l taglio dei parlamentari

Può sembrare strano che un giornale anarchico, fieramente antiparlamentare ed antielettorale, si occupi del provvedimento varato alla camera lo scorso 8 ottobre sul taglio dei parlamentari. La nostra posizione è che qualsiasi governo, a prescindere dalla forma e dall’articolazione politica, sia sempre l’espressione del dominio di una classe sulla maggioranza della popolazione. E, possiamo aggiungere, con Louise Michel, che “il potere è sempre maledetto”.
Lungi dal chiuderla qui , tuttavia crediamo doveroso spendere due parole su ciò che rappresenta, all’interno del quadro democratico-borghese, questo provvedimento, storica rivendicazione della destra populista e fascista e di un centro malato di autoritarismo. Se non altro perché le ripercussioni di questa legge avranno ricadute negative sui traballanti spazi di libertà della società. A supporto del nostro discorso citiamo due fatti che oggi molti sembrano aver dimenticato, presi come sono dalla sbornia qualunquista e dal refrain del colpo alla casta.
Ma prima dobbiamo aggiungere che una casta che proclama la propria autocastrazione non può che ingenerare qualche fondato sospetto.
e ingenerare qualche fondato sospetto.
I due esempi di cui parlavamo sono: primo) il precedente taglio di parlamentari nella storia italiana lo effettuò un presidente del Consiglio che faceva di nome Benito Mussolini, allorquando stava per ridurre il parlamento ad un parcheggio di servi ossequiosi. Secondo) Il progetto di taglio dei parlamentari che ora finalmente vede la luce, rientrava nel programma golpista di Licio Gelli, il famigerato Piano di Rinascita Democratica, ed era anche meno drastico, prevedendo una riduzione a 700 parlamentari, rispetto agli attuali 600.
Una considerazione banale: se fascisti e golpisti da sempre perseguono un tale obiettivo un qualche motivo per diffidarne dovrebbe sorgere, o, per dirla in maniera spicciola, la puzza di totalitarismo dovrebbe inondare i nostri sensi.
La vulgata di Di Maio e del suo partito si sofferma sul leitmotiv del taglio dei costi della politica: parla di 100 milioni l’anno, mentre in realtà la cifra sarà di circa la metà. Ma questo è relativo. Se si osserva, come abbiamo più volte denunciato, che le spese per la difesa ammontano a circa 65 milioni di euro al giorno, e che tali spese (per la guerra, la repressione, la violenza legalizzata) sono sempre in costante aumento, ci si rende conto del fumo demagogico che circonda il taglio dei parlamentari, provvedimento assolutamente insignificante da tutti i punti di vista, e meramente propagandistico. Ma che nasconde ben altre insidie come vedremo.
Con il taglio dei parlamentari vengono a modificarsi tutta una serie di regole portanti della stessa democrazia borghese e della sua pratica elettorale, il cui fondamento presunto – e da noi sempre denunciato come falso – è quello della rappresentatività della sovranità popolare attraverso l’esercizio del voto quale reale forma di libertà e partecipazione, nonché di legittimità del governo. Oggi questo caposaldo viene a modificarsi in senso restrittivo e totalitario; si ridimensiona il rapporto tra “rappresentanti del popolo” e numero di
abitanti, si smontano interi collegi elettorali, penalizzando i collegi e le regioni meno popolosi, cancellando le minoranze linguistiche e i tanto corteggiati italiani all’estero, si concentra il potere nei partiti maggiori, che controlleranno parlamento e commissioni, con la conseguenza di una evidente deriva autoritaria in atto in senso – come dice qualcuno – golpista, di un golpe bianco e istituzionale.
La destra , non a caso, festeggia un provvedimento emesso da un governo di cui si dichiara all’opposizione, ma votato dal 95% dei parlamentari. Come per le politiche securitarie e antiimmigrazione, ancora una volta la destra trascina sul suo terreno l’intero arco parlamentare, in nome di slogan populistici, e riesce a conquistarsi il favore di un’opinione pubblica oramai drogata dalla politica degli slogan e desiderosa di correre dietro al pifferaio di turno sperando così di dare sollievo ai propri disagi senza accorgersi di farsi trascinare dalla padella di un sistema complice servo del liberismo, alla brace di un regime liberista più centralistico e autoritario.
Noi siamo contrari a qualsiasi peggioramento degli spazi di libertà e agibilità, ma non per questo difendiamo la democrazia borghese, anzi riteniamo che questa vicenda ci dimostri tutti i limiti del sistema democratico-parlamentare, e la debolezza di fondo della “capacità
politica” delle classi subalterne, quindi l’insostenibilità di un gioco democratico che si è trasformato in un gioco al massacro per i diritti, i bisogni e le aspirazioni di queste classi.
Bisogna voltare pagina e immaginare percorsi egualitari, dal basso, irriducibili alle logiche della rappresentanza borghese, per il necessario sovvertimento di un sistema iniquo fondato sullo sfruttamento degli esseri umani e dell’ambiente.
Pippo Gurrieri

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Sempre al servizio dei padroni

Governo. Giustizia e capitale sono incompatibili

L’altalena dei dati economici sulla situazione italiana in questi ultimi mesi è stata piuttosto movimentata, certo anche in vista delle elezioni europee di maggio. Premesso che orientarsi nella selva di dati e previsioni che frequentemente vengono resi noti dai più disparati istituti e istituzioni –Istat, Ocse, Commissione europea, Bce, Fmi, e via discorrendo- è piuttosto problematico e forse un esercizio poco utile, sta di fatto che a metà aprile circolavano previsioni sconfortanti che attestavano una recessione tecnica dell’economia italiana il cui Pil è diminuito dello 0,1% nel quarto trimestre 2018 e l’Ocse addirittura stimava un trend negativo per tutto il 2019 con una diminuzione dello 0,2%. Improvvisamente a fine aprile l’Istat rendeva noto che nel primo trimestre 2019 il Pil era cresciuto dello 0,2% e che quindi l’Italia è uscita dalla recessione. Il governo naturalmente si dichiarava soddisfatto di questo risultato. Ma il 22 maggio sempre l’Istat nella pubblicazione “Le prospettive per l’economia italiana nel 2019” gettava nuovo sconforto disegnando un quadro problematico per cui la crescita del Pil sarà solo dello 0,3%, sostenuta quasi esclusivamente dalla domanda interna, che però è diminuita rispetto al 2018, mentre ci sarà una decisa diminuzione degli investimenti. Giustamente, il ministro dell’Interno, vice premier e comandante in pectore Salvini va dichiarando che non è al governo per uno 0,2 o uno 0,3% in più o in meno. Se poi è veramente convinto di riportare agli antichi fasti l’economia italiana con la flat tax, con la finta riforma delle pensioni o il finto reddito di cittadinanza o cacciando tutti gli immigrati, questo fa parte del gioco politico; così come tutto questo profluvio di dati che più che certificare una situazione, che è comunque sotto gli occhi di tutti, sono più utili a mascherare scelte e politiche favorevoli alle classi dominanti sotto il peso della statistica e dei numeri.

Il fatto è che questa crisi prolungata, il cui superamento definitivo viene costantemente posticipato di mese in mese e di anno in anno, sta diventando il perfetto alibi per imporre politiche di austerità che “naturalmente” devono essere a carico dei ceti bassi e medi (con qualche non secondaria differenza tuttavia tra bassi e medi). Sebbene dopo più di un decennio non abbiano prodotto alcun apprezzabile risultato, i governi continuano a riproporre le oramai classiche ricette: taglio spesa pubblica, privatizzazioni, compressione salariale, contratti di lavoro precari, innalzamento età pensionabile, sostegno alle imprese con agevolazioni fiscali e sussidi. Il tutto accompagnato dal mantra della santa triade neoliberale competizione, innovazione e ricerca e come fossimo sempre all’anno zero di un esperimento. Ora se obiettivo fosse quello dell’equità e della piena e dignitosa occupazione è evidente che queste politiche si troverebbero di fronte ad un clamoroso fallimento -persistenza dell’instabilità, della precarietà e della povertà -; ma se obiettivo fosse ridimensionamento del ruolo della classe lavoratrice, ottimizzazione dei profitti, predominanza del capitale si tratterebbe invece di un successo altrettanto clamoroso.

Tuttavia, mentre in molti anche tra grandi istituzioni finanziarie lamentano (siamo democratici e civili suvvia nel 2019!) approfondimento delle disuguaglianze, instabilità economica ed emergere di sovranismi e populismi, quali potrebbero essere le alternative a questo sistema? Molti adesso invocano un nuovo protagonismo degli Stati, un nuovo keynesismo. Anche i grandi capitani coraggiosi della nostrana Confindustria, che teoricamente dovrebbero mostrare tutta la loro determinazione nel farsi valere in un contesto realmente competitivo e concorrenziale, si presentano con la faccia fessa del loro attuale capo che auspica un ruolo decisivo del governo. Ma un serio keynesismo dovrebbe prevedere in primo luogo consistenti aumenti salariali, la difesa del lavoro e dei lavoratori, una forte tassazione dei grandi patrimoni per una coerente distribuzione delle ricchezze che possa re-innescare e ri-orientare i consumi, anche tenendo conto delle emergenze ambientali, la redistribuzione e la riduzione delle ore di lavoro per un uso più “umano” delle potenzialità della tecnologia, il superamento dei due tabù intoccabili del neoliberismo: l’inflazione controllata e la spesa pubblica in deficit. Ma quali governi si assumerebbero oggi un simile programma in Italia, in Europa o altrove? Nessuno. Lo si è visto con la Grecia di Tsipras, lo si vede anche con la Spagna di Sànchez, nonostante qualche timido vagito socialdemocratico. Lo abbiamo sperimentato in Italia quando i “buoni propositi” espressi dai lega-stellati all’inizio della loro avventura di governo si sono infranti contro un fuoco di sbarramento che ha coinvolto istituzioni europee, potentati e benpensanti italiani e stranieri.
Eppure il keynesismo, la socialdemocrazia compatibile col capitalismo l’abbiamo già sperimentato e a conti fatti non ne è venuto fuori un mondo migliore se oggi ci ritroviamo in questa situazione o se un mondo migliore ne sarebbe potuto venir fuori il capitale ne ha impedito il compimento. Dunque la questione è sempre quella antica, classica, tradizionale: non è possibile realizzare una società equa, giusta, libera all’interno di un sistema che si fonda sui mercati concorrenziali (o presunti tali), sul profitto e sulla mercificazione del lavoro. In una parola giustizia e capitale sono incompatibili. Chiunque sostenga il contrario sa di mentire.

Angelo Barberi

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Dopo le elezioni

Dai risultati elettorali del 26 maggio esce fuori un’ Europa spostata a destra; anche se il fronte sovranista-fascista mantiene numeri limitati, i sui argomenti hanno ormai condizionato gli altri partiti e li hanno indotti a politiche sempre più destrorse per tentare di recuperare consensi.
In Italia il travaso di voti da 5 Stelle a Lega ha rafforzato il centro-destra e le sue politiche di sciacallaggio e attacco alle libertà sotto ogni aspetto, facendo prevedere, cadrà o meno l’attuale governo fasciostellato, una recrudescenza delle politiche razziste, omofobe, militariste, liberiste e nazionaliste. Il decreto sicurezza bis, ad esempio, che preannuncia multe salate per chi salva migranti in mare e li sbarca in Italia, maggiori poteri al Ministro dell’Interno, anni di carcere per chi utilizza petardi, bengala, fumogeni ecc. nei cortei e per chi distrugge cose mobili e immobili, potrebbe essere uno dei primi provvedimenti a essere scagliato contro chi disobbedisce e protesta.
Tuttavia cadremmo in errore se confondessimo lo spostamento a destra dei partiti e delle istituzioni, con un diffuso sentire di destra. E questo per alcune considerazioni che riteniamo imprescindibili:
Primo: ogni governo è sempre di destra, e di conseguenza i partiti governativi o aspiranti tali sono di destra, per il solo fatto di essere autoritari, statalisti, difensori di interessi parassitari, degli equilibri dello sfruttamento, dello status quo; a prescindere dal colore, sono sempre pronti a passare dal riformismo al totalitarismo e viceversa pur di mantenere il potere. La storia ci è maestra in tal senso, in ogni latitudine sia geografica che politico-ideologica.

Secondo: la massa delle persone recatasi a votare, specie in Italia, è andata calando e nel Sud e isole ha toccato livelli bassissimi; anche se l’astensione di milioni e milioni di individui non può essere considerata una mera contestazione di partiti e governi, essa è comunque una sottrazione di consenso e una protesta allo stato larvale, che può – cioè in potenza – diventare opposizione.

Noi anarchici siamo consapevoli che esiste una forte differenza tra socialdemocrazie e fascismi, ma sappiamo anche che questi sono sorti dalle degenerazioni delle prime o, comunque, dei regimi democratici, nel momento in cui le promesse riformiste di partiti e governi, si sono dimostrate false, tradendo le aspettative della popolazione. Ma la corruzione, la mafiosità, la prepotenza, il servilismo alle strategie della finanza internazionale, che avrebbero potuto e dovuto dare impulso a lotte sempre più dure in chiave antistatalista e anticapitalista, grazie alla natura traditrice e compromissoria dei partiti riformisti e democratici, sono diventati invece carburante per movimenti autoritari e per progetti fondati sulla discriminazione di classe, di sesso, di provenienza geografica, ecc., in una parola fascisti.
Per questo l’appello a votare contro Salvini lanciato da aree che di disastri sociali ne hanno compiuti abbastanza (e ancora non hanno finito), ha fatto abboccare poche persone, e, ci ha visti estranei e critici. Le idee e i propositi salviniani sono tutti scritti nelle politiche liberiste, razziste, xenofobe, filocapitaliste, dei partiti che lo osteggiano, i quali hanno contribuito a creare questo mostro che i 5 Stelle, infine, sono riusciti a portare al trionfo politico-elettorale. Gli oppositori a Salvini non erano credibili nemmeno al loro elettorato, figuriamoci a noi che abbiamo assaggiato i manganelli, le repressioni, le politiche affamatrici dei loro governi.
Detto questo, non stiamo certo a sottovalutare come il clima di reazione che va imponendosi costruisca da un lato luoghi comuni forcaioli e fascistoidi e dall’altro spinga sempre più fuori dalle fogne gruppi squadristici lanciati ad aggredire, stuprare, aizzare contro rom e migranti la gente delle periferie, provocare, diffondere la cultura dell’odio, forte della copertura e della complicità delle istituzioni. E questo, senza scadere nella pratica dello scontro per lo scontro, deve indurre a fare chiarezza nel fronte antifascista, tra chi ha tollerato democraticamente la sterzata a destra imposta dal pd e dai suoi governi alla società, ed oggi, animato da puro sentimento benpensante, si mostra indignato, e chi, invece, ritiene che lo squadrismo si combatte anche rispondendo colpo su colpo, contendendogli gli spazi che cerca di occupare, costruendo l’autodifesa dei movimenti di lotta. Anche. Perché la ripresa di un movimento di emancipazione vero e serio passa dalla diffusione di nuove consapevolezze sulla stretta connessione tra capitalismo-fascismo-sovranismo; tra militarismo e Stato; tra maschilismo-clericalismo-squadrismo; e non si combatte uno di questi fattori senza combattere tutti gli altri; senza, cioè, una dimensione libertaria e rivoluzionaria.

Pippo Gurrieri

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SPEZZIAMO I FILI

Sud/Nord. Il separatismo dei ricchi ladroni

Non è che ci sia bisogno dell’ISTAT per capire che nel Sud la disoccupazione è dilagante, quella giovanile è fuori controllo, quella delle donne da Ottocento; ognuno di noi è un’ISTAT più attendibile dell’originale per definire gli standard di vita, i livelli di spesa; ognuno di noi conosce il proprio Paniere quando va dal verduraio o al supermercato o a far rifornimento a un’auto di cui è schiavo perché i mezzi pubblici sono una chimera. Ognuno di noi conosce, perché li ha in famiglia, quanti giovani sono partiti per il Nord Italia o l’estero: fuga di cervelli la chiamano, come se gli emigrati che andavano a costruire autostrade e ferrovie o a scavare in miniera, o quelli che oggi portano pizze in bicicletta, ne fossero privi.
Se focalizziamo questa situazione in riferimento alla Sicilia, una delle regioni europee più depresse, possiamo solo constatare due fallimenti annunciati: quello della Questione Meridionale, che da Gramsci a tutti i meridionalisti di stampo liberalsocialista, cattolico o comunista, si fondava  sulla solidarietà sistemica che avrebbe dovuto, attraverso una distribuzione più equa delle risorse, riequilibrare le condizioni tra le regioni del Sud e le isole, e quelle del Nord; e quello dell’Autonomia Siciliana, cioè dello Statuto Speciale, che avrebbe dovuto favorire il rilancio economico-produttivo e sociale dell’isola a partire dalla concessione di ampi poteri e di risarcimenti con i quali sanare i danni subiti dall’annessione al Piemonte.
Perché questi due fallimenti? Perché l’interclassismo, la cultura industrialista, l’ideologia borghese e capitalista di cui erano impregnate le idee e le forze politiche meridionaliste, sono stati il primo ostacolo frapposto agli obiettivi di unificare finalmente il Paese cancellando le gravi differenze strutturali tra le diverse aree. Lo strumento inventato nel secondo dopoguerra fu quella Cassa per il Mezzogiorno rivelatosi una cassaforte la cui combinazione era nota solo alle grandi aziende settentrionali ed estere; lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, vera malattia di riformisti d’ogni colore e perfino della sinistra estremista e operaista, è stato così l’alibi con cui la borghesia “padana” ha drenato i fondi per il Sud impiantando capannoni, molti dei quali poi rimasti vuoti, mentre le fabbriche si sono via via ridimensionate e oggi appaiono come scheletri in quei cimiteri che ci ostiniamo ancora a chiamare “zone industriali”. Il fiume di capitali destinato al Sud non solo è finito al Nord, acuendo la differenza con il Sud, ma ha permesso di realizzare nel Meridione aree industriali altamente inquinanti, produzioni pericolose e a forte impatto sull’ambiente e sulle persone, discariche legali e illegali gestite dalle mafie, trasformando il Sud e la Sicilia nel proprio Terzo Mondo. Nel mentre una trasformazione antropologica e sociale stravolgeva assetti urbani e rurali, trasformava contadini e artigiani in operai, privando interi paesi e territori di attività fondamentali, danneggiando l’agricoltura, per poi terminare la sua corsa riducendo i nuovi operai in disoccupati o cassintegrati, elemosinieri o… emigrati.
La classe politica meridionale è stata a questo gioco, ha assolto al compito di gestire la politica sul territorio e fare gli interessi dei padroni del Nord in cambio di potere e privilegi. Con essa la mafia – le mafie – ha svolto un ruolo di primo piano, essenziale per il controllo del territorio, per i consensi più o meno estorti, per risolvere conflitti in maniera rapida e assicurare che le popolazioni del Sud non esplodessero in rivolte pericolose per l’ordine costituito. Grazie a questo il Sud oggi detiene molti record negativi, fra cui il primato di area più militarizzata, sulla quale sono focalizzati i progetti più importanti dell’imperialismo statunitense nel Bacino del Mediterraneo.
Un nord industriale e industrioso, dunque, che da alcuni decenni rivendica una propria autonomia da un Sud palla al piede, e trova nelle istituzioni e nei partiti un referente importante e interessato. Dal federalismo fiscale all’autonomia differenziata, questo progetto sta correndo veloce: non si tratta più solo di gestire per intero le proprie tasse, ovvero il surplus di entrate che in genere dovrebbe essere redistribuito nelle aree deboli del Paese, calcolato sulla differenza tra quanto lo Stato elargisce e quanto nelle regioni si versa, ma anche di esigere che importanti competenze oggi pertinenti allo Stato vengano spostate sulle regioni: ambiente, salute, trasporti, lavoro, istruzione, beni culturali, commercio con l’estero. E’ chiaro come il progetto tenda a rifondare un’Italia di regioni sovrane svuotando l’unità territoriale e accentuando il dislivello economico e sociale con le regioni più in difficoltà.

Diverse sono le chiavi di lettura che questo progetto ci offre:

  1. Intanto c’è una classe politica e delle èlites locali che premono perché possano riacquistare maggiori poteri sul territorio; per far ciò è necessario che ci sia più autonomia, più capacità di spesa, cioè la base di ogni consenso elettorale e non solo.
  2. L’Italia andrà a farsi fottere come entità, e molte regioni saranno in balìa del far west assistenziale e mafioso. Le mafie si caratterizzeranno sempre più non come Stato parallelo (ruolo rivestito sino ad oggi), ma come il Vero Stato.
  3. Ma poi perché il Nord è ricco? E’ una dote naturale, oppure è il frutto della depredazione iniziata nel 1860 e mai esauritasi? Se quindi la pretesa di un’autonomia differenziata si basa su un furto (come in genere avviene per qualsiasi forma di proprietà: Proudhon docet!), su un’usurpazione da cui si fonderebbe il diritto ad un percorso privilegiato verso il benessere, ne deriva che la richiesta di maggiore autonomia può ben definirsi il separatismo dei ricchi e dei ladri.
  4. Perché questo progetto possa attuarsi occorre che il Sud rimanga una dependance del Nord, un vasto territorio in cui scaricare nocività, vendere merci, postare basi militari, erigere frontiere e muri, e, alla bisogna, drenare altre risorse e manodopera. Anche andarci in vacanza come luogo esotico in cui “il tempo si è fermato”: la più sofisticata delle prese per il culo!
  5. Il diritto all’autonomia va riconosciuto a tutti; ma in questo caso l’equivoco di fondo è che non siamo di fronte a una richiesta di autonomia, ma di una differenziazione certificata e spinta, che costruisce e rafforza poteri locali a scapito di altri, che affossa.

Questa situazione, vista da Sud, ha suscitato allarmi e mobilitato forze politiche e sociali “contro il regionalismo dei ricchi”, attivando una serie di percorsi abbastanza eterogenei e caratterizzati da obiettivi e strategie differenti, coniugabili in vario modo: dall’indipendentismo al democratismo al vittimismo rivendicativio. Il fatto positivo è che qualcosa si sia mosso; lo sarà di più se questo qualcosa riuscirà a sfuggire alle mire politicantiste e ai progetti elaborati a tavolino e calati dall’alto sopra i movimenti, cosa, questa, che non si ottiene in automatico; per prima cosa bisogna esserne coscienti, fare un lavoro di approfondimento e lettura non superficiale dei passaggi politici in atto, e poi avere capacità e idee per disinnescare ogni minaccia.
In questo senso non possiamo non notare l’eccessivo sbilanciamento democratico-parlamentare dell’appello de “Il Sud conta!”, rivolto alle massime cariche dello Stato e a deputati e senatori perché blocchino la ratifica dell’accordo sull’autonomia differenziata. Un appello che si richiama costantemente alla Costituzione, e come tale ne subisce tutte le ambiguità e le contraddizioni. E le adesioni raccolte ne sono una prova: personaggi posizionati in tutti gli ambiti della politica e del sindacalismo nazionale, vi si trovano riuniti; e se questo può essere considerato un successo del trasversalismo, ne è certamente il limite più forte.
Al contrario, la proposta di costituire comitati e realtà territoriali che promuovano non solo la battaglia contro il progetto di autonomia dei ricchi ma anche percorsi rivendicazionistici e di riappropriazione del diritto del Sud a non essere la ruota di scorta dell’Italia del Nord, possono trovare nelle comunità quell’interesse e quello stimolo che rappresentino la molla per una rivolta meridionale in grado di ricostruire quell’equilibrio economico-sociale che borghesia e capitalisti, Stato e Mafia, hanno distrutto. Un movimento che parta dal basso può nascere e rafforzarsi; movimento che colleghi le tante situazioni di conflitto, che offra fili comuni, collegamenti, obiettivi unificanti per un cambiamento che investa e scavalchi le istituzioni, senza pretesa conquistarle o utilizzarle, come successo in passato, quando in quelle sabbie mobili sono sprofondate aspirazioni e velleità di cambiamento.

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Popoli senza Europa

La campagna elettorale per le prossime elezioni europee è vista da molti come una resa dei conti e con le istituzioni dell’Unione Europea e all’interno del governo italiano; il vento forte di destra che spira, sospinto da correnti provenienti dagli Urali e dall’Atlantico, fa presagire un cambio al vertice a Bruxelles e anche una possibile crisi dell’esperienza gialloverde, con nuove elezioni e trionfo della destra unita, dai “moderati” di Forza Italia ai sovranfascisti della Lega, ai fascisti un po’ più doc.
Tuttavia queste sono pure ipotesi perché nel gioco dei numeri qualche sorpresa è sempre possibile, e non va sottovalutato neanche il potere dei partiti europeisti e democratici; ma sopratutto, il fatto che la sostanza rimanga del tutto immutata in caso di stravolgimento degli equilibri, benché la forma possa divenire più grezza e spregiudicata, per quel che ci riguarda, è il vero punto su cui incentrare una riflessione seria.
Infatti, non c’è in discussione nessuna Europa liberista, né nessuna Europa “sovrana” e indipendente dai condizionamenti esterni sia di banche e finanza che delle potenze imperiali; come non si prospetta nessuna Europa laica, nessuna Europa dei popoli. Il liberismo è l’ideologia di fondo dei leghisti e dei sovranisti di mezza Europa, i quali si affannano a chiedere solo fette di potere “nazionale” da gestire, ma sempre nel quadro del capitalismo trionfante. Banche e finanza sono fondamentali anche per tutti gli stati come per i partiti che se ne dichiarano oppositori, i quali, anzi, di banchieri e finanzieri fanno largo uso per le loro operazioni di occultamento o accreditamento di risorse economiche; mentre è a tutti evidente come il sovranismo si richiami esplicitamente alla Russia di Putin, e da questa venga mantenuto da diversi anni sia finanziariamente che ideologicamente. Le numerose inchieste sulla Lega di Salvini hanno dimostrato questi collegamenti con nomi, cognomi, luoghi e cifre. In realtà su tutti i sovranisti regna un unico sovrano: Vladimir Putin, e fra i tanti consiglieri-ispiratori vi è quel Bannon, ormai di casa in Europa e in Italia, che fece la fortuna di Trump prima di essere estromesso per essere addirittura “troppo” estremista, dicasi razzista-fascista. Su tutti aleggia l’integralismo cattolico e ortodosso, stella del firmamento neofascista e populista che, dalla Polonia al governo Italiano, “suggerisce” leggi e interventi contro la libertà delle donne, degli omosessuali, dei soggetti deboli, a partire dai migranti. Infine il popolo, di cui tutti si riempiono la bocca, è solo la massa flaccida chiamata a riempire coi suoi maldipancia le piazze, purché non oltrepassi gli steccati e si lasci guidare da uomini forti e da partiti che, in loro nome, esercitino la loro sovranità.
L’Europa regalataci dalla BCE, l’Europa dell’euro, è stata lontanissima dagli ideali di unità fra popolazioni di uno stesso continente, anche se con storie e culture diverse, che avrebbero dovuto partecipare di un’avvenire comune, condividendo gioie e dolori, in maniera da appianare differenze strutturali, sacche di sottosviluppo, riequilibrando le ricchezze. Tutto ciò non è avvenuto, non poteva avvenire. Il cuore pulsante è stata l’economia, la moneta, l’aggiustamento strutturale, l’adeguamento forzato ai parametri, il pareggio di bilancio: una serie di forzature che hanno strozzato le regioni più deboli. Altro che radici cristiane comuni: di comune c’erano secoli di guerre, imprese coloniali, stragi e genocidi, lotte di religione, sfruttamento di manodopera dei paesi più poveri. E così il “sogno” europeo non ha fatto che accentuare le differenze sociali e regionali, prima di infrangersi sugli scogli di un mar Mediterraneo trasformato in frontiera armata contro gli “invasori” del Sud, e in cimitero di esseri umani affogati mentre cercavano un po’ di accoglienza nella terra in cui risiedono gran parte delle responsabilità della povertà e dei tanti disastri dei loro paesi d’origine.
Quest’Europa è da anni in agonia dentro i lager libici, nei campi profughi turchi gestiti da un dittatore a pagamento con Erdogan, nel filo spinato di Ceuta. L’UE si è frantumata assieme alle vetrine di Parigi sotto i colpi dei gilet gialli, espressione della prima vera opposizione al liberismo europeo; si è dissolta nei cocci della Gran Bretagna in uscita; è finita sul fango come il latte dei pastori sardi.
Qualsiasi idea di un continente in cui i popoli possano convivere in eguaglianza e in libertà, senza le frontiere degli Stati e gli agguati del capitale, senza sfruttamento degli esseri umani, senza razzismo e fascismo, senza patriarcati e clericalismi, cozza contro l’UE che sopportiamo da troppo tempo, ma ancora di più stride con il modello di Europa di Salvini, di Orban, della Le Pen, che sarà ancora più fortezza militare verso le popolazioni esterne e verso quelle interne, con una gestione dell’odio come forma di coesione nazionale, china pericolosa foriera di conflitti, violenze, fascismi.
Pertanto, mentre osserviamo con attenzione gli umori e le correnti di aria che spirano sul continente, affermiamo tutto il nostro distacco dalla pagliacciata elettorale del 26 maggio, rito inutile e ingannevole, ma amato e praticato sia dagli amici che dai cosiddetti “nemici” dell’Unione Europea, a significare di quanto in realtà vicini siano, nelle idee e nei metodi, questi contendenti da operetta, ben truccati con gli abiti di scena, ma poi, finito lo spettacolo, tutti in fila indistintamente per ricevere la paga dall’imprenditore unico che li arruola e li fa esibire: il capitalismo multinazionale. Solo l’orizzonte dell’Anarchia, oggi, può indicare percorsi e metodi di liberazione concreti: autogestionari, federalisti, femministi, ecologisti.

Pippo Gurrieri

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Primo Maggio Anarchico a Ragusa

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Rojava nel cuore

Nuovi partigiani. Lorenzo vive nella lotta

“Il mio nome è Lorenzo Orsetti, il mio nome di battaglia è Tekoşer, vengo dall’Italia, da Firenze. Sono nato a Bagno a Ripoli il 13 febbraio 1986. Sono consapevole di tutti i rischi che corro. Sono qui per un sacco di ragioni, principalmente perché credo nella libertà. Sono un anarchico, ero stanco della mia vita nella società occidentale per molte ragioni ma forse non è questo il momento giusto per parlarne, sarebbe un discorso lungo. Ho ricevuto un addestramento militare e logistico da questa accademia, l’Ypg. Se state guardando questo messaggio probabilmente… è andata così. Ma va bene per me, sono felice di aver fatto questa scelta e la rifarei mille volte perché ne sono convinto. Vi amo tutti, coloro che sono passati dalla mia vita: i miei amici, la mia famiglia, il mio cane. E’ tutto”.

Quello che avete appena letto è il video-testamento di Lorenzo, morto in battaglia in Siria il 18 marzo mentre prendeva parte alla liberazione di Barghouz, l’ultimo avamposto dell’ISIS. Questo invece è il messaggio-testamento che Lorenzo aveva scritto.

«Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.

Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.

È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.

E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!

Orso, Tekoser, Lorenzo”.

La morte di Lorenzo, le sue parole, mentre ci rattristano, ci riempiono di orgoglio per la forza morale che da essi promana.

Esse però ci impongono una riflessione su ciò che accade in Kurdistan, e più in generale su di noi in relazione alle possibilità e al dovere di continuare a sostenere la lotta di questo popolo e possibilmente di incrementare il nostro supporto.

Ciò che accade, è in parte noto; liberata l’ultima enclave di Daesh, per molti il problema Stato islamico è chiuso; gli Stati Uniti ritireranno le loro forze, che hanno contribuito alla “vittoria”, grazie allo sforzo concreto, sul terreno dello scontro, dei miliziani e delle miliziane curdi/e, che hanno lasciato sul campo centinaia di  loro vittime; e sull’area tornerà a dominare la pacificazione imperialista, con grande spazio alla Turchia, che fino a ieri ha sostenuto Daesh in chiave anticurda, e continua i suoi sforzi per cancellare l’amministrazione autonoma della Siria del Nord (Rojava) e tutte le sacche di resistenza nel Bakur (territorio curdo sotto controllo dello Stato turco). C’è da aspettarsi che allo spegnersi dei riflettori, l’esercito turco si lancerà in una delle sue battaglie più cruente nel tentativo di sconfiggere sul piano militare il popolo curdo e le sue conquiste comunaliste definite nel progetto di Confederalismo democratico.

Mentre scriviamo queste righe circa 7000 prigionieri politici del PKK rinchiusi nelle carceri turche sono in sciopero della fame per chiedere la fine del ventennale isolamento di Abdullah ‘Apo’ Ocalan; alcuni di loro stanno ricorrendo a forme estreme di protesta, tanto che risultano già 6 morti; cinque di questi si sono suicidati in carcere tra il 23 e il 2 aprile, uno lo ha fatto in Germania. Emerge in questo caso tutta la simbologia di questa vicenda, dove il leader prigioniero rappresenta un collante umano e politico di grande spessore per una popolazione divisa dalle frontiere degli stati, e sottoposta ad uno dei più gravi genocidi della storia. C’è il culto della personalità, è vero; ma c’è anche l’assurgere di un uomo-simbolo a bandiera di un’aspirazione alla libertà e all’autodeterminazione, che non va sottovalutata.

Oggi più che mai il Kurdistan ha bisogno di noi: della nostra solidarietà, della nostra presenza fisica nelle piazze, come di quella dei volontari combattenti che sono andati e sono ancora tra le file delle forze di autodifesa del popolo, sfidando i rischi e i pericoli, come Lorenzo, e anche l’inquisizione degli stati di provenienza, come sta accadendo in Italia, dove il loro slancio altruistico e solidale viene considerato alla stregua di un mercenarismo da integralisti e i magistrati ne chiedono la sorveglianza speciale in quanto “socialmente pericolosi”.

Ma siamo soprattutto noi ad aver bisogno del Kurdistan, perché oggi è nelle sue terre che arde una delle poche fiaccole di libertà, attraverso quel progetto di Confederalismo democratico che ha molte assonanze con percorsi antiautoritari, ecologisti, femministi, antipatriarcali, cui noi anarchici aspiriamo e di cui ci facciamo portatori. Oggi è quella lotta, sono quelle vittime, a tenere aperta la prospettiva di quel Mondo Nuovo che – come diceva Durruti – portiamo nei nostri cuori. E siamo convinti che in un’area martoriata come il Medio Oriente, vissuta sempre tra guerre e dittature, il percorso rivoluzionario del popolo curdo che si riconosce nel Confederalismo democratico, rappresenti l’unico rimedio, l’unica reale alternativa alla situazione di conflitto permanente e di impasse in cui sono costretti popoli oppressi come quello palestinese.

Non è retorica se diciamo che il sacrificio di Lorenzo, come quello di Giovanni Asperti e di tante e tanti miliziani internazionali e curdi, non deve essere vano, ma deve indurci a riconsiderare in maniera più concreta, coinvolgente, fattiva, il nostro quotidiano internazionalismo.

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Il filo rosso

La manifestazione del 23 marzo a Roma “per il clima e contro le grandi opere inutili e imposte”, è stata davvero grande, e non solo per i numeri; si può infatti disquisire se eravamo in 150.000 o la metà, ma nessuno può ignorare il fatto che da tutta Italia e dalle isole, decine di migliaia di persone, attivisti di base, organismi di lotta il cui elenco sarebbe praticamente impossibile da fare, con i propri mezzi, si siano spostati nella capitale per esprimere un corale e unitario No alle politiche distruttive del capitalismo, alla sua folle corsa al profitto che dopo aver impoverito buona parte del Pianeta, adesso sta mettendo in discussione l’intera esistenza della vita sulla stessa Terra. Il silenzio dei media, del resto, è la conferma della necessità, da parte di governo e padronato, di oscurare un evento di portata forse storica.
Il dato politico rilevante, oltre quello quantitativo, è questa nuova fase dei movimenti, i quali, cercando e trovando un filo rosso comune, hanno dimostrato quanta apertura, quanta coscienza, quanta capacità di analisi ci sia nelle singole resistenze territoriali, i cui percorsi sono tutti egualmente incanalati verso una visione generale del problemi. Cioè dello sfruttamento delle risorse e degli esseri umani, delle ineguaglianze, della mancanza di giustizia sociale, delle guerre e delle politiche militariste e guerrafondaie condotte anche laddove c’è la”pace”: leit motiv che accomuna tut- ti i sistemi di dominio nel Mondo, tutti gli Stati, tutte le strategie economiche del capitale e dei suoi strumenti operativi.
In ogni angolo del Paese, dentro ognuna delle tante battaglie che fette di popolazione, in maniera autorganizzata, portano avanti contro un progetto imposto, devastante, finalizzato solo all’arricchimento di pochi, borghesi, mafiosi o magnati locali, nazionali o internazionali, si svolge una parte di questa battaglia per salvare il Pianeta.
La ricchezza, la varietà , la consistenza della manifestazione del 23 marzo ha di fatto cancellato il ruolo dei partiti, grandi e piccoli, della cosid- detta sinistra come del qualunquista Movimento 5 Stelle; ognuno a modo suo ha cercato di intestarsi una singola lotta o tutte nel loro insieme, cercando di usare la passione e la tenacia di mi- gliaia e migliaia di persone che da anni ci mettono la faccia, i corpi, e la stessa loro libertà; col discorso sul clima partiti come il PD, da sempre dalla parte dei devastatori ambientali, si cerca di rifare una verginità. Il grande movimento di massa del 23 marzo ha spazzato via ogni illusione che le battaglie popolari possano essere cavalcate da qualcuno, o che ci possano addirittura essere governi amici; i governi, da che mondo e mondo, mandano la celere e la
digos, i carabinieri e l’esercito; difendono gli interessi dei saccheggiatori privati o di Stato; sprecano miliardi in spese militari e sono as- serviti alle logiche di guerra, le stesse che in Sicilia ci impongono da ben 70 anni la base di Sigo- nella e tutte le altre, e da alcuni anni il MUOS di Niscemi, strumenti di offesa e di morte.
Certamente non siamo così ingenui da non comprendere come anche all’interno di questi
movimenti soffino mire egemoniche da parte di una o l’altra componente “più forte” e dei loro sponsor più vicini; questo rimane un discorso aperto su cui va espressa la massima attenzione per evitare che le strumentalizzazioni che abbiamo fatto uscire dalla porta rientrino dalla finestra.
D’altro canto , non è neanche un mistero che all’interno della maggior parte delle realtà territoriali o meno, agiscano forze politiche e sindacali minoritarie, o siano in atto tentativi di far passare progetti di coordinamento finalizzati a strategie e obiettivi elaborati all’esterno. La differenza con il passato è che molte realtà sono in possesso degli anticorpi necessari a tenere sotto controllo tali ingerenze, a difendersene per garantirsi la propria libertà. E la dimostrazione ce l’ha data proprio il corteo di Roma, dove, in una piazza S. Giovanni già gremita, affluiva la patetica coda del corteo composta da partitini residuali, autoreferenziali, in maniera evidente staccati dalla massa popolare e militante.
Un passo importante è stato fatto; adesso bisogna continuare la corsa, perché c’è sempre meno tempo e sempre più rabbia.

Pippo Gurrieri

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Lorenzo vive

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La prova del No

23 Marzo. Non nel mio cortile (il Mondo)

Roma, 23 marzo: non è una semplice grande manifestazione anche se di per sé rappresenta un obiettivo importante, perché strutturato dal basso, costruito attraverso decine e decine di assemblee territoriali e diversi appuntamenti nazionali; un percorso durato mesi che è già un risultato politico acquisito per le energie, le idee, i processi in atto e le prospettive che ha fatto emergere.
L’essere riusciti a mettere insieme resistenze su tematiche differenti, ma tutte figlie della stessa necessità di reagire a progetti e strategie negatrici della volontà delle persone di poter essere protagoniste della propria vita, portatori di devastazione, corruzione sia materiale che morale, violenza sia fisica che psicologica, è un fatto concreto, indiscutibilmente positivo, senza che per questo si debba sorvolare sulle differenze, le sensibilità diverse, le caratteristiche specifiche di ogni battaglia e di ogni vicenda, di ogni movimento che ne è protagonista. Ci troviamo di fronte ad una ricomposizione generale delle tante vertenze che le rafforza tutte ma che tende a divenire progettualità contro il sistema neoliberista.
Chi ha provato ad imporre logiche di dominio e di sopraffazione, con la violenza, l’imbroglio, la mafia e la legge, ed anche con il tentativo di tenere isolate le singole lotte, confinandole nei territori, salvo poi accusarle di essere affette da sindrome di nimby, sa che nella percezione di quanti si sono autoconvocati a Roma, l’intero Paese è un cortile, anzi, l’intero Pianeta lo è, e in questo cortile-Mondo non c’è spazio per profittatori, speculatori, oppressori e sfruttatori.

Questo uno dei principali valori che si riversano a Roma il 23 marzo. Ma ci sono altri significati, altrettanto importanti, che costituiscono l’ossatura di questa grande prova di forza:

  • I tanti No provenienti da tutte le regioni prendono atto che la forza di ognuno risiede nella forza di tutti, e che ogni singola mobilitazione nasce e si sviluppa attorno ad un aspetto specifico del più vasto progetto capitalistico di dominare le persone e l’ambiente per trarne profitti, ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. Un No alla Tav o alle Trivellazioni, al Muos o alle Grandi Navi, alle discariche o ai gasdotti è un No al Capitalismo predatore e distruttore, è un No al neoliberismo calato come un’ombra mortale sulle popolazioni del Pianeta per favorire le minoranze di ricchi che lo governano e lo stanno portando alla distruzione. Perché il processo di veloce degradazione del clima e delle possibilità di vita su sulla terra non va religiosamente assunto a senso di colpa collettivo: esso ha un solo responsabile, ed è il Capitalismo, con la sua voracità infinita, mentre lo Stato è il modello-forma-strumento perché le aspirazioni delle persona a una vita diversa e migliore possano essere ingabbiate in logiche di obbedienza di varia natura e mantenute con vari strumenti coercitivi, dal terrorismo statale al potere burocratico, dal fanatismo religioso o nazionalistico alla droga consumistica e tecnologica.
  • I movimenti territoriali vanno acquisendo sempre più la coscienza che l’unica forma di opposizione al capitale può svilupparsi solo a partire dagli individui e dai loro luoghi di vita e di lavoro, e che essa non deve delegare a forme “superiori” della politica le proprie prerogative, ma deve farsi essa stessa forza d’urto, di opposizione e di proposta. Nessuna delega a personaggi, leaders, partiti e nessuna fiducia a governi e istituzioni. Questo atteggiamento ha fino ad ora permesso alle lotte di svilupparsi e rafforzarsi, di superare momenti di sbandamento e debolezze varie, di disincagliarsi dalle pratiche ricattatorie che hanno fatto soccombere la tutela della salute e dell’ambiente alle esigenze del capitale e del mercato, e deve proseguire la sua marcia unificando (ma non omologando) tutti i No in un grande Si a un’idea diversa di vita, di relazioni umane, di condizioni sociali, di gestione del lavoro, dell’istruzione, dell’ambiente, di rilancio effettivo del Mezzogiorno, un’idea improntata all’eguaglianza, alla giustizia e alla libertà e alla solidarietà, tutti valori incompatibili col capitalismo, le sue leggi, i suoi bisogni.

Nelle innumerevoli occasioni di confronto è emersa una progettualità del cambiamento, che passa attraverso la riappropriazione da parte dei soggetti sociali della facoltà di poter decidere in prima persona e collettivamente della propria esistenza e del proprio futuro. Una progettualità che contempla un’idea diversa di mobilità, di lavoro, di città, di energia, di ambiente, ma anche un’idea precisa su antisessismo e antipatriarcato, antirazzismo e antifascismo, anticapitalismo e antimperialismo, dove non hanno più spazio alcuno le follie capitaliste su velocità alte e imprescindibili, su aggressioni ai sottosuoli e ai mari con progetti devastanti resi possibili nel corso dei tempi solo da guerre feroci di conquista, a loro volta produttrici di mostruose macchine di morte e di altre montagne di profitti accumulatesi su genocidi, schiavitù, esodi, fabbricazione, commercio e utilizzo di armament. Non c’è più posto per l’interesse privato che scavalca quello pubblico, per l’interesse di Stato a servizio dei potenti, imposto con la violenza in divisa.
Capitalismo e liberismo sono solo voracità, distruzione, culto del dio denaro, e mafia, militarizzazione dei territori, guerre, repressione dei soggetti in rivolta (ora, in Italia, ancora più aspra con la legge Salvini). Ne hanno fatto le spese i diritti umani, le conquiste sociali, la libertà delle persone di poter decidere, come ne hanno fatto le spese l’agricoltura, l’ambiente, interi territori vasti e piccoli divenuti invivibili per l’avvelenamento, il clima modificato, le moltitudini sottoposte a ricatti: occupazionali, economici, razziali, militari, religiosi.
E’ giunto il tempo di dire No a un sistema iniquo e pericoloso, la cui crescita, ma anche la cui sola esistenza, è una minaccia per l’umanità tutta. Ed oggi, dall’ultimo paese della Val di Susa, all’ultimo paese della Sicilia, passando per le mille contrade in rivolta, sono segmenti crescenti di questa umanità insofferente che si ribellano. La protesta, la resistenza, il conflitto sociale che confluisce a Roma è oggettivamente lo stesso che anima le popolazioni curde nella loro conquista di una possibilità di rigenerazione sociale antiautoritaria, lo stesso che arma lo spirito delle popolazioni del Chiapas o che riempie le strade del Nicaragua; lo stesso che nega la segregazione razziale nei lager degli stati e i muri alle frontiere o nei mari; lo stesso che fa da diga al dilagante neofascismo aizzato dai governi, in Italia come in altri paesi. O si vince tutti, o si perde tutti: non c’è via di mezzo.

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Torna la questione settentrionale

Da anni i leghisti chiassosi, forti di una debolezza di fondo dei sostenitori sinceri della questione meridionale, sono riusciti a ribaltare i termini del discorso, imponendo la centralità delle rivendicazioni della borghesia ladrona padana. Oggi, con il vento in poppa al secessionismo mascherato da sovranismo, tentano di dare una sferzata che sancisca definitivamente la rottura del “patto di perequazione” che, sia pure in maniera assolutamente sbilenca e diseguale, aveva caratterizzato gli assetti sociali ed economici del paese e i suoi stessi principi fondanti a partire dal 1945.
Lungi da noi il voler gridare alla minaccia di rottura dell’Unità d’Italia, che già questa fu foriera di una rottura più grande quale l’annessione del Sud al Piemonte e l’instaurazione di una relazione di tipo coloniale durata fino ai giorni nostri. L’Italia unita è stata ed è la condizione necessaria, ancorché mistificante, della rapina che le popolazioni del Mezzogiorno hanno subìto, complici le classi politiche meridionali assoldate alla grande borghesia predatrice e ai signori della guerra che hanno fatto della colonia una grande base militare, un immenso serbatoio di manodopera, un’area per le loro industrie devastanti, un mercato per la loro mercanzia, appaltando alla criminalità organizzata il controllo sociale e l’ordine mafioso necessari per mantenere l’egemonia politica ed economica. Siamo convinti, pertanto, che la Lega e i suoi alleati-complici-padroni del Nord non intendano assolutamente mollare l’osso che hanno spolpato da un secolo e mezzo, ma che stiano semplicemente approfittando di una congiuntura favorevole per regolare ulteriormente i conti con un Sud che vedono bene in una condizione di ulteriore subalternità per farne loro territorio esclusivo di caccia.
La cosiddetta “autonomia differenziata”, o “federalismo fiscale”, agevolata dalla modifica costituzionale del 2011 (art. 119) voluta da un governo PD, giunta a imminente varo governativo, spinta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, regioni ricche che producono il 40% del Pil nazionale (ma che consumano il 50% del gas d’Italia e un terzo dell’energia elettrica), presto seguite da altre regioni, prevede non solo che il “residuo fiscale”, cioè la differenza tra quanto si paga di tasse in un territorio e quanto si riceve dallo Stato (che permette una distribuzione di risorse delle regioni più ricche su tutto il territorio nazionale), rimanga nella Regione, ma che le stesse assumano competenze oggi di stretta pertinenza statale, su materie come l’ambiente, la salute, i trasporti, il lavoro, l’istruzione, i beni culturali, i rapporti internazionali, ecc. Competenze che, a loro volta, abbisogneranno di ulteriori finanziamenti per potere essere attivate.
E’ chiaro che, allargando la forbice strutturale tra Nord e Sud, viene a saltare ogni meccanismo di compensazione, riducendone al minimo la disponibilità di risorse, quelle stesse che avevano assicurato l’assistenzialismo necessario a mantenere i consensi alle varie classi politiche e dirigenti meridionali. Le quali, davanti alla nuova condizione, indebolite da anni di subalternità e di attenzione solo al mantenimento dei loro privilegi, davanti al rischio di venire declassate al ruolo più impresentabile di guardie carcerarie di un Sud abbandonato alla deriva, potranno tirare fuori le unghie e riscoprire un rivendicazionismo di tipo regionalista finalizzato non tanto a risollevare il Mezzogiorno dalla condizione neocoloniale in cui viene sospinto, ma a garantirsi vecchi privilegi anche a costo di rotture o di minacce di rotture di stampo autonomistico spinto.
Per le popolazioni meridionali sarebbe come scaraventarsi dalla padella leghista e nordista alla brace di un meridionalismo strumentale e altrettanto dannoso. Nulla di nuovo sotto il bel sole del Sud.
Si tratta allora di prevedere alcuni passaggi per uscire fuori dal tunnel in cui ci vogliono spingere i cacciatori di terroni: demistificare la vulgata leghista che cattura consensi oggi sparando a zero sui migranti dai paesi poveri e sui meridionali fannulloni e parassiti; anticipare il rigurgito autonomista degli eterni complici e servi del capitale additandoli come nemici al pari dei loro colleghi del Nord. Rilanciare l’autonomia dei territori attraverso una caratterizzazione in senso comunalista e federalista dei movimenti dal basso esistenti, nonché extraistituzionale, per rivendicare un autogoverno del territorio, ampio e senza mistificazioni, che veda nei borghesi del Sud degli avversari, anche se mascherati da un linguaggio comune e da uno sventolio di bandiere regionali.
Forse non tutti i mali vengono per nuocere, e questo ritorno a gamba tesa della questione settentrionale potrà rappresentare l’occasione tanto attesa per regolare i conti con i traditori, i venduti, i vassalli e servi del gran capitale, e rimettere in marcia nuovi orizzonti di libertà.

Pippo Gurrieri

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