sono lì per approfittare della crepa catalana, e rilanciare l’Europa dei popoli al posto di quella degli Stati.
Da un punto di vista libertario, uno Stato spagnolo più debole può essere un elemento interessante, ma il neo Stato catalano se sarà più piccolo, sarà anche, al contrario, più forte perché ammantato di spirito nazionalista. Questa contraddizione, per gli anarchici, può apparire paralizzante, ed in parte lo è: il movimento è diviso tra pro, contro e chi dice che “non cambierà nulla”. Resta da vedere, tuttavia, quali possibilità esistono all’interno di questa situazione (che, ribadisco, può ancora precipitare verso sciocchi imprevedibili) di inserirsi coniugando Indipendenza e autogoverno, autonomia dallo Stato centrale ma anche dallo Stato in generale, rilanciando quella Federazione dei Popoli Iberici già propugnata dalla CNT e dal Movimento libertario spagnolo in tempo non sospetti (sul prossimo numero a tal proposito,  pubblicheremo l’intervento del leader della CNT Salvador Seguì, pronunciato a Madrid nel 1919).
Chi ci segue sa quanto spazio ha dedicato a questi temi Sicilia libertaria; lo scorso numero una pagina intera su “Indipendentismi e anarchia”, frutto di un seminario della Federazione anarchica siciliana tenuto a fine agosto, ci ha fornito ulteriori importanti elementi di riflessione.
E mentre il dibattito è forte, mentre l’attenzione è ampia, sarebbe auspicabile da parte delle varie anime del movimento anarchico, anarcosindacalista e libertario spagnolo e catalano una presa di posizione forte di denuncia della borghesia catalana, dei sindacati padronali catalani e della classe politica e burocratica catalana; un atto di accusa fatto all’interno del conflitto indipendentista, cioè dalla stessa parte della barricata di chi in questo momento odia esercito e polizia spagnoli, ma magari offre fiori ai Mozos catalani, e si fida ciecamente della classe politica del governo “nazionale”  catalano.
Un acutizzarsi del conflitto non sappiamo a quali mediazioni porterà (di certo Puigdemont e i suoi hanno un piano B, che tireranno fuori dopo aver tirato la corda fin quasi al limite), ma certo uno scenario in cui alla repressione statale spagnola (con l’esercito che viene ad occupare i nodi dell’economia e del potere in Catalogna, e una sorta di embargo economico da parte dello Stato centrale) si affiancherà anche quella della polizia catalana, in obbedienza a patti e ordini di riportare l’ordine, non è certo da escludere. E allora, con il quadro più chiaro, si potrebbe rilanciare in chiave di indipendenza senza lo Stato, cioè di autogoverno e federalismo libertario.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in News | Commenti disabilitati su Omaggio alla Catalogna

I tre potenti

Il prossimo 5 novembre si vota in Sicilia per il rinnovo del Parlamento siciliano. Vien subito da dire: e chi se ne frega! Ed è vero: in senso stretto di questo assemblaggio di mummie imbalsamate, di questa rassegna di cadaveri eccellenti frega poco. Ma da un altro punto di vista invece ci interessa, e il nostro non è l’interesse di chi vuol cercare l’avventura elettorale nell’illusione di cambiare l’Assemblea regionale siciliana con la propria presenza dura e pura, o di chi, ammantato di furbeschi buoni propositi, aspira ad occupare uno scranno a Sala d’Ercole. No! Si tratta dell’interesse di chi ritiene che ciò che fanno le èlites politiche ha sempre dei risvolti sulla vita di tutti, e non può essere affrontato con una qualunquista voltata di spalle. Ciò che si decide, ma anche non si decide, al Parlamento o al Governo, condiziona la vita sociale, e non può esserci contrapposizione o opposizione se non si presta attenzione alle dinamiche di potere.
In Sicilia, certamente, identificare il potere con Rosario Crocetta può essere fuorviante; nell’isola che ha fatto dell’opera dei pupi un suo tratto caratteristico, è facile individuare i pupi; più difficile scovare i pupari, anche se da molto tempo essi hanno dei nomi noti: mafia, chiesa, massoneria, affaristi, governo degli Stati Uniti, oligopoli nazionali e internazionali. Ma una cosa è certa, tra pupi e pupari ci sono legami forti, ci sono fili di collegamento che consentono agli uni di agire in funzione degli altri; si tratta di fili che i politici non vogliono tagliare, bensì cercano di rafforzare e consolidare, perché quel ruolo è appagante, produce privilegi e goduria (a Napoli dicono che “cumannare è megl’e fottere”).
Ora, quando inizia la campagna elettorale per la scelta dei pupi, è chiaro che si sta dando vita a una recita; copione e trama sono ben note, il finale scontato. Alla fine il puparo conterà i soldi dell’incasso e tutti a casa in attesa della prossima rappresentazione.
Da tempo la cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra governano o fingono di fare l’opposizione, condividendo i medesimi valori, attuando gli stessi programmi, obbedendo agli stessi pupari. Pensare che il fascista Musumeci sia diverso da Miccichè di Forza Italia, o che entrambi rappresentino l’alternativa a Crocetta e al PD, è non riuscire a cogliere la sostanza politica dietro il sottile strato di vernice che li rende apparentemente diversi. Le cordate che ogni coalizione, gruppo, partito mettono in campo sono identiche nella composizione e nell’aspirazione; prendiamo un Armao, fino a poco tempo fa leader di un presunto cartello indipendentista, ex DC, cattolico, ex assessore di Lombardo, ex sostenitore di Crocetta: ora Berlusconi l’ha scelto per stare a fianco di Musumeci. Poi ci sono quelli che non posseggono cordate, e fingono di essere i migliori (in realtà non le hanno per eccesso di minorità): partitini comunisti vari, gruppetti della galassia indipendentista, frammenti dei forconi, piccoli movimenti civici: il contorno inutile di ogni tornata elettorale: è qui che si sprecano le critiche al potere e al capitale, i proclami per una Sicilia libera, i toni forti, ma è anche qui che si consuma la farsa, la frustrazione del “sarà per la prossima volta” e del “il popolo non ci ha capito”. Costoro dovrebbero convincere i “delusi” a tornare a votare.
In Sicilia ormai vota meno del 50% delle persone; alle ultime regionali fu il 47%; un dato interessante dal punto di vista statistico, ma che da quello politico ci dice soltanto che chi governa non ha bisogno di molto consenso elettorale, e che l’astensione di per sé non è pericolosa se è solo una manifestazione di disinteresse. Il consenso non passa solo per le urne, ma si manifesta tutti i giorni con la passività, la delega, il clientelismo, la cultura del farsi i fatti propri. Ed ecco che quindi tra i pupi e il popolo ci sono altri fili, meno visibili, più subdoli, che collegano gli uni all’altro, ed individuarli, denunciarli, combatterli è una vera scommessa rivoluzionaria. Le èlites prestano molta attenzione alla costruzione di questi fili, che rappresentano l’elemento della corruzione diffusa. Per questo ci interessa quel che accade anche in politica, perché i nemici devono avere dei volti, dei nomi, e le loro azioni devono essere conosciute, comprese, per essere combattute.
Un proverbio siciliano recita: “Nto munnu ci sunu tri putenti: u riccu, u nobili e cu nun havi nenti”. Oggi il terzo di questi potenti, chi non ha niente, è ignaro della propria forza, e soggiace a quella degli altri due. Impegnarci a fargliela scoprire è uno degli obiettivi che ci ripromettiamo.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su I tre potenti

Cronaca di un corteo

Il vecchio compagno intervenuto al microfono in Largo Mascione, durante la manifestazione NO MUOS dell’1 luglio, si rivolgeva ai suoi concittadini dicendogli: “guardate questi ragazzi, fanno tanti sacrifici per venire qui, noi dobbiamo unirci a loro, non dobbiamo stare a guardare; facciamogli un applauso per quello che fanno per noi”; proseguendo aggiungeva: “niscemesi, ogni giorno quando ci laviamo la faccia noi stiamo attenti a raccogliere l’acqua del rubinetto per poi poterla utilizzare per il gabinetto; come possiamo sopportare una situazione del genere?!”.
In queste frasi si racchiude il senso della manifestazione: cercare fortemente un contatto con la popolazione, attraverso un percorso lungo i quartieri principali, con interventi al microfono e relazione costante con la gente ai balconi o ai lati della strada e collegare i problemi della città alla lotta NO MUOS: una città ferita dall’ennesima umiliante mancanza d’acqua (quando scriviamo queste note è scoccato il 30° giorno), mentre l’ex sindaco la Rosa, un suo assessore, suoi collaboratori ed elementi della locale cosca mafiosa sono in carcere o ai domiciliari per voto di scambio alle elezioni del 2012.
Un corteo aperto da attivisti e simpatizzanti di Niscemi, seguiti dalla Comunità della Piazzetta e dai vari comitati intervenuti da tutta la Sicilia; 7/800 persone non sono un numero da grandi performances, ma rappresentano la tenacia e la volontà di rilancio che questa manifestazione condensava sin da quando si è voluta organizzarla, e soprattutto dimostrare a chi vive in questo territorio che la resistenza non ha scadenze dietro l’angolo, ma si pone come percorso lungo e articolato, ricco di obiettivi intermedi, fermo nell’obiettivo finale della liberazione del territorio dal MUOS dalle 46 antenne NRTF e dell’ostacolare le strategie dell’imperialismo guerrafondaio. Attorno a questi aspetti sono ruotati i tanti interventi in piazza, dove, oltre ad attivisti, sono intervenuti un compagno del Movimento dei Sem Terra e Massimo Coraddu, che continua il suo impegno scientifico sull’impatto elettromagnetico. Poche le delegazioni da fuori Sicilia (NO TAV Terzo Valico, gli Amici della Verde Vigna di Comiso, venuti da varie parti d’Italia, i compagni del movimento antimilitarista sardo), mentre una giornalista della radio nazionale tedesca ha seguito in diretta il corteo, realizzando molte interviste in vista dell’assegnazione del premio per la pace al Movimento NO MUOS, che avverrà ad Aachen il 1° settembre.
Oltre allo spiegamento di forze imponente da parte della polizia, va rilevata l’ordinanza del neo sindaco Conti, che ha proibito la vendita di alcolici e di bevande in lattina o vetro per 24 ore, un arco di tempo assurdo e ingiustificato se non con la volontà di penalizzare i baristi e i rivenditori niscemesi, mettendoli contro i manifestanti. L’esordio del neo sindaco non poteva essere più servizievole nei confronti di chi lo ha pressato in tal senso; tanto più che lo stesso dal palco, oltre a salutare i partecipanti, ha annunciato l’istituzione di una commissione NO MUOS per riprendere il discorso delle misurazioni dell’impatto elettromagnetico (e magari aprire un contenzioso sui risarcimenti a suo tempo promessi alla città di Niscemi), prontamente rimbrottato dagli interventi degli attivisti per queste posizioni conciliatorie ed aleatorie.
Con l’1 luglio, dopo la lunga distrazione del G7, la lotta NO MUOS torna ad essere centrale nell’agenda di quei movimenti che ci credono, e che affiancano i comitati NO MUOS; chi non si è fatto nemmeno vedere ha confermato il suo progressivo distacco da una lotta che non è addomesticabile o egemonizzabile né è riducibile a “territoriale”, date le sue caratteristiche e significati internazionali e internazionalisti. Tanto c’è da fare, sia su Niscemi, dove occorre rafforzare la presenza locale, sia sul piano generale, e questa estate offrirà altre occasioni, come il campeggio dal 4 al 6 al presidio NO MUOS, momento di riflessione e organizzazione necessario a consolidare questo movimento.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su Cronaca di un corteo

Trinakria

Torniamo su un argomento che ci sta a cuore, quella della liberazione della Sicilia, cui ci richiamiamo come testata e come simbologia, avendo inserito nel nostro drappo rosso-nero la Trinacria simbolo antico dell’isola a tre punte. E ci torniamo volentieri perché di recente tanti giovani e giovanissimi si sono affacciati alla rivendicazione di una Sicilia emancipata dal dominio coloniale, portando aria nuova nello stantio, ambiguo e compromesso ambiente indipendentista siciliano.
In occasione della manifestazione contro il vertice del G7 a Taormina ci siamo trovati a sfilare a fianco di questi giovani, che sventolavano bandiere giallo-rosse. (Piccolo appunto: sembravano quelle che si vendono nei negozi di souvenirs, con la Trinacria con le tre spighe, aggiunte dai colonizzatori romani che esaltavano il ruolo di granaio dell’impero affidato alla Sicilia, e non la storica Gòrgone con solo le ali: il trascorrere del tempo, l’aria; e la chioma di serpenti: la saggezza, la terra).
Su una cosa concordiamo con questi indipendentisti che potremmo definire “di sinistra”: la Sicilia è una colonia; senza andare indietro alle fasi storiche che hanno determinato questa condizione di subalternità, limitiamoci ad analizzare il concetto/obiettivo di tutti gli anticolonialisti: l’indipendenza del popolo siciliano. Questa dovrebbe coincidere con una fase di decolonizzazione, alla stregua di quanto è avvenuto in tutte le colonie dei vari imperi recenti, a partire dalla vicinissima Africa. Tutti conosciamo gli esiti di questi processi a volte rivoluzionari, altre volte semplici trasformazioni dei rapporti coloniali in subalternità economiche: in entrambi i casi sono prevalsi gli interessi di vecchie o nuove borghesie locali nazionali, che si sono semplicemente sostituite ai vecchi dominatori, o sono state insediate dagli stessi. I risultati nel continente africano, in America Latina, in Asia, in Medio Oriente, sono sotto gli occhi di tutti. I pochi tentativi seri di rendere effettiva l’indipendenza, coniugandola con l’affermazione della giustizia sociale, sono stati stroncati nel sangue.
L’indipendenza siciliana – obiettivo oggi poco sentito o male interpretato, se non avversato dopo l’esperienza di un’autonomia regionale gestita dalle emanazioni politiche del capitale nordico, della mafia imprenditrice, della chiesa – avrebbe poche possibilità di sfuggire a questo destino. Vecchi tromboni democristiani e usurati separatisti, nicchie vagamente socialiste e frange di autonomi territorializzati, notabili nostalgici sentimentali e vittimisti qualunquisti, convivono sotto il vessillo giallo-rosso inneggiando a un’indipendenza in cui ognuno, però, vede una cosa diversa.
E noi? Come abbiamo sempre ribadito, e come riportiamo anche nel sottotitolo della testata, non concepiamo nessuna indipendenza senza la liberazione sociale e senza l’internazionalismo. Non ci sentiamo in sintonia con nessun “siciliano” che viva di privilegi, di sfruttamento, di corruzione, di eredità nobiliari, di inganno religioso, di terrorismo mafioso, di leccaculismo cronico, di razzismo, di maschilismo; la loro “Sicilia libera” non è la nostra, e, forte della mistificazione nazionalista e sicilianista, sarebbe un incubo forse peggiore di quella attuale, occupata dagli USA e dalla NATO, stuprata dalle multinazionali, mutilata delle sue giovani generazioni, umiliata e affondata nel pozzo senza fondo del sottosviluppo provocato da una supremazia settentrionale, capitalista e liberista, sorretta dallo Stato.
Quella che auspichiamo noi è una Sicilia libertaria, perché nei contenuti della sua affermazione non vi potrà essere posto per privilegiati e governanti, per patriarcati e neofascismi, per parassiti e per padroni comunque chiamati e posizionati. Libertaria perché antiautoritaria, ovvero federalista, sia nelle forme interne del coniugare l’autogoverno, sia nelle relazioni esterne, a partire dall’area mediterranea di cui hanno voluto fossimo il Nord, la frontiera armata, e non una parte del tutto, un ponte naturale.
La nostra è la Sicilia degli oppressi, degli sfruttati, degli ultimi, che non intendono sostituirsi agli oppressori per esercitare un impossibile governo del popolo o potere popolare, bensì creare autogestione, autosufficienza, cioè abbassamento drastico dei livelli di consumismo, inquinamento, aggressione all’ambiente e alla vita stessa. Un’idea antigerarchica per creare gli anticorpi alle degenerazioni autoritarie stataliste, per ciò differente dagli indipendentismi interclassisti, a partire dai metodi di azione odierni, altrettanto chiari e differenti.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su Trinakria

Sulla pelle dei migranti

Cinquemila i morti accertati nel 2016 tra i migranti avventuratisi nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste europee; la fuga dalle guerre e dalla miseria, in un Mondo sempre più squartato dalle politiche aggressive delle potenze economiche e militari dominanti, continua inesorabile, incontrando muri, fili spinati, navi militari ed eserciti a sbarrarle la strada. E muri giuridici prodotti da leggi liberticide che rendono la vita difficile a chi pur avrebbe diritto all’asilo o all’accoglienza, coma sbandierato da tutte le costituzioni liberali. Eppure fra due anni questi fabbricanti di muri razziali si esibiranno in spericolate analisi sull’importanza della caduta del muro di Berlino nel trentennale del 1989, mettendo in campo il cinismo più vomitevole.
L’Unione Europea pone il Mediterraneo al centro delle sue politiche di respingimento, militarizzando le coste e i territori che vi si affacciano, dimostrando come su un problema non più emergenziale, ma endemico, in gran parte causato dalle sue avventure coloniali passate e dalle sue attuali politiche di strangolamento delle economie dei paesi poveri e di rapina delle loro risorse, non abbia altra strategia che quella facile e comoda del razzismo.
Da anni gruppi di volontari, reti antirazziste, organismi non governativi si sostituiscono agli Stati nel soccorso, nell’accoglienza, nella solidarietà ai migranti, cercando di diffondere valori opposti a quelli della paura, della diffidenza, dell’odio, e per questo ostacolati, denigrati, accusati spesso di complicità con i trafficanti di carne umana.
Il recente attacco alle Ong, che vede come capofila il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, rientra in questo atteggiamento, oggettivamente pericoloso, che fornisce argomenti sia alla teppa razzista istituzionale che a quella da bar. Per Zuccaro le Ong, che da anni soccorrono migliaia di migranti (circa un terzo del totale), sarebbero in parte colluse con i trafficanti; le sue fonti sarebbero i rapporti di Frontex, guarda caso proprio la struttura militare costituita dell’UE in funzione antimigranti. Come se le cose non stessero, invece, all’opposto: i trafficanti, cioè le diverse cosche mafiose e criminali dei vari paesi nordafricani, si arricchiscono grazie alle leggi liberticide dei paesi europei, che alimentano traffici, naufragi, business dell’accoglienza, razzismi e xenofobia.
Non è un caso che sulle dichiarazioni del procuratore catanese si siano buttati a pesce i capifila del razzismo italiano, Di Maio e Salvini, seguiti da tutta la feccia neofascista, per ricercare un facile consenso elettorale che fa ignobilmente leva sul malessere sociale diffuso fra la popolazione italiana, sugli scandali legati alle strutture di accoglienza e sulla grande opera di disinformazione che associa il problema immigrazione con l’ordine pubblico, una presunta invasione, la minaccia all’identità degli italiani, e altre amenità del genere.
E’ un fatto che tutti gli operatori del volontariato, come pure tutte le realtà che lottano concretamente contro i centri di segregazione, per la libera circolazione di ogni essere umano, per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, rappresentino oggi un ostacolo all’avanzare del populismo fascistoide e delle destre xenofobe, un canale di denuncia dei loschi accordi tra i governi europei (italiano in testa) con i governi nordafricani, perché blocchino i migranti nelle loro coste, se non nelle aree desertiche, di modo che il perbenismo borghese occidentale possa avere la coscienza a posto non assistendo agli sbarchi e alle tristi narrazioni dei naufragi.
L’impegno contro i fabbricanti e commercianti di armi, contro le politiche forcaiole del Fondo Monetario Internazionale, contro tutte le guerre; la lotta contro Frontex e la militarizzazione del Mediterraneo, sono le linee guida di qualsiasi impegno antirazzista che non voglia essere solo espressione di pietismo caritatevole, ma testa d’ariete di una resistenza che cerchi di cambiare in meglio il sistema in cui viviamo.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su Sulla pelle dei migranti

Tappeto Rosso

La prima visita ufficiale del neo presidente degli Stati Uniti avverrà in Sicilia in occasione del G7 del 26-27 maggio a Taormina. Triste primato di cui avremmo volentieri fatto a meno. Trump vi giunge forte del vento reazionario che spira ai quattro angoli del Mondo, e trova un tappeto rosso pronto ad essere calpestato dai suoi talloni di ferro: è il tappeto rosso del sangue dei migranti che dal Mediterraneo ai Balcani, al confine con il Messico, trovano la morte nel tentativo di agguantare una vita migliore, con meno violenza e meno stenti.
Ma è anche il tappeto rosso srotolato dal governo italiano per dare luogo a una passerella su una terra che vorrebbe normalizzata, dove il MUOS funziona e guida i missili anti-Siria, dove Frontex ha piantato le sue radici, dove gli USA riaprono una sede consolare a Palermo a suggellare la riconquista dell’isola. E sotto questo tappeto rosso, nascosti ben bene, vi sono i problemi irrisolti di quest’isola maledetta: il potere mafioso e i suoi intrecci politico-istituzionali; il clientelismo; la mancanza di lavoro e i ricatti; un ambiente devastato dalle politiche di “sviluppo”, la militarizzazione del territorio, e chi più ne ha più ne metta.
Fumano ancora le macerie siriane, tra bombardamenti, attacchi missilistici, gas letali, in una guerra non più per procura che minaccia di infiammare il Mondo. Responsabili del disastro attuale, dalle scellerate scelte dei vincitori della prima guerra mondiale, alla gestione coloniale e post-coloniale, con il furto delle risorse, l’umiliazione ai palestinesi, la tragedia curda, i governi fantoccio oleati dai petrodollari, il fiorente mercato delle armi, i governi occidentali oggi temono un medio oriente pacificato, realmente democratizzato, che ridimensionerebbe il loro monopolio commerciale e il loro ordine politico-militare basato sul terrore. Le conseguenze sono ogni giorno l’infinita serie di sbarchi di migranti provenienti dalle aree di guerra o da quelle afflitte da povertà, con i naufragi, con gli hot spot ed i CIE che si vanno a costruire.
Un tema che ancora stenta a suscitare interesse, se non fra pochi “addetti ai lavori” o fra gli antimilitaristi, è quello della sicurezza delle città, ovvero della velocizzazione impressa ai programmi di controllo ipertecnologico della popolazione, in particolare delle fasce marginali, delle aree degradate e periferiche: un vasto campo di interventi finanziari e di sperimentazione, cui il G7 dedicherà ampio spazio, ma su cui lavorano da tempo università di tutto il Mondo, compresi i tre maggiori atenei siciliani. Una mano l’ha data il Ministro degli Interni Minniti con il suon decreto sicurezza, che fa proprio il peggio delle proposte fascistoidi leghiste e istituisce i sindaci sceriffi, la criminalizzazione dei diversi, dei senza dimora, di quanti sfuggono all’omologazione, o per scelta o per condizione sociale.
Taormina sarà tutto questo: una passerella dove guerra, militarizzazione, frontiere, respingimenti di migranti, controlli informatici, affari economici e rapporti di forza fra i 7 “grandi” – con l’ottavo che farà pesare la sua ombra sul vertice – la fa- ranno da padroni. Per questo il G7 non lo vogliamo; per questo protesteremo con tutti i nostri mezzi a disposizione. 

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su Tappeto Rosso

NIMBY

Molte volte siamo stati accusati di essere affetti da sindrome di NIMBY (acronimo di Not In My Back Yard, cioè: non nel mio cortile) per le lotte che abbiamo condotto e stiamo conducendo, come quella del MUOS; un atteggiamento che – questa è l’accusa – porta egoisticamente a non guardare oltre il proprio ristretto interesse, infischiandosene dell’interesse generale.
Ebbene, per una volta vogliamo fare nostra l’accusa di essere affetti da questa malattia.
Da metà maggio una parte consistente della Sicilia ionica sarà militarizzata e occupata per consentire il dispiegarsi della farsa del G7. Sia pure per alcune settimane, la nostra isola subirà l’ennesimo affronto da parte delle grandi potenze, e una fetta di territorio le verrà sottratto per essere messo a disposizione delle varie truppe più o meno armate che l’invaderanno.
Mentre scriviamo l’agibilità politica nei territori attorno a Taormina, sede del G7, è già alquanto compromessa, ma man mano che ci avvicineremo al summit essa sarà interamente impedita, vietata, repressa e le attività commerciali e turistiche paralizzate.
Ribadire che non li vogliamo a casa nostra è non solo uno slogan, ma un obiettivo. Ospitare – senza averli invitati – gente come Trump e compari, è un precedente che occorrerà legarsi al dito. Trump verrà in un’isola che – di fatto – è diventata la cinquantunesima stella degli Stati Uniti, suoi occupanti dal 1943, quando qualcuno sognava di farla diventare la stella n.49. Con Sigonella e tutte le sue dependance, dalle basi NRTF e MUOS di Niscemi alla baia di Augusta, al fitto reticolato di postazioni radar, alle basi della NATO, l’isola è una polveriera nel cuore del Mediterraneo, e in una fase storica in cui al trono degli Stati Uniti sale l’ennesimo presidente guerrafondaio e per di più megalomane populista, che taglia cure mediche, salvaguardia dell’ambiente e assistenza umanitaria per incrementare le spese militari di altri 54 miliardi, l’avvenire di chi vive in questa terra si fa sempre più tetro. Tanto più che i governi italiani sono molto sensibili alle sirene militariste, e la ministra Pinotti ha già fatto sapere che intende rispondere affermativamente alla richiesta dell’amministrazione Trump di incrementare le spese per la NATO, annunciando di volerle portare dall’attuale 1,1% del PIL (equivalenti a 55 milioni al giorno) al 2% (100 milioni al giorno).
Il G7 di Taormina, come più volte ricordato, affronterà prevalentemente i temi dei conflitti che infiammano il globo, con un occhio particolare al disastro mediorientale; si occuperà della guerra ai migranti, che vede la Sicilia base operativa per le vergognose operazioni di respingimento, e ha trasformato il nostro mare in un cimitero con decine di migliaia cadaveri; e di guerra interna a tutto ciò che minacci la sicurezza (non dei cittadini, come qualcuno ha subito pensato, ma del sistema capitalista).
Noi siamo convinti che perdersi in preoccupazioni per l’impatto ambientale e illegale delle opere per il G7 – come al solito improvvisate, fuori controllo, scadenti ma molto costose – possa rappresentare un pericoloso diversivo. Senza nulla togliere alla necessità di denunciare quanto avviene su questo versante, occorre concentrarsi sul vero senso di questi vertici: i “grandi” si preoccupano di come possono continuare a spartirsi il Mondo, aggredirlo, annientarlo.
Le proteste che si vanno organizzando devono aver cura in primo luogo di informare su queste cose collegandole con quanto già avviene qui, col tallone di ferro che schiaccia le prospettive di vita, di lavoro e di futuro di milioni di persone, e riduce nuovamente i nostri giovani a mano d’opera a basso costo pronta a varcare lo Stretto per elemosinare un salario di fame o un lavoro di merda.
Sarà un percorso lungo i sentieri delle resistenze dal basso che agitano l’isola e i territori che fino ad ora sono rimasti a guardare, a rappresentare la migliore accoglienza al G7. Conferenze, convegni, assemblee, presenze nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro saranno di gran lunga più importanti dell’esito finale del percorso. Perché il G7 passerà ma le nostre battaglie, i nostri problemi, rimarranno.
Taormina non è Genova, e non è neanche Siracusa del contro G8 per l’ambiente di qualche anno fa. E neanche il 2017 è il 2001 o il 2009. Se sottrarsi allo spettacolo è fondamentale, dare vita a un altra rappresentazione – quella delle nostre battaglie, della nostra rabbia – è un obbligo.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su NIMBY

11 febbraio

L’11 febbraio l’Ufficio Informazione del Kurdistan in Italia e la rete Kurdistan hanno indetto una manifestazione nazionale a Milano, in concomitanza con quella internazionale che si svolgerà a Strasburgo. Questi i punti su cui è convocata:

  • La libertà per tutti i prigionieri politici e le prigioniere politiche in Turchia! Basta alla tortura e all’isolamento! Chiudere la prigione di Imralı!
  • Una soluzione politica e democratica della questione curda! Revocare il bando contro le organizzazioni curde!
  • La libertà di Öcalan e la Pace in Kurdistan!

Il 15 dello stesso mese ricorre, infatti, il 18° anniversario della cattura di Abdullah Öcalan a Nairobi, dopo che il governo D’Alema lo aveva allontanato dall’Italia.
La scadenza è importante per tutta una serie di motivi, che hanno a che fare con la situazione politica e militare in cui si trova attualmente il popolo curdo, minacciato, oggi più che mai di annientamento, con l’occupazione da parte dell’esercito delle sue città e villaggi, lo smantellamento delle amministrazione locali, lo stato d’assedio, le violenze e gli omicidi di cui si continua a macchiare lo Stato turco, che, nel frattempo toglie qualsiasi agibilità non solo alle organizzazioni filo-curde, ma tutte quelle realtà politiche e sociali, culturali e umanitarie, che sostengono il diritto all’autodeterminazione della popolazione curda in Turchia (e oltre) e nel contempo lottano contro la dittatura “democratica” che Erdogan cerca di imporre alla Turchia.
Un contesto che vede anche il lento modificarsi della realtà geopolitica nell’area, con l’intervento di Russia e USA in Siria, e gli scenari futuri che potrebbero riservare ai territori curdi del Rojava liberati e autoamministrati, la brutta sorpresa di essere sacrificati sull’altare di una pace insanguinata decisa dalle grandi potenze, le stesse che oggi si sono servite dell’appoggio essenziale delle milizie curde sia di area siriana che irachena, per combattere Daesh e per liberare la Siria.
E’ facile comprendere le preoccupazioni e la confusione del momento, le difficoltà a progettare un domani, a programmare progetti di cambiamento, nell’impellenza di uno scontro frontale e di un tradimento internazionale che potrebbe vanificare tutti gli sforzi e tutte le lotte che il popolo curdo sta compiendo per dare vita al modello sociale del Confederalismo democratico.
Riteniamo che questa sia la tipica situazione in cui spaccare il pelo in quattro per cercare distinguo e differenze ideologiche possa denotare solo una rigidità pericolosa, un black out dell’intelligenza. Le distanze dall’ideologia di partiti come il PKK per noi anarchici continuano ad essere tante, nonostante la presenza al suo interno di una componente che potremmo definire libertaria e nonostante le elaborazioni in chiave antistatale e municipalista della sua leadership; così come abbiamo tanto da dire rispetto al metodo del calare dall’alto decisioni e progetti, né ci entusiasma l’eccessivo culto della personalità verso Öcalan. Però è fuor di dubbio che un popolo che lotta per la sua autodeterminazione abbisogna di tutti i contributi solidali possibili, e che gli sforzi di rivedere in parte vecchie impostazioni staliniste e autoritarie, vanno apprezzati, incoraggiati, sostenuti. Una solidarietà critica costruttiva non dev’essere mai abbandonata, mentre nel contempo va potenziato il supporto verso gli anarchici turchi di DAF, oggi duramente colpiti dalla repressione statale; gli eccessi di personalismo così diffusi tra le realtà curde vanno affrontati criticamente, ma va fatto, da parte nostra, anche uno sforzo per comprendere il forte valore identitario rappresentato dalla figura di Apo Öcalan per un popolo cui viene negato non solo un territorio, ma anche una lingua, una storia, e la possibilità di potersi unire al di la delle frontiere artificiali degli stati, per costruire il proprio futuro.
Senza abbandonare, quindi, le nostre posizioni antiautoritarie, anzi gettandole sul piatto dialettico così vivace in questo momento, facciamo nostre le parole d’ordine della manifestazione dell’11 febbraio.

Pippo Gurrieri

Pubblicato in Editoriale | Commenti disabilitati su 11 febbraio

40° di Sicilia libertaria a Ragusa

Ti invitiamo venerdì 27 al 40° di Sicilia libertaria, presso il Centro Servizi Culturali, via Diaz 56 a Ragusa, a partire dalle ore 17,30.

Locandina 40 anni Sicilia Libertaria

Pubblicato in Attività | Commenti disabilitati su 40° di Sicilia libertaria a Ragusa