La Maschera Sovranista

Sovrano chi? La questione della sovranità, cioè di chi decide in ultima istanza, è stata risolta nelle democrazie rappresentative con una finzione giuridica: il popolo è sovrano. Questa finzione ha retto fino a quando non sono intervenuti l’apice dell’integrazione economica mondiale (globalizzazione) e l’esasperata finanziarizzazione dell’economia che hanno spostato gran parte delle decisioni dal piano nazionale a quello sovranazionale – Fondo monetario, Banca Mondiale, multinazionali, imperialismi più o meno riconosciuti. Questo fenomeno si è inserito in un processo piuttosto mosso di rivalsa del capitale e dei profitti, dopo la parentesi delle esperienze socialdemocratiche keynesiane, e della perentoria ascesa di nuove potenze economiche che hanno prodotto grandi squilibri: guerre, terrorismi, disoccupazione, precarietà, povertà, ripresa consistente delle migrazioni. Parte dei paesi europei ha creduto di poter fronteggiare la nuova situazione e ritagliarsi un ruolo nella competizione mondiale dando vita ad un organismo unitario sovranazionale: l’Unione europea. Ma può il neoliberismo globale continuare a tenere intere fette di popolazione sotto il ricatto della crisi e del debito o intere nazioni sotto il ricatto del terrorismo e della guerra? Negli ultimi anni l’affermarsi di governi, gruppi politici e tendenze che fanno leva sul ripristino delle prerogative nazionali – attraverso una presunta difesa delle loro popolazioni –  denuncia una falla nel sistema globale e sembra segnare una svolta che, tuttavia, è piena di incognite. La ripresa di un protezionismo economico di convenienza e l’esasperazione nazionalistica riecheggiano sinistramente vigilie di conflitti diffusi e guerre mondiali. Sovranismo e populismo ammorbano il dibattito pubblico.

L’Italia si trova investita in pieno, con l’ascesa del governo a guida Lega-Cinquestelle, da questo nuovo clima. Ma sovranismo è un termine facile per dividere un campo ideologico e propagandistico privo di veri sbocchi. Da una parte è schierato il governo populista, come oramai si nomina, fautore di una politica nazionale che vorrebbe combattere le storture attuali – precarietà, disoccupazione, sudditanza ai vincoli di bilancio – ma con gli stessi strumenti messi a punto dalle economie di mercato, con lo stesso orizzonte culturale e ideologico – l’impresa, la concorrenza, la meritocrazia. Il binomio sovranismo-populismo rappresenta evidentemente una falsa soluzione dal momento che non intende modificare rapporti di forza e relazioni sociali. Ma Lega e Cinquestelle si autoproclamano i veri interpreti della volontà popolare e si sono incoronati sovrani. Dall’altra si schiera l’opposizione governativa che ha il massimo interprete nel Partito democratico che continua a rivendicare la politica di austerità, controllo dei conti pubblici, portata avanti coi governi a loro guida e responsabile dei disastri attuali. Curioso notare come per il partito erede del defunto partito comunista  l’internazionalismo dei lavoratori sia da condannare e stigmatizzare quale arnese di un passato remoto, mentre si esalta e si assume addirittura come dogma l’internazionalismo delle merci e del capitale, ritenuto imprescindibile nel mondo di oggi. Il nazionalismo viene criticato non in quanto portatore di una visione razzista e autoritaria, ma in quanto limiterebbe il potere del capitale transnazionale.

Nazionalismo o europeismo, sovranismo o unionismo, populismo o democrazia (rappresentativa) hanno tutti la medesima faccia feroce del capitale, della competizione, dell’arroganza del potere. Rappresentano un presente di guerre, disparità e disuguaglianze; corrono su un crinale rischioso il cui punto finale potrebbe essere un nuovo conflitto generalizzato. Tuttavia la crepa aperta nel cuore del sistema neoliberista per cui governi e politici tornano ad appellarsi al popolo per recuperare credibilità è un punto che va compreso e attaccato. Qui sta la sfida. Ma occorre abbandonare l’armamentario della politica istituzionale e inventare altre forme di partecipazione che trasformino una finzione giuridica in una concreta realtà: il popolo sovrano.

Angelo Barberi

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I giovani e i vecchi

Niscemi 31 marzo: è stata la festa dei giovani, e non solo per il numero, ma per l’energia e la gioia che la loro presenza ha portato ad una manifestazione e ad un movimento che si è fatto e si fa volentieri contaminare.

Dopo 10 anni di impegno, di cui gli ultimi sei caratterizzati dal lungo scontro tra popolazione e attivisti contro governo italiano e marina militare USA, scontro che attraversa anche le aule dei tribunali, sia per la repressione massiccia contro chi si è opposto al MUOS che per l’incriminazione di funzionari pubblici e responsabili delle imprese appaltatrici per la costruzione dell’impianto in maniera abusiva in zona di interesse comunitario, oggi il movimento sembra stia attraversando una positiva trasformazione, con l’irruzione sulla scena di nuove forze giovanili.

Non si vuole in questa sede fare un’operazione di retorica, con un’esaltazione acritica e agiografica dei giovani; che questa sia una fase della vita che riguarda tutti, anche chi oggi giovane non lo è più; che i giovani di oggi saranno presto gli adulti di domani; o che l’essere giovani non vuol dire per forza avere un’indole ribelle e coltivare sogni che non siano quelli indotti dal consumismo, dall’arrivismo e dalla cultura dominante, è un dato di fatto oggettivo. Ma nell’economia del nostro discorso, si tratta invece di prendere in considerazione un elemento fondamentale: al netto di emigrazioni e partenze per studio, che rappresentano la piaga che il sottosviluppo coloniale del sud continua a scavare; e al netto di abbandoni della lotta che comunque ci saranno nel prossimo futuro, l’auspicato ricambio generazionale nel movimento è ormai in atto, sia in quel di Niscemi che in altre località come Catania e Palermo e in diversi centri minori.

I mille del 31 marzo che hanno percorso le strade di Niscemi gridando, cantando, ballando, sono il segno tangibile di una ripresa che fa ben sperare sia per le prossime scadenze (Ragusa il 19 maggio, Caltagirone 30 giugno e poi il campeggio del 2-5 agosto con il corteo attorno alla base), ma soprattutto per un rilancio della conflittualità e una ritrovata capacità di incidere sul territorio.

Con realismo occorre tuttavia puntare l’attenzione sulle insidie che questo movimento, punto di incrocio tra la struttura militante degli ultimi anni e le nuove realtà giovanili, può incontrare lungo la sua strada, per cercare di prevenirle ed affrontarle con consapevolezza. Si va da una possibile influenza negativa di quella parte di vecchia guardia che sta vivendo con sofferenza questa nuova fase, standosene ai margini; ma anche di una disgraziata e poco auspicabile irruzione e intromissione delle logiche gruppettare e mini-partitiche nel movimento, che storicamente hanno sempre avuto un effetto paralizzante, e che i comitati nel 2012, stipulando la Carta d’Intenti, cercarono di mettere a fuoco e rintuzzare. La terza, ma non per importanza, è la solita via della deterrenza repressiva, quella del “colpiscine uno per educarne cento” che a Niscemi ha avuto già effetti deleteri su larghe fasce di attivismo, e che non disdegna i messaggi subdoli alle famiglie (specie dei più giovani) e il terrorismo psicologico spalmato su un ambiente sociale purtroppo largamente arretrato, nonostante questa lotta abbia sollecitato e stimolato importanti prese di coscienza.

Non dimentichiamo la scena del corteo a Largo Mascione, con il vecchio compagno del paese che si rivolgeva ai suoi paesani, ricordandogli la riconoscenza che Niscemi deve avere con tutti questi “forestieri” che continuano a venire e a lottare contro il MUOS, e le condizioni in cui ogni famiglia vive, con le malattie provocate dalle antenne e dal petrolchimico di Gela, con i problemi di un’economia disastrata, con i servizi, a cominciare dall’acqua, a livello di Terzo Mondo. I vecchi e i giovani: non è un romanzo di Pirandello, è la storia di un sogno di liberazione che continua, e che non si lascia intimorire da sentenze assolutorie come quella di Caltagirone del 5 aprile sull’abusivismo del MUOS.

Pippo Gurrieri

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STATOLADRIA

Corruzione. Il potere fa l’uomo ladro


Parlare di corruzione su un giornale anarchico potrebbe sembrare superfluo: la corruzione è infatti strettamente connessa all’esercizio del potere, quindi se il problema sta là, nel potere, la soluzione non può che essere l’abolizione del potere. Ma Sicilia libertaria è un giornale rivolto prevalentemente ad un pubblico non anarchico, con cui ci piace dialogare e approfondire le cose. Così preferiamo non dare per scontato quello che per noi scontato è.
Tanti, tantissimi, in questi giorni, hanno provato l’ebrezza di provare a sostituire i governanti tradizionali con altri nuovi, puliti, espressione autentica del popolo, addirittura rivoluzionari. Ne scriviamo in altre parti del giornale, quindi, tralasceremo di commentare l’esito elettorale in questo articolo; però ci pare degno di interesse constatare come, da parte di soggetti e realtà organizzate che si definiscono antagonisti e anticapitalisti, e fanno parte delle varie scuole della sinistra, si riproponga l’ennesima illusione (che per essi non è tale, ovviamente) che basti cambiare i vertici dello Stato o del Governo, basti prendere il potere, e le cose cambieranno in meglio.
Scriveva Carlo Cafiero oltre un secolo fa: “Il potere ubriaca, ed i migliori, investiti di autorità, diventano pessimi”. Sono parole semplici, ma estremamente sagge, e collimanti con gran parte delle culture popolari che da sempre sostengono le stesse cose. Nel Sud Italia un proverbio sostiene che “U cumannari è megghiu du futtiri”, e chissà perché comandare dovrebbe essere meglio del fottere, se non per quei privilegi, quelle godurie materiali ma anche spirituali, che l’esercizio del comando permette? Tanto è vero che stiamo ancora aspettando un potere che non solo a parole o nelle carte costituzionali, faccia davvero gli interessi del popolo, ovvero della massa dei subalterni che rappresentano la maggioranza del popolo. E difficilmente diventeremo ”così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”, per citare un compagno che ci manca tanto.
Tornando alla corruzione, pertanto, essa è l’arte dell’essere “pessimi” di cui parlava Cafiero; mentre per un altro anarchico, Alexandre Berkman: “L’autorità corrompe chi la possiede e degrada chi ne è vittima”.
Può sembrar strano, ma stiamo ripercorrendo sentieri dialettici che nel 1871 e seguenti animarono il dibattito in seno all’Internazionale e portarono alla separazione/rottura tra l’anima marxista e quella antiautoritaria; quest’ultima sosteneva a spron battuto che il potere corrompe, e come fosse errato non prendere in considerazione gli aspetti psicologici, oltre che morali e poi materiali, connessi alla gestione del potere, dichiarando che lo scopo primario del proletariato dovesse essere non la conquista bensì l’abolizione del potere politico.
Le cronache quotidiane sono uno sgranare continuo del rosario dei cosiddetti scandali, in cui esponenti della politica, della pubblica amministrazione, del mondo finanziario, della chiesa, delle forze armate, ecc., sono coinvolti in fatti corruttivi, generalmente ruotanti attorno a arricchimenti illeciti, controllo di appalti, avanzamenti di carriera, favoreggiamento, e così via; fatti in cui spesso compaiono come attori comprimari la mafia o una delle tante organizzazioni criminali di cui è ricco il nostro paese. Nel 1991 crollarono il vecchio sistema dei partiti e quella che fu definita “prima Repubblica” in seguito alla scoperta della vastissima rete di corruzione, ruberie, malaffare in cui tutti i partiti erano coinvolti. Da allora sono cambiati i nomi di quasi tutti i partiti, sono cambiate le modalità di formazione della classe dirigente, una volta scomparse le vecchie scuole socialista, comunista e democristiana, ma la corruzione non solo non è diminuita, ma si è dimostrata per quello che è: un fattore endemico del sistema. I moralisti che provarono a rimpiazzare la vecchia classe politica – fra tutti pensiamo a un Di Pietro e la sua Italia dei Valori, e a un Bossi e la sua Lega Nord – sono inciampati in scandali che li videro diretti protagonisti di ruberie, distrazione di somme pubbliche, arricchimento illecito.
Nel 1988, prima di “mani pulite”, uscì un libro di Franco Cazzola, intitolato “Della corruzione”, in cui l’autore si sforzava di denunciare come si trattasse di un fenomeno patologico del sistema politico. A pag. 15 scriveva: “Sappiamo tutti che la corruzione c’è sempre stata, ha fatto la sua parte in ogni sistema sociale e politico; sappiamo che ciò che spinge a corrompere e a farsi corrompere è un insieme di passioni e interessi individuali o di gruppo quali la ricerca del guadagno, il desiderio del potere, la ricerca di uno status superiore nelle diverse gerarchie; e che tutto questo è in gran parte insito nella natura umana”.
Certo che questo ombrello della “natura umana” ne ha salvati di discorsi: la delinquenza, la violenza, l’invidia, il possesso, la proprietà, e quindi non poteva mancare la corruzione. Si tratterebbe di una sorta di condanna, che si va a trasformare in assoluzione per chi si lascia trasportare dalla propria natura.
Il fatto è che l’occasione (il potere) fa l’uomo ladro, ed è proprio l’occasione quella che va rimossa; bisogna diffondere e fare emergere il senso del collettivo, degli interessi comuni, della solidarietà, connessi con la possibilità (che va conquistata) di poter decidere tutti, dal basso, in organismi assembleari piccoli, federati tra loro, con compiti affidati a rotazione, con distribuzione delle competenze e dei ruoli, per eliminare le cause della corruzione. Ma “collettivo”, “interessi comuni”, vanno contestualizzati: non stiamo parlando “di tutti”, ma di chi è escluso, di chi vive nelle parti basse della piramide sociale e sopporta il peso dello sfruttamento, dell’oppressione, delle angherie, della corruzione. Utopia? Si certo. Anche sognare è un lusso che ci è sempre più negato, per farci adagiare sullo squallore di una quotidianità ingrigita.
Si può essere corrotti e corruttori; i secondi hanno bisogno dei primi, che da vittime possono trasformarsi in complici. Un piccolo favore fatto da un grande boss della politica o della criminalità, ti lega per sempre al sistema. Non esistono piccole e grandi corruzioni: l’una è sempre funzionale all’altra. Si comincia quasi sempre col poco. E’ inutile fare distinzioni, perché se cambiano le quantità, non muta la sostanza: è solo questione di tempo…
Il moralismo, la legalità, sono delle trappole: le leggi e le regole sono fatte per proteggere le ricchezze e le grandi proprietà; la legge non è “uguale per tutti”. Spesso c’è una corruzione legale o morale, fatta di applicazione di norme, leggi, regole vessatorie che assicurano lo stesso risultato a classi di privilegiati: ricchezza e potere, a danno, come sempre, della maggioranza. E allora si torna all’inizio del discorso: il problema sta nel potere.

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Voto, cambiamento, prospettive.

La vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche denota un voto di protesta sensibile alle sirene populiste, forse post-ideologico, ma che proviene sicuramente una richiesta di cambiamento. Dall’altro lato c’è un rafforzamento della Lega, che assorbe voti di Forza Italia e fascisti, e frena quelli delle frange più estreme interne od esterne alla coalizione.
Si può parlare di uno spostamento a destra in una situazione in cui da anni il liberismo ha cancellato buona parte dei diritti sociali, dalle pensioni alle norme sul lavoro, ridotto i servizi, dalla sanità alla scuola ai trasporti, rapinato i redditi più deboli in favore delle minoranze ricche, adottato politiche securitarie e sostanzialmente razziste in materia di immigrazione? Il PD, che ha assicurato queste politiche di destra, ora ne paga lo scotto poiché da questo partito gli elettori si attendevano “qualche parola di sinistra”.
Il fallimento della lista della sinistra in doppio petto di Liberi e Uguali ci indica come all’interno della macchina elettorale le posizioni che si richiamano al socialismo non trovano più sponda. L’astensionismo ha ulteriormente accresciuto la sua quota attestandosi sul 27% (37% in Sicilia), segno che, nonostante tutto, i tentativi di intercettarlo da parte sia dei 5 Stelle che del centro destra che, soprattutto da parte dei gruppi della cosiddetta sinistra antagonista (tutti assieme rastrellano l’1,5%), sono miseramente falliti.
Al momento in cui scriviamo le prospettive di formare un governo sono abbastanza nebulose; se non si attua una qualche ammucchiata difficilmente ci sarà un nuovo governo e si dovrà tornare a votare. E’ anche vero che, viste le dichiarazioni di responsabilità che in questi momenti tutti si affrettano a fare, l’ammucchiata PD-centro destra, o 5 Stelle-PD, o Lega-5 Stelle, o un governo di minoranza con appoggio esterno, potrà alla fine prevalere, con il pretesto della stabilità, o magari con lo scopo di modificare la legge elettorale.
Le due formazioni uscite comunque vincenti (5 Stelle e Lega) hanno adottato le posizioni più vicine alla pancia degli elettori, pur continuando a rassicurare banchieri e capitalisti sulla loro serietà e responsabilità. In materia di reddito di cittadinanza, di abolizione della legge Fornero, di lavoro, di tasse, si sono sbilanciati alquanto rincorrendo l’elettorato; i primi giocando sul fatto di essere ancora vergini di esperienza governativa; i secondi accentuando i toni canaglieschi e xenofobi facendo leva  sulle difficoltà della gente in questi anni della crisi economica. Ciò però ci indica che, al di là dei risultati, la società mantiene una forte esigenza di riscatto, che emerge dalla crescente astensione e dai voti espressi, ma che questa esigenza non è raccolta dai partiti storici della sinistra, oramai in pieno naufragio. Nemmeno le forze che si muovono sul piano extraparlamentare ed extraistituzionale, tuttavia, riescono a offrire una prospettiva adeguata, se non in misura settoriale e localistica, e questo pone più di un interrogativo sulle strategie adottate, sulla capacità di tessitura sul territorio, sulla messa in pratica di percorsi di reale unità d’azione.
Lo abbiamo scritto in uno degli articoli sulla vicenda elettorale di Potere al Popolo: probabilmente il maggior disagio provato da questi settori è stato, nel tempo, quello di sentire che i propri sforzi nelle lotte quotidiane cozzassero con la difficoltà di potere incidere sulla società nel suo insieme; l’abbiamo definita una questione legittima e che sentiamo tutti come pregnante. Le soluzioni adottate per cercare di dare una risposta, però, ci sono sembrate inadeguate e fuorvianti. Con la voglia di cambiamento espressa dal voto; con l’enorme sfiducia che quasi un terzo della popolazione che non vota, esprime, c’è sicuramente molto spazio per agire dal basso, a partire da un collegamento di tutte le iniziative e le realtà sociali, unica via per dotarsi di prospettive autentiche di cambiamento.

Pippo Gurrieri

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La Trappola

Elezioni: Se servissero a cambiare sarebbero vietate

Nel 50° anniversario del “mitico” ’68, in quest’anno di rievocazioni, celebrazioni e autocelebrazioni, pochi si soffermeranno su uno degli slogans che caratterizzarono il maggio francese e da Parigi si espansero in tutto il mondo: Elections: pièges à con, che si traduce in: Elezioni, trappola per fessi. Certamente non si doveva aspettare il ’68 per definire una trappola le elezioni, il dibattito sulla democrazia rappresentativa e l’astensionismo elettorale essendo nato praticamente con il primo appuntamento elettorale della storia. Ma sicuramente il ’68, tra le tante belle cose evidenziate, (dall’Immaginazione al potere al Vietato vietare), ha sviluppato una critica al sistema parlamentare chiara e senza esitazione alcuna. Da quel movimento proviene infatti il rilancio di una frase che non lascia dubbi: Se le elezioni servissero a qualcosa le avrebbero già proibite. La disse per prima l’anarchica Emma Goldman nel dibattito sul voto alle donne.

Il 4 marzo si voterà in Italia per eleggere il nuovo Senato e la nuova Camera e quindi il nuovo governo. Molti elettori sono ormai degli ex elettori, avendo rifiutato in massa di sottoporsi alla tosatura periodica; molto si è detto sulle motivazioni di questo rifiuto, e noi stessi, astensionisti per principio prima ancora che per tattica, abbiamo sempre specificato come la sola astensione non basti, e che la delega al potere e al sistema oramai passi attraverso tanti altri canali, e non viene meno se una metà dell’elettorato diserta le urne. Ma abbiamo anche scritto che non concedere il proprio consenso ai partiti il giorno delle elezioni rappresenta comunque un dato di fatto importante, una presa di distanza e un rifiuto del meccanismo truffaldino del voto, anche se tutto ciò si svolge nel silenzio di una scelta individuale e nella passività generale indotta da anni e anni di delega delle soluzioni dei propri problemi ad altri: politici, poliziotti, preti, padroni, boss e così via.

E che l’astensione rappresenti un fattore che mette in discussione la macchina del consenso ce lo dimostra l’enfasi con cui da tutte le parti si cerchi di presentarla come una minaccia alla democrazia; dal Presidente della Repubblica alla Conferenza Episcopale Italiana, dal Movimento 5 Stelle, che si vanta di averla arginata, ai gruppi politici più forti e anche quelli più scalcagnati, tutti enfatizzano il rischio astensione e si buttano a caccia del voto di chi non vota, un bacino enorme di persone, oramai prossimo al 50% degli aventi diritto. Governare con poco consenso, al di là delle formule matematiche falsificate per cui si calcolano le percentuali dei voti sul numero dei votanti, o che il nuovo presidente sarà sempre “il presidente di tutti gli italiani”, è come stare seduto su una sedia traballante, con la paura che le sue gambe possano spezzarsi da un momento all’altro.

Una analisi un pochino decente sul sistema rappresentativo ci mostra come sono sempre sparute minoranze a governare, e, anche nelle fila dell’opposizione, il concetto di rappresentanza non può essere disgiunto dal meccanismo che rende autonomo dai suoi elettori ogni eletto, gli concede la facoltà di cambiare casacca politica, gli concede l’immunità e non permette a chi lo ha delegato di ritirare la sua delega in caso di dissenso dal suo comportamento, se non alle successive elezioni.

Tutto questa argomentazione, che, ripetiamo, è stata oggetto di animati dibattiti sin dall’Ottocento, oggi va inserita nel quadro della realtà globalizzata e finanziarizzata, in cui un sistema capitalista sempre più presente e condizionante nella sfera sociale e individuale, ma nello stesso tempo dalla testa difficilmente individuabile, di fatto determina le scelte dei governi, meri esecutori di ordini. Tutto ciò riduce la ritualità del voto a qualcosa di estremamente inutile, se non a mantenere in piedi una farsa di democrazia in cui la rappresentanza da tempo non esiste, ma vi sono solo organi di gestione delle regole e delle decisioni che il sistema impone; il governo, i ministeri, le camere, sono solo questo. E gli eletti, i deputati e senatori, a loro volta svolgono il ruolo di procacciatori di consenso spicciolo attraverso la coltivazione di interessi particolari, sfruttando residuali margini di manovra necessari a far funzionare la macchina della delega e del consenso e ad assicurare quote di privilegio.

Appare quantomeno illusoria la pretesa di gruppi politici autodefinitisi “radicali” e “rivoluzionari”, di promuovere una rappresentanza altra o addirittura un’autorappresentanza, partecipando a questa farsa. Essi non si rendono conto di alimentare, in questo modo, una fiducia nel sistema e nelle istituzioni, che, nei fatti, è venuta meno lentamente ma inesorabilmente, sulla quale occorre semmai agire per farla diventare atteggiamento di contrapposizione, fiducia nella lotta, nella partecipazione in prima persona alla gestione della propria vita e dei propri problemi.

Partecipazione: l’altro termine su cui vige una grande ambiguità; per i partiti istituzionali essa si configura solo e solamente con l’apposizione della crocetta sulla scheda elettorale, e chi se ne sottrae viene accusato di qualunquismo e di perpetuare il malgoverno (ovviamente ognuno di questi accusatori pensa al malgoverno dei suoi avversari). Anche chi si definisce antisistema, ribelle e antagonista, non si rende conto di promuovere una falsa partecipazione, ben diversa da quella che nelle lotte sociali, nei movimenti, si riesce faticosamente a far crescere.

Non ci sono state conquiste, vittorie, passi avanti, scaturiti da un intervento parlamentare; solo dalle battaglie, dalle mobilitazioni dal basso sono venuti risultati che poi il parlamento e le istituzioni, dopo mille sforzi per impedirli, sono stati costretti a ratificare, per poi lentamente svuotarli di contenuto fino ad abolirli. Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe, dallo statuto dei lavoratori, alla legge sull’aborto, ma confidiamo nell’intelligenza di chi ci legge.

Tutta la discussione sulla legge elettorale, sulla sua costituzionalità, sui suoi meccanismi truffaldini, per quanto possa far emergere elementi di scontro fra le congreghe politiche e distinzioni fra i diversi approcci, è in realtà pura lana caprina. Proporzionali o maggioritarie, scelte dagli elettori o nominate dall’alto, elezioni e candidature rappresentano una trappola utile a mantenere soggiogata una massa educata alla delega e alla passività sin dalla tenera età.

L’astensionismo contribuisce a spezzare questa catena.

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Un minuto in più

Verso la fine degli anni sessanta il governo francese decideva di costruire un grande aeroporto a Notre Dames des Landes, nella regione bretone della Loira Atlantica. Sin da subito la reazione degli abitanti dei territori interessati (circa 2.000 ettari da espropriare) fu forte. I contadini della zona, molti con alle spalle le lotte contro le centrali nucleari, erano intenzionati a non lasciare i terreni dove vivevano da una vita. Per circa trent’anni il progetto resterà bloccato, per essere rilanciato nel 2000. A partire da questo momento le associazioni e i cittadini della regione si organizzano e utilizzano sia le vie legali (“barricate di carta”) che le azioni (barricate vere) per manifestare la loro opposizione; nonostante questo nel 2008 il progetto viene dichiarato di pubblica utilità ed il governo è deciso a liquidare la resistenza inviando ingenti truppe nell’area. I resistenti trasformano l’acronimo ZAD (Zona a pianificazione differita) in Zone à defendre: Zona da difendere. Ne nasce una mobilitazione generale nel paesino, nella regione e infine in tutto il territorio nazionale, con la nascita di ben 200 comitati e lo sviluppo di iniziative di ogni tipo e di grandi manifestazioni che portano al centro dell’attenzione e del dibattito politico francese la questione dell’aeroporto e della ZAD, che diventa oramai non solo una sigla ma un esempio da far conoscere ed esportare in ogni località minacciata da qualche progetto distruttivo o inviso alla popolazione. Nei terreni da espropriare sorge un villaggio resistente, la Chat-teigne, che diventa la cittadella simbolo di questa lunga lotta, il luogo dell’organizzazione, della raccolta di viveri, indumenti, attrezzature per rafforzare la presenza sul territorio.
I diversi tentativi della polizia di occupare la zona vengono sconfitti: i boschi, le contrade, gli orti e le fattorie sono teatro e simboli di questa guerriglia partigiana contro un aeroporto che la popolazione del luogo e una crescente opinione pubblica, rifiuta. Il villaggio è anche luogo di sperimentazione di progetti di vita alternativa, di altra agricoltura, di attenzione alla natura, di relazioni sociali emancipate, di ricerca di soluzioni adeguate affinché i conflitti interni al movimento e non siano più determinanti nelle sconfitte, di solidarietà verso gli ultimi, di scambi mutualistici con le altre resistenze in Francia e nel Mondo. Privilegiato è stato il confronto con il Movimento NO TAV.
Tutto questo si è sviluppato nella costante e fraterna unione fra contadini del posto, cittadini e attivisti di associazioni e movimenti che hanno sposato questa causa e sono accorsi fin laggiù oppure l’hanno perseguita nelle loro località. Un movimento che nel mese di gennaio del 2018, poco più di cinquant’anni dopo l’inizio dell’opposizione all’aeroporto, ha conseguito la vittoria, con il ritiro del progetto da parte del governo Macron.
Se ancora le cose non sono del tutto definite, ed è in ballo l’ennesimo ultimatum a sgomberare i terreni occupati, possiamo tuttavia trarre alcune prime considerazioni.
La prima è che, al di là delle differenze con altre situazioni, questa esperienza ci dice che le lotte si possono vincere, anche a distanza di decenni, a condizione che si resista un minuto in più del padrone, dello Stato, dell’avversario.  Un insegnamento di cui dovrebbero far tesoro coloro che abbandonano troppo presto le lotte, dopo aver dato magari il massimo, convinti che non ci sia più nulla da fare.
La seconda considerazione si basa sulla constatazione del metodo: azione diretta, solidarietà, presenza sul territorio, costruzione di comitati, estensione fuori dalla regione della lotta, sono stati la condizione della vittoria. Non una perdita di tempo dietro esperienze elettorali (che pure in Francia, all’estrema sinistra, ci sono state ed anche più efficaci che in Italia), ma una determinazione a resistere ed attaccare quando si è posta la necessità; una testarda insistenza, una passione più forte della tristezza, animata da un sano odio verso le ingiustizie.

Pippo Gurrieri

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GLI STATI IN GUERRA CON I POPOLI PERDERANNO

Comunicato dei compagni del DAF (Turchia) sui bombardamenti dell’esercito turco su Afrin

Afrin appartiene a chi vive ad Afrin. I popoli che vivono ad Afrin sono nati in queste terre e sono morti in queste terre. Vivere là non ha nessun rapporto con piani o programmi. Non sono ad Afrin per motivi strategici. Afrin per loro è l’acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, gli amici, i compagni, gli amanti, la strada, la casa, il quartiere. Ma per lo stato è solo una strategia. Una strategia che non ha alcuna preoccupazione per Afrin e i popoli che vivono ad Afrin.

L’attacco su Afrin è una strategia della Guerra dell’Energia che ha portato al collasso della Siria e che distruggerà molti stati nella regione. Gli stati creano l’illusione di portare avanti queste guerre “per i propri cittadini”. Fanno una propaganda nazionalista conservatrice per convincere i propri cittadini di questo concetto errato. Questa è un’ineludibile necessità sia all’interno che all’esterno. Mentre è richiesta per le elezioni a livello interno, è valida per i tavoli a livello esterno. I governanti che si muovono in un processo del tutto commerciale come l’estrazione, il trasporto e la vendita di risorse energetiche utilizzano tutti i materiali che hanno per accrescere i propri guadagni. In queste discussioni in cui sono importanti il numero di fucili, quello di carri armati e quello di aeroplani di cui si dispone, il numero più importante è il numero di soldati. Un soldato non è diverso da qualsiasi altro materiale bellico. Questo è il motivo per cui viene creata la falsa propaganda nazionalista conservatrice.

Chi prenderebbe parte ad una guerra per far guadagnare qualcun altro? Chi combatterebbe per la benzina che ovunque è venduta da stati o multinazionali, e una goccia costa più del pane? Noi, che viviamo il fatto che tutti i prezzi aumentano quando aumenta il prezzo di un litro di benzina, noi che perdiamo sempre, perché dovremmo sempre combattere per quelli che vincono sempre? In realtà nessuno combatterebbe per loro. Essi lo sanno e per questo motivo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.

Ora essi stanno gridando dai giornali e delle televisioni, gli slogan di falsità: “nazionale, nazionale, nazionale!”, “volontà della nazione, unità nazionale”. Non possono mai dire chiaramente: “Noi rubiamo anche sui centesimi”, “combatti o combatti, noi ti venderemo la benzina e tutto il resto. Noi te la faremo produrre, te la faremo consumare, e ti sfrutteremo.” Questo è il piano, il programma, la strategia, la guerra degli stati. Noi popoli – che siamo obbligati ad essere cittadini degli stati – possiamo cambiare tutto. Oggi i popoli di Afrin vivono liberi perché hanno cambiato tutto. Come a Kobanê, a Cizére, in Chiapas. E questa è la differenza critica tra la guerra del popolo e la guerra degli stati. In questa guerra, lo stato attacca e attacca senza regole affinché il suo sistema vinca di più. Bombarda con carri armati e aeroplani. Ferisce, uccide, ammazza e vuole far prigioniera tutta la vita. Mentre per la guerra dei popoli, c’è libertà.

Negli ultimi due giorni, ogni bomba sganciata su Afrin, ogni proiettile è un proiettile sparato contro la libertà. Lo stato turco vuole accrescere la sua quota sul tavolo, per questo ha iniziato l’attacco contro Afrin. È una strategia creata dal nazionalismo e dal conservatorismo che sono basati sulla falsità. È una strategia tutta elettorale. È una strategia pienamente commerciale. La guerra dello stato è strategia. Ma la guerra dei popoli è libertà. E nessuno stato può sconfiggere i popoli che lottano per la libertà.

I POPOLI DI AFRIN VINCERANNO

Azione Anarchica Rivoluzionaria-DAF

22/01/18

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Presentazione “Le Verdi Praterie” – 9 Febbraio, Modica (RG)

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Fermare la guerra della Turchia contro i Curdi

Attacchi aerei della Turchia colpiscono Afrin, una città curda nel nord della Siria, uccidendo e ferendo molti civili
Non solo curdi, anche cristiani, arabi e tutte le altre entità in Afrin sono sotto un pesante attacco della Turchia
L’aggressione turca contro i popoli di Afrin è un crimine contro l’umanità; non diverso dai crimini commessi dall’ISIS
Iniziare un attacco militare in una regione che non ha ha attaccato è un crimine di guerra

Jet turchi hanno preso di mira 100 obiettivi in aree civili a Afrin e sono rimasti uccisi almeno 6 civili e 1 combattente delle YPG (Unità di Difesa del Popolo) e 2 delle YPJ (Unità di difesa delle donne) sono caduti martiri negli attacchi turchi di sabato su Afrin. Come risultato dell’attacco sono rimasti feriti anche diversi civili.

L’esercito turco invasore ha condotto attacchi aerei su Afrin con l’approvazione della Russia intorno alle 16:00 di sabato pomeriggio. Gli attacchi da parte di 72 jet da combattimento hanno colpito il centro di Afrin, i distretti di Cindirêsê, Reco, Shera, Shêrawa e Mabeta e il campo profughi Rubar. Il campo profughi di Rubar nel distretto di Sherawa di Afrin è abitato da oltre 20.000 rifugiati dalla Siria. L’esercito turco invasore, dopo un fallito tentativo di attaccare via terra, cercano di intimorire la popolazione di Afrin e espellerla verso aree tenute dall’ESL e dalla Turchia.

Il conflitto interno in Siria, che dura da sette anni si è trasformato in una guerra internazionale che è risultata nell’uccisione di migliaia di persone e ha creato milioni di profughi, si stava quasi avvicinando a una conclusione. Il governo turco sotto la guida di Recep Tayyip Erdogan, insieme a Al Qaeda (Heyet Tahrir El Şam), ISIS e con altri gruppi Salafiti ora ha iniziato un’operazione militare verso Afrin, una città curda (cantone) nel nord della Siria. Questo significa un nuovo sanguinoso conflitto che trascinerà la regione in una nuova catastrofe, infliggendo fame, uccidendo altri bambini, espellendo la popolazione locale e creando un’altra crisi umanitaria. In base alla legislazione internazionale questa azione è definita “operazione per l’invasione”.

Né il cantone di Afrin, né le altre regioni del nord della Siria hanno mai attaccato o minacciato di attaccare la Turchia o altre regioni curde del nord della Siria. Di fatto la Turchia ha costantemente minacciato e attaccato villaggi e località per diverse volte negli ultimi anni. La definizione giuridica delle azioni della Turchia in base alla legislazione internazionale è definita “attaccare un Paese sovrano”, invasione del loro territorio e assolto non provocato sui suoi civili. Iniziare un attacco militare contro un Paese che non ti ha attaccato è un crimine di guerra.

L’aggressione della Turchia contro i curdi a Afrin è un palese crimine contro l’umanità; non diverso dai crimini commessi da ISIS. L’ONU e la Comunità Internazionale hanno un obbligo morale e di solidarietà per proteggere il suo più affidabile partner nel difendere l’umanità e nella lotta per la democrazia.

Chiediamo a tutte le aree democratiche e all’opinione pubblica di esprimere solidarietà con il popolo curdo e gli altri popoli della regione e di protestare e condannare l’invasione genocidi della Turchia.

Chiediamo alle Nazioni Unite, alla Comunità Internazionale e alla colazione globale anti-ISIS di centrare in azione per fermare immediatamente questi attacchi. Questi attacchi sono diretti contro centinaia di migliaia di persone a Afrin.

Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di entrare in azione al più presto per formare zone di sicurezza nel nord della Siria o all’Est del fiume Eufrate e nelle zone occidentali. Questo porterà ad una soluzione della crisi siriana all’interno della cornice di una legittimità internazionale

Il silenzio della comunità internazionale di fronte a questi attacchi legittimerà una pesante violazione dei diritti umani fondamentali

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Assemblea annuale di Sicilia Libertaria

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Il MUOS tra le nebbie

Questo giornale segue ininterrottamente da 6 anni la lotta contro il MUOS; le sue posizioni in genere sono coincise con quelle del coordinamento dei comitati o del movimento, altre volte solo con alcune componenti, tuttavia non ha mai rinunciato a portare il suo contributo critico costruttivo a una lotta centrale per tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa terra e che odiano le guerre e il militarismo. Se oggi attorno alla questione MUOS ci sono meno clamori, non per questo essa ha perso di importanza. Anzi, proprio adesso occorre fare uno sforzo di analisi per riorientarsi tra le nebbie della normalizzazione, ed effettuare una conta di chi ancora crede alle possibilità di poter continuare a tessere una resistenza da trasformare in attacco contro tutte le propaggini della piovra militarista.
La situazione di quasi stallo dovuta alla repressione da un lato e alla rassegnazione dall’altro, con in mezzo, l’abbandono della lotta da parte di diversi attivisti ed aree politiche e l’assottigliamento dei comitati. Tutto questo non deve sorprendere, perché la repressione ha sempre un ruolo “educativo” (colpiscine uno per educarne cento) e terroristico, sia verso gli attivisti delle prime file, sia verso il vasto mondo di simpatie e complicità che li circonda. Ed il movimento NO MUOS di repressione ne ha subita tanta.
Inoltre, quando una lotta si dà degli obiettivi immediati forti, che poi non riesce a realizzare, l’attivazione della struttura militare contestata assume tutto il sapore di una sconfitta, e per molti l’entusiasmo comincia a scemare e si insinua un senso d’impotenza che sottrae energie al movimento.
Se si andassero a sfogliare le pagine di questo giornale negli anni 1983-1986, si potrebbero trovare molti articoli su queste stesse questioni, a proposito della lotta contro la base missilistica di Comiso. Anche allora uno degli obiettivi della nostra azione divenne quello di combattere il senso di impotenza che s’impadronì dei militanti e dell’opinione pubblica quando la base venne costruita. Oggi crediamo di trovarci davanti alla identica situazione; ognuno dovrebbe esaminare sia le motivazioni della propria opposizione al MUOS, che ciò che ha mosso migliaia di persone a scendere nelle piazze, nelle strade e nei sentieri della sughereta di Niscemi, ad esporsi davanti a forze di polizia agguerrite; quei motivi non hanno perso nessuno dei loro punti di attualità, anzi, paradossalmente, con il MUOS in funzione, con il pericolo paventato diventato reale, dovrebbero oggi essere più forti.
Per questi motivi pertanto, riteniamo un grave errore, in questo momento, la scelta di alcune aree che hanno lottato a Niscemi, di sottrarsi ai processi pagando le oblazioni; non si contesta la legittimità da parte di singoli attivisti di uscire dai processi pagando le multe; ben altra cosa è assumere questa come una linea politico-giuridica, con una pretesa pari dignità rispetto alle scelte assunte da centinaia di compagne e compagni affinché la resistenza continuasse anche all’interno delle aule dei tribunali. Una divisione che non può più essere sottaciuta; l’impegno contro la repressione e per il supporto dei compagni inquisiti continua ad essere tutt’uno con la lotta contro il MUOS, senza vie di fuga spacciate per strategie politiche.
Tanto più che il Ministero dell’Interno è entrato a gamba tesa nei processi condizionandone gli sviluppi con la sua costituzione di parte civile, scaricando tutto il suo peso su chi sta subendo e continuerà a subire procedimenti giudiziari. Ce n’è abbastanza per far diventare ogni processo un’occasione di denuncia e di controinformazione ma anche di rilancio della resistenza. Ed il fatto che nel processo di Caltagirone contro i responsabili della costruzione abusiva del MUOS (di cui riferiamo a pagina 2) alcuni degli imputati abbiano chiesto il patteggiamento, ci dimostra come le ragioni di chi ha gridato “NO MUOS ora e sempre” e in coerenza sta proseguendo a mobilitarsi, siano sempre valide e devono trovare nuovamente la via della resistenza diffusa.
Noi non abbiamo mai creduto che una lotta contro la guerra avesse potuto concludersi con alcuni episodi e alcuni scontri con la polizia.

Pippo Gurrieri

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