Siamo qui

Cosa spinge un pugno di scalmanati a continuare a redigere otto pagine di un giornale cartaceo a quarant’anni esatti dall’uscita del primo numero? Nonostante l’avvento dell’on-line, l’età che avanza, la precarietà che corrode i redditi e limita gli abbonamenti, la crisi della militanza e tante altre cose che dovrebbero scoraggiare simili folli imprese?
Cosa induce una redazione minuscola e sparpagliata a progettare ogni mese un numero nuovo, a inventarsi una pagina di sole immagini, e altre sette di lettura critica dei fatti quotidiani, di cronaca, di analisi, di cultura, di battaglie?
Ebbene, le risposte sono semplici. In primo luogo il continuare a credere in una comunicazione che è anche relazione, contatto, confronto, sguardo. Credere nel valore della propaganda: la diffusione, umile ma orgogliosa e costante, di idee, programmi, proposte, critiche, e nello stesso tempo fatto concreto, come può esserlo il giornale stesso, o, ancor di più l’esempio di una vita militante frutto di una scelta volontaria, vissuta da quel particolare punto di vista rappresentato dal sentirsi e dal cercare di essere, nei limiti del possibile e contro ogni ostacolo o avversità, anarchici.
Questo giornale, fragile nella sua robustezza economica, ma forte in virtù delle energie che ad esso si dedicano e di quelle che ha saputo stimolare, ha narrato per quarant’anni fatti e misfatti del potere; ha cercato di mantenere la bussola verso una prospettiva libertaria davanti ai numerosi tentativi di spacciare per prospettive di liberazione ed emancipazione delle banali ricerche di potere o di improbabili scorciatoie per risolvere la questione sociale all’insegna del cinico ma perdente detto che il fine giustifica i mezzi.
Noi siamo ancora qui, a raccontare che “non ci sono poteri buoni”, e come tante storie siano finite male quando han cercato di cambiare il potere”, e dei tanti sogni che hanno lasciato il posto alle delusioni o – peggio ancora – ai più opportunistici adattamenti, tradendo gli intenti iniziali cui pure avevamo dato, sebbene criticamente, un certo credito e il beneficio della buona fede.
Siamo stati al nostro posto, non certo comodo, molto spesso in prima fila nelle lotte di ogni tipo, e grazie a questo oggi possiamo insistere nel ribadire che i sogni non possono né devono finire ammaestrati dalla realtà, cioè dallo squallore e dallo spettacolo quotidiano di una società crudele, ma devono espandersi, contagiare, trasformare questa realtà. O almeno, devono provare a farlo.
E cos’è un giornale che nasce nel gennaio del 1977, e nel gennaio del 2017 continua a narrare e a propagandare la giusta sovversione contro le follie del militarismo, contro lo schifo del razzismo, contro il cinismo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e dell’uomo sull’ambiente, se non esso stesso parte di questo sogno e di questa utopia che dimostra la forza e il coraggio delle idee di autogoverno, di partecipazione dal basso, di azione diretta, di libertà che oggi rinascono nelle rivolte, nelle sommosse, nei movimenti, nelle sperimentazioni in atto ai quattro angoli del Mondo, e rappresentano il futuro concreto e più attuale che mai per milioni di individui?
Senza escludere le altre forme oggi possibili di fare propaganda e comunicAzione libertaria, dal sito web alla pagina Facebook, dall’abbonamento al pdf piuttosto che al cartaceo, Sicilia libertaria ritiene di avere un grande ruolo da svolgere; ritiene che a un corteo a Niscemi o a un blocco ai cancelli del MUOS, così come a una manifestazione di lavoratori precari o di disoccupati, a una mostra di artisti senza padroni né padrini, fare circolare un giornale anarchico sia ancora un fatto importante, spesso fondamentale; mettere in mano a una persona una copia del giornale è dargli un pegno, passargli un testimone, aprirgli un mondo in cui la relazione politica, che è anche umana e tale vuole restare, è fondamentale, necessaria, indispensabile.
Ecco la semplice risposta alla domanda iniziale; ecco perché siamo ancora al nostro posto, noi folli e giusti, come scriveva Giovanni Marini, a progettare un futuro libertario, mese dopo mese, anzi, minuto dopo minuto, nella nostra terra e nell’Internazionale che verrà.
Pippo Gurrieri

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Sarà un autunno caldo o freddo?

Il governo in questi ultimi scampoli di estate è alle prese coi dati Istat sul Pil dell’ultimo trimestre che certificano una crescita pari a zero, mentre si sta per aprire il confronto con i sindacati per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici e il G 20 cinese si è chiuso con la presa d’atto di una crescita mondiale rallentata e con l’auspicio di riuscire ad attivare una crescita globale che sia “inclusiva, robusta, sostenibile”. Il governo naturalmente fa buon uso di tali conclusioni sollevandosi da una qualche responsabilità nella pervicacia della crisi e a proposito della battuta d’arresto del Pil il ministro Padoan ha potuto dichiarare che “crescita, competitività e produttività” rappresentano gli strumenti per battere la crisi. Peccato che tutto questo viene ripetuto oramai da più di un decennio senza che i risultati cambino o si facciano passi avanti, e tuttavia la favola della ripresa economica continua a irretire la maggioranza e la riattivazione di un “virtuoso” circuito produzione-consumi continua a rappresentare l’orizzonte più auspicato. Nel frattempo disuguaglianze, guerre, ingiustizie, autoritarismo crescono, il conflitto sociale langue e il governo impone provvedimenti che sottraggono diritti e incrementano le disparità, infischiandosene della modesta opposizione istituzionale o sociale che si riesce a produrre. In questo quadro l’autunno italiano si prepara a mettere al centro dell’attenzione quasi esclusivamente il voto sul referendum costituzionale. Che soggetti politici istituzionali puntino le loro carte sul risultato del referendum è piuttosto naturale. Lo stesso governo aveva già nei mesi scorsi polarizzato lo scontro politico parlamentare sull’esito referendario con la boutade di Renzi sulle sue dimissioni in caso di sconfitta. Questa prospettiva – seppure nelle ultime settimane minimizzata dallo stesso giovane capo del governo – ha fatto convergere tutta l’opposizione antigovernativa sulle posizioni del No, creando naturalmente confusione e ambiguità. Si sta così delineando uno scontro politico istituzionale le cui prospettive, anche se potrebbero portare ad un cambio di governo, di certo non compendiano un cambio significativo di politiche.
Ora la fibrillazione che si registra nell’ambito della sinistra extraparlamentare e sociale più o meno radicale sul tema del referendum rischia di venire fagocitata in questo calderone dal quale non può che emergere ulteriore confusione, utile ai processi autoritari in corso.
Non c’è dubbio sul fatto che la riforma renziana della Costituzione segna un ulteriore passaggio verso la tendenza accentratrice del potere, tuttavia è dubbio che il semplice respingere questa riforma possa automaticamente invertire la rotta, tanto più che non si possono escludere manovre di potere dietro le quinte. Insomma per quella galassia di partiti attualmente extraparlamentari, movimenti vari e centri sociali che continua ad enfatizzare il ruolo del referendum quale strumento efficace di opposizione sociale il rischio è quello di percorrere un crinale azzardato e per vari motivi. Innanzitutto, quale Costituzione si difenderebbe? Quella che già prevede il pareggio del bilancio, quella delle enunciazioni di principio che in settant’anni non hanno mai trovato concretezza, quella di una democrazia parlamentare oramai defunta?
In secondo luogo per le forze messe in campo è facile rimanere subalterni ai giochi politico-istituzionali che stanno prendendo corpo. Infine il tentativo di legare la difesa della Costituzione a rilevanti questioni sociali – lavoro, distribuzione della ricchezza, immigrazione, difesa dell’ambiente – è piuttosto astratto e frutto di approssimazione più che di una chiara visione dello scontro sociale in atto, che è debole e non può certo essere rianimato da una diffusa antipatia per Renzi, senza un preliminare percorso dei lotte. E proprio dalle lotte in corso bisogna ripartire, con la consapevolezza che, seppure disperse, settoriali, episodiche, per farle crescere non si debbono sovradeterminare dall’esterno. E’ necessario continuare a proporre e a tentare di mettere in campo pratiche di opposizione che, sebbene minoritarie, diano il senso di una trasformazione complessiva della società, di modalità completamente altre che non si possono limitare a riproporre una maggiore giustizia,una maggiore democrazia, una migliore distribuzione delle risorse con gli strumenti degli stati e dei governi: leve fiscali, spese pubbliche, ecc. La posta in gioco è molto più alta, non si tratta di fare aggiustamenti più o meno incisivi, ma di ribaltare gli assetti attuali. Non è certo semplice, ma si deve continuare a farlo.

Angelo Barberi

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Estirpare il CANCRO DELLA GUERRA

In Medio Oriente la diffusione della democrazia, della libertà e della
tolleranza sono ostacolate da tutti gli Stati: Israele, Emirati del Golfo,
Monarchia saudita, Turchia di Erdogan, Siria di Assad, Iran degli
ayatollah. Si tratta di governi autoritari che reprimono e combattono con
la violenza e il terrore ogni protesta, ogni atto di ribellione. Governi
ampiamente sostenuti economicamente e politicamente dagli Stati Uniti
e dal Regno Unito, dalla Russia e dalla Francia, e anche dall’Italia.
Chiunque si impegni in processi di liberazione viene represso nel
sangue sotto il silenzio complice delle potenze dominanti.
Esemplare il caso dei curdi, a lungo massacrati, deportati, arrestati,
eppure oggi gli unici a combattere sul campo l’ISIS e ad averlo più volte
bloccato e sconfitto, liberando territori ove mettono in pratica il
Confederalismo democratico, ovvero una società senza stato basata
sulle libere comuni, sul metodo assembleare, sul rispetto dell’ambiente,
sulla centralità della donna, sull’eguaglianza di tutti, vero modello di
emancipazione per tutti i popoli.
Se i paesi “occidentali” volessero veramente ridurre la violenza
internazionale, dovrebbero rinunciare alle politiche di saccheggio,
guerra e destabilizzazione che conducono nel Medio Oriente, in Africa e
nel resto del mondo. Invece conoscono solo la parola guerra, con
grande giubilo per l’apparato militare industriale, che continua ad
ingrassare, mentre le popolazioni subiscono tagli ai servizi e vessazioni.
L’Italia è l’ottavo paese esportatore di armi al mondo; le spese militari
degli USA superano ogni anno i 610 miliardi di dollari!
Contro la guerra e il terrore degli stati; contro la spirale folle
della violenza senza fine; contro i fanatismi religiosi e
l’ingordigia dei mercanti di armi; contro tutti gli eserciti:
lottiamo per smantellare le basi militari di morte, come il MUOS
di Niscemi, per la smilitarizzazione dei nostri territori; per la
fuoriuscita dalla NATO, l’alleanza che rappresenta una delle
principali fonti di instabilità e di pericolo di guerra nel mondo.

Estirpare il cancro della guerra (volantino FAS in pdf)

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Indipendenza siciliana

Torna, quatto quatto, il desiderio di una Sicilia indipendente; ad ogni nuova ondata si scoprono nuovi soggetti e nuove aggregazioni, anche insospettabili, sventolare il bicolore giallo-rosso; tanto da generare qualche legittimo sospetto.
Ma non è questo il luogo per discutere degli indipendentisti vecchi e nuovi, argomento su cui torneremo senz’altro nei prossimi numeri. Vogliamo invece ribadire qual è la posizione di questo giornale in materia.
Anarchici, non siamo interessati alla conquista di nessuno Stato, men che meno di uno Statu Sicilianu, il quale, nell’ipotesi di una sua affermazione, propugnando un diffuso nazionalismo, che pone in primo piano cultura, storia, lingua siciliane, godrebbe di un forte potere mistificante nell’attuare la sua unica e vera missione: garantire il predominio e il privilegio delle classi dominanti.
Rivoluzionari, siamo nemici di ogni dominio di classe, compreso quello di una borghesia (più o meno mafiosa) siciliana. Lo sfruttamento non muta di colore se a sfruttarti siano multinazionali e padroni venuti da fuori, potentati economici colonialisti oppure di stretta etnia sicula. Anche perché, limitandoci ad un discorso prettamente culturale, non crediamo che la borghesia (o la classe al potere) possa rivendicare una cultura siciliana: tutte le borghesie del mondo sono portatrici della medesima cultura del profitto, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del capitale come unico valore. Al contrario, le culture subalterne sono forgiate, animate, vissute dalle classi oppresse, le uniche che hanno interesse a scardinare le catene dello sfruttamento e dell’oppressione.
Antiautoritari, non crediamo nelle virtù salvifiche di una nuova classe di rivoluzionari che – una volta conquistato il potere in una Sicilia libera da colonialismi e interferenze esterne – attuino politiche di trasformazione sociale in senso comunista e libertario. Come l’esperienza c’insegna,i poteri “nuovi” e innovativi finiscono sempre in dittature o a vendersi a potenze finanziarie e militari.
Una Sicilia indipendente, pertanto, può solo essere una Sicilia senza Stato e senza esercizio del potere, senza governo e organi autoritari. Una Sicilia autogestita e autogovernata.
La lotta per l’indipendenza, passi per i meandri politico-parlamentari o si affermi attraverso percorsi di lotta rivoluzionaria, è destinata ad abortire anche quando dovesse risultare vincente, se vuole riprodurre in piccolo (su scala isolana) lo schema di uno Stato. Saranno energie sprecate, sacrifici e lutti per costruire un mostro che divorerà i suoi figli in nome dell’interesse sacro della nazione.
In varie aree del mondo dove sono in atto tentativi di cambiamento sociale radicale – Chiapas, Rojava fra tutti – viene messo in discussione lo Stato nazionale, privilegiando progetti che tentano di affermare una società costruita dal basso, attraverso strutture assembleari, autogestione diffusa. La lotta per raggiungere un obiettivo di questo tipo presuppone idee chiare già sull’organizzazione odierna, sui metodi, sulle alleanze, i quali devono essere coerenti con i fini.
Ben venga una lotta di lunga durata che rivendichi il diritto di un popolo ad affermare la propria cultura e tutte le peculiarità legate alla propria vicenda storica; ben venga una lotta che affermi diritto all’autodeterminazione, nel senso libertario di possibilità di progettare modalità di vita sul proprio territorio sganciate dallo sfruttamento, dall’intolleranza, dal patriarcato, dalla distruzione dell’ambiente. Ogni popolo deve poter decidere in autonomia quale tipo di società debba affermarsi sulla propria terra.
Nello stesso tempo sappiamo che nessun tipo di liberazione legata ad un determinato territorio sarà possibile in un mondo globalizzato e condizionato da forti interessi imperialisti e capitalistici: sarà sempre parziale e sotto minaccia; per questo si pone il problema dei collegamenti, della solidarietà internazionale, dell’allargamento del fronte, della diffusione dei propri contenuti, del mutuo appoggio, affinché possa rafforzarsi all’interno rafforzandosi all’esterno, dando contributi e ricevendo contributi.
Senza internazionalismo non vi può essere nessun nazionalismo, sia pure libertario o rivoluzionario. In Sicilia come altrove.
Pippo Gurrieri

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Manifestazione No-triv

Venerdì 10 luglio alle ore 18,3o in piazza San Giovanni a Ragusa manifestazione contro le trivellazioni petrolifere.

 

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PRIMO MAGGIO ANARCHICO 2015

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Le origini del Primo Maggio risalgono al 1887, quando a Chicago furono
impiccati 4 anarchici, rei di avere organizzato una manifestazione operaia per la rivendicazione delle otto ore di lavoro. Una provocazione da parte di guardie private e polizia portò all’esplosione di un ordigno, con conseguenze gravissime per i manifestanti. Gli anarchici vennero
ingiustamente incolpati di quel delitto.
Alcuni anni dopo un congresso socialista e operaio mondiale decise di
ricordare “i martiri di Chicago”, dedicando il Primo Maggio alla
rivendicazione internazionale delle otto ore di lavoro e alla lotta per
migliorare le condizioni dei lavoratori.
Per molto tempo il Primo Maggio fu un “giorno maledetto”, vietato e
represso duramente. In molti Paesi i lavoratori scioperavano per onorare la giornata mondiale in ricordo delle vittime di Chicago e per la riduzione
dell’orario di lavoro.
Ma il Primo Maggio venne anche manipolato, in primo luogo dai regimi
comunisti statalisti, che ne fecero una ricorrenza istituzionale, poi
progressivamente anche negli stati capitalisti, che ne fecero la “festa del
lavoro”. Infine anche la Chiesa cattolica ha dedicato a S. Giuseppe
artigiano questa giornata. Il Primo Maggio ha così perso gran parte del suo contenuto rivendicativo ed evocativo per diventare una festa, una
scampagnata.
Gli anarchici in tutto il mondo tengono alta la bandiera del Vero Primo
Maggio organizzando iniziative, o scioperi e altre manifestazioni laddove
questo continua ad essere un “giorno maledetto e pericoloso” per i regimi.
DAL 1989 IL GRUPPO ANARCHICO DI RAGUSA ORGANIZZA IL PRIMO MAGGIO ANARCHICO.
Quest’anno a Ragusa Ibla, in Piazza Pola, un fitto programma vedrà
impegnati non solo gli anarchici e i libertari, ma anche diverse
associazioni e organizzazioni che ritengono questo un giorno di lotta e di impegno sociale.
*Alle ore 16* avrà luogo un dibattito sul tema dei diritti: interverranno
esponenti di associazioni che si battono per l’affermazione di diritti
specifici: gay, coppie di fatto, migranti, sindacati di base, atei,
animali, antimilitaristi e ambientalisti.
*Alle ore 18* il concerto del cantautore Luigi Calvo.
*Alle ore 19* Pippo Gurrieri affronterà, nel comizio, i principali temi di
attualità, dal job act alla lotta NO MUOS, dalle stragi di migranti alla
cementificazione del territorio ragusano e quella che si prepara nel centro
storico.
*Alle ore 21,30* musica progressive con la band ragusana Act City Bad.
Tutto il giorno verranno disposti pannelli controinformativi sull’Expo,
sulla lotta NO MUOS, sul Kurdistan; e verrà diffuso materiale di propaganda.

L’iniziativa è rigorosamente autofinanziata e autorganizzata.

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Lavoro e dignità

“Il lavoro rende liberi” recitava la famigerata scritta posta all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz: una frase che, a cominciare dall’accoppiata dei concetti di “lavoro” e “libertà”, suonava come una presa in giro, trattandosi di un ossimoro, che però molti ancora non esitano a negare. Lavoro, fatica, come necessità per la sopravvivenza, ma anche come eccezione da riservare allo stretto necessario, per quanto, l’eccezione col tempo sia diventata regola.

E’ vero che da sempre popolazioni e individui costretti da sistemi sociali iniqui alla fame, alla disoccupazione e alla precarietà, hanno visto nel lavoro, e soprattutto in un lavoro rispettoso delle regole e della dignità umana, un modo per emanciparsi dalla condizione di sfruttamento. Ed è stato compito delle socialdemocrazie e delle chiese di tutto il mondo limitare a questo tipo di “libertà” gli orizzonti emancipatori: ognuno al suo posto, il padrone in cima alla piramide sociale, con la sua libertà di sfruttare, arricchirsi, determinare le sorti dei subalterni; i lavoratori alla base della stessa piramide, con la loro libertà di lavorare, obbedire, fare andare avanti la macchina del capitale, ricevendo in cambio quei beni necessari al perpetuarsi della loro funzione nella società. Tanto che, a secondo del tempo e/o del luogo, se al termine lavoratore si sostituisse quello di schiavo, il risultato non cambierebbe.

Oggi la grande mattanza che si è fatta dei diritti dei lavoratori, la disoccupazione voluta dai padroni per avere una vasta platea di richiedenti lavoro da poter facilmente ricattare, o gettare nell’arena di una guerra fra i poveri sempre più cruenta, conduce a una rivalutazione mistificante della frase di cui sopra.

Chi non ha lavoro non ha libertà; milioni di persone non hanno libertà; solo il lavoro potrà renderli liberi. Due cose sono chiare: la mancanza di libertà è un fatto diffuso quanto quella di lavoro; il lavoro permette di conquistare la libertà di consumare, spendere, girovagare nel supermercato mondiale. Una libertà, dunque, tutta interna al sistema capitalistico, scambiata o venduta come LA libertà; un lavoro tutto interno ai meccanismi di riproduzione del capitale e delle merci, a sua volta scambiato e vissuto come LA libertà.

L’ideologia nazista e l’ideologia capitalista, che in Italia possiamo coniugare come Renziana, ma che è la stessa della organizzazioni sindacali, è tutta addentro alle dinamiche dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, o dell’uomo sulla natura; essa non sottrae l’individuo, o la classe di individui costretti a chiedere, mendicare, supplicare, praticare un lavoro per vivere, al ricatto del più forte, del padrone nelle sue varie accezioni.

Invece, proprio ora che il lavoro si configura come uno stato di necessità, negato o imbrigliato perché possa essere concetto mistificante, occorre tornare all’origine del significato: lavoro non è libertà finché resta attività presa in ostaggio dalle leggi capitalistiche, o schiavistiche comunque esse si presentino. E’ libertà la ricerca di un’attività appagante, di un’attività improntata alla realizzazione di rapporti sociali egualitari; è libertà la lotta per sottrarsi ai ricatti padronali e statali, quindi per sganciare il lavoro dallo sfruttamento.

Festeggiare il lavoro è festeggiare lo sfruttamento; fare la festa al lavoro è intraprendere un percorso di liberazione. Chiedere un lavoro, lottare per il lavoro, contro la precarietà e la disoccupazione, è soltanto agire dentro i meccanismi del sistema, barattare benessere con perdita di autonomia. Ci può salvare solo la dignità: dignità di lottare con consapevolezza e coscienza degli obiettivi e dei loro limiti; dignità di contrattare col padrone a partire da rapporti di forza alla pari; dignità di possedere un sapere conquistato, da considerare un’arma per poter fare a meno del padrone, e instaurare delle relazioni sociali libere e autogestite.

Pippo Gurrieri

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Il grecale

Soffia il vento greco sull’Europa, facendo volare alte le speranze di quanti, almeno in Italia, si attendono un contagio che risollevi le sorti di quel 4,03% (al netto è un 2,4%) raccolto da “L’Altra Europa con Tsipras” alle scorse elezioni europee.

Syriza, il partito della cosiddetta sinistra radicale, adesso governa, con l’appoggio dei populisti e razzisti di Anel, cui li unisce l’avversione all’austerità imposta dall’Europa dei banchieri, e poche altre cose. Ma per misurare se il vento che si alza dalla penisola ellenica sia effettivamente portatore di novità, occorrerà osservare come si muoverà la nuova coalizione.

Per attuare il suo programma (nuovi posti di lavoro, reintroduzione della tredicesima e del reddito minimo, cancellare i debiti dei più poveri, garantire l’assistenza sanitaria ai disoccupati, restituire i diritti cancellati) essa deve necessariamente colpire la classe capitalista, enormemente arricchitasi con gli aiuti statali, e la chiesa, entrambi esenti da tasse; deve ridurre le spese militari, far pagare chi esporta denaro all’estero, frenare la forte corruzione nello Stato, trattare la riduzione degli interessi sul debito. La Grecia, come l’Italia, ha assistito ad un forte trasferimento di ricchezza dai ceti popolari ad un pugno di famiglie ricche, mentre sulle sue maggiori imprese pubbliche incombe l’ombra dei rapaci colossi europei ed americani. Se accetterà lo scontro, Tsipras avrà dalla sua parte i lavoratori, ma si ritroverà anche sotto la pressione del capitale e delle banche, in un clima di scontro aperto che potrà regalarci a breve scadenza anche una Grecia fuori controllo, con un livello di conflittualità ancora più forte e con un governo costretto a intervenire per instaurare l’ordine. Le prime avvisaglie sono proprio in tal senso: la BCE annuncia la fine degli “aiuti”.

La Grecia è da tempo attraversata da esperienze di resistenza popolare e di autorganizzazione che hanno permesso, oltre la difesa dall’attacco straordinario alle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, la sedimentazione di forme di politica dal basso sostituitesi alle fallimentari politiche governative, al welfare dilaniato, alla disgregazione prodotta da un impoverimento diffuso.

Parallelamente le forze neofasciste hanno fatto leva su malcontento e rabbia diffusi per rafforzare il loro consenso antigovernativo, dando vita ad una forte conflittualità con le forze di sinistra, libertarie, sindacali, movimentiste. Senza di loro le forze di polizia non sarebbero riuscite a contrastare la conflittualità dei settori di classe lavoratrice lasciata senza lavoro e senza reddito, del movimento delle occupazioni di case, spazi sociali, strutture pubbliche, atenei universitari, delle più disparate forme di autogestione e solidarietà sociale. Il movimento, attaccato da polizia e fascisti, è riuscito a tenere duro, pagando un caro prezzo in termini repressivi, con migliaia di arresti, l’apertura di prigioni speciali, e un numero non indifferente di vittime delle violenze. Anche se i fascisti di Alba Dorata hanno subito arresti, è del tutto evidente come la posta in gioco fosse quella di spegnere l’effervescenza rivoluzionaria nel paese.

Rispetto a tutto questo, Syriza, i cui militanti sono anche presenti all’interno delle variegate esperienze di resistenza e lotta, deve fare delle scelte: la prima di tutte è senz’altro un’amnistia generale per tutti i detenuti politici e i detenuti a causa di gesti collegati alla condizione sociale di indigenza e disperazione, sempre che riuscirà a fare i conti con gli apparati di esercito e polizia, e con l’establishement reazionario che da anni si annida nelle istituzioni elleniche. E’ probabile che ne sortisca un compromesso; Tsipras ha bisogno di non mostrarsi troppo “estremista” per non far paura all’Europa e a quei ceti medi moderati che hanno riposto in lui la speranza di un cambiamento. Anche verso i fascisti, ben posizionati in parlamento, non sarà facile adottare misure volte a ridimensionarli; le piazze, anzi, verranno scagliate contro il nuovo governo dalle forze di opposizione, che approfitteranno di ogni esitazione e di ogni errore. Per adesso ha imposto la polizia disarmata ai cortei.

Cosa accadrà nei movimenti? Cosa comporterà avere come controparte un governo “amico”? Come si trasformeranno le realtà di lotta e i conflitti? Queste sono delle incognite che presto verranno alla luce. La storia e l’esperienza ci dicono che ogni vittoria elettorale della sinistra rappresenta un calmante per le lotte, un rafforzamento del ruolo dei burocrati e degli intermediari, pronti ad aprire tavoli di concertazione, a mediare, a non forzare più la mano. Ma più questo si avvererà, più il grande bagaglio di esperienze di questi anni rischierà di disperdersi.

Spetterà alle forze anarchiche, ai movimenti popolari di base, prendere in mano ancora di più la situazione, sfuggendo ai ricatti (“chi critica il governo fa il gioco della destra”) e affermando che non ci sono governi amici. In questo senso, più i movimenti di base e di lotta degli altri paesi europei riusciranno ad esprimere conflittualità contro le politiche di austerità e il neoliberismo forcaiolo, più si consoliderà un fronte internazionale di opposizione rivoluzionario che darà filo da torcere ai padroni, alle banche e agli Stati, costruendo l’alternativa antiautoritaria.

Pippo Gurrieri

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IL MUOS E’ ABUSIVO: LO DICE ANCHE IL TAR!

sucate

Dopo 110 giorni il Tribunale Amministrativo Regionale di Palermo si è pronunciato sui ricorsi presentati contro l’impianto Muos di Niscemi, affermando che il Muostro è illegittimo e pericoloso. Inoltre ha censurato il comportamento del governo Crocetta che precipitosamente, nel luglio del 2013, aveva ritirato la revoca delle autorizzazioni alla costruzione del mega sistema satellitare.

Adesso il governo italiano e la marina militare statunitense si affretteranno ad impugnare la sentenza del TAR, che per la seconda volta ribadisce che il MUOS non poteva essere costruito. Ma la Federazione Anarchica Siciliana ritiene che questo risultato non sia il semplice pronunciamento di un tribunale, perché indica, a tutte le persone che hanno allentato la guardia dopo la fine dei lavori alla base NRTF, a quanti hanno provato un senso d’impotenza davanti all’arroganza degli invasori americani e di tutti i loro complici, da che parte è sempre stata la ragione: dalla parte di chi si è opposto con ogni mezzo alla costruzione del Mostro, subendo denunce, repressione, ingiurie e denigrazioni.

Gli attivisti NO MUOS, e noi anarchici con loro, hanno sempre sostenuto che quella base non si doveva costruire, che la Sughereta di Niscemi andava liberata dalla servitù militare; che uno strumento di morte e di guerra, già di per sé nocivo per la salute delle persone e dell’ambiente, non poteva essere accettato.

Oggi, con più forza di prima, la ragione di chi lotta deve imporsi sulla vigliaccheria e la forza dei signori della guerra, invasori, abusivi, indesiderati.

Il TAR ha fatto la sua parte, adesso sta agli attivisti, ai comitati, al movimento, alla popolazione, esigere con la mobilitazione, che il MUOS venga smantellato e il territorio niscemese definitivamente liberato dalla presenza militare.

Nessuna base di morte – Nessuna guerra – Fuori i militari dalla nostra terra!

Federazione Anarchica Siciliana
14-2-2015

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Agenda 2015

L’unico augurio che possiamo fare a chi ci legge è di continuare ad avere la forza di resistere contro questo mondo infame avvolto nella cappa plumbea dello Stato e del Capitale, e di provare ad andare oltre la resistenza perseguendo obiettivi raggiungibili attraverso lotte e metodi coinvolgenti, forti, diretti, possibilmente vincenti.

Resistere e vincere. Contro il MUOS, ad esempio, il cui progetto va avanti non solo in contrada Ulmo, ma con le campagne di disinformazione, o di simpatia verso gli invasori americani, e i tentativi di isolare gli attivisti più conseguenti dividendo il fronte del NO in buoni e cattivi (i primi sono i preferiti dal Potere e degli USA). Contro il MUOS fino alla vittoria, così come contro le trivellazioni petrolifere, vero atto di forza di multinazionali e governi loro asserviti, a Roma come a Palermo, attuato con la complicità dei sindacati istituzionali, contro interi territori. Stanno cercando di far passare la logica della devastazione attraverso l’imbroglio dei posti di lavoro e la ricchezza a portata di mano; in realtà impongono solo un modello di sviluppo che ha fatto il suo tempo, ha distrutto la Terra, e si regge sullo sfruttamento dell’uomo e della natura. Costruire resistenze territoriali a sostegno di obiettivi anche locali e minimi, per mettere in discussione l’arroganza di tutti i poteri e per sperimentare metodi di lotta e modelli organizzativi orizzontali in cui saltino le mediazioni burocratiche, le interferenze partitiche, i ricatti moralistici. Resistenze unite fra di loro, dalla Sicilia alla Val Susa, in un fronte ideale e politico.

Resistere e vincere. Contro fascisti e razzisti, nel particolare e nel generale. Alzano la cresta, si sentono legittimati dallo stato confusionale in cui versa la società; azzannano i più deboli, scaricano sugli immigrati le rabbie compresse della gente, alzano le bandiere dell’ambiguità infilandosi dentro contesti di lotta e malcontento; convivono col malaffare partitico e mafioso. Hanno conquistato troppi spazi, ed è tempo di arginare la canea reazionaria, a cominciare dai luoghi dove viviamo, con ogni mezzo si renda necessario. Non ci possiamo più permettere di tollerare gli intolleranti e gli squadristi.

Resistere e vincere. Anche sui posti di lavoro, dove si abbatte la scure padronale che cancella non solo i diritti dei lavoratori, ma le possibilità di costruire percorsi organizzativi alternativi al sindacalismo filo statale; dove sindacati che strillarono per la loro esclusione dalla contrattazione (Fiom) continuano a escludere, come hanno sempre fatto, chi non fa parte della congrega dei venduti e dei servi. Lavoro, ma anche non lavoro, sempre più diffuso, ma centrale in qualsiasi percorso di costruzione dal basso di processi rivendicativi e di riscatto sociale. Dalle macerie di una classe possono e devono sorgere le fondamenta di nuove fortificazioni dentro le quali prepararsi ad affrontare degnamente il capitalismo, i signori dello sfruttamento e della guerra.

E non scordarsi della dimensione internazionale; economica, politica, militare, dei nostri problemi, molto simili, per quanto all’apparenza diversi, a quelli di altri contesti. Simili nei sensi, nelle finalità; internazionalismo, dunque, come uscire fuori dal cortile, guardarsi attorno, scrutare i confini delle lotte sociali, della guerra di classe, dei moti di cambiamento che ci indicano la strada, o le strade, anche dalle montagne messicane o dalle rive dell’Eufrate, e sentirsi parte integrante di ciò che avviene nel Mondo, dal nostro piccolo mondo quotidiano alle sponde mediterranee, e oltre. Agganciandosi al treno del cambiamento con solidarietà, confronto, esportazione ed importazione di esperienze, lotta contro i nemici globali e locali, che ovunque coincidono.

Resistere e vincere anche con la cultura, con la rilettura della storia, con l’indagine sociale, con l’arte nelle sue varie espressioni, con la battaglia atea e anticlericale, costruendo fronti che abbattano i muri dell’ignoranza e dell’appiattimento con armi che si chiamano libro, canzone, poesia, film, murales, quadro, rivista, blog… azione diretta.

Buona Anarchia a tutti

Pippo Gurrieri

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Mattarella presidente. Non cambia nulla, come da copione

Capo dello Stato. Capo, ovvero il comando, il potere; e Stato, l’organizzazione gerarchica, militare, autoritaria della società. Due termini che nessun anarchico potrà mai amare. Ma questo non basta a liquidare frettolosamente l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Con l’avvento di Sergio Mattarella il centrismo moderato cattolico conferma e rafforza il proprio predominio politico, all’insegna di una continuità fatta di politiche di destra e politiche di sinistra, dosate a secondo delle circostanze, ma sempre con l’obiettivo di preservare il sistema capitalista.

Sergio Mattarella è, in più, il primo presidente siciliano della storia; questo sta facendo gioire molta gente sicula, ma è la gioia effimera di un momento, come la vittoria della squadra di calcio; alla gente non resta nulla. Anzi, se dovessimo andare indietro negli anni, tutte le volte che un siciliano ha assunto ruoli di governo, sono più i danni che i siciliani ne hanno ricevuto, che i benefici, da Francesco Crispi a Mario Scelba a Bettino Craxi.

Il nome Mattarella in Sicilia ricorda in primo luogo il padre Bernardo, fra i principali esponenti di quella Democrazia Cristiana (di cui fu anche fondatore) che nel ventennio 45-65 assicurò la piena penetrazione di Cosa nostra nelle istituzioni, nell’economia e nella politica dell’isola, in una perfetta assonanza di interessi e di metodi con la Chiesa e con gli Stati Uniti d’America. Bernardo Mattarella era sposato con la sorella del boss mafioso di Catellammare del Golfo Nino Buccellato. Gaspare Pisciotta lo accusò di essere tra i mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Danilo Dolci non esitò a denunciarne sulle piazze e nei tribunali le collusioni con la mafia, subendo la condanna giudiziaria.

I figli non devono certo pagare le colpe dei padri, anche se il neo presidente di oggi, in quella DC ebbe a muovere i primi passi politici; fu il fratello a ricoprire con Calogero Mannino e altri noti esponenti “di sinistra” il ruolo di restauratore della Democrazia Cristiana, tentando di ridimensionare l’ormai ingestibile componente andreottiana dei luogotenenti Lima e Ciacimino; la gestione del potere non poteva più tollerare una tale legittimazione mafiosa; il sistema capitalistico italiano desiderava che la situazione siciliana tornasse sotto controllo, prima che la metastasi mafiosa avanzasse e investisse tutto il corpo economico e politico del Paese. Si sa come andò a finire: Piersanti Mattarella venne ucciso nel 1982; fallì il suo tentativo di utilizzare frange dell’economia mafiosa (Cassina & c.) per mettere all’angolo gli andreottiani; fallirono i suoi tentativi di mettere mano alle norme sugli appalti; la DC si “rinnovò” lo stesso, i nomi sono noti: De Mita, Mannino, Zaccagnini…, prima che tangentopoli si mangiasse il partito con tutto il suo rinnovamento. Ma questo non fece morire i democristiani, spalmatisi come marmellata in tutto l’arco costituzionale, adottando la miglior tattica che si potesse immaginare, pronti a coalizzarsi e a dividersi, senza mai mettere in discussione la sacra trimurti: dio-patria-capitale. E in quanto alla mafia: prese egualmente il treno del Nord e si posizionò nel cuore dell’economia legale e illegale dell’Italia delle cosiddette “prima” e “seconda” Repubblica, contribuendo alla fortuna di imperi economici e di partiti politici da cui ricavò enormi vantaggi.

Di quest’ultima fase è figlio Sergio Mattarella; legato ai gesuiti a Palermo come a Roma, artefice dell’orlandismo palermitano, fu attivo nel guidare la parabola della sinistra DC fondando il PPI, la Margherita e il PD, aiutando i comunisti a democristianizzarsi pur di perseguire il sogno del potere.

Il suo grigio curriculum ci dice comunque alcune cose che ne possono caratterizzare la figura politica semisconosciuta: da ministro cattolico della pubblica istruzione nel 1989 difese come giusto il provvedimento di una preside che vietò alle proprie alunne di venire a scuola in minigonna; ebbe un sussulto antiberlusconiano dimettendosi da ministro nel luglio del ’90 contro l’approvazione della legge Mammì che formalizzava lo strapotere di Mediaset rimpinguandola di finanziamenti.

Nel processo a carico dell’on. Culicchia, della sua stessa corrente, sindaco di Partanna dal 62 al 92, accusato da Rita Atria dell’omicidio del vicesindaco Stefanino Nastasi, Mattarella testimoniò a favore della sua integrità morale, contribuendo all’assoluzione. La Camera aveva votato l’autorizzazione a procedere per l’arresto del Culicchia, ma la giustizia lo restituì “pulito” e pronto a cavalcare il potere. Come scrisse sul suo diario Rita Atria “Credo proprio che mai Culicchia andrà in galera. Ha ucciso, rubato, truffato ma mai nessuno riuscirà a trovare le prove che lo accusano e provino che dico la verità. Sono sicura che mai riuscirò a farmi credere dai giudici, vorrei che ci fosse papà, lui riuscirebbe a trovare le prove che lo facciano apparire per quello che veramente è, cioè Culicchia è solo un assassino truffatore, ma naturalmente le parole di una diciassettenne non valgono nulla. Io sono solo una ragazzina che vuol fare giustizia e lui un uomo che interpreta benissimo la parte del bravo e onesto onorevole. Io non potrò più vivere, ma lui continuerà a rubare, e a nascondere che è stato lui a far uccidere Stefano Nastasi. Già come sempre vince chi è più bravo a truffare la vita”. La povera Rita si suicidò una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui venne ucciso il giudice Borsellino (quello che lei chiama “papà”).

Nel ’94 fu artefice della riforma elettorale che introdusse il sistema maggioritario, usata in seguito come base per rafforzare il potere degli esecutivi; nel governo D’Alema 2000-2001 rivestì la carica di vicepresidente del consiglio e di ministro della Difesa, in un momento cruciale per le forzature politico-militari internazionali che condussero l’Italia a partecipare ai bombardamenti della ex Yugoslavia per imporre a suon di bombe l’autonomia del Kosovo, che ha trasformato il piccolo territorio kosovaro in uno stato narcomafioso nel cuore dell’Europa. In quella veste di fedele esecutore degli ordini del padrone americano, dichiarò di sconoscere se ci fosse relazione di causa ed effetto tra l’uranio impoverito usato nei proiettili della coalizione occidentale, e le morti per tumore dei militari reduci e di civili dislocati lungo le sponde dell’Adriatico, secondo una radicata tradizione servilistica dei governi italiani verso gli USA, che nella sua Sicilia ci ha regalato la militarizzazione più infame dal 1943 a oggi. Poi abolì il servizio di leva, mettendo in pratica quel cerchiobottismo democristiano che tuttavia, mentre liberava milioni di ragazzi dall’abominio del servizio militare, proiettava l’esercito italiano verso la modernizzazione mercenaria e la partecipazione a tutti i conflitti USA-NATO sotto forme ipocritamente umanitarie.

Sergio Mattarella è oggi il 12° Presidente della Repubblica Italiana. Non cambia nulla, come da copione.

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