Verso Sud

Nella sola Sicilia ogni anno un paese di 50.000 abitanti si svuota e sparisce. Sono i 50.000 emigrati censiti ufficialmente che lasciano l’Isola verso il Nord in cerca di maggiori possibilità di lavoro e di realizzazione delle loro aspirazioni. Sono ragazzi, neodiplomati, che scelgono università del Nord, sono precari e disoccupati che non trovano sbocchi occupazionali nella loro terra. I giovani abbandonano le città e soprattutto i paesi, per tornare a varcare i sentieri dei loro padri e dei loro nonni. Molti non si sa se torneranno.
L’antico dilemma: servi, emigrati o ribelli torna a riproporsi, con la seconda opzione che si fa strada prepotentemente.
L’emigrazione è una sconfitta figlia di altre sconfitte; è spesso la prospettiva più ovvia dopo i fallimenti delle tante lotte che hanno animato i territori nel tentativo di spezzare le ipoteche che gravavano e gravano su di essi. La sconfitta delle lotte per il lavoro, naufragate nel disastro dell’industrializzazione forzata e devastante, nel clientelismo più umiliante, nella crisi delle campagne; la sconfitta dell’impegno antimafioso, scivolato sulla trappola della legalità; la sconfitta dei giovani, della loro cultura del cambiamento, affondata nelle sabbie mobili della modernità mercificante; la sconfitta delle speranze di un’esistenza civile in ambienti urbani a misura d’uomo ed efficienti. Le partenze non fanno altro che acuire queste sconfitte, allargare il gap tra piccoli e grandi centri, tra nord e sud. In più: indeboliscono le lotte, rendendole sempre più residuali e testimoniali; l’impoverimento politico, culturale e materiale che ne consegue, rappresenta il terreno adatto ove si conficca il chiodo della corruzione, dell’accanimento distruttivo, dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente; le capacità resistenziali vengono spezzate nella loro continuità, nell’incisività, nella possibilità di farsi opportunità di riscatto.
Nel mentre i progetti di militarizzazione acquisiscono sempre più forza; inquinanti ideologicamente e impattanti materialmente, rappresentano i poli del nuovo sottosviluppo, modelli incontrastati delle storiche strategie di occupazione dei territori e di trasformazione dell’Isola in una grande base militare al servizio delle guerre tecnologiche.
Partire dai territori, costruire barricate culturali e materiali contro i progetti del dominio capitalistico, organizzare le resistenze in maniera autogestita, orizzontale, è la sola prospettiva per chi rimane. Ma chi è che rimane? i servi e i ribelli; servi moltissimi, ribelli pochi.
Per questo è giusto che chi ha deciso di porre una parentesi nella propria vita – l’emigrazione – tra le due opzioni incompatibili, oggi cominci a riflettere sulla possibilità di pianificare, a breve, medio o anche lungo termine, il ritorno. E’ fondamentale che si cominci a pensare alla possibilità di desiderare una Sicilia, un Sud, non più schiavi delle infami leggi di mercato. Un ritorno per far rivivere i paesi e per rilanciare le battaglie per la giustizia sociale negata, calpestata, umiliata. Un ritorno per riprendere il posto di lotta, per la rivincita da tutti i fallimenti e le sconfitte, perché non si emigri più. Non è una scelta facile, non è mai facile rientrare in un baratro, rituffarsi nelle difficoltà, tornare a quel bivio lasciato quando si scelse la scorciatoia di una fuga diversamente nominata, definita e vissuta, ma che di fatto, è tale: una fuga. Basta rifletterci bene, interrogare la propria coscienza.
Non si tratta di sentimentalismo, di sicilitudine o sudditudine, non si tratta di abbandonarsi alla nostalgia verso la luce e i colori di una terra bellissima ma disgraziata perché colonizzata, schiavizzata anche culturalmente, corrotta dalla mafia e dalla politica, svenduta alle multinazionali e all’imperialismo americano. Si tratta, invece, di contribuire a costruire ciò che manca, negli ambiti sociali, culturali, economici; di rimboccarsi le maniche e gettare le basi per la liberazione, attraverso una cultura antagonista al potere in tutte le sue sfaccettature.

Il Sud ha bisogno di tutte le sue energie per risollevarsi, per trasformare i servi in ribelli, per cominciare a fare la sua rivoluzione, per percorrere la via alla sua indipendenza.

Pippo Gurrieri

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Il mercato è sovrano

Nello psicodramma, che tendeva un po’ alla comica finale, della formazione del nuovo governo dopo le elezioni del 4 marzo scorso i protagonisti sono potuti apparire di volta in volta come freddi calcolatori, ingenui idealisti o sprovveduti allo sbaraglio. In questi mesi si è assistito a continui ribaltamenti di situazioni che hanno raggiunto il loro apice nella settimana tra maggio e giugno con il primo incarico dato al professore Conte, la rinuncia, l’incarico a Cottarelli e infine la richiamata di Conte e il varo definitivo del governo Lega-Cinque stelle. Sul carattere moderato e neoautoritario di questo governo non ci sono molti dubbi. Lega e Cinque stelle in questi ultimi anni hanno saputo cogliere non solo gli umori, ma anche le reali esigenze di quanti soffrono le imposizioni delle politiche di austerità e la perdita dei diritti. Tuttavia la ricetta che propongono per sollevare le sorti di chi ha subito più di tutti lo stabilizzarsi della crisi è inadatta a segnare un vera rottura rispetto al recente passato. Come e con quali risultati il nuovo governo tenterà di dare delle risposte alla soluzione dei concreti problemi della disoccupazione, della precarietà, dell’incertezza come chiede, seppure confusamente, ambiguamente e contraddittoriamente, la stragrande maggioranza di coloro che sono andati a votare, si vedrà nei prossimi mesi. E si potranno misurare le velleità di un’impostazione politica che si regge su affermazioni di principio frutto di una lettura superficiale della realtà e anche le involuzioni securitarie che nascono da un’idea di società rigida, gerarchica, chiusa in sé.
Ma provando a dare una lettura di quanto è avvenuto in questi mesi e segnatamente nell’ultima fase della nascita del governo meritano una qualche riflessione il tentativo del presidente Mattarella di bloccarlo, con il veto posto sulla figura del professor Savona, e il messaggio che infine è stato veicolato dopo tutta la bagarre.
La decisione di Mattarella di far saltare il primo tentativo di quello che è adesso il presidente del Consiglio ha veramente strappato “il cielo di carta” della finzione della democrazia rappresentativa, per cui il “volgo disperso” – altro che popolo sovrano -, già vilipeso durante le parate elettoralistiche, è ridotto a finto strumento di legittimazione. Lo sottolineava nel momento più aspro dello scontro Di Maio quando sosteneva, ma più come una sorta di giaculatoria autoassolutoria ed autolegittimante, che le elezioni sono inutili tanto poi decidono i mercati e lo spread, mentre Salvini lo declinava secondo i suoi convincimenti, annunciando che sarebbe meglio passare ad una repubblica presidenziale, se così stanno le cose.
Certo subito dopo tutti si sono messi all’opera per ricucire lo strappo, per nascondere il buco, con molta ipocrisia e una buona dose di sudditanza. Ma è stato anche simpatico assistere a  paradossali, ma solo apparentemente, ribaltamenti di posizioni, per cui gli antidemocratici e autoritari –Salvini, Le Pen e compagnia– hanno fatto appello al rispetto delle regole democratiche e costituzionali; mentre i finti democratici –Pd, grandi media, ecc.– si sono inventati una Costituzione tutta loro, perché è noto, lo sanno anche gli studenti di diritto costituzionale perché sta scritto in tutti i manuali, che la nomina dei ministri da parte del Presidente della Repubblica è un atto formalmente presidenziale e sostanzialmente governativo, trattandosi di un atto politico. Ma la questione non è per niente formale. Il nodo del contendere si è giocato su tre aspetti fortemente ideologizzati: debito pubblico, risparmio, Europa. Si tratta di veri e propri tabù che non ammettono alcuna discussione. L’enormità del debito pubblico che va tenuto sotto controllo, la tutela dei risparmiatori e la fedeltà all’Unione europea sono aspetti imprescindibili di ogni politica di qualsiasi governo. Lega e Cinque stelle hanno avuto la furbizia di puntare il dito, sebbene ambiguamente, sui diktat europei, sullo strapotere dei mercati, che veramente sono all’origine della disastrata condizione in cui ci troviamo, e per questo hanno vinto le elezioni. Ma mettere in discussione questi pilastri delle politiche neoliberiste non è consentito e per questo era necessario mettere in chiaro questo punto, fare passare il messaggio che non si possono scardinare queste scelte, tanto più per via istituzionale. Ecco da dove è nata la pantomima a cui abbiamo assistito, che tuttavia è stata rivelatrice, per chi volesse vederlo, della profonda crisi della democrazia rappresentativa. Perché al contrario, in una vera democrazia, questa avrebbe potuto essere l’occasione di una discussione pubblica su debito, risparmio ed euro, che avrebbe anche potuto mettere in luce l’approccio strumentale su questi temi di Lega e Cinque stelle.
Infatti per chi volesse avere un’idea più precisa di cosa stiamo parlando quando parliamo di debito pubblico è utile vedere su youtube una video intervista a Marco Bersani, uno dei fondatori di Attac, dal significativo titolo: Perché non ti fanno ripagare il debito. Bersani dice: le cose che il creditore teme di più sono la morte del debitore e l’estinzione del debito. Il debito pubblico italiano  ammonta a circa 2.200 mila miliardi, di interessi sono già stati pagati 3.300 mila miliardi: continuare la catena del debito è essenziale per chi possiede i titoli del debito, ma soprattutto per proseguire nelle politiche di austerità che sono il fulcro dell’attuale sistema capitalistico.
Mattarella nel giustificare la sua presa di posizione contro l’ipotesi del cosiddetto governo giallo-verde si è appellato alla difesa del risparmiatore, lasciando intendere di voler tutelare i più deboli, anche di fronte alle brame delle grandi banche e degli speculatori. Da rappresentante di tutto il popolo italiano certo avrebbe fatto meglio a spiegare che i risparmiatori che detengono i titoli del debito pubblico sono rappresentati per il 6% da famiglie e per il 94% da banche, fondi d’investimento, e così via. Che si trattava comunque di un diversivo è venuto fuori nel prosieguo della crisi istituzionale, quando il “risparmio” è stato lasciato in pasto agli speculatori. Quanto poi all’Europa, non si comprende mai bene di cosa si stia parlando. Per renderla qualcosa di familiare e accettabile spesso si ricorre all’espressione Europa dei popoli. Ma l’Europa reale è un’istituzione conflittuale al suo interno, preposta alla difesa di mercati e capitali e anche quella mitica delle origini, immaginata dai vari Monnet, Adenauer, ecc, e additata come esempio da concretizzare, era concepita come un blocco politico in competizione per il potere e l’egemonia mondiali. Se il punto è la fratellanza dei popoli perché limitarsi alla sola Europa?
Ma alla fine di tutta la vicenda era necessario che passasse un preciso messaggio – che politici, istituzioni, media più o meno di regime hanno provveduto a far diventare verità – forse così sintetizzabile: tutti hanno voluto fare solo il bene degli italiani –da Mattarella a Cottarelli, da Di Maio a Salvini– e hanno dovuto constatare che gli interessi degli italiani coincidono con quelli dei mercati, perché solo assecondando i cosiddetti mercati si può evitare la bancarotta e non peggiorare la nostra già miserevole condizione.

Angelo Barberi

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Appello per la manifestazione NO MUOS di Ragusa del 19 maggio

Il Movimento NO MUOS prosegue la mobilitazione con la prima delle due manifestazioni dislocate nei territori, organizzate per rafforzare il percorso verso il campeggio dal 2 al 5 agosto e la manifestazione nazionale contro la base della Marina militare degli Stati Uniti.

Il recente pronunciamento del tribunale di Caltagirone, che ha assolto 4 dei 7 imputati del reato di abusivismo edilizio, non ha scalfito la nostra volontà di opposizione alla struttura militare satellitare americana. I venti di guerra che soffiano sempre più forti, e che vedono la Sicilia assumere un ruolo fondamentale nella campagna militare dell’imperialismo USA, grazie alle basi di Sigonella, Augusta e Niscemi, si vanno ad intrecciare con le politiche dello Stato italiano, improntate alla subalternità verso le scelte guerrafondaie degli “alleati” e a un’economia di guerra che sperpera 64 milioni di euro al giorno a scapito delle classi più deboli, del Meridione, dei servizi essenziali.
La lotta contro il MUOS oltre a contrastare le politiche di aggressione militare degli USA: è anche un impegno contro la distruzione del territorio e della sua popolazione mediante immissione di nocività in loco e bombardamenti altrove, contro l’arroganza con cui la democrazia borghese calpesta le sue stesse regole, soprattutto è una mobilitazione internazionalista condotta insieme a chi in ogni angolo del Mondo, combatte e resiste contro i regimi dittatoriali, gli imperialismi, i progetti distruttivi del capitale. Lottiamo per l’autodeterminazione dei popoli e per il diritto di tutte e di tutti a una vita libera fatta di uguaglianza con giustizia sociale.
Per questo il movimento NO MUOS nell’alzare le proprie bandiere sa di innalzare anche quelle dei movimenti NO TAV, NO TAP, NO Grandi Navi, NO Dal Molin e di ogni realtà grande e piccola che, in maniera autorganizzata mediante la pratica della democrazia partecipativa e dell’azione diretta, rivendichi il diritto delle popolazioni a decidere sul proprio destino.
Per tutte e tutti coloro che in questi anni, hanno ostacolato la costruzione del MUOS di Niscemi e altri progetti militari come Punta Izzo (Augusta), o la base di Sigonella, combattere il militarismo rappresenta l’impegno contro una strategia colonialista che assegna alla Sicilia un ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo, di frontiera armata contro i paesi che si affacciano su questo mare e trincea dalla quale respingere i migranti che fuggono dalle loro terre a causa delle guerre, delle carestie, della miseria provocata dalle medesime politiche imperialiste che hanno condannato la nostra isola a questo ruolo infame. La micidiale agenzia europea Frontex determina le politiche di respingimenti e di morte di donne, uomini e bambini armando la guardia costiera libica e criminalizzando le Ong delle navi umanitarie come Open Arms e Juventa.
Lottare contro il MUOS, per la smilitarizzazione della Sughereta di Niscemi, della Sicilia e del Mediterraneo significa costruire una società libera dallo sfruttamento patriarcale e dalla devastazione ambientale.
Le logiche capitalistiche che ci condannano alla disoccupazione e alla precarietà, che ci impongono una industrializzazione selvaggia e devastante, che fondano sui sistemi di potere mafiosi il mantenimento dell’ordine sociale, determinando emigrazione, razzismo, guerra fra poveri, sono le stesse che prevedono una Sicilia militarizzata a difesa dell’ordine imperialista degli interessi privatistici e delle Multinazionali.

No alle guerre, al capitalismo e all’imperialismo. Per la smilitarizzazione del Mediterraneo!
Invitiamo i movimenti e tutte le realtà in sintonia con questo appello ad aderire alla manifestazione di Ragusa del 19 maggio, alla successiva di Caltagirone del 30 giugno e al campeggio NO MUOS del 2/5 agosto con la manifestazione nazionale.

Concentramento il 19 maggio alle ore 15 in via Zama (stazione bus) a Ragusa.

Corteo per le vie cittadine; conclusione in piazza S. Giovanni con un’assemblea popolare.

Movimento NO MUOS

info e adesioni: comunica@nomuos.info

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Primo Maggio Anarchico a Ragusa

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Pozzallo – Afrin

Guerra. Qualcosa che ci riguarda

Due città distanti quasi 2000 km in linea d’aria, eppure mai così vicine. Ad avvicinarle è qualcosa che a noi apparre lontana e asettica: la guerra. Una la vede sbarcare ogni giorno, l’altra la subisce ogni giorno.
Pozzallo, città del Sud Est siciliano, da diversi anni è uno degli approdi dei parìa del continente africano e del Medio Oriente, spinti verso un occidete politico più che geografico, da guerre, carestie, regimi dittatoriali, fame, assenza di futuro; transitati nei deserti, venduti dai clan di criminali, traditi dalle democrazie, imprigionati nel luogi di contenzione in Libia, violentati, stuprati, stipati nei barconi dove in tanti muoiono annegati nel Mediterraneo. A Pozzallo la guerra è negli sguardi, nei corpi, nelle figure di migliaia persone che sbarcano, dopo essere stati salvati dalle navi delle ONG o delle Marine militari.
Afrin, città del Nord della Siria a prevalente popolazione curda, parte integrante della Federazione Democratica della Siria del Nord, è stata sottoposta ad un violentissimo attacco da parte dell’esercito turco, che ha armato (con bombe ed armi di fabbricazione occidentale e NATO) le forze jihadiste, oggi raggruppate nel fantomatico Libero Esercito Siriano, e l’ha occupata, causano centinaia di vittime, specie fra civili, e decine di migliaia di sfollati, per adesso diretti verso i territori siriani limitrofi o nel Rojava. Gli jihadisti si sono distinti nei saccheggi della città. Il dittatore Erdogan ha deciso di porre fine al’autodeterminazione di quest’ultima regione, e con il complice silenzio dei paesi NATO e della Russia (che, abbandonando Afrin ha nei fatti dato il beneplacito alla Turchia), si appresta ad attaccare la regione della Siria del Nord dove si va sperimentando il Confederalismo democratico, considerato una vera minaccia al progetto neo ottomano del dittatore, che prevede di cancellare la questione curda con la violenza e il genocidio.

Che tipo di problemi ci pongono queste due situazioni?
Entrambe la questione della solidarietà. Ma che tipo di solidarietà? Quella fatta di belle e commoventi parole? Quella impregnata di buonismo? Quella buona per tutte le stagioni e i contesti? Quella che aiuta a lavare la cattiva coscienza?
Quale significato può assumere il termine solidarietà di fronte ai drammi che stiamo descrivendo?
E soprattutto quali azioni possono scaturire da un sentimento di solidarietà autentico?
Mentre scriviamo queste righe una nave dell’ONG spagnola ProActiva, la Open Arms, è sotto sequestro nel Porto di Pozzallo per aver salvato sul canale di Sicilia 218 migranti, ed essersi rifiutata di consegnarli alla guardia costiera libica; l’equipaggio è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Tutti sappiamo cosa accade nei centri di detenzione per migranti in Libia: stupri, torture, compravendita di esseri umani, il tutto con il contributo finanziario dell’Italia e degli altri paesi UE, fieri di un accordo che dovrebbe impedire l’afflusso di migranti nelle coste della fortezza Europa. Tutti sono al corrente delle condizioni proibitive in cui vivono i disgraziati che finiscono il loro viaggio in un lager in Libia, eppure chi ha salvato quei migranti dal rischio di morte nel mare o dalle grinfie di un regime completamente inaffidabile, è oggi indagato come qualsiasi organizzazione mafiosa. Essere solidali, in questo caso, è denunciare lo stato delle cose, ma anche intraprendere azioni di ogni tipo contro le politiche discriminatorie dell’Unione Europea, che militarizza le nostre coste e detiene i migranti in centri dai nomi infami: centri di internamento ed espulsione, centro di accoglienza per richiedenti asilo, carceri a volte a cielo aperto, dove gente rea solo di voler raggiungere l’Europa, o di essere sfuggita a sicura morte per guerra, epidemie, denutrizione, malattie, viene bloccata con la forza, e in gran parte – se ritenuta semplicemente immigrata e non “profuga” – rimpatriata, cioè ricacciata nell’inferno da cui fuggiva. Solidarietà vuol dire agire per la chiusura di questi centro, appoggiare la lotta dei migranti stessi che, come successo ancora di recente a Lampedusa, gli danno fuoco per renderli inagibili.
Combattere il sistema affaristico che si ingrassa sulla pelle dei migranti: altro che “ci tolgono il lavoro”; andate a vedere quanti posti di lavoro hanno creato i migranti, e quanta gente si è arricchita, sia legalmente che illegalmente (ultimo caso a Ragusa: la coop. Il Dono, legata alla Curia, indagata per appropriazione da parte dei suoi vertici di oltre 1 milione e mezzo di euro sottratto all’accoglienza).

Mentre scriviamo, la situazione attorno ad Afrin si è fatta tragica, e Kobane è il nuovo obiettivo dell’esercito turco; sono già in atto importanti mobilitazioni a livello nazionale e internazionale; ma questo può essere insufficiente; rifornire le milizie curde di tutto l’occorrente per poter affrontare una nuova tenace resistenza e passare al contrattacco per liberare Afrin e ampliare il progetto di confederalismo democratico, è oggi urgente; individuare gli interessi turchi nel nostro territorio e colpirli; appoggiare le reti di miliziani internazionali che combattono sul territorio a fianco delle miliziane e dei miliziani curdi, ezidi, arabi, armeni, ecc. . E cercare di esportare la lotta al di fuori della regione, per far si che si prenda atto dei gravi accadimenti in atto e della posta in gioco. La guerra in Siria non è mai terminata, anzi, l’apertura di nuovi fronti e l’entrata in gioco diretto di nuovi soggetti comelo Stato turco, accanti agli imperialismi già presenti, lasciano presagire una recrudescenza che potrà rappresentare la scintilla per (non tanto) futuri scenari bellici internazionali, nei quali il Mediterraneo, e quindi la Sicilia, svolgeranno un ruolo fondamentale.
Pozzallo e Afrin, la guerra e le sue vittime, i complici e noi. Noi abbiamo il dovere morale e politico di praticare la solidarietà internazionalista, la lotta per la smilitarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo, senza Guardare in faccia gli avversari: oggi chi si gira dall’altra parte, chi finge sensibilità per carpire consensi, chi aderisce e vota partiti che hanno siglato accordi infami con la Libia o la Turchia, o leggi razzieste e discriminatorie, ha le mani sporche di sangue: il sangue dei migranti morti nel “nostro mare”, il sangue delle popolazioni della Siria del Nord, e di tutte le guerre che gli Stati e il capitalismo conducono per assicurare profitti a pochi clan di miliardari e magnati.
Per citare il nostro vignettista/disegnatore Guglielmo Manenti, in un mondo alla rovescia la solidarietà è un reato; per citare Giordano Bruno: bisogna rovesciare il mondo rovesciato.

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I giovani e i vecchi

Niscemi 31 marzo: è stata la festa dei giovani, e non solo per il numero, ma per l’energia e la gioia che la loro presenza ha portato ad una manifestazione e ad un movimento che si è fatto e si fa volentieri contaminare.

Dopo 10 anni di impegno, di cui gli ultimi sei caratterizzati dal lungo scontro tra popolazione e attivisti contro governo italiano e marina militare USA, scontro che attraversa anche le aule dei tribunali, sia per la repressione massiccia contro chi si è opposto al MUOS che per l’incriminazione di funzionari pubblici e responsabili delle imprese appaltatrici per la costruzione dell’impianto in maniera abusiva in zona di interesse comunitario, oggi il movimento sembra stia attraversando una positiva trasformazione, con l’irruzione sulla scena di nuove forze giovanili.

Non si vuole in questa sede fare un’operazione di retorica, con un’esaltazione acritica e agiografica dei giovani; che questa sia una fase della vita che riguarda tutti, anche chi oggi giovane non lo è più; che i giovani di oggi saranno presto gli adulti di domani; o che l’essere giovani non vuol dire per forza avere un’indole ribelle e coltivare sogni che non siano quelli indotti dal consumismo, dall’arrivismo e dalla cultura dominante, è un dato di fatto oggettivo. Ma nell’economia del nostro discorso, si tratta invece di prendere in considerazione un elemento fondamentale: al netto di emigrazioni e partenze per studio, che rappresentano la piaga che il sottosviluppo coloniale del sud continua a scavare; e al netto di abbandoni della lotta che comunque ci saranno nel prossimo futuro, l’auspicato ricambio generazionale nel movimento è ormai in atto, sia in quel di Niscemi che in altre località come Catania e Palermo e in diversi centri minori.

I mille del 31 marzo che hanno percorso le strade di Niscemi gridando, cantando, ballando, sono il segno tangibile di una ripresa che fa ben sperare sia per le prossime scadenze (Ragusa il 19 maggio, Caltagirone 30 giugno e poi il campeggio del 2-5 agosto con il corteo attorno alla base), ma soprattutto per un rilancio della conflittualità e una ritrovata capacità di incidere sul territorio.

Con realismo occorre tuttavia puntare l’attenzione sulle insidie che questo movimento, punto di incrocio tra la struttura militante degli ultimi anni e le nuove realtà giovanili, può incontrare lungo la sua strada, per cercare di prevenirle ed affrontarle con consapevolezza. Si va da una possibile influenza negativa di quella parte di vecchia guardia che sta vivendo con sofferenza questa nuova fase, standosene ai margini; ma anche di una disgraziata e poco auspicabile irruzione e intromissione delle logiche gruppettare e mini-partitiche nel movimento, che storicamente hanno sempre avuto un effetto paralizzante, e che i comitati nel 2012, stipulando la Carta d’Intenti, cercarono di mettere a fuoco e rintuzzare. La terza, ma non per importanza, è la solita via della deterrenza repressiva, quella del “colpiscine uno per educarne cento” che a Niscemi ha avuto già effetti deleteri su larghe fasce di attivismo, e che non disdegna i messaggi subdoli alle famiglie (specie dei più giovani) e il terrorismo psicologico spalmato su un ambiente sociale purtroppo largamente arretrato, nonostante questa lotta abbia sollecitato e stimolato importanti prese di coscienza.

Non dimentichiamo la scena del corteo a Largo Mascione, con il vecchio compagno del paese che si rivolgeva ai suoi paesani, ricordandogli la riconoscenza che Niscemi deve avere con tutti questi “forestieri” che continuano a venire e a lottare contro il MUOS, e le condizioni in cui ogni famiglia vive, con le malattie provocate dalle antenne e dal petrolchimico di Gela, con i problemi di un’economia disastrata, con i servizi, a cominciare dall’acqua, a livello di Terzo Mondo. I vecchi e i giovani: non è un romanzo di Pirandello, è la storia di un sogno di liberazione che continua, e che non si lascia intimorire da sentenze assolutorie come quella di Caltagirone del 5 aprile sull’abusivismo del MUOS.

Pippo Gurrieri

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STATOLADRIA

Corruzione. Il potere fa l’uomo ladro


Parlare di corruzione su un giornale anarchico potrebbe sembrare superfluo: la corruzione è infatti strettamente connessa all’esercizio del potere, quindi se il problema sta là, nel potere, la soluzione non può che essere l’abolizione del potere. Ma Sicilia libertaria è un giornale rivolto prevalentemente ad un pubblico non anarchico, con cui ci piace dialogare e approfondire le cose. Così preferiamo non dare per scontato quello che per noi scontato è.
Tanti, tantissimi, in questi giorni, hanno provato l’ebrezza di provare a sostituire i governanti tradizionali con altri nuovi, puliti, espressione autentica del popolo, addirittura rivoluzionari. Ne scriviamo in altre parti del giornale, quindi, tralasceremo di commentare l’esito elettorale in questo articolo; però ci pare degno di interesse constatare come, da parte di soggetti e realtà organizzate che si definiscono antagonisti e anticapitalisti, e fanno parte delle varie scuole della sinistra, si riproponga l’ennesima illusione (che per essi non è tale, ovviamente) che basti cambiare i vertici dello Stato o del Governo, basti prendere il potere, e le cose cambieranno in meglio.
Scriveva Carlo Cafiero oltre un secolo fa: “Il potere ubriaca, ed i migliori, investiti di autorità, diventano pessimi”. Sono parole semplici, ma estremamente sagge, e collimanti con gran parte delle culture popolari che da sempre sostengono le stesse cose. Nel Sud Italia un proverbio sostiene che “U cumannari è megghiu du futtiri”, e chissà perché comandare dovrebbe essere meglio del fottere, se non per quei privilegi, quelle godurie materiali ma anche spirituali, che l’esercizio del comando permette? Tanto è vero che stiamo ancora aspettando un potere che non solo a parole o nelle carte costituzionali, faccia davvero gli interessi del popolo, ovvero della massa dei subalterni che rappresentano la maggioranza del popolo. E difficilmente diventeremo ”così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”, per citare un compagno che ci manca tanto.
Tornando alla corruzione, pertanto, essa è l’arte dell’essere “pessimi” di cui parlava Cafiero; mentre per un altro anarchico, Alexandre Berkman: “L’autorità corrompe chi la possiede e degrada chi ne è vittima”.
Può sembrar strano, ma stiamo ripercorrendo sentieri dialettici che nel 1871 e seguenti animarono il dibattito in seno all’Internazionale e portarono alla separazione/rottura tra l’anima marxista e quella antiautoritaria; quest’ultima sosteneva a spron battuto che il potere corrompe, e come fosse errato non prendere in considerazione gli aspetti psicologici, oltre che morali e poi materiali, connessi alla gestione del potere, dichiarando che lo scopo primario del proletariato dovesse essere non la conquista bensì l’abolizione del potere politico.
Le cronache quotidiane sono uno sgranare continuo del rosario dei cosiddetti scandali, in cui esponenti della politica, della pubblica amministrazione, del mondo finanziario, della chiesa, delle forze armate, ecc., sono coinvolti in fatti corruttivi, generalmente ruotanti attorno a arricchimenti illeciti, controllo di appalti, avanzamenti di carriera, favoreggiamento, e così via; fatti in cui spesso compaiono come attori comprimari la mafia o una delle tante organizzazioni criminali di cui è ricco il nostro paese. Nel 1991 crollarono il vecchio sistema dei partiti e quella che fu definita “prima Repubblica” in seguito alla scoperta della vastissima rete di corruzione, ruberie, malaffare in cui tutti i partiti erano coinvolti. Da allora sono cambiati i nomi di quasi tutti i partiti, sono cambiate le modalità di formazione della classe dirigente, una volta scomparse le vecchie scuole socialista, comunista e democristiana, ma la corruzione non solo non è diminuita, ma si è dimostrata per quello che è: un fattore endemico del sistema. I moralisti che provarono a rimpiazzare la vecchia classe politica – fra tutti pensiamo a un Di Pietro e la sua Italia dei Valori, e a un Bossi e la sua Lega Nord – sono inciampati in scandali che li videro diretti protagonisti di ruberie, distrazione di somme pubbliche, arricchimento illecito.
Nel 1988, prima di “mani pulite”, uscì un libro di Franco Cazzola, intitolato “Della corruzione”, in cui l’autore si sforzava di denunciare come si trattasse di un fenomeno patologico del sistema politico. A pag. 15 scriveva: “Sappiamo tutti che la corruzione c’è sempre stata, ha fatto la sua parte in ogni sistema sociale e politico; sappiamo che ciò che spinge a corrompere e a farsi corrompere è un insieme di passioni e interessi individuali o di gruppo quali la ricerca del guadagno, il desiderio del potere, la ricerca di uno status superiore nelle diverse gerarchie; e che tutto questo è in gran parte insito nella natura umana”.
Certo che questo ombrello della “natura umana” ne ha salvati di discorsi: la delinquenza, la violenza, l’invidia, il possesso, la proprietà, e quindi non poteva mancare la corruzione. Si tratterebbe di una sorta di condanna, che si va a trasformare in assoluzione per chi si lascia trasportare dalla propria natura.
Il fatto è che l’occasione (il potere) fa l’uomo ladro, ed è proprio l’occasione quella che va rimossa; bisogna diffondere e fare emergere il senso del collettivo, degli interessi comuni, della solidarietà, connessi con la possibilità (che va conquistata) di poter decidere tutti, dal basso, in organismi assembleari piccoli, federati tra loro, con compiti affidati a rotazione, con distribuzione delle competenze e dei ruoli, per eliminare le cause della corruzione. Ma “collettivo”, “interessi comuni”, vanno contestualizzati: non stiamo parlando “di tutti”, ma di chi è escluso, di chi vive nelle parti basse della piramide sociale e sopporta il peso dello sfruttamento, dell’oppressione, delle angherie, della corruzione. Utopia? Si certo. Anche sognare è un lusso che ci è sempre più negato, per farci adagiare sullo squallore di una quotidianità ingrigita.
Si può essere corrotti e corruttori; i secondi hanno bisogno dei primi, che da vittime possono trasformarsi in complici. Un piccolo favore fatto da un grande boss della politica o della criminalità, ti lega per sempre al sistema. Non esistono piccole e grandi corruzioni: l’una è sempre funzionale all’altra. Si comincia quasi sempre col poco. E’ inutile fare distinzioni, perché se cambiano le quantità, non muta la sostanza: è solo questione di tempo…
Il moralismo, la legalità, sono delle trappole: le leggi e le regole sono fatte per proteggere le ricchezze e le grandi proprietà; la legge non è “uguale per tutti”. Spesso c’è una corruzione legale o morale, fatta di applicazione di norme, leggi, regole vessatorie che assicurano lo stesso risultato a classi di privilegiati: ricchezza e potere, a danno, come sempre, della maggioranza. E allora si torna all’inizio del discorso: il problema sta nel potere.

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Voto, cambiamento, prospettive.

La vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche denota un voto di protesta sensibile alle sirene populiste, forse post-ideologico, ma che proviene sicuramente una richiesta di cambiamento. Dall’altro lato c’è un rafforzamento della Lega, che assorbe voti di Forza Italia e fascisti, e frena quelli delle frange più estreme interne od esterne alla coalizione.
Si può parlare di uno spostamento a destra in una situazione in cui da anni il liberismo ha cancellato buona parte dei diritti sociali, dalle pensioni alle norme sul lavoro, ridotto i servizi, dalla sanità alla scuola ai trasporti, rapinato i redditi più deboli in favore delle minoranze ricche, adottato politiche securitarie e sostanzialmente razziste in materia di immigrazione? Il PD, che ha assicurato queste politiche di destra, ora ne paga lo scotto poiché da questo partito gli elettori si attendevano “qualche parola di sinistra”.
Il fallimento della lista della sinistra in doppio petto di Liberi e Uguali ci indica come all’interno della macchina elettorale le posizioni che si richiamano al socialismo non trovano più sponda. L’astensionismo ha ulteriormente accresciuto la sua quota attestandosi sul 27% (37% in Sicilia), segno che, nonostante tutto, i tentativi di intercettarlo da parte sia dei 5 Stelle che del centro destra che, soprattutto da parte dei gruppi della cosiddetta sinistra antagonista (tutti assieme rastrellano l’1,5%), sono miseramente falliti.
Al momento in cui scriviamo le prospettive di formare un governo sono abbastanza nebulose; se non si attua una qualche ammucchiata difficilmente ci sarà un nuovo governo e si dovrà tornare a votare. E’ anche vero che, viste le dichiarazioni di responsabilità che in questi momenti tutti si affrettano a fare, l’ammucchiata PD-centro destra, o 5 Stelle-PD, o Lega-5 Stelle, o un governo di minoranza con appoggio esterno, potrà alla fine prevalere, con il pretesto della stabilità, o magari con lo scopo di modificare la legge elettorale.
Le due formazioni uscite comunque vincenti (5 Stelle e Lega) hanno adottato le posizioni più vicine alla pancia degli elettori, pur continuando a rassicurare banchieri e capitalisti sulla loro serietà e responsabilità. In materia di reddito di cittadinanza, di abolizione della legge Fornero, di lavoro, di tasse, si sono sbilanciati alquanto rincorrendo l’elettorato; i primi giocando sul fatto di essere ancora vergini di esperienza governativa; i secondi accentuando i toni canaglieschi e xenofobi facendo leva  sulle difficoltà della gente in questi anni della crisi economica. Ciò però ci indica che, al di là dei risultati, la società mantiene una forte esigenza di riscatto, che emerge dalla crescente astensione e dai voti espressi, ma che questa esigenza non è raccolta dai partiti storici della sinistra, oramai in pieno naufragio. Nemmeno le forze che si muovono sul piano extraparlamentare ed extraistituzionale, tuttavia, riescono a offrire una prospettiva adeguata, se non in misura settoriale e localistica, e questo pone più di un interrogativo sulle strategie adottate, sulla capacità di tessitura sul territorio, sulla messa in pratica di percorsi di reale unità d’azione.
Lo abbiamo scritto in uno degli articoli sulla vicenda elettorale di Potere al Popolo: probabilmente il maggior disagio provato da questi settori è stato, nel tempo, quello di sentire che i propri sforzi nelle lotte quotidiane cozzassero con la difficoltà di potere incidere sulla società nel suo insieme; l’abbiamo definita una questione legittima e che sentiamo tutti come pregnante. Le soluzioni adottate per cercare di dare una risposta, però, ci sono sembrate inadeguate e fuorvianti. Con la voglia di cambiamento espressa dal voto; con l’enorme sfiducia che quasi un terzo della popolazione che non vota, esprime, c’è sicuramente molto spazio per agire dal basso, a partire da un collegamento di tutte le iniziative e le realtà sociali, unica via per dotarsi di prospettive autentiche di cambiamento.

Pippo Gurrieri

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La Trappola

Elezioni: Se servissero a cambiare sarebbero vietate

Nel 50° anniversario del “mitico” ’68, in quest’anno di rievocazioni, celebrazioni e autocelebrazioni, pochi si soffermeranno su uno degli slogans che caratterizzarono il maggio francese e da Parigi si espansero in tutto il mondo: Elections: pièges à con, che si traduce in: Elezioni, trappola per fessi. Certamente non si doveva aspettare il ’68 per definire una trappola le elezioni, il dibattito sulla democrazia rappresentativa e l’astensionismo elettorale essendo nato praticamente con il primo appuntamento elettorale della storia. Ma sicuramente il ’68, tra le tante belle cose evidenziate, (dall’Immaginazione al potere al Vietato vietare), ha sviluppato una critica al sistema parlamentare chiara e senza esitazione alcuna. Da quel movimento proviene infatti il rilancio di una frase che non lascia dubbi: Se le elezioni servissero a qualcosa le avrebbero già proibite. La disse per prima l’anarchica Emma Goldman nel dibattito sul voto alle donne.

Il 4 marzo si voterà in Italia per eleggere il nuovo Senato e la nuova Camera e quindi il nuovo governo. Molti elettori sono ormai degli ex elettori, avendo rifiutato in massa di sottoporsi alla tosatura periodica; molto si è detto sulle motivazioni di questo rifiuto, e noi stessi, astensionisti per principio prima ancora che per tattica, abbiamo sempre specificato come la sola astensione non basti, e che la delega al potere e al sistema oramai passi attraverso tanti altri canali, e non viene meno se una metà dell’elettorato diserta le urne. Ma abbiamo anche scritto che non concedere il proprio consenso ai partiti il giorno delle elezioni rappresenta comunque un dato di fatto importante, una presa di distanza e un rifiuto del meccanismo truffaldino del voto, anche se tutto ciò si svolge nel silenzio di una scelta individuale e nella passività generale indotta da anni e anni di delega delle soluzioni dei propri problemi ad altri: politici, poliziotti, preti, padroni, boss e così via.

E che l’astensione rappresenti un fattore che mette in discussione la macchina del consenso ce lo dimostra l’enfasi con cui da tutte le parti si cerchi di presentarla come una minaccia alla democrazia; dal Presidente della Repubblica alla Conferenza Episcopale Italiana, dal Movimento 5 Stelle, che si vanta di averla arginata, ai gruppi politici più forti e anche quelli più scalcagnati, tutti enfatizzano il rischio astensione e si buttano a caccia del voto di chi non vota, un bacino enorme di persone, oramai prossimo al 50% degli aventi diritto. Governare con poco consenso, al di là delle formule matematiche falsificate per cui si calcolano le percentuali dei voti sul numero dei votanti, o che il nuovo presidente sarà sempre “il presidente di tutti gli italiani”, è come stare seduto su una sedia traballante, con la paura che le sue gambe possano spezzarsi da un momento all’altro.

Una analisi un pochino decente sul sistema rappresentativo ci mostra come sono sempre sparute minoranze a governare, e, anche nelle fila dell’opposizione, il concetto di rappresentanza non può essere disgiunto dal meccanismo che rende autonomo dai suoi elettori ogni eletto, gli concede la facoltà di cambiare casacca politica, gli concede l’immunità e non permette a chi lo ha delegato di ritirare la sua delega in caso di dissenso dal suo comportamento, se non alle successive elezioni.

Tutto questa argomentazione, che, ripetiamo, è stata oggetto di animati dibattiti sin dall’Ottocento, oggi va inserita nel quadro della realtà globalizzata e finanziarizzata, in cui un sistema capitalista sempre più presente e condizionante nella sfera sociale e individuale, ma nello stesso tempo dalla testa difficilmente individuabile, di fatto determina le scelte dei governi, meri esecutori di ordini. Tutto ciò riduce la ritualità del voto a qualcosa di estremamente inutile, se non a mantenere in piedi una farsa di democrazia in cui la rappresentanza da tempo non esiste, ma vi sono solo organi di gestione delle regole e delle decisioni che il sistema impone; il governo, i ministeri, le camere, sono solo questo. E gli eletti, i deputati e senatori, a loro volta svolgono il ruolo di procacciatori di consenso spicciolo attraverso la coltivazione di interessi particolari, sfruttando residuali margini di manovra necessari a far funzionare la macchina della delega e del consenso e ad assicurare quote di privilegio.

Appare quantomeno illusoria la pretesa di gruppi politici autodefinitisi “radicali” e “rivoluzionari”, di promuovere una rappresentanza altra o addirittura un’autorappresentanza, partecipando a questa farsa. Essi non si rendono conto di alimentare, in questo modo, una fiducia nel sistema e nelle istituzioni, che, nei fatti, è venuta meno lentamente ma inesorabilmente, sulla quale occorre semmai agire per farla diventare atteggiamento di contrapposizione, fiducia nella lotta, nella partecipazione in prima persona alla gestione della propria vita e dei propri problemi.

Partecipazione: l’altro termine su cui vige una grande ambiguità; per i partiti istituzionali essa si configura solo e solamente con l’apposizione della crocetta sulla scheda elettorale, e chi se ne sottrae viene accusato di qualunquismo e di perpetuare il malgoverno (ovviamente ognuno di questi accusatori pensa al malgoverno dei suoi avversari). Anche chi si definisce antisistema, ribelle e antagonista, non si rende conto di promuovere una falsa partecipazione, ben diversa da quella che nelle lotte sociali, nei movimenti, si riesce faticosamente a far crescere.

Non ci sono state conquiste, vittorie, passi avanti, scaturiti da un intervento parlamentare; solo dalle battaglie, dalle mobilitazioni dal basso sono venuti risultati che poi il parlamento e le istituzioni, dopo mille sforzi per impedirli, sono stati costretti a ratificare, per poi lentamente svuotarli di contenuto fino ad abolirli. Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe, dallo statuto dei lavoratori, alla legge sull’aborto, ma confidiamo nell’intelligenza di chi ci legge.

Tutta la discussione sulla legge elettorale, sulla sua costituzionalità, sui suoi meccanismi truffaldini, per quanto possa far emergere elementi di scontro fra le congreghe politiche e distinzioni fra i diversi approcci, è in realtà pura lana caprina. Proporzionali o maggioritarie, scelte dagli elettori o nominate dall’alto, elezioni e candidature rappresentano una trappola utile a mantenere soggiogata una massa educata alla delega e alla passività sin dalla tenera età.

L’astensionismo contribuisce a spezzare questa catena.

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Un minuto in più

Verso la fine degli anni sessanta il governo francese decideva di costruire un grande aeroporto a Notre Dames des Landes, nella regione bretone della Loira Atlantica. Sin da subito la reazione degli abitanti dei territori interessati (circa 2.000 ettari da espropriare) fu forte. I contadini della zona, molti con alle spalle le lotte contro le centrali nucleari, erano intenzionati a non lasciare i terreni dove vivevano da una vita. Per circa trent’anni il progetto resterà bloccato, per essere rilanciato nel 2000. A partire da questo momento le associazioni e i cittadini della regione si organizzano e utilizzano sia le vie legali (“barricate di carta”) che le azioni (barricate vere) per manifestare la loro opposizione; nonostante questo nel 2008 il progetto viene dichiarato di pubblica utilità ed il governo è deciso a liquidare la resistenza inviando ingenti truppe nell’area. I resistenti trasformano l’acronimo ZAD (Zona a pianificazione differita) in Zone à defendre: Zona da difendere. Ne nasce una mobilitazione generale nel paesino, nella regione e infine in tutto il territorio nazionale, con la nascita di ben 200 comitati e lo sviluppo di iniziative di ogni tipo e di grandi manifestazioni che portano al centro dell’attenzione e del dibattito politico francese la questione dell’aeroporto e della ZAD, che diventa oramai non solo una sigla ma un esempio da far conoscere ed esportare in ogni località minacciata da qualche progetto distruttivo o inviso alla popolazione. Nei terreni da espropriare sorge un villaggio resistente, la Chat-teigne, che diventa la cittadella simbolo di questa lunga lotta, il luogo dell’organizzazione, della raccolta di viveri, indumenti, attrezzature per rafforzare la presenza sul territorio.
I diversi tentativi della polizia di occupare la zona vengono sconfitti: i boschi, le contrade, gli orti e le fattorie sono teatro e simboli di questa guerriglia partigiana contro un aeroporto che la popolazione del luogo e una crescente opinione pubblica, rifiuta. Il villaggio è anche luogo di sperimentazione di progetti di vita alternativa, di altra agricoltura, di attenzione alla natura, di relazioni sociali emancipate, di ricerca di soluzioni adeguate affinché i conflitti interni al movimento e non siano più determinanti nelle sconfitte, di solidarietà verso gli ultimi, di scambi mutualistici con le altre resistenze in Francia e nel Mondo. Privilegiato è stato il confronto con il Movimento NO TAV.
Tutto questo si è sviluppato nella costante e fraterna unione fra contadini del posto, cittadini e attivisti di associazioni e movimenti che hanno sposato questa causa e sono accorsi fin laggiù oppure l’hanno perseguita nelle loro località. Un movimento che nel mese di gennaio del 2018, poco più di cinquant’anni dopo l’inizio dell’opposizione all’aeroporto, ha conseguito la vittoria, con il ritiro del progetto da parte del governo Macron.
Se ancora le cose non sono del tutto definite, ed è in ballo l’ennesimo ultimatum a sgomberare i terreni occupati, possiamo tuttavia trarre alcune prime considerazioni.
La prima è che, al di là delle differenze con altre situazioni, questa esperienza ci dice che le lotte si possono vincere, anche a distanza di decenni, a condizione che si resista un minuto in più del padrone, dello Stato, dell’avversario.  Un insegnamento di cui dovrebbero far tesoro coloro che abbandonano troppo presto le lotte, dopo aver dato magari il massimo, convinti che non ci sia più nulla da fare.
La seconda considerazione si basa sulla constatazione del metodo: azione diretta, solidarietà, presenza sul territorio, costruzione di comitati, estensione fuori dalla regione della lotta, sono stati la condizione della vittoria. Non una perdita di tempo dietro esperienze elettorali (che pure in Francia, all’estrema sinistra, ci sono state ed anche più efficaci che in Italia), ma una determinazione a resistere ed attaccare quando si è posta la necessità; una testarda insistenza, una passione più forte della tristezza, animata da un sano odio verso le ingiustizie.

Pippo Gurrieri

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GLI STATI IN GUERRA CON I POPOLI PERDERANNO

Comunicato dei compagni del DAF (Turchia) sui bombardamenti dell’esercito turco su Afrin

Afrin appartiene a chi vive ad Afrin. I popoli che vivono ad Afrin sono nati in queste terre e sono morti in queste terre. Vivere là non ha nessun rapporto con piani o programmi. Non sono ad Afrin per motivi strategici. Afrin per loro è l’acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, gli amici, i compagni, gli amanti, la strada, la casa, il quartiere. Ma per lo stato è solo una strategia. Una strategia che non ha alcuna preoccupazione per Afrin e i popoli che vivono ad Afrin.

L’attacco su Afrin è una strategia della Guerra dell’Energia che ha portato al collasso della Siria e che distruggerà molti stati nella regione. Gli stati creano l’illusione di portare avanti queste guerre “per i propri cittadini”. Fanno una propaganda nazionalista conservatrice per convincere i propri cittadini di questo concetto errato. Questa è un’ineludibile necessità sia all’interno che all’esterno. Mentre è richiesta per le elezioni a livello interno, è valida per i tavoli a livello esterno. I governanti che si muovono in un processo del tutto commerciale come l’estrazione, il trasporto e la vendita di risorse energetiche utilizzano tutti i materiali che hanno per accrescere i propri guadagni. In queste discussioni in cui sono importanti il numero di fucili, quello di carri armati e quello di aeroplani di cui si dispone, il numero più importante è il numero di soldati. Un soldato non è diverso da qualsiasi altro materiale bellico. Questo è il motivo per cui viene creata la falsa propaganda nazionalista conservatrice.

Chi prenderebbe parte ad una guerra per far guadagnare qualcun altro? Chi combatterebbe per la benzina che ovunque è venduta da stati o multinazionali, e una goccia costa più del pane? Noi, che viviamo il fatto che tutti i prezzi aumentano quando aumenta il prezzo di un litro di benzina, noi che perdiamo sempre, perché dovremmo sempre combattere per quelli che vincono sempre? In realtà nessuno combatterebbe per loro. Essi lo sanno e per questo motivo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.

Ora essi stanno gridando dai giornali e delle televisioni, gli slogan di falsità: “nazionale, nazionale, nazionale!”, “volontà della nazione, unità nazionale”. Non possono mai dire chiaramente: “Noi rubiamo anche sui centesimi”, “combatti o combatti, noi ti venderemo la benzina e tutto il resto. Noi te la faremo produrre, te la faremo consumare, e ti sfrutteremo.” Questo è il piano, il programma, la strategia, la guerra degli stati. Noi popoli – che siamo obbligati ad essere cittadini degli stati – possiamo cambiare tutto. Oggi i popoli di Afrin vivono liberi perché hanno cambiato tutto. Come a Kobanê, a Cizére, in Chiapas. E questa è la differenza critica tra la guerra del popolo e la guerra degli stati. In questa guerra, lo stato attacca e attacca senza regole affinché il suo sistema vinca di più. Bombarda con carri armati e aeroplani. Ferisce, uccide, ammazza e vuole far prigioniera tutta la vita. Mentre per la guerra dei popoli, c’è libertà.

Negli ultimi due giorni, ogni bomba sganciata su Afrin, ogni proiettile è un proiettile sparato contro la libertà. Lo stato turco vuole accrescere la sua quota sul tavolo, per questo ha iniziato l’attacco contro Afrin. È una strategia creata dal nazionalismo e dal conservatorismo che sono basati sulla falsità. È una strategia tutta elettorale. È una strategia pienamente commerciale. La guerra dello stato è strategia. Ma la guerra dei popoli è libertà. E nessuno stato può sconfiggere i popoli che lottano per la libertà.

I POPOLI DI AFRIN VINCERANNO

Azione Anarchica Rivoluzionaria-DAF

22/01/18

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