Stranamore

L’uccisione del generale Soleimani (un signore della guerra responsabile di immani tragedie in tutta l’area) e di alcuni leader militari, avvenuta a Baghdad il 3 gennaio ad opera dell’esercito degli Stati Uniti, con l’utilizzo di un drone, sotto il diretto ordine di Trump, fa ritornare in auge il tema della guerra. Non solo in un territorio che di pace non ne conosce da decenni, bensì in tutta l’area mediorientale e mediterranea, e, a caduta, in tutto il mondo.
L’atto statunitense sembrerebbe dettato da follia militarista, in realtà rientra in un preciso disegno dai molteplici risvolti: alimentare un clima di tensione internazionale fa sempre comodo alle industrie di armamenti, ai produttori di greggio, e in chiave di politica interna alza il livello del consenso verso un presidente USA costretto a controbattere agli attacchi degli avversari. Una mossa azzardata e forse azzeccata, le cui conseguenze sono valutate comunque come secondarie, un prezzo da pagare sicuramente da altri.
Anche il regime iraniano, da mesi costretto a fronteggiare una rivolta popolare contro il caro vita e per la democrazia, trarrà cinicamente vantaggio da questo attacco, rinsaldando il consenso della popolazione contro il nemico esterno, il diavolo americano. La guerra finisce sempre per soccorrere i potenti. Saranno solo cazzi amari per le popolazioni che verranno coinvolte nell’escalation che seguirà.
E le conseguenze saranno in parte imprevedibili. L’area è già abbastanza infiammata e anche una fiammella può dare il via all’incendio; figuriamoci ora che non si tratta di fiammella bensì di intervento col lanciafiamme. L’Iran, con tutti i suoi affiliati sparsi per il mondo sciita, sarà costretto a reagire per non perdere la faccia e per dare sfogo alle grida di vendetta, proseguendo così con un’accelerazione patriottica, nazionalista e bellicista, la politica di cancellazione delle proteste di piazza e di repressione di chi vi partecipa. Non solo Israele, le missioni militari occidentali (italiane comprese) presenti in Iraq, Libano e nell’area, ma le attività commerciali, gli obiettivi sensibili a portata di commandos piccoli e sparsi per il mondo, da oggi non sono più sicuri.
Gli Stati Uniti, tornano all’uso della forza dopo i fallimenti delle loro guerre in Medio Oriente. Enduring freedom, libertà duratura, ha finito per lasciare solo macerie in Iraq, dare in pasto all’ISIS interi settori dell’esercito e della popolazione e fette di territorio, e mettere nelle mani dell’odiato Iran il governo di Baghdad. Lo stesso accade in Afghanistan, dopo quasi vent’anni di occupazione militare e guerra, dove cercano l’accordo con i “terroristi talebani” per uscire dalle sabbie mobili in cui si sono cacciati. In Siria hanno dato via il libera allo stato terrorista turco di invadere l’area di frontiera del Rojava, e implicitamente hanno permesso a Erdogan di preparare l’intervento militare in Libia e allargare i suoi interessi petroliferi e militari al Mediterraneo centrale. Una politica suicida? O una lucida pianificazione strategica volta a infiammare un’area per tenervi impantanati i propri concorrenti russi ed europei, sperando che magari anche la Cina si decida a metterci gli scarponi?
E noi? E’ stato un drone a colpire Soleimani e gli altri leaders militari; un drone con ogni probabilità guidato dal sistema MUOS, entrato in funzione lo scorso ottobre, inaugurando la guerra in cui muoiono solo gli altri, i nemici degli Stati Uniti. Una guerra in cui la Sicilia ha sicuramente un ruolo, e di cui è conseguentemente obiettivo sensibile. La base MUOS più vicina a Baghdad è quella siciliana, attaccata alla mammella di Sigonella, capitale mondiale dei droni. Nessuno lo dice, nessuno lo spiega, perché è imbarazzante dichiarare che l’Italia è in prima fila, oltre che con le proprie missioni di addestramento dell’esercito e della polizia irakena, anche con le basi USA (e non solo Nato) sul proprio territorio. Ma l’Italia è in prima fila anche per le sue politiche militariste (le uniche spese in crescita sono quelle militari) e per l’incapacità a giocare un ruolo di pace in Libia, che il ministro degli esteri si ostina imbecillemente a definire zona in cui abbiamo un ruolo “naturale”, dopo aver contribuito alla sua destabilizzazione.
Aspettiamoci di tutto nelle prossime settimane e mesi. Ma sopratutto, per favore, che si torni a dare centralità alla lotta contro la guerra, e a creare conflittualità nei territori militarizzati.

Pippo Gurrieri

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Varcuzzi

Non si sono mai fermati e proseguono senza sosta i viaggi dal Nord Africa su piccole imbarcazioni; le barcuzze arrivano praticamente a tutte le ore e sbarcano centinaia e centinaia di migranti, a piccole ma costanti dosi, in tutti i luoghi possibili e immaginabili. Lo facevano nonostante le fauci di Salvini sul Canale di Sicilia e la potente guerra sia mediatica che concreta scatenata contro gli immigrati “clandestini” e “delinquenti”, lo fanno ora, indifferenti al cambio di governo in Italia.
I radar, i droni spia, le motovedette continuano a non vedere niente, rispettando gli ordini; ciechi sotto Salvini, ciechi sotto il Conte bis. Così il giochetto si fa facile facile: se ci sono migranti cattivi in giro sono quelli degli sbarchi “fuori controllo”; e siccome c’è bisogno di migranti cattivi per continuare a dare un senso ai decreti sicurezza che, nella sostanza, questo governo vuole confermare, ed anche per mantenere in piedi il circuito re-
pressivo dei Cpr, i centri di detenzione e rimpatrio, ecco che le barchette – grazie a questa sorta di scambio – usufruiscono di una sorta di lascia passare.
Una volta definita questa strategia che la rozzezza della propaganda salvianiana riusciva a nascondere sotto il livore anti-Ong, non rimane che mettere in scena la propaganda edulcorata e democratica del nuovo corso in materia di immigrazione, con una ministra dell’interno – Luciana Lamorgese – che di immigrati se ne intende molto bene: a suo carico, nel ruolo di Prefetto, a Milano in particolare, si contano ben 127 sgomberi di alloggi occupati da senza casa, le tante retate alla stazione centrale per “ripulirla” degli immigrati (seguite dagli elogi di Salvini) e il sostegno all’”accoglienza” stile Caritas, braccio umanitario della polizia e in molti casi anche di furbi speculatori. La politica dei “porti aperti” e degli accordi europei per la distribuzione dei naufragi intende lanciare messaggi di cambiamento di linea. Certamente è scomparsa l’odiosa campagna razzista con i suoi muro contro muro sulla pelle di centinaia di persone e moltissimi bambini, la barzelletta dell’invasione, dell’infame slogan “la pacchia è finita” con tutti i suoi derivati velenosi, che però hanno attecchito in parte di opinione pubblica ignorante e priva di adeguati strumenti di comprensione, e sono dure a morire.
Ma se osserviamo oltre la patina buonista diffusa dai media mainstream (una volta si
chiamavano filogovernativi) troviamo sempre barconi e gommoni che affondano (i morti nel Mediterraneo sono già a quota 19.000!), caccia grossa da parte della guardia costiera libica complice delle bande criminali che controllano i traffici di esseri umani e i lager dove rinchiudono, torturano, stuprano e ricattano i migranti.
Troviamo sopratutto una Libia destabilizzata, dove i tanti protettori di Haftar stanno salendo sul cavallo zoppo di al-Serraj, uno che ha sempre avuto il sostegno delle bande armate di cui sopra, le stesse che garantiscono le ricerche petrolifere a ENI. E soprattutto non scorgiamo alcun cambiamento di politica estera (del resto il neo ministro è un certo Di Maio…, uno devoto più alla NATO che a San Gennaro, che sta decretando l’accelerazione dei rimpatri, cioè delle espulsioni). L’Africa, il Medio Oriente, continuano a soffrire le conseguenze brutali delle politiche neo-imperiali degli ultimi decenni, e non ci sono inversioni di tendenza che possano provocare un autosviluppo tale da indurne le popolazioni a non emigrare.
Le missioni militari falsamente umanitarie controllano e impongono una sorta di pax mafiosa tra bande (Stati, coalizioni, eserciti, dittatu- re…) per assicurare la rapina delle risorse alle multinazionali; le missioni commerciali procacciano contratti alle industrie di morte o all’export nazionale e seppelliscono le poche speranze di autonomia politica ed economica. Con la conseguenza che i flussi migratori non si fermeranno.
Ma, d’altra parte, come potrebbero fermarsi?
Chi raccoglierà i pomodori, le arance, i carciofi?
Chi si farà sfruttare nell’edilizia e nelle fabbrichette?
Chi manderà avanti l’economia in nero che alimenta il mercato nazionale, legale o illegale non importa, e i clan (mafiosi o istituzionali) che la organizzano e vi si arricchiscono? Ma quelli delle barchette!

Pippo Gurrieri

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La Fiaccola, Sicilia Punto L e Sicilia libertaria alla vetrina di Firenze

Vetrina dell’editoria e delle culture anarchiche e libertarie. Firenze, 20-21-22 settembre 2019

La nona Vetrina si svolgerà al Teatro tenda (oggi TuscanyHann), Lungarno Aldo Moro angolo via Fabrizio De Andrè. Da diversi anni rappresenta l’avvenimento più importante in ambito anarchico a livello culturale, per la complessità delle manifestazioni che si intrecciano nello scenario del Pala Tenda: teatro, musica, mostre, dibattiti e, naturalmente, presentazioni di libri a ritmo continuo.

Per il programma dettagliato rimandiamo al sito www.autistici.org/ateneolibertariofiorentino.

Ci limitiamo a segnalare di seguito la iniziative legate alla nostra presenza come redazione di Sicilia libertari, edizioni La Fiaccola e Sicilia Punto L.

Venerdì 20:

ore 19, auditorium piano terra: “Indipendentismi e anarchia” (Sicilia Punto L), presentano Pippo Gurrieri e Natale Musarra.

Sabato 21:

– ore 11,40, saletta primo piano: “Opere complete di Errico Malatesta”, vol. IV, “E’ possibile la    rivoluzione?”, con il curatore Davide Turcato.

  • ore 14,10, saletta primo piano: “La parola in azione – Poesia e prassi antagonista negli scrittori antigruppo (1968-1975) (Sicilia Punto L), con l’autore Salvatore Laneri, presenta Natale Musarra.
  • ore 15,00, auditorium piano terra: “Anarchismo in divenire” (La Fiaccola) con l’autore Andrea Papi, presenta Francesco Codello.
  • ore 16,00, auditorium piano terra: dibattito: “La funzione dell’istituzione militare nell’attuale società capitalistica”, con Maria Matteo e Pippo Gurrieri, coordina Francesco Mordini.
  • ore 16,40, saletta primo piano: “Educazione e libertà. Atti del convegno di Castel Bolognese (22 ottobre 2017) (La Fiaccola), presentano Francesco Codello e Andrea Papi.

Domenica 22:

  • ore 10, saletta primo piano: “Calendario di effemeridi anticlericali 2020” (La Fiaccola), presentano l’autore Pierino Marazzani e Pippo Gurrieri.
  • ore 14, auditorium piano terra: “Per un anarchismo del XXI secolo” (La Fiaccola), presentano Monica Jornet e Pippo Gurrieri.

Il programma completo è

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Il Conte bis

Governo. Liberismo dal volto (dis)umano

Il governo che sta per nascere (e probabilmente sarà già nato quando questo giornale verrà stampato)  tra Pd e 5 Stelle è chiaramente, come qualcuno efficacemente ha osservato,  un governo delle convenienze, del calcolo spicciolo di forze partitiche che non hanno altra scelta. Da questo punto di vista si tratta dell’ennesima conferma di come le dinamiche istituzionali prevalgano sulle reali questioni da affrontare e dell’assoluta autoreferenzialità della politica professionista. Tuttavia quanto accaduto con l’apertura della crisi di governo da parte di un improvvido, ancorché temuto, Matteo Salvini apre a delle considerazioni che possono mettere in luce il coacervo di situazioni e di aspettative anche contraddittorie che travagliano il momento che stiamo vivendo.
Una prima osservazione riguarda la reazione di quel mondo che genericamente si autodefinisce di sinistra alla boutade del ministro dell’interno che vaneggiava di pieni poteri. Lo spettro di una deriva neofascista o neoautoritaria sembrava in quei caldi giorni di agosto potesse prendere corpo e si imponesse una decisa risposta dalla società e dalla politica. Tuttavia questa risposta veniva affidata in prima battuta al Pd, ritenuto principale argine e garante dei valori costituzionali e democratici. Tanto che da più parti si invitava a smettere ogni critica al partito di Zingaretti e a spingere per una coalizione di tutte le forze democratiche per contrastare il pericolo salviniano. Posizione certo legittima, ma che dovrebbe almeno interrogarsi sue due questioni. Primo esiste veramente il pericolo dell’imminente instaurazione di un regime autoritario e dittatoriale? Certo spaventa il clima di conformismo, di sospetto, di odio, di razzismo strisciante ed esplicito che la propaganda leghista ha instillato perfidamente negli ultimi mesi, così come preoccuperebbe un eventuale governo compattamente di destra con dentro Fratelli d’Italia ed altre frange eversive. Ma la risposta al quesito deve tenere conto delle tendenze in atto nelle cosiddette democrazie rappresentative e di conseguenza elaborare le strategie adeguate. E’oramai riconosciuto che le democrazie si sono svuotate (semmai in qualche tempo della loro recente storia abbiano veramente funzionato) e prevalgono il decisionismo e l’intraprendenza dei governi, o di chi per loro impone determinate scelte. In Italia abbiamo parecchi esempi negli ultimi decenni di tutto quel riformismo al contrario che ha prodotto perdita di diritti, di tutele e peggioramento delle condizioni generali di vita in nome di un presunto interesse della nazione o di una sua salvaguardia nel contesto internazionale. Se non si tiene conto di questo fatto si rischia di pensare che basta eliminare un Salvini (il quale al momento ci ha pensato da sé) o una Meloni per ristabilire le sorti della democrazia. Siamo poi proprio sicuri di non vivere già in una forma di fascismo attenuato,  in cui gli strumenti del controllo sociale si affinano e si  propagano sempre più, in cui l’assenza di una significativa lotta di classe tiene lo stato entro i limiti di una repressione socialmente tollerata? Non si vuole certo dire che fascismo e democrazia realizzata siano la stessa cosa, tuttavia siamo purtroppo ancora lontani da una adeguata realizzazione dei principi fondanti e imprescindibili di  una vera democrazia: libertà e uguaglianza. Inoltre non bisogna dimenticare che il fascismo storico è stata una reazione alla lotta di classe in corso, che oggi non c’è. Per gli industriali, per i padroni, per il capitale, o per i mercati, come si ama dire, un Salvini, un Di Maio, uno Zingaretti o un Renzi o un Berlusconi di turno sono assolutamente intercambiabili. E qui si dovrebbe porre la seconda questione: che cosa è stato e che cos’è questo Partito Democratico cui oggi molti affidano le sorti della democrazia italiana? Quanta responsabilità ha avuto questo partito nella deriva di perdita di diritti che ha caratterizzato la recente storia italiana? Ha o no assunto questo partito l’orizzonte di un capitalismo mercantile, concorrenziale, competitivo? Se un’idea politica attraversa oggi il Pd è quella di un neocorporativismo interclassista, pragmatico che pone in primo piano le sorti dell’economia nazionale e il mito della crescita.
Una seconda osservazione attiene al modo in cui viene vissuta tutta questa vicenda da una grande fetta di opinione pubblica che non ha un preciso orientamento politico. L’impressione è che prevalgano indifferenza e rassegnazione. Una sfiducia nei confronti di governi, istituzioni e apparati politici che vengono visti come assolutamente lontani e chiusi nei loro interessi. Del resto i dati sull’astensionismo elettorale lo dimostrano da anni. Si può forse aggiungere che rispetto alle aspettative che avevano in qualche misura caratterizzato le elezioni del marzo 2018, la disillusione oggi appare marcata. Il governo gialloverde che tanto ha strombazzato in questi mesi in fondo ha concluso poco e alla lunga la polemica contro i migranti, in mancanza di reali cambiamenti nella vita delle persone, finisce per stancare. Che cosa può comportare questo atteggiamento in relazione alla ripresa della lotta sociale e della riconquista dei diritti non è facile prevedere, ma è imprescindibile cercare di trovare proprio in quest’ambito spazi, energie, idee per un progetto di cambiamento sociale.
Infine che cosa ci dobbiamo aspettare da questo nascente governo che già i media hanno battezzato giallo-rosso? I protagonisti sostengono che sta nascendo sotto il segno della discontinuità. A leggere i 20 punti programmatici Cinque stelle, i 15 del programma del Pd, al di là della genericità, si coglie una perfetta continuità con la politica dell’ultimo decennio. Se veramente questi due partiti  e questo nuovo governo volessero rimarcare una reale discontinuità dovrebbero cominciare col rinnegare il loro passato, piuttosto che rivendicarlo come fanno; dovrebbero iniziare una precisa opera di demolizione di tutte quelle leggi che hanno devastato la società italiana in questi anni: Jobs act, Fornero, Buona scuola, decreti sicurezza, norme sui migranti recenti e passate e via discorrendo. Ma non pare proprio ne abbiano intenzione.
Purtroppo il convincimento che in date condizioni, come quella cui ci troviamo di fronte, bisogna accontentarsi del male minore sorvola sul fatto che sempre di male stiamo parlando e sorvola sul fatto che nella lotta politica e sociale quel male interesserà qualcuno (i più) e si tradurrà in bene per altri (i pochi). E se invece tutte quelle energie che impieghiamo (o non impieghiamo) perché il male minore si affermi, le impiegassimo per il “bene” della collettività, per una trasformazione sociale che ci renda tutti realmente liberi ed uguali?

Angelo Barberi

 

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Orge del Potere

Le classi dominanti non hanno nazione; al di là dei populismi, dei sovranismi, dei nazionalismi sono un’unica oscena cosa; aggrappate al potere e ai privilegi che ne derivano, drogate dall’esercizio del comando, accecate dall’autorità in cui si riconoscono, la loro filosofia di vita è la medesima in qualsiasi angolo del Mondo, la loro cultura è intrisa di disprezzo, narcisismo, e autoincensamento; la loro comune psicologia da dittatore viene opportunisticamente gestita a secondo delle circostanze storiche, politiche ed economiche dosando il bastone e la carota; ma il loro credo è reprimere e avversare qualsiasi tipo di opposizione reale, cioè che le combatta in maniera aliena dal loro modo d’essere, rappresentando per questo un vero pericolo.
Basta alzare lo sguardo sul piano internazionale per osservare come la lotta tra dominanti e dominati sia ovunque all’ordine del giorno: da Hong Kong alla Grecia, dalla Francia all’Italia l’orgia del potere viene affrontata giornalmente e si manifesta con tutta la sua violenza.
Il 26 agosto ad Atene, nel quartiere Exarchia a forte presenza anarchica, sono stati sgomberati dall’esercito e dalle Unità Speciali Antisommossa 4 squat, posti occupati dove vivevano immigrati e senza casa; il nuovo governo conservatore ha varato nuove leggi repressive e cancellato il diritto d’asilo dentro le università nel tentativo di sconfiggere il suo nemico principale: gli anarchici e quanti lottano dalla parte dei poveri; 3 arresti e 143 tra rifugiati e immigrati internati sono il risultato di un’operazione che lo Stato ellenico, prima con la sinistra di Tsipras, ora con la destra di Mitsotakis, pianificava da tempo per regolare i conti con un’opposizione non addomesticabile.
Il 6 agosto a Bologna la giunta di centro-sinistra ha sgomberato l’occupazione storica di XM24, 15 anni di vero laboratorio di autogestione, spazio aperto ad immigrati e abitanti del quartiere Bolognina, artisti e collettivi di ogni genere, fuori dal controllo di partiti e partitini sensibili alle legalizzazioni. La speculazione edilizia fonte di arricchimento per la borghesia emiliano-romagnola, non poteva tollerare che un’area della città sfuggisse al suo controllo e ai suoi appetiti. La resistenza tenace e creativa degli occupanti, e la grande solidarietà ricevuta ha costretto l’amministrazione comunale ad impegnarsi a concedere un altro spazio nel quartiere.
Proseguono invece gli sgomberi dei siti degradati occupati da migranti senza casa; il 29 agosto a Metaponto uno di questi, che fino a poco tempo fa dava rifugio a 500 persone, è stato chiuso dalle forze dell’ordine borghese e centinaia di persone sono state lasciate in mezzo alla strada.
Ma anche i movimenti di lotta tradizionali si trovano a dover affrontare una repressione sempre più agguerrita, incarognita dai decreti sicurezza varati dal governo Lega-5 Stelle (e rivendicati con orgoglio anche dopo la caduta del governo); in Val Susa a luglio, dopo le ultime iniziative NO TAV, sono stati emessi 28 fogli di via; molti sono stati bruciati il 10 agosto in pubblico e in segno di sfida. E anche a Niscemi, dopo la passeggiata notturna del 3 agosto di alcune decine di attivisti NO MUOS, affrontata con uno spiegamento di forze agguerrito ed aggressivo, sono arrivate alcune proposte di fogli di via e le prime denunce. E potremmo citare anche i Gilet Gialli in Francia, dopo mesi ancora in grado di impensierire l’establishment transalpino. I movimenti veramente offensivi, quelli non acquistabili e non conquistabili alle logiche del mercanteggiamento politico, rappresentano una minaccia per le classi dominanti, specie nel contesto disastrato in cui vivono milioni di persone per colpa delle politiche liberiste che negli ultimi decenni hanno mietuto vittime e coltivato rancori ancora, purtroppo, non del tutto emersi.
La paura è che possa riprodursi una situazione alla Hong Kong, dove la protesta massiccia della popolazione impegna il governo dal mese di giugno senza arretrare di un millimetro; e per quanto le motivazioni siano estremamente eterogenee, spesso conservatrici, la determinazione e le forme di lotta dimostrano un qualche cosa di incontrollabile e dalle potenzialità interessanti.
Come sempre, sono gli Stati, le borghesie, a mostrarci la via: più sgomberano, denunciano, arrestano, picchiano, più dimostrano che i loro avversari sono nel giusto. Siamo nel giusto.

Pippo Gurrieri

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GRECIA. Comunicato dell’Organizzazione Politica Anarchica contro la campagna repressiva dello Stato.

L’attacco di natura repressiva del 26 agosto, consistente nell’invasione da parte di un esercito di occupazione – composto dalle Unità Speciali Antiterrorismo e reparti di Polizia Antisommossa – e nello sgombero di 4 squat, l’arresto di 3 occupanti e la detenzione di 143 rifugiat* e immigrat*, che sono stati trasferiti dalle loro abitazioni, è stata la prima azione di un’operazione di guerra. Un’operazione già annunciata dai funzionari del governo, e che è stata preparata da parte dei piccoli “Goebbels” dei media, per mezzo di una individuzione sistematica dei propri obiettivi tra i membri del movimento anarchico e tra coloro che lottano.

Quest’operazione è avvenuta proprio a seguito del voto sulle leggi contro i sindacati, l’abolizione del diritto d’asilo nelle Università, l’inasprimento del razzismo istituzionale contro immigrat* e rifugiat*, i piani repressivi nei confronti degli squat ad Atene e Giannina. Dopo le elezioni del 7 luglio, il nuovo governo, seguendo le orme dell’amministrazione precedente, ha presentato la propria agenda per i prossimi anni e indicato quelli che sono i suoi principali nemici, i nemici di ogni governo: anarchiche ed anarchici; chi è in lotta; migranti e rifugiati; le lavoratrici e i lavoratori. Questa campagna di guerra contro chiunque prosegua la lotta è parte degli sforzi capillari dello stato greco, che hanno lo scopo di assoggettare la resistenza sociale e di classe e di farli sottostare a questa condizione.
Uno sforzo che si è sempre scontrato con il muro delle mobilitazioni dinamiche e di massa, di rivolte e lotte.

Il fallimento dello stato e del sistema capitalista, la continua riproduzione e il suo decadimento sempre più profondo, portano all’accentuazione delle esclusioni e alle innumerevoli violenze contro i poveri, al saccheggio e alla distruzione irreparabile della natura, alla morte delle persone martoriate ai confini, a una sopravvivenza fatta di stenti nelle moderne galee del lavoro.

Sia a livello internazionale che locale, la paura dei gruppi dominanti per lo scontento e la rabbia per queste condizioni, conduce al miglioramento della loro fortificazione legale e repressiva, alla feroce guerra ideologica che arriva per giunta a disumanizzare i loro avversari e coloro che irritano il regime. Dalla Grecia alla Francia, i lacchè autoritari si riferiscono a coloro che vengono presi di mira in quanto “feccia” e “spazzatura”, come preludio all’esercizio della violenza omicida.

Stanno tentando di diffondere il terrore, in quanto si ritrovano contro di loro migliaia di oppositori. Le immagini di poliziotti armati e l’invasione degli squadroni di polizia in Exarcheia e negli squat hanno molti destinatari, tutte e tutti coloro che stanno soffocando sotto questo regime di sfruttamento e sottomissione. Sono questi i gruppi e i soggetti a cui il movimento anarchico si rivolge e da cui trae la sua forza. Ciò che risulta critico al giorno d’oggi è la presenza massiccia e combattiva per le strade, il contrattacco contro le guardie dei pretoriani, la risposta collettiva del popolo in lotta e di chi subisce la repressione. Il risultato della battaglia contro questa campagna repressiva a lungo termine determinerà negli anni a venire l’equilibrio di potere tra lo stato e i padroni da una parte e i plebei dall’altra.

Usando la solidarietà come nostra arma, occorre lanciare il segnale di un contrattacco alla brutalità statale e capitalista, rivitalizzare la resistenza sociale e di classe. Stiamo chiamando i compagni anarchici, le e gli occupanti, chiunque lotti in tutto il mondo per organizzare mobilitazioni e azioni in solidarietà con il movimento anarchico e gli squat in Grecia. La solidarietà internazionalista potrebbe sollevare un’altra barricata ai piani dello stato e del capitale, e rafforzare la resistenza del popolo alla lotta in ogni angolo del mondo.

In quanto A.P.O., partecipiamo, supportiamo e chiamiamo alle mobilitazioni organizzate dalle assemblee degli squat anarchici, squat abitativi per rifugiat* e migrant*, strutture di movimento e dei collettivi politici “¡NO PASARAN!” ad Atene e alle manifestazioni del 31 agosto e del 14 settembre. Sosteniamo il Festival Libertario degli squat a Salonicco (dal 3 al 6 settembre) e facciamo appello anche alla manifestazione contro la Fiera Internazionale di Salonicco del 7 settembre e alla protesta che si terrà a Patra sabato 31 agosto, ad Esperos.

CONTRO LA REPRESSIONE DELLO STATO

NESSUNA RESA – NESSUNA TREGUA!

¡NO PASARAN!

CONTRO LA CAMPAGNA REPRESSIVA DELLO STATO

SOLIDARIETÀ AGLI SQUAT E ALLE STRUTTURE DIMOVIMENTO

 

MOBILITAZIONI DI SOLIDARIETÀ 

· SABATO, 31 AGOSTO, MANIFESTAZIONE, ORE 12:00, PIAZZA EXARCHEIA, ATENE

· SABATO, 31 AGOSTO, MANIFESTAZIONE, ORE 12:00, ESPEROS – PIAZZA GEORGE, PATRA

· 3-6 SETTEMBRE, FESTIVAL LIBERTARIO DI SQUAT E COLLETTIVI, SALONICCO

· SABATO, 7 SETTEMBRE, MANIFESTAZIONE, ORE 17:00, KAMARA, SALONICCO

· SABATO, 14 SETTEMBRE, MANIFESTAZIONE, ORE 12:00, PROPYLEA, ATENE

A.P.O. (Αναρχική Πολιτική Οργάνωση, Organizzazione Politica Anarchica) – FEDERAZIONE DI COLLETTIVI

28 agosto 2019

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SURRISCALDIAMO LE RIVOLTE

CATASTROFE AMBIENTALE. Una rottura è urgente

L’imminenza di una catastrofe climatica senza precedenti, ritenuta certa da un crescente (ancorché minoritario) numero di persone, corre il rischio di alimentare nuovi millenarismi da fine del mondo, con presumibili apparizioni, nel breve periodo, di salvatori e venditori di false medicine. A contrapporvisi non ci sono solo negazionisti e menefreghisti (la maggior parte), ma anche propugnatori di soluzioni anemiche quanto funzionali al perpetuarsi del dis-ordine corrente delle cose.
Se è un fatto che sia in atto un “cambiamento” climatico (ecco quel senso negativo di cambiamento che abbiamo imparato ad apprezzare nelle gesta dell’attuale compagine governativa italiota), meno chiaro è quanto incida in questo peggioramento l’influenza dell’attività umana, che poi sarebbe meglio definire come “modo di produzione capitalistico” per evitare un comodo genericismo tanto amato dai signori succhiasangue dell’umanità e del Pianeta Terra. Quanto incida, non se incida.
Una regia pericolosa fornisce una lettura dei fenomeni meteorologici in atto staccata dalla realtà, dalle cause, dalle responsabilità e quindi dalle possibilità, come anche dall’urgenza, di intervenire subito, mettendoci nella speranzosa attesa che gli esperti, la scienza, i politici trovino le soluzioni adeguate a impedire la catastrofe annunciata. Ma gli anni passano, e se ci si guarda attorno, non si vede proprio da dove dovrebbe cominciare la riduzione di quel CO2 che sta contribuendo al veloce riscaldamento del Pianeta. Tema alquanto immenso e pressoché sconosciuto nei suoi risvolti scientifici, all’interno del quale però qualcosa di concreto e molto legato alle nostre vite quotidiane, sussiste. Qualcosa che ha origini certe nello sviluppo industriale iniziato nell’800 e incrementatosi a ritmi irrefrenabili fino ad oggi, producendo un mondo di ingiustizie, di differenze sempre più larghe tra ricchissimi e poverissimi, di guerre, di furti di risorse di desertificazioni e fughe “bibliche”, di sacche estreme di invivibilità, di piani di aggiustamento di stampo liberista, di ricatti economici.
Se ci soffermiamo su ognuno di questi aspetti, tutti strettamente concatenati fra loro, possiamo vedere quanto l’assetto sociale vigente nella stragrande parte della Terra influisca sulle possibilità dell’umanità di poter vivere in maniera felice: in discussione c’è quindi la mancanza di libertà e di giustizia sociale, il modo con cui si produce a detrimento della possibilità della terra e dell’ambiente nel suo complesso di rigenerarsi.
Non può essere un Al Gore, quindi, a indicare una soluzione; ne la piccola Greta (e gli abili registi che ne hanno fatto un brand) a guidare una risposta globale; occorre invece concretizzare un percorso di risposte non addomesticabili alle logiche bastarde del sistema dello sfruttamento globalizzato. I signori che detengono il potere finanziario ed economico, e quindi anche quello politico, mediatico e militare, sono stati costretti a inserire la tematica ambientale nella loro agenda, ma continuano a perseguire la ricerca del profitto giorno per giorno, senza badare alle nefaste e letali conseguenze sulle persone e sull’ambiente, perché questa è e continuerà ad essere la filosofia di questa gente, cioè del capitalismo. Non a caso le sue conseguenze ricadono immediatamente sui popoli più poveri (quelli che non hanno la minimissima responsabilità), colpiscono in maniera forte le condizioni di vita delle classi oppresse, dimostrando di avere un carattere essenzialmente classista. Anche ammesso che si vada incontro ad un nuovo“diluvio universale” una cosa è certa: non saremo tutti sulla stessa barca! Anzi, probabilmente la minoranza ricca sarà sulle barche e tutto il resto si agiterà nelle acque senza salvagenti e gommoni cui aggrapparsi.
Ammettiamolo però: viviamo immersi in una fantapolitica quotidiana in cui soprav-viviamo: la favola del “tutto s’aggiusta”, della fede assoluta nella scienza che tutto risolve, e dell’impegno minimale, quello utile a lavarci la coscienza, che si manifesta nei piccoli gesti quotidiani: mangiare sano, consumare intelligente, differenziare i rifiuti, ecc.. Una favola che non intacca il metodo predatorio capitalistico, anzi lo alimenta con nuove illusioni che ci paralizzano e nuovi sbocchi di mercato.
Per ridurre di qualche mezzo grado il CO2 bisognerebbe bloccare tutto ciò che ruota attorno al fossile: giacimenti, miniere, centrali, mezzi di trasporto, industrie; ma si può pensare di bloccare tutto ciò senza uno stop definitivo al sistema capitalistico? Oppure dobbiamo lasciare che sia il sistema stesso a fingere di rigenerarsi con un nuovo grande inganno e a colpi di ricatti che riguardano abitudini e comodità di quella parte più ricca del Pianeta dove giustamente agogna di approdare l’altra parte più povera?
Il compito degli anarchici, degli ecologisti radicali, degli anticapitalismo coerenti, dei veri amici della vita, rimane quello di riuscire ad innescare anche nelle battaglie più modeste e negli obiettivi più immediati il germe di una visione più globale, combattendo l’attitudine di chi continuerà a crogiolarsi all’interno del proprio piccolo mondo, dimenticando o fingendo di dimenticare che invece il Mondo è uno, ed è malato, e che la cura risiede per gran parte nelle mani degli oppressi, ovunque essi risiedano.
Urgente è pertanto una rottura con tutto ciò che ha contribuito al disastro: capitalismo, industrialismo, ricerca del profitto, sfruttamento della natura e dell’ambiente, degli animali e degli esseri umani. Urgente una lotta senza quartiere con tutto quanto si richiama a questo sistema: stati, banche, governi, organismi economici e finanziari, e con tutto quanto contribuisce alla vita di questo sistema: eserciti e basi militari, partiti, chiese e religioni, strumenti di condizionamento di massa, scuole, organi di informazione tradizionali e moderni, ecc. Urgente una rottura con le idee portanti di questo sistema: autoritarismo, patriarcato, razzismo, mistificazione democratica, culto (e trappola) di una tecnologia sempre più ingestibile.
Gli Stati, il capitalismo, gli eserciti, lo sviluppo indiscriminato volto solo a produrre profitti per pochi privilegiati, e tutti i loro sacerdoti comunque camuffati e ovunque posizionati, hanno prodotto quella  che per molti popoli è già una catastrofe. Per avere ancora una chance, per poter desiderare un mondo migliore, bisogna immediatamente fare a meno di costoro, attivare nuovi processi organizzativi dal basso, egualitari e autogestiti, forme di autogoverno e nuovi modi di produrre rispettosi della terra, delle acque, dell’aria e sopratutto del futuro, di quelli a cui lasceremo ogni nostro piccolo angolo di questo Pianeta.
Il sogno di un Mondo libero dagli sfruttamenti, dalle oppressioni e dai parassiti sociali, e la rivoluzione necessaria a realizzarlo, potrà guidarci e potrà salvarci, ma dovremmo anche assumere lo spirito a cui Errico Malatesta nel lontano 1913 ci richiamava: “Oggi, domani e sempre, noi dobbiamo agire, pensare e comportarci come se la rivoluzione possa essere da un momento all’altro possibile. E’ l’unico modo per renderla possibile davvero”.

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Guerra vera e falsa pace

I venti di guerra spirano come non mai, e non potrebbe essere diversamente: la guerra è il miglior modo di far politica, un esercizio muscolare più utile delle parole, una macchina distruttiva molto amata dai mercati (fa alzare il pil, il prezzo del greggio, i profitti), e non si capisce come molti ancora continuino a sottovalutarne la sua centralità nelle relazioni internazionali e nei fatti quotidiani. La guerra è figlia degli Stati, è nel loro DNA, e nessuno potrà mai mutare il senso né dell’una né degli altri.
Le recenti scaramucce USA-Iran, con al centro il controllo delle rotte petrolifere, mantengono sempre sul filo del rasoio gli equilibri mondiali; nel baratro però ci sono tutti quei popoli che le guerre, quelle vere, le subiscono, nel silenzio complice delle società occidentali: come lo Yemen, schiacciato tra Arabia Saudita e paesi sunniti suoi alleati (i principali fornitori di petrolio dell’Occidente) e aree sciite (Iran, Siria, con supporto russo); come la Palestina perennemente sotto il giogo di uno Stato di Israele da sempre elemento destabilizzante nell’area; come la Siria del Nord liberata e autogovernata dai curdi e assediata dalla Turchia; come il Corno d’Africa e i suoi conflitti “invisibili”, come la Libia, terreno di un’altra guerra internazionale per procura, come i tanti conflitti sanguinari circondati dall’indifferenza, sparsi in giro per il Mondo. A cui vanno affiancati i tentativi dell’America di Trump di risolvere manu militari la questione venezuelana, la situazione del Dombass al confine tra Ucraina e Russia, il Kosovo, ecc.
Venti di guerra che macchiano la falsa pace tutta occidentale e perbenista, che fa recitare il luogo comune secondo cui questa Europa ci avrebbe regalato 60 anni di pace: si dovrebbe raccontarlo ai baschi e agli irlandesi, alle popolazioni della ex Yugoslavia; si dovrebbe soprattutto raccontare a tutti quei popoli che hanno dovuto subire, a casa loro, gli interventi degli eserciti europei o statunitensi, o russi, a tutte le ex colonie europee in Africa passate dal dominio militare a quello economico (sempre sotto tutela militare). E poi, su tutto, c’è la grande guerra del secolo: la guerra ai migranti, che da Nord a Sud, da Est a Ovest parla una sola voce: quella dei muri, delle carceri, dei respingimenti, delle morti lungo le linee di confine, nei mari e dentro i fiumi, e quella dello sfruttamento disumano di quelle “quote” necessarie al sistema occidentale per reggersi.
E non è un caso se le spese militari siano continuate a crescere (alla faccia della crisi economica), le basi a rafforzarsi, potenziarsi, ristrutturarsi, perché la macchina militare va sempre alimentata, è un mostro che dev’essere nutrito di continuo, e il suo cibo preferito sono i servizi ai cittadini, i salari e i redditi dei lavoratori, le possibilità di una vita migliore per tante persone. L’ipoteca militare si abbatte su tutta la società, e a questo dio si inchinano e sottomettono i politici d’ogni risma, a cominciare dai nostri pentastellati, dimostratisi servi del militarismo senza indugio alcuno (nuovi stanziamenti per oltre 7 miliardi, acquisto F-35, rifinanziamento delle 24 missioni militari, prossima missione in Siria al servizio degli USA, ecc.).
Il sistema militare italiano, NATO e USA in questi mesi sta subendo una profonda ristrutturazione vista la sua crescente centralità nello scacchiere internazionale; la costruzione, a Sigonella, di un nuovo grande sistema di comunicazioni/informazioni USA (ne scrive Mazzeo a pag. 6) ne è la riprova. Col MUOS, le basi esistenti, il potenziamento di Lampedusa, l’ ”hub of the Med” della Piana di Catania riveste un’importanza strategica fondamentale nelle guerre di questo secolo, nei piani americani di controllo/intromissione/direzione delle politiche statuali in molte aree del Pianeta, nelle guerre commerciali degli USA contro i principali rivali Cina e Russia. Gli USA si preparano anche a governare militarmente le conseguenze delle prossime catastrofi climatiche posizionandosi in maniera adeguata e preventiva nelle aree dei quattro continenti dove possiedono circa 5000 postazioni. Inoltre l’esercito statunitense rimane il più grande apparato istituzionale consumatore di idrocarburi al mondo; esso da solo consuma più carburante ed emette più gas di scarico della maggior parte degli stati di media grandezza. Come dire: non c’è bisogno di usare le armi per fare danno, basta esistere!
Da qui la nostra insistenza a non scorporare mai la questione militare da tutte le altre che interessano il mondo delle lotte sociali; le guerre vere e proprie, che esistono, sono tante, e continuano ad aumentare, le politiche di difesa, le produzioni di armamenti e il loro commercio, le costruzioni e il mantenimento di basi militari, rappresentano un obiettivo contro cui rivolgere il nostro interesse e le nostre battaglie in maniera sempre più efficace.

Pippo Gurrieri

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Sempre al servizio dei padroni

Governo. Giustizia e capitale sono incompatibili

L’altalena dei dati economici sulla situazione italiana in questi ultimi mesi è stata piuttosto movimentata, certo anche in vista delle elezioni europee di maggio. Premesso che orientarsi nella selva di dati e previsioni che frequentemente vengono resi noti dai più disparati istituti e istituzioni –Istat, Ocse, Commissione europea, Bce, Fmi, e via discorrendo- è piuttosto problematico e forse un esercizio poco utile, sta di fatto che a metà aprile circolavano previsioni sconfortanti che attestavano una recessione tecnica dell’economia italiana il cui Pil è diminuito dello 0,1% nel quarto trimestre 2018 e l’Ocse addirittura stimava un trend negativo per tutto il 2019 con una diminuzione dello 0,2%. Improvvisamente a fine aprile l’Istat rendeva noto che nel primo trimestre 2019 il Pil era cresciuto dello 0,2% e che quindi l’Italia è uscita dalla recessione. Il governo naturalmente si dichiarava soddisfatto di questo risultato. Ma il 22 maggio sempre l’Istat nella pubblicazione “Le prospettive per l’economia italiana nel 2019” gettava nuovo sconforto disegnando un quadro problematico per cui la crescita del Pil sarà solo dello 0,3%, sostenuta quasi esclusivamente dalla domanda interna, che però è diminuita rispetto al 2018, mentre ci sarà una decisa diminuzione degli investimenti. Giustamente, il ministro dell’Interno, vice premier e comandante in pectore Salvini va dichiarando che non è al governo per uno 0,2 o uno 0,3% in più o in meno. Se poi è veramente convinto di riportare agli antichi fasti l’economia italiana con la flat tax, con la finta riforma delle pensioni o il finto reddito di cittadinanza o cacciando tutti gli immigrati, questo fa parte del gioco politico; così come tutto questo profluvio di dati che più che certificare una situazione, che è comunque sotto gli occhi di tutti, sono più utili a mascherare scelte e politiche favorevoli alle classi dominanti sotto il peso della statistica e dei numeri.

Il fatto è che questa crisi prolungata, il cui superamento definitivo viene costantemente posticipato di mese in mese e di anno in anno, sta diventando il perfetto alibi per imporre politiche di austerità che “naturalmente” devono essere a carico dei ceti bassi e medi (con qualche non secondaria differenza tuttavia tra bassi e medi). Sebbene dopo più di un decennio non abbiano prodotto alcun apprezzabile risultato, i governi continuano a riproporre le oramai classiche ricette: taglio spesa pubblica, privatizzazioni, compressione salariale, contratti di lavoro precari, innalzamento età pensionabile, sostegno alle imprese con agevolazioni fiscali e sussidi. Il tutto accompagnato dal mantra della santa triade neoliberale competizione, innovazione e ricerca e come fossimo sempre all’anno zero di un esperimento. Ora se obiettivo fosse quello dell’equità e della piena e dignitosa occupazione è evidente che queste politiche si troverebbero di fronte ad un clamoroso fallimento -persistenza dell’instabilità, della precarietà e della povertà -; ma se obiettivo fosse ridimensionamento del ruolo della classe lavoratrice, ottimizzazione dei profitti, predominanza del capitale si tratterebbe invece di un successo altrettanto clamoroso.

Tuttavia, mentre in molti anche tra grandi istituzioni finanziarie lamentano (siamo democratici e civili suvvia nel 2019!) approfondimento delle disuguaglianze, instabilità economica ed emergere di sovranismi e populismi, quali potrebbero essere le alternative a questo sistema? Molti adesso invocano un nuovo protagonismo degli Stati, un nuovo keynesismo. Anche i grandi capitani coraggiosi della nostrana Confindustria, che teoricamente dovrebbero mostrare tutta la loro determinazione nel farsi valere in un contesto realmente competitivo e concorrenziale, si presentano con la faccia fessa del loro attuale capo che auspica un ruolo decisivo del governo. Ma un serio keynesismo dovrebbe prevedere in primo luogo consistenti aumenti salariali, la difesa del lavoro e dei lavoratori, una forte tassazione dei grandi patrimoni per una coerente distribuzione delle ricchezze che possa re-innescare e ri-orientare i consumi, anche tenendo conto delle emergenze ambientali, la redistribuzione e la riduzione delle ore di lavoro per un uso più “umano” delle potenzialità della tecnologia, il superamento dei due tabù intoccabili del neoliberismo: l’inflazione controllata e la spesa pubblica in deficit. Ma quali governi si assumerebbero oggi un simile programma in Italia, in Europa o altrove? Nessuno. Lo si è visto con la Grecia di Tsipras, lo si vede anche con la Spagna di Sànchez, nonostante qualche timido vagito socialdemocratico. Lo abbiamo sperimentato in Italia quando i “buoni propositi” espressi dai lega-stellati all’inizio della loro avventura di governo si sono infranti contro un fuoco di sbarramento che ha coinvolto istituzioni europee, potentati e benpensanti italiani e stranieri.
Eppure il keynesismo, la socialdemocrazia compatibile col capitalismo l’abbiamo già sperimentato e a conti fatti non ne è venuto fuori un mondo migliore se oggi ci ritroviamo in questa situazione o se un mondo migliore ne sarebbe potuto venir fuori il capitale ne ha impedito il compimento. Dunque la questione è sempre quella antica, classica, tradizionale: non è possibile realizzare una società equa, giusta, libera all’interno di un sistema che si fonda sui mercati concorrenziali (o presunti tali), sul profitto e sulla mercificazione del lavoro. In una parola giustizia e capitale sono incompatibili. Chiunque sostenga il contrario sa di mentire.

Angelo Barberi

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Dopo le elezioni

Dai risultati elettorali del 26 maggio esce fuori un’ Europa spostata a destra; anche se il fronte sovranista-fascista mantiene numeri limitati, i sui argomenti hanno ormai condizionato gli altri partiti e li hanno indotti a politiche sempre più destrorse per tentare di recuperare consensi.
In Italia il travaso di voti da 5 Stelle a Lega ha rafforzato il centro-destra e le sue politiche di sciacallaggio e attacco alle libertà sotto ogni aspetto, facendo prevedere, cadrà o meno l’attuale governo fasciostellato, una recrudescenza delle politiche razziste, omofobe, militariste, liberiste e nazionaliste. Il decreto sicurezza bis, ad esempio, che preannuncia multe salate per chi salva migranti in mare e li sbarca in Italia, maggiori poteri al Ministro dell’Interno, anni di carcere per chi utilizza petardi, bengala, fumogeni ecc. nei cortei e per chi distrugge cose mobili e immobili, potrebbe essere uno dei primi provvedimenti a essere scagliato contro chi disobbedisce e protesta.
Tuttavia cadremmo in errore se confondessimo lo spostamento a destra dei partiti e delle istituzioni, con un diffuso sentire di destra. E questo per alcune considerazioni che riteniamo imprescindibili:
Primo: ogni governo è sempre di destra, e di conseguenza i partiti governativi o aspiranti tali sono di destra, per il solo fatto di essere autoritari, statalisti, difensori di interessi parassitari, degli equilibri dello sfruttamento, dello status quo; a prescindere dal colore, sono sempre pronti a passare dal riformismo al totalitarismo e viceversa pur di mantenere il potere. La storia ci è maestra in tal senso, in ogni latitudine sia geografica che politico-ideologica.

Secondo: la massa delle persone recatasi a votare, specie in Italia, è andata calando e nel Sud e isole ha toccato livelli bassissimi; anche se l’astensione di milioni e milioni di individui non può essere considerata una mera contestazione di partiti e governi, essa è comunque una sottrazione di consenso e una protesta allo stato larvale, che può – cioè in potenza – diventare opposizione.

Noi anarchici siamo consapevoli che esiste una forte differenza tra socialdemocrazie e fascismi, ma sappiamo anche che questi sono sorti dalle degenerazioni delle prime o, comunque, dei regimi democratici, nel momento in cui le promesse riformiste di partiti e governi, si sono dimostrate false, tradendo le aspettative della popolazione. Ma la corruzione, la mafiosità, la prepotenza, il servilismo alle strategie della finanza internazionale, che avrebbero potuto e dovuto dare impulso a lotte sempre più dure in chiave antistatalista e anticapitalista, grazie alla natura traditrice e compromissoria dei partiti riformisti e democratici, sono diventati invece carburante per movimenti autoritari e per progetti fondati sulla discriminazione di classe, di sesso, di provenienza geografica, ecc., in una parola fascisti.
Per questo l’appello a votare contro Salvini lanciato da aree che di disastri sociali ne hanno compiuti abbastanza (e ancora non hanno finito), ha fatto abboccare poche persone, e, ci ha visti estranei e critici. Le idee e i propositi salviniani sono tutti scritti nelle politiche liberiste, razziste, xenofobe, filocapitaliste, dei partiti che lo osteggiano, i quali hanno contribuito a creare questo mostro che i 5 Stelle, infine, sono riusciti a portare al trionfo politico-elettorale. Gli oppositori a Salvini non erano credibili nemmeno al loro elettorato, figuriamoci a noi che abbiamo assaggiato i manganelli, le repressioni, le politiche affamatrici dei loro governi.
Detto questo, non stiamo certo a sottovalutare come il clima di reazione che va imponendosi costruisca da un lato luoghi comuni forcaioli e fascistoidi e dall’altro spinga sempre più fuori dalle fogne gruppi squadristici lanciati ad aggredire, stuprare, aizzare contro rom e migranti la gente delle periferie, provocare, diffondere la cultura dell’odio, forte della copertura e della complicità delle istituzioni. E questo, senza scadere nella pratica dello scontro per lo scontro, deve indurre a fare chiarezza nel fronte antifascista, tra chi ha tollerato democraticamente la sterzata a destra imposta dal pd e dai suoi governi alla società, ed oggi, animato da puro sentimento benpensante, si mostra indignato, e chi, invece, ritiene che lo squadrismo si combatte anche rispondendo colpo su colpo, contendendogli gli spazi che cerca di occupare, costruendo l’autodifesa dei movimenti di lotta. Anche. Perché la ripresa di un movimento di emancipazione vero e serio passa dalla diffusione di nuove consapevolezze sulla stretta connessione tra capitalismo-fascismo-sovranismo; tra militarismo e Stato; tra maschilismo-clericalismo-squadrismo; e non si combatte uno di questi fattori senza combattere tutti gli altri; senza, cioè, una dimensione libertaria e rivoluzionaria.

Pippo Gurrieri

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SPEZZIAMO I FILI

Sud/Nord. Il separatismo dei ricchi ladroni

Non è che ci sia bisogno dell’ISTAT per capire che nel Sud la disoccupazione è dilagante, quella giovanile è fuori controllo, quella delle donne da Ottocento; ognuno di noi è un’ISTAT più attendibile dell’originale per definire gli standard di vita, i livelli di spesa; ognuno di noi conosce il proprio Paniere quando va dal verduraio o al supermercato o a far rifornimento a un’auto di cui è schiavo perché i mezzi pubblici sono una chimera. Ognuno di noi conosce, perché li ha in famiglia, quanti giovani sono partiti per il Nord Italia o l’estero: fuga di cervelli la chiamano, come se gli emigrati che andavano a costruire autostrade e ferrovie o a scavare in miniera, o quelli che oggi portano pizze in bicicletta, ne fossero privi.
Se focalizziamo questa situazione in riferimento alla Sicilia, una delle regioni europee più depresse, possiamo solo constatare due fallimenti annunciati: quello della Questione Meridionale, che da Gramsci a tutti i meridionalisti di stampo liberalsocialista, cattolico o comunista, si fondava  sulla solidarietà sistemica che avrebbe dovuto, attraverso una distribuzione più equa delle risorse, riequilibrare le condizioni tra le regioni del Sud e le isole, e quelle del Nord; e quello dell’Autonomia Siciliana, cioè dello Statuto Speciale, che avrebbe dovuto favorire il rilancio economico-produttivo e sociale dell’isola a partire dalla concessione di ampi poteri e di risarcimenti con i quali sanare i danni subiti dall’annessione al Piemonte.
Perché questi due fallimenti? Perché l’interclassismo, la cultura industrialista, l’ideologia borghese e capitalista di cui erano impregnate le idee e le forze politiche meridionaliste, sono stati il primo ostacolo frapposto agli obiettivi di unificare finalmente il Paese cancellando le gravi differenze strutturali tra le diverse aree. Lo strumento inventato nel secondo dopoguerra fu quella Cassa per il Mezzogiorno rivelatosi una cassaforte la cui combinazione era nota solo alle grandi aziende settentrionali ed estere; lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, vera malattia di riformisti d’ogni colore e perfino della sinistra estremista e operaista, è stato così l’alibi con cui la borghesia “padana” ha drenato i fondi per il Sud impiantando capannoni, molti dei quali poi rimasti vuoti, mentre le fabbriche si sono via via ridimensionate e oggi appaiono come scheletri in quei cimiteri che ci ostiniamo ancora a chiamare “zone industriali”. Il fiume di capitali destinato al Sud non solo è finito al Nord, acuendo la differenza con il Sud, ma ha permesso di realizzare nel Meridione aree industriali altamente inquinanti, produzioni pericolose e a forte impatto sull’ambiente e sulle persone, discariche legali e illegali gestite dalle mafie, trasformando il Sud e la Sicilia nel proprio Terzo Mondo. Nel mentre una trasformazione antropologica e sociale stravolgeva assetti urbani e rurali, trasformava contadini e artigiani in operai, privando interi paesi e territori di attività fondamentali, danneggiando l’agricoltura, per poi terminare la sua corsa riducendo i nuovi operai in disoccupati o cassintegrati, elemosinieri o… emigrati.
La classe politica meridionale è stata a questo gioco, ha assolto al compito di gestire la politica sul territorio e fare gli interessi dei padroni del Nord in cambio di potere e privilegi. Con essa la mafia – le mafie – ha svolto un ruolo di primo piano, essenziale per il controllo del territorio, per i consensi più o meno estorti, per risolvere conflitti in maniera rapida e assicurare che le popolazioni del Sud non esplodessero in rivolte pericolose per l’ordine costituito. Grazie a questo il Sud oggi detiene molti record negativi, fra cui il primato di area più militarizzata, sulla quale sono focalizzati i progetti più importanti dell’imperialismo statunitense nel Bacino del Mediterraneo.
Un nord industriale e industrioso, dunque, che da alcuni decenni rivendica una propria autonomia da un Sud palla al piede, e trova nelle istituzioni e nei partiti un referente importante e interessato. Dal federalismo fiscale all’autonomia differenziata, questo progetto sta correndo veloce: non si tratta più solo di gestire per intero le proprie tasse, ovvero il surplus di entrate che in genere dovrebbe essere redistribuito nelle aree deboli del Paese, calcolato sulla differenza tra quanto lo Stato elargisce e quanto nelle regioni si versa, ma anche di esigere che importanti competenze oggi pertinenti allo Stato vengano spostate sulle regioni: ambiente, salute, trasporti, lavoro, istruzione, beni culturali, commercio con l’estero. E’ chiaro come il progetto tenda a rifondare un’Italia di regioni sovrane svuotando l’unità territoriale e accentuando il dislivello economico e sociale con le regioni più in difficoltà.

Diverse sono le chiavi di lettura che questo progetto ci offre:

  1. Intanto c’è una classe politica e delle èlites locali che premono perché possano riacquistare maggiori poteri sul territorio; per far ciò è necessario che ci sia più autonomia, più capacità di spesa, cioè la base di ogni consenso elettorale e non solo.
  2. L’Italia andrà a farsi fottere come entità, e molte regioni saranno in balìa del far west assistenziale e mafioso. Le mafie si caratterizzeranno sempre più non come Stato parallelo (ruolo rivestito sino ad oggi), ma come il Vero Stato.
  3. Ma poi perché il Nord è ricco? E’ una dote naturale, oppure è il frutto della depredazione iniziata nel 1860 e mai esauritasi? Se quindi la pretesa di un’autonomia differenziata si basa su un furto (come in genere avviene per qualsiasi forma di proprietà: Proudhon docet!), su un’usurpazione da cui si fonderebbe il diritto ad un percorso privilegiato verso il benessere, ne deriva che la richiesta di maggiore autonomia può ben definirsi il separatismo dei ricchi e dei ladri.
  4. Perché questo progetto possa attuarsi occorre che il Sud rimanga una dependance del Nord, un vasto territorio in cui scaricare nocività, vendere merci, postare basi militari, erigere frontiere e muri, e, alla bisogna, drenare altre risorse e manodopera. Anche andarci in vacanza come luogo esotico in cui “il tempo si è fermato”: la più sofisticata delle prese per il culo!
  5. Il diritto all’autonomia va riconosciuto a tutti; ma in questo caso l’equivoco di fondo è che non siamo di fronte a una richiesta di autonomia, ma di una differenziazione certificata e spinta, che costruisce e rafforza poteri locali a scapito di altri, che affossa.

Questa situazione, vista da Sud, ha suscitato allarmi e mobilitato forze politiche e sociali “contro il regionalismo dei ricchi”, attivando una serie di percorsi abbastanza eterogenei e caratterizzati da obiettivi e strategie differenti, coniugabili in vario modo: dall’indipendentismo al democratismo al vittimismo rivendicativio. Il fatto positivo è che qualcosa si sia mosso; lo sarà di più se questo qualcosa riuscirà a sfuggire alle mire politicantiste e ai progetti elaborati a tavolino e calati dall’alto sopra i movimenti, cosa, questa, che non si ottiene in automatico; per prima cosa bisogna esserne coscienti, fare un lavoro di approfondimento e lettura non superficiale dei passaggi politici in atto, e poi avere capacità e idee per disinnescare ogni minaccia.
In questo senso non possiamo non notare l’eccessivo sbilanciamento democratico-parlamentare dell’appello de “Il Sud conta!”, rivolto alle massime cariche dello Stato e a deputati e senatori perché blocchino la ratifica dell’accordo sull’autonomia differenziata. Un appello che si richiama costantemente alla Costituzione, e come tale ne subisce tutte le ambiguità e le contraddizioni. E le adesioni raccolte ne sono una prova: personaggi posizionati in tutti gli ambiti della politica e del sindacalismo nazionale, vi si trovano riuniti; e se questo può essere considerato un successo del trasversalismo, ne è certamente il limite più forte.
Al contrario, la proposta di costituire comitati e realtà territoriali che promuovano non solo la battaglia contro il progetto di autonomia dei ricchi ma anche percorsi rivendicazionistici e di riappropriazione del diritto del Sud a non essere la ruota di scorta dell’Italia del Nord, possono trovare nelle comunità quell’interesse e quello stimolo che rappresentino la molla per una rivolta meridionale in grado di ricostruire quell’equilibrio economico-sociale che borghesia e capitalisti, Stato e Mafia, hanno distrutto. Un movimento che parta dal basso può nascere e rafforzarsi; movimento che colleghi le tante situazioni di conflitto, che offra fili comuni, collegamenti, obiettivi unificanti per un cambiamento che investa e scavalchi le istituzioni, senza pretesa conquistarle o utilizzarle, come successo in passato, quando in quelle sabbie mobili sono sprofondate aspirazioni e velleità di cambiamento.

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