Noi siamo con

Gli antimilitaristi che in Sicilia, in Sardegna, in Toscana, in Friuli, a Torino e in ogni territorio soggetto a basi militari, fabbriche di morte, poligoni, si oppongono alla guerra, alla sua economia macchiata di sangue, alla sua distruzione dei territori, al suo sottrarre risorse per le questioni più urgenti per indirizzarle verso politiche imperialiste e colonialiste.
Siamo con le femministe e tutte le persone che si battono contro ogni tipo di violenza di genere rompendo gli steccati del settorialismo perché il nemico è non solo il patriarcato, ma alcuni dei suoi frutti come il fascismo, il razzismo, il capitalismo, il clericalismo.
Siamo con le attiviste e gli attivisti No Tav, sempre in prima fila per la difesa della dignità di una comunità e del suo territorio nonostante la montagna di anni di condanne, le decine di arrestati e costretti a provvedimenti restrittivi della loro libertà; nonostante l’occupazione e la distruzione dei loro presidi, prontamente riconquistati.
Siamo con le attiviste e gli attivisti di Ultima generazione e con tutta la militanza ambientalista radicale che non si lascia intimidire dalla repressione e dalla campagna di diffamazione imbastita dalle alte sfere governative e dalla stampa codina, continuando a porre, con l’azione diretta, all’attenzione di tutti la disastrosa china intrapresa dai cambiamenti climatici provocati da un sistema capitalista distruttore e famelico.
Siamo con la classe lavoratrice che, a partire dai trasporti e da tutte le realtà colpite dalla scure ristrutturativa del capitale, sopportano condizioni di lavoro e di sicurezza sempre peggiori e si vedono demolire ogni residua libertà di sciopero.
Siamo con chi lotta contro le grandi opere inutili e dannose, contro i progetti distruttivi dell’ambiente, contro le mafie della speculazione e del malaffare.
Siamo con le realtà associative che, da posizioni difficili, sfidano dal basso l’emarginazione, la discriminazione, il degrado, frutti avvelenati delle politiche speculative ed escludenti, costruendo e tessendo solidarietà, mutualismo e resistenza.
Siamo con la popolazione detenuta, costretta a condizioni di vita infami, e con i condannati a morte dell’ergastolo ostativo e del 41 bis, vittime di una vendetta di Stato anacronistica, interminabile, inaccettabile.
Siamo con gli immigrati trasformati in fuorilegge, in capri espiatori, in causa dei mali della nostra società e segregati in strutture semi carcerarie o della falsa accoglienza pronti ad essere rimpatriati, riconsegnati alle mafie libiche o comunque tenuti lontani dagli sguardi del perbenismo nostrano.
Siamo con i contadini che si ostinano a lottare contro i disastri climatici ricordandoci che la vita, la salute, il benessere sono fermamente ancorati alla difesa della biodiversità, alla lotta contro le multinazionali tossiche e contro la grande distribuzione organizzata.
Siamo con tutti coloro che si battono per la difesa dei beni comuni (acqua, trasporti, spazi, sanità, istruzione) sapendo come lo Stato, che si erge a loro tutore e padrone, sia in realtà il loro e nostro peggior nemico.
Siamo con i palestinesi di Gaza, Cisgiordania e della diaspora in lotta da 75 anni contro l’occupazione della loro terra, l’espulsione e il genocidio del loro popolo. E siamo a fianco degli israeliani contrari alle colonie, al governo sionista e fascista del loro paese. Per una convivenza pacifica e multiculturale, multietnica e multireligiosa di tutte le popolazioni della regione, in un futuro di autogoverno senza stato.
Siamo con il popolo curdo che resiste al regime imperialista turco e a tutti i regimi oppressivi in Siria, Iraq e Iran, che schiacciano la sua sete di libertà e autodeterminazione.
Siamo con i disertori e i disfattisti ucraini e russi che si oppongono alla guerra, agli arruolamenti, alle trame dei rispettivi oligarchi rischiando in prima persona a causa del loro rifiuto del patriottismo e del militarismo.
Siamo con tutte le donne e tutti gli uomini, con tutte le persone a prescindere dal genere di appartenenza, che ovunque nel mondo sono impegnati nella lotta per la sopravvivenza, per abbattere gli ostacoli alla loro conquista di diritti ed eguaglianza, per poter esprimere liberamente il loro modo d’essere e la loro personalità.

Noi siamo tutti loro; tutti loro sono noi.

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R-esistenza!

Palestina. Per una coesistenza senza Stati

La carneficina che ha insanguinato le strade di Gaza nelle scorse settimane, dopo essere stata stoppata dalla tregua raggiunta tra Israele e Hamas, grazie alla mediazione del Qatar e l’avallo statunitense, è ripartita e Israele ha ripreso a bombardare Gaza con la medesima brutalità. Purtroppo siamo di fronte all’ennesima conferma che le sofferenze delle popolazioni nulla contano per gli Stati e i governi. La tregua, o pausa umanitaria come viene spesso definita, è in atto da diversi giorni e ha permesso lo scambio tra alcuni degli ostaggi israeliani in mano ad Hamas e dei palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, per la gran parte donne e ragazzi. E’ stato comunque un momento di sollievo per gli abitanti di Gaza, che si sono così potuti rifornire, in modo assolutamente insufficiente, di cibo e di ogni altro bene necessario per cercare di sopravvivere al bombardamento che il governo israeliano ha subito intrapreso alla fine della tregua. L’attentato del 30 novembre, alla fermata degli autobus a Gerusalemme ovest, rivendicato da Hamas, dà nuova linfa all’interno di Israele ai fautori della guerra totale e all’obiettivo proclamato fin da subito di annientare Hamas.
Questo ennesimo conflitto israelo-palestinese, una continua scia di sangue dal 1947 ad oggi che ha visto fronteggiarsi in modo asimmetrico uno Stato e un esercito attrezzato con una popolazione a volte armata di sole pietre, segna probabilmente una svolta carica di conseguenze nefaste. Se l’attacco del 7 ottobre di Hamas è stato quanto di più efferato ci si potesse attendere, la reazione del governo sionista si è caricata di una ferocia e di un cinismo senza precedenti: uccidere in preda ad un moto di vendetta, senza risparmiare nessuno, donne, bambine, bambini, anziani, civili, colpevoli soltanto di abitare a Gaza. Dalle macerie di una città semidistrutta è difficile immaginare un qualsiasi futuro non di convivenza ma neppure di distensione; non potranno che nascere nuovi estremismi violenti, nuovi conflitti e nuove stragi. Da una parte, un popolo ridotto in catene, minacciato nella sua stessa esistenza, quale reazione può produrre se non quella di un’ulteriore estremizzazione, di vecchi e nuovi Hamas che solo nello scontro armato, seppure da una situazione di inferiorità, pensano di poter ottenere qualcosa, forse solo il semplice riconoscimento di esistere. Dall’altra, governi sempre più faziosi e irresponsabili che si reputano legittimati a perseguire una vera e propria pulizia etnica.
La Nakba, l’esodo palestinese seguito alla nascita dello Stato di Israele nel 1948, sempre rivendicata dalla destra sionista e negata dallo schieramento politico di centro sinistra israeliano, come sostiene lo storico Ilan Pappé, adesso è apertamente invocata dal governo e da strati sempre più estesi di popolazione. Come uscire da un tale groviglio che si avviluppa sempre più? Al momento prevalgono le contrapposizioni per cui da una parte e dall’altra si invocano torti e diritti: alla Nakba si contrappone il diritto di Israele all’esistenza, al lancio di missili il controllo di Gaza e l’occupazione di nuovi territori, alla minaccia e agli attacchi “terroristici” il regime di apartheid e la repressione, in un crescendo che provoca continue carneficine. Certo questo non significa che la condizione dei palestinesi sia equiparabile a quella degli israeliani. Pare abbastanza ovvio che in questo momento storico nessuno minacci di azzerare lo Stato israeliano; se qualcuno rischia la dispersione sono proprio i palestinesi, e l’azione dell’esercito israeliano a Gaza sembra proprio profilare questa eventualità. Per tacere dell’incessante attività dei coloni ebrei in Cisgiordania che continuano ad occupare territori.
Nel clima fazioso che si è venuto a determinare dopo l’attacco del 7 ottobre una propaganda senza scrupoli ha tirato in ballo la Shoah e l’antisemitismo per giustificare i crimini che l’esercito va commettendo contro una popolazione inerme, sottoposta a bombardamenti indiscriminati. Non è certo questo il modo per uscire dal cul de sac di uno scontro che dura da più di settant’anni. Dovrebbe invece essere avviato un processo che cominci a ridurre le ostilità e gli attriti, capace di “azzerare” un passato nefasto e riprogettare un futuro di reale convivenza pacifica. Ma certamente questo non può avvenire sotto la spinta di istituzioni o Stati. L’impotenza dell’Onu, che dovrebbe per statuto assicurare la convivenza pacifica, proprio in questo frangente è inequivocabile; persino le timide prese di posizione del Segretario generale Guterres sono state o attaccate con acrimonia o bellamente ignorate. Stati Uniti, Cina e Russia e i rispettivi satelliti si muovono nello scacchiere imperialista alla ricerca di sempre nuove influenze e le guerre sono occasione, come per la Russia l’Ucraina, per misurare forze e guadagnare posizioni. Il conflitto in corso in Palestina non fa eccezione: è uno dei tanti teatri del perenne scontro tra imperialismi.
Scontro che al momento opera a distanza e sullo sfondo del conflitto tra Israele e Hamas, poiché passate le prime settimane in cui sembrava che una qualsiasi scintilla potesse far precipitare in una guerra che coinvolgesse tutto il Medio Oriente, questa possibilità adesso pare scongiurata. Tuttavia il quadro generale non è certo confortante, l’atteggiamento degli Stati e delle potenze è sempre quello “di essere disposti a rischiare un conflitto parziale”, come sosteneva Anna Bravo, con la presunzione di potere evitare un conflitto generalizzato, limitandosi a schermaglie guerreggiate e diplomatiche. Ma fino a quando? 

Ritornando alla questione israelo-palestinese, lo storico israeliano Ilan Pappé, intervistato da vari giornali italiani, ha sostenuto con grande lucidità che fino a quando non cessa l’atteggiamento colonizzatore di Israele non sarà possibile trovare una qualche soluzione. A conclusione di un incontro tenuto presso la Biblioteca universitaria di Genova, Pappé ha detto: “La storia insegna che la decolonizzazione non è un processo semplice per il colonizzatore. Perde i suoi privilegi, deve restituire le terre occupate, rinunciare all’idea di uno Stato-nazione mono-etnico. I pacifisti israeliani pensano di svegliarsi un giorno in un paese democratico. Non sarà così semplice, i processi di decolonizzazione sono dolorosi: la pace inizia quando il colonizzatore accetta di stravolgere le proprie istituzioni, la costituzione, le leggi, la distribuzione delle risorse. Il giorno in cui finirà la colonizzazione della Palestina, alcuni israeliani preferiranno andarsene, altri resteranno in un territorio libero in cui non sono più i carcerieri di nessuno. Prima lo capiranno e meno questo processo sarà sanguinoso. In ogni caso la storia è sempre dalla parte degli oppressi, ogni colonialismo è destinato a finire”.

Ecco, ma dovrà essere una forte presa di posizione e di coscienza delle popolazioni coinvolte, palestinese e israeliana, capace di rigettare violenza e diffidenza, e un sostegno popolare fuori dalla Palestina ad invertire la rotta ed avviare un reale processo di coesistenza, senza Stati e senza eserciti. 

Angelo Barberi

    

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Due popoli, nessuno Stato

Medio Oriente. Libero dall’odio e dalla guerra

Quello che sta accadendo in Israele-Palestina non ha nulla dell’inconcepibile, sebbene ne siamo sconvolti fin quasi all’afasia. L’orrore non ci ha mai abbandonati, particolarmente nella nostra età moderna. “Si trattava di un villaggio àvaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui vecchi crivellati di colpi guardavano morire le loro mogli sgozzate, che stringevano i bambini alle mammelle sanguinanti; là ragazze sventrate, dopo avere saziato i naturali bisogni di qualche eroe, esalavano l’ultimo respiro; altre, semibruciate, gridavano implorando di finirle. Cervelli erano sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate”. E’ un passo del Candido o l’ottimismo di Voltaire, nel quale il filosofo illuminista con affilata ironia ci mette di fronte alle mostruosità delle tante guerre che insanguinarono l’Europa per buona parte del Settecento.
Come allora, ancora oggi sono gli Stati, in nome di presunti diritti di nazionalità, identità, etnia a fomentare le guerre, a pianificarle, a dirigerle. Quegli Stati che si attribuiscono il monopolio “legittimo” della violenza, anche quella più efferata, e se ne servono a piacimento. E “per un raffinamento di malignità” si inventano anche il galateo della guerra, il fatidico diritto internazionale, più volte invocato anche in questi giorni terribili, che è una finzione, un modo arrogante per ritenersi ancora umani (umanità, che bella parola!).
Visto sotto questo aspetto, di un mondo che continuamente squaderna violenza, i cui limiti non sono mai sazi, il conflitto odierno tra palestinesi e israeliani, o meglio tra governo israeliano, col suo esercito super equipaggiato e Hamas (ed ogni altra frangia che si arroga il diritto di poter dispensare vita e morte per nemici e amici) non è altro che l’ennesimo abominio della guerra che sparge le sue mefitiche spire in giro per il mondo.
Certo all’indomani del 7 ottobre, della spaventosa carneficina compiuta da Hamas, tutti abbiamo provato sgomento, ma di fronte allo sconcerto di chi discettava su quel di più di non umano che avrebbe animato i miliziani palestinesi e che avrebbe segnato un limite oltrepassato, a me personalmente è venuto in mente Verga quando nella novella Libertà scrive: “[…] uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e gliel’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazie colle mani. […] Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani […] Un altro gridò: -Bah! Egli sarebbe stato notaio, anche lui!”. E questa era la rabbia dei contadini contro chi li sfruttava e li derideva. Proviamo solo a immaginare a quale pozzo di collera, di ira, di odio possono attingere i palestinesi. Nel 2022 sono stati 45 i bambini uccisi dall’esercito israeliano nei Territori occupati e nel 2023, fino alla terribile mattanza che adesso si sta vivendo a Gaza, erano stati 44 (dati Save the children del 18 settembre 2023). Senza contare le migliaia di morti solo degli ultimi 15 anni e il persistente regime di apartheid cui sono costretti dalla legislazione israeliana.
Nella pur intricata e arrovellata questione israelo-palestinese odierna, le dinamiche storiche appaiono di una linearità persino disarmante. Basta dare un occhio anche superficiale ad una qualche carta geografica dell’area che riproduce l’evoluzione della divisione dei territori tra israeliani e palestinesi per rendersi conto di come è stato un continuo appropriarsi di territori da parte di Israele e un progressivo confinare i palestinesi dentro ghetti e campi profughi. Una tendenza che continua persino adesso tra bombe e massacri, infatti dei coloni israeliani stanno occupando alcuni villaggi abbandonati dai palestinesi a causa dei bombardamenti. Senza questa prospettiva storica qualsiasi discorso che si appelli esclusivamente ai reciproci torti, alle reciproche violenze non può fare altro che alimentare altra violenza e altri torti, in una catena senza soluzione, per soddisfazione e convenienza di Stati e governi. Perché se si è giunti a questo punto ci sono precise responsabilità di tutti i governi che si sono succeduti in Israele da sempre; di tutte le potenze imperialiste (dagli Stati Uniti, alla Russia, all’Europa, alla Cina) che trafficano col dolore del mondo; di chiunque, palestinese o mondo arabo, concepisce solo logiche statuali e di contrapposizione. Allora non è solo colpa di un Netanyahu, oggi il perfetto capro espiatorio che mette così al riparo da responsabilità tanto i governi occidentali quanto la democrazia israeliana e allo stesso tempo viene autorizzato a farsi strumento di vendetta.
Così oggi, 31 ottobre, i bombardamenti su Gaza continuano incessanti, l’invasione di terra che dovrebbe spazzare via per sempre Hamas è iniziata e la conta dei morti si aggiorna di ora in ora, più di ottomila, di cui più di tremila bambini. La guerra aperta dal governo israeliano in risposta all’attacco di Hamas può trovare le sue giustificazioni e i suoi appoggi. In primo luogo la difesa del popolo ebraico, che ha le sue radici profonde nelle vicende storiche che lo hanno visto vittima prediletta fino alla Shoa. Ma oggi questa difesa si colora di vendetta, vendetta che come tale non potrà avere nessuna pietà, neppure di civili inermi. Altro vessillo di cui si ammanta il governo israeliano è quello della difesa dei valori democratici e occidentali dagli attacchi di una cultura pre-moderna, maschilista e autoritaria, rappresentata da Hamas. E’ uno schema che ha funzionato in varie occasioni, ultima per la guerra in Ucraina, che, se soddisfa la propaganda occidentale, lascia dietro di sé solo macerie e instabilità. Ma nessuna preoccupazione sembra attraversare i governi occidentali, sebbene di fronte alla strage che si sta perpetrando a Gaza siano stati costretti a operare distinguo capziosi, come quello del ministro degli Esteri italiano, il quale ha dichiarato che quella israeliana deve essere una “reazione proporzionata”. Chissà se ritiene che gli ottomila morti già registrati tra i palestinesi siano proporzionati ai millequattrocento provocati dall’attacco di Hamas! Di fatto capi di governo e Stati si stanno muovendo su un crinale pericoloso che un qualsiasi piccolo incidente può fare precipitare in un conflitto più ampio e irreversibile. Ma tant’è, per loro è più importante mantenere posizioni ed egemonie piuttosto che salvare vite umane.
Stando così le cose nessuna soluzione può venire dalla politica istituzionale, dalla diplomazia – l’inutilità dell’Onu in questa crisi dovrebbe essere per gli Stati imbarazzante – o dalla strategia terroristica. Anzi si prospetta un irrigidirsi delle posizioni e altra, e chissà quanto più efferata, violenza. Unica speranza potrebbe essere un presa di parola delle popolazioni palestinese e israeliana che, superando steccati e diffidenze, riuscissero a trovare modalità di convivenza, possibilità di incontro, capacità di dialogo, in un percorso magari lento ma capace di farli uscire dal tunnel dell’odio e della sopraffazione. Utopia? No, solo la possibilità di dare continuità e corpo alle numerose esperienze che, ieri come oggi, sono in grado di abbattere ogni barriera e favorire la coesistenza. Mentre l’ostilità dei governi e delle istituzioni e lo sclerotizzarsi delle nazionalità e delle identità hanno impedito che processi fecondi e portatori di pace si compissero. Allora niente due popoli e due Stati, solo un unico spazio comune di coabitazione. 

Angelo Barberi

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Scenari Bui

Il quadro internazionale sta mutando rapidamente. Gli USA sono un paese spaccato (Capitol Hill) e in crisi (Afganistan): da tempo è finita la stagione della Guerra Infinita. La Russia ha ripreso quota dopo anni di umiliazioni. La Cina, come potenza imperiale sta dispiegando tutta la sua forza ma utilizzando una diplomazia accorta, fornendo infrastrutture e servizi, accaparrandosi materie prime e creando relazioni in maniera diversa da come facevano statunitensi e occidentali. Tutto ciò contribuisce a riscrivere i rapporti di forza a livello mondiale.
Gli USA non hanno più la forza di intervento che avevano un tempo e pagano pegno; i loro rivali lo hanno capito, mentre l’Europa è considerata giustamente una espressione geografica.
Da qui prende le mosse l’attacco di Hamas. Anche l’invasione dell’Ucraina è stato un segnale chiaro: la Russia non avrebbe mai attaccato se non avesse percepito la crisi USA e non si fosse sentita coperta dalla Cina.
Linee di faglia vi sono già in Africa, e ora in Palestina, dove è avvenuto uno sfondamento delle difese israeliane senza precedenti: Hamas e il resto delle componenti armate palestinesi hanno fatto quello che nessun altro era riuscito a fare. Anche Israele è spaccato e profondamente preoccupato: stavolta potrebbe essere davvero cancellato dalla carta geografica, per questo la sua risposta è stata rabbiosa e potente mettendo sotto assedio la Striscia di Gaza e iniziando un’invasione di Terra dal mare e dal cielo, seminando morte e distruzione tra i palestinesi. Vuole eliminare Hamas ma fino ad ora sta uccidendo i palestinesi. Era chiaro che la risposta israeliana sarebbe stata spietata e che avrebbe suscitato un’ampia mobilitazione a livello mondiale da parte dell’opinione pubblica.
L’azione di guerra di Hamas, con la morte di almeno un migliaio di civili israeliani e il sequestro di 240 persone circa, è servita ad aprire il secondo fronte di guerra a livello mondiale dopo l’Ucraina. Ora l’area mediorientale è in fibrillazione, si combatte alla frontiera libanese e ci sono scontri sulle alture del Golan. Esistono tutte le premesse per un allargamento del conflitto. La diplomazia di fatto è in difficoltà, a trattare sono le armi.
Gli statunitensi si stanno preparando a degli scenari presenti finora solo nei manuali di guerra: le portaerei inviate non hanno una funzione deterrente: se ci fosse un attacco iraniano verso Israele gli USA interverrebbero, ma più fronti si aprono e più gli USA vanno in difficoltà. Anche le alleanze sono variabili, la Turchia è solidale con Hamas e attacca Israele politicamente, perseverando nel suo atteggiamento ambiguo; non mi stupirebbe se mettesse in discussione anche la propria appartenenza alla NATO.
In questo frangente la NATO appoggia Israele dalla Sicilia; da Sigonella partono aerei carichi di armi ed il Muos da Niscemi supporta le operazioni militari.
Dal 23 ottobre, per venticinque giorni, sono in corso nelle acque territoriali Italiane esercitazioni aereonavali, con una potenza di fuoco senza precedenti, per lanciare messaggi inequivocabili di guerra ai nemici delle democrature liberali e ai regimi autocratici ad Oriente. Mentre scrivo ci sono duri combattimenti tra israeliani ed Hamas a Gaza, con la situazione bellica che ora dopo ora si fa sempre più incandescente.
La neonata esperienza dei BRICS è in corso d’opera, ma in questo momento sono le alleanze militari a cambiare le carte in tavola. Ci sono tutti i segnali per una guerra che coinvolga l’Italia. Il clima bellico sta portando alla repressione del dissenso; ogni minima voce discordante viene tacciata di collaborazionismo con i nemici della “democrazia”. Siamo di fronte ad una prova storica, per molti versi simili alle precedenti guerre mondiali. Noi in Sicilia siamo dentro la guerra mani e piedi, anche se non ce ne rendiamo conto.
In mezzo alla logica degli stati e dello scontro imperialistico, le mobilitazioni e le lotte delle popolazioni curde e iraniane sono dei momenti importanti di resistenza e attacco ad un destino già scritto. Auspichiamo che la parte progressista del popolo israeliano riesca a fermare la trasformazione fascista dello stato ebraico e la guerra in atto
C’è il rischio che la giusta lotta del popolo palestinese venga usata per gli scopi nazionalisti e imperialisti iraniani, turchi, russi e cinesi a scapito di reali processi di liberazione.
Il movimento contro la guerra nelle sue anime più variegate deve trovare la forza di lanciare una mobilitazione e una lotta realmente antimilitarista e internazionalista, la sola che può realmente bloccare una guerra in atto.
Noi in Sicilia siamo i primi ad essere coinvolti e abbiamo il dovere di fermare questo orrore.

Antonio Rampolla

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DIFENDERSI CON LA LOTTA SOCIALE

La destra asociale. Sempre forte con i deboli

Frecce tricolori, Torino 16 settembre 2023: non dimentichiamo. Disegno di Federico Zenoni.

Per celebrare il primo (e speriamo ultimo) anno di governo Meloni, il partito di maggioranza Fratelli d’Italia ha pubblicato una brochure per raccontare quanto fatto finora. Sono 32 pagine, che avrebbero potuto essere 4 o 5 per via del carattere gigantesco che è stato adoperato e l’uso smodato delle foto. I giornali si sono concentrati sulla veridicità delle affermazioni, ossessionati come sono dalle fake-news, che qui preferiamo chiamare con la parola più consona, minchiate: se quel dato è gonfiato o meno, se quel numero è aggiornato, se le responsabilità di un risultato sono proprie o del governo precedente. Un approccio da secchioni, che ci sta pure, per carità, ma che rischia di sviare dal vero fallimento di questo governo.
Non sarà una promessa non mantenuta a fare mollare la presa del potere da parte di questa destra fatta di incapaci e malfattori ma il dato di fatto che il governo Meloni è espressione di una destra asociale, antipopolare, che fa riferimento ad alcune fasce sociali (commercianti, padroncini vari, forze dell’ordine) a cui garantisce la continuità di una rendita parassitaria. Mentre alla maggior parte delle persone si impone l’accettazione dei soprusi economici, culturali e sociali. Sei povero? Sono problemi tuoi, non vorrai mica rovinare l’ordine borghese. Misure come la cancellazione del reddito di cittadinanza, di cui ci si fa pure vanto nella brochure, sono andate proprio nella direzione di costringere chi è in difficoltà ad accettare i vergognosi stipendi messi sul piatto da imprenditori sempre più meschini, e che negli ultimi tempi venivano respinti con assoluta dignità. E non è un caso che la misura sia stata tolta a ridosso dell’estate: lo scopo era di fornire manovalanza in condizioni di semi schiavitù  a quel mondo che gravita attorno al turismo, dalla ristorazione all’alberghiero, per poter poi gonfiare il petto ed esaltare i sopraggiunti flussi. Nella formula “sì ai turisti e no ai migranti”, che ha contrassegnato l’estate italiana, c’è non solo il razzismo endemico di questa penosa gentaglia al potere ma, ancora una volta, la precisa volontà di sostenere i privilegi di pochi a scapito di tanti.  Perché, sia chiaro, il governo Meloni apre le porte della nazione solo a chi è in grado di spendere, e poco importa se con quei soldi i turisti di passaggio depredano i territori, alimentano speculazioni edilizie e sui beni di prima necessità, espellono le persone dai centri storici. Per gli altri, le persone migranti che questa destra detesta non solo perché hanno pelli di colore diverso ma anche perché sono povere, vale “il diritto di non emigrare”, l’ultima fesseria partorita da questi patrioti arraffoni.
Allora forse converrebbe rovesciare l’epopea dell’Italia vincente e il racconto di “come il governo Meloni sta facendo ripartire la nazione“, come viene scritto nella brochure, e analizzare non tanto le bugie o le mistificazioni, che è il pane quotidiano di chiunque sia al potere, ma tutto ciò che la destra sta facendo contro il popolo di cui si sciacqua la bocca ogni giorno. Altro che destra sociale o populista, come ancora viene definita da certa stampa mainstream. In un solo anno il governo Meloni, secondo le stime del Codacons, ha incassato dall’aumento del prezzi dei carburanti 5,6 miliardi di euro in più grazie alle accise. Si tratta di soldi strappati a chiunque, dato che viviamo nell’era del trasporto privato, anzi individualistico. E invece di combattere tale modello che si inventano questi scarsi patrioti? L’ennesimo bonus benzina da, udite udite, 80 euro a persona, anzi a famiglia (e ovviamente soltanto per la famiglia come la intende la destra): una schifosa mancia che non darà reale supporto a nessuno e mantiene inalterato il dominio delle compagnie energetiche e della rete di distribuzione. Una misura che, come calcolato dal Codacons, costerà al governo appena 110 milioni di euro, una cifra che rappresenta lo 0,7% della stangata subita dalle italiane e dagli italiani, se consideriamo i costi diretti e indiretti dell’aumento dei carburanti (14,7 miliardi di euro).
E non è solo l’aspetto economico a essere preponderante. Ognuna delle 32 misure di cui si fa vanto il governo Meloni nel suo primo anno di vita, in fondo, va nella direzione di ingrassare i privilegi dei potentati, sottraendo risorse e diritti a tutte e tutti, con l’obiettivo di confinare nella marginalità tutto ciò che risulta difforme. Sarebbe troppo lungo analizzare la propaganda della destra punto per punto sotto questa ottica, ci limitiamo a citare un caso esemplificativo. Per dire, la destra si fa vanto di aver scatenato una “guerra alle occupazioni abusive”: a parte la scelta lessicale, ciò che emerge da una parte è l’annuncio degli “sgomberi a tappeto”, senza una parola su chi verrà buttato per strada, dall’altra si dispone nella prossima legge di bilancio l’esenzione del pagamento dell’IMU “per aiutare concretamente chi subisce il torto di vedere espropriato illegalmente il proprio immobile”. Capito? Nella retorica vittimistica sono i palazzinari ad aver bisogno di aiuto.
Non è più l’antico adagio “debole con i forti e forti con i deboli”. Questa destra è esclusivamente dalla parte dei forti e contro tutte e tutti noi. Deve essere questo il punto di partenza per la mobilitazione collettiva, non il fatto che il governo Meloni non sia capace di  mantenere le promesse, perché già queste, da sole, facevano schifo ed erano contrapposte agli interessi collettivi. Alla destra asociale va contrapposta la lotta sociale. 

Andrea Turco

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SCAFISMO DI STATO

Un decreto del Ministero dell’Interno prevede che il migrante richiedente asilo in grado di versare una “garanzia finanziaria” di 4.938 euro può evitare di essere rinchiuso in un Centro Permanente per il Rimpatrio, e attendere l’esito della propria domanda in una struttura più adeguata. Con questa ultima oscena trovata, che si rifà a precedenti decreti dei governi Prodi e Renzi sospesi perché la cifra non era stata mai definita, e il più recente decreto affossa accoglienza Cutro, il governo Meloni affianca la sua soluzione da “scafismo di Stato” alle altre attuate in questa calda estate: cariche della polizia, detenzioni inumane, provvedimenti all’insegna dell’emergenza, vocati al più bieco e repressivo razzismo; reclusione fino a 18 mesi nei centri di internamento per persone ree solo di provenire da luoghi invivibili e di cercare un futuro migliore; costruzione di nuovi CPR lontani dai centri abitati per scoraggiare le fughe, gestiti dall’esercito per meglio controllare i migranti ivi reclusi. Saranno interessate tutte le regioni (con mugugno di quelle a guida leghista), mentre la Sicilia si accinge a diventare un grande hot spot con il nuovo CPRI di Pozzallo, inaugurato da pochi giorni nell’area industriale di Modica; un moderno carcere per migranti che si affianca all’hot spot del porto, e quello nuovo previsto a Porto Empedocle.
In questa eccitante fase di cattura delle prede illegali che minacciano i sacri confini, si è inserito il tribunale di Catania che ha liberato quattro ragazzi tunisini dichiarando incostituzionale il decreto governativo e stabilendo che la provenienza da un “paese sicuro” di per sé non può escludere l’applicazione delle norme di protezione; il giudice Iolanda Apostolico è anche entrata nel merito dell’arbitraria privazione di libertà per individui che non hanno commesso reati ma sono solo in attesa di una risposta alla loro richiesta di protezione internazionale; e ha anche contestato la norma sui quasi 5000 euro, che non potrebbero essere versati da terzi ma solo dai diretti interessati. Uno sgambetto imprevisto che ha fatto gridare alla “decisione ideologica” il partito del presidente.
A Porto Empedocle abbiamo assistito al vergognoso assiepamento di migliaia di migranti, nella maggior parte minori non accompagnati e donne provenienti da tragitti caratterizzati da violenze, stupri e torture, in una tecnostruttura messa in piedi in un piazzale di cemento, sotto il sole cocente, priva di letti, sedie, tavoli, circondati da immondizia, immersi nel tanfo di piscio e controllata da forze di polizia, gestita dalla Croce Rossa con divieto di accesso alle organizzazioni umanitarie. Porto Empedocle, ponte con Lampedusa ma meno visibile, dove i migranti reclusi hanno dato vita a diverse proteste, compresa un’irruzione nel centro abitato, per richiamare l’attenzione su una condizione insostenibile.
Anche a Lampedusa i migranti hanno protestato, hanno subìto le cariche della guardia di finanza, sono stati trattati come i “nemici invasori”, per poi essere nascosti durante la visita della Meloni e della Von der Layen, quando andava mostrata una situazione pacificata e tirata a lucido, mentre ci ha pensato la popolazione a disturbare quei 10 minuti di presenza istituzionale, protestando contro la militarizzazione dell’isola e l’incapacità di gestire una situazione che si protrae da lunghi anni e non è affatto emergenziale.
Il governo non trova di meglio che considerare le popolazioni in fuga come dei pacchi da riconsegnare, proseguendo così la violenza e le estorsioni che i migranti subiscono durante i lunghi viaggi, e poi nelle località di partenza verso l’Europa, sia essa Sfax o siano i porti libici. Nel bel mezzo del can can mediatico sono arrivate le immagini dello speronamento volontario di un gommone da parte della Guardia Costiera libica e dell’intervento successivo di un mezzo navale donato dal governo italiano per riportare i superstiti del naufragio nei lager del paese.
Il fatto paradossale è che le opposizioni accusano di fallimento Salvini e Meloni, mostrando tutta l’ambiguità di chi è stato da sempre complice delle politiche antimigratorie. Fallimento secondo PD e 5 Stelle che cosa vuole dire? Che non sono riusciti a contenere i flussi? Che non sono riusciti a mantenere la promessa di bloccare i barconi o di chiudere i porti? Fallimento del governo perché loro invece ci sarebbero riusciti? Mai che vengano fuori parole chiare su una legalizzazione dei flussi, una regolarizzazione dei migranti, una libertà di ingresso in Europa, che impedirebbero violenze e tragedie, ricatti e ingrassamento delle mafie, tutti effetti distorti di un sistema di affrontare l’emigrazione violento e razzista ma comunque inefficace. Perché impossibile è fermare un evento epocale conseguente alla distruzione dei sistemi sociali dei paesi di provenienza attuato da politiche colonialiste dirette e indirette, alle diseguaglianze geopolitiche e sociali volute dagli imperialismi e dal capitalismo, accentuate dai cambiamenti climatici e dalle strumentalizzazioni politico-elettorali in atto nei paesi europei-occidentali. Guai a parlare dell’enorme debito accumulato dai paesi ricchi verso i paesi africani, asiatici e latinoamericani, in secoli di sfruttamento intensivo delle loro risorse e delle loro popolazioni.
Ancora assistiamo ai miserabili  tentativi di finanziare il governo razzista e totalitario tunisino secondo lo spirito di esternalizzare le frontiere dell’Europa, come già avviene con la Libia e la Turchia o con i paesi subsahariani. Tunisia dove il salviniano e meloniano “prima gli italiani” viene tradotto da Kaïs Saïed in “prima i tunisini”, che in pratica significa segregazioni, caccia al nero, sviluppo dell’economia mafiosa dello scafismo. Ma anche alla tragicommedia che vede il presidente nordafricano ribadire di non voler fare il guardiano dei confini altrui.
Tutto questo si cela dietro il famigerato “Piano Mattei”, il tentativo di riposizionare l’Italia al centro delle politiche energetiche dei paesi magrebini, facendone il punto di riferimento dei loro commerci delle principali materie prime (petrolio e gas). L’Italia, divenendo il maggior hub energetico europeo pagherà i governi del Nord Africa, uno più fascista e razzista dell’altro, contribuendo anche al loro riarmo e all’addestramento delle loro forze armate, guardie costiere in primo luogo, in modo da poter costruire una cintura di sicurezza antimigratoria.
Un piano destinato a fallire non solo per le contraddizioni politiche ed economiche interne all’UE, ma soprattutto perché i miliardi italo-europei incrementeranno corruzioni e guerre e non serviranno a fermare l’ondata migratoria. Non hanno capito niente. O più semplicemente, nella loro strategia a corto termine, utile solo a vincere qualche campagna elettorale, non gliene frega niente dei loro futuri fallimenti e delle tragedie altrui.
Questo ci autorizza a ribadire come i veri favoreggiatori dell’immigrazione clandestina siano proprio loro: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, il governo di centro destra e le pseudo opposizioni che in tema immigrazione non han fatto altro che adottare le medesime politiche, salvo irrilevanti cambi di toni e periodici mea culpa davanti alle reprimende papaline, anch’esse figlie di un gioco delle parti le cui vittime sono quei milioni di “poveri cristi” in fuga dalla propria terra. E a questi scafisti di Stato che vanno addebitati gli oltre 2500 morti sul Mediterraneo di quest’anno.

Pippo Gurrieri

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LA SICILIA IN FIAMME

Devastazioni. Un disegno politico e strategico

Anche questa estate la Sicilia è stata devastata dagli incendi. 60.0000 ettari di territorio sono andati in fumo al momento in cui scriviamo (ma l’emergenza continua): circa il 70% dei suoli attraversati da incendi in tutta Italia. Si aggiungono ai 193.788 ettari che, secondo dati ufficiali, sono stati bruciati nel decennio 2013-2022, di cui almeno la metà in aree boscate protette. Se consideriamo che il patrimonio boschivo dell’Isola è valutato in 381.647 ettari complessivi, risulta lampante l’enormità del disastro. Questa è resa ancor più evidente dal fallimento del sistema antincendio e di protezione civile – il più imponente d’Italia -, dal ritardato o inefficace intervento di carabinieri e operai forestali, di guardiaparco, di vigili del fuoco, di associazioni di volontariato, che sulla carta avrebbero dovuto allertarsi secondo piani prestabiliti ancor prima che iniziasse la stagione estiva. Perché ciò non è avvenuto?
La cultura della prevenzione, la messa in sicurezza dei territori, il lavoro verde e persino l’educazione ambientale, si sa, non appartengono alla destra al potere in Sicilia e nel resto d’Italia, che preferisce anzi puntare sulla repressione postuma, sulla militarizzazione delle campagne, sugli scoop per la presa di pochissimi presunti piromani, e sulle interviste paraculo in cui i suoi esponenti si rimpallano le responsabilità (come tra il ministro della protezione civile ed ex presidente della Regione Musumeci e l’attuale presidente Schifani) o criminalizzare gli operatori del settore, che rischiano quotidianamente la vita, e le stesse popolazioni delle aree coinvolte. È un dato di fatto che la prevenzione e l’ambiente siano volutamente trascurati e talvolta avversati dai governi in carica, col negazionismo climatico, coi sussidi sottratti alla transizione verde per foraggiare l’industria fossile, col depotenziamento e la distrazione delle forze deputate al controllo ambientale (i carabinieri – ex guardie – forestali sempre più chiamati a compiti di polizia giudiziaria), con l’abbandono delle “torrette” di avvistamento, delle perlustrazioni giornaliere dei boschi, dei lavori di pulitura, manutenzione, ripristino dei viali tagliafuoco e delle piste antincendio, con le mancate o ritardate assunzioni degli operai forestali.
Dietro tutto questo traspare un disegno politico e strategico che oggettivamente incoraggia tutti coloro, piromani, speculatori, intrallazzatori, proprietari e costruttori abusivi che hanno in odio le aree a verde dell’Isola e che per interesse economico o politico o addirittura per pregiudizio ideologico premono per richiederne la dismissione, la riduzione, la riperimetrazione e, quando non l’ottengono per vie formali, si fanno pochi scrupoli ad attentarvi nei modi più disparati e, per ultimo, con gli incendi. Delle istanze di costoro, specialmente nella Sicilia Occidentale, si è fatta probabilmente carico l’organizzazione mafiosa, dapprima con minacce, ricatti, scambio di voti, e oggi passando alle vie di fatto.
Lo si nota particolarmente quest’anno nell’attacco deliberato alle aree tutelate a parco e alle riserve naturali e archeologiche gestite dallo Stato e dalla Regione, e nel dilagare degli incendi in prossimità dei centri abitati e perfino nelle periferie delle grandi città. Si tratta nel primo caso di un vero e proprio attentato alla proprietà pubblica, ai beni comuni – storici e naturalistici – dei siciliani e alle istituzioni che se ne fanno garanti, ma che nell’occasione hanno rivelato tutte le loro reali inefficienze. Dall’Etna alle Madonie, dai Nebrodi all’Alcantara, da Capo Gallo a Monte Pellegrino, da Segesta a Pantalica, da Tindari a Ragusa Ibla, dal Monte Bonifato di Alcamo al lago Poma di Partinico, dallo Zingaro a Erice, da Piazza Armerina al parco minerario Floristella-Grottacalda ben poco è stato risparmiato dalle mire dei piromani, che hanno potuto agire indisturbati in ambienti accoglienti. Nel secondo caso ci si è trovati di fronte a situazioni definite tecnicamente “fuori controllo”, di resa incondizionata al fuoco da parte degli apparati di protezione civile, inconcepibile e inimmaginabile solo pochi anni fa, che hanno prodotto tre morti, centinaia tra feriti e intossicati dal fumo, l’evacuazione di interi paesi e frazioni, ad Oliveri, Giarre, Scopello, Acicatena, Campofelice di Roccella, San Vito lo Capo, Scicli, Trappeto, Petralia Soprana, Cinisi … Il fuoco ha circondato Palermo, è penetrato nelle periferie della città, a Ciaculli, Monreale, Giacalone, Altofonte, Mondello, Sferracavallo, e ha raggiunto la discarica di Bellolampo, sprigionando nell’aria una nube di diossina che in città ha toccato 35 volte i valori massimi consentiti, costringendo i cittadini a tapparsi in casa e a reindossare le mascherine.
In questi come negli altri clamorosi casi di sospensione dei voli per diversi giorni dai tre principali aeroporti siciliani (Catania Fontanarossa, Palermo Punta Raisi e Trapani Birgi), con una perdita stimata del 30% del traffico turistico, dell’interruzione dei collegamenti ferroviari e autostradali, dei blackout elettrici e idrici, provocati dal fuoco e dal caldo “africano” e verificatisi un po’ ovunque, si sono manifestate tutte le carenze gestionali e infrastrutturali di cui soffre la Sicilia, per responsabilità di una classe politica arraffatrice e incapace, quando non corrotta, che gli imbellettamenti di facciata non sono riusciti stavolta a mascherare.
Sono insufficienti o in avaria o inadeguati mezzi e personale, vi è un eccesso di burocrazia e sciatteria nell’attività di prevenzione, previsione e contrasto di eventi peraltro annunciati e ricorrenti, non esistono vie di fuga in molti paesi e città, soprattutto mancano di piani di funzionamento alternativi per le infrastrutture strategiche e di grande comunicazione, magistratura, università, mezzi di informazione sono sempre più supini ai governi in carica e incapaci di prospettare rimedi.
I fenomeni climatici estremi (caldo eccessivo, “bombe d’acqua”, forti venti sciroccali), che hanno inciso sullo sviluppo degli incendi ma sui quali i politici regionali scaricano le proprie responsabilità, non vanno affatto considerati come delle attenuanti, a cui si appellano sempre più i politici culi di bronzo e i burocrati degli Enti regionali ad essi ammanicati, ma delle aggravanti piuttosto, riguardo alle loro colpevoli inadempienze, in quanto – lo capiscono perfino i bambini – per contrastarli bisogna attrezzarsi di più e meglio e non di meno rispetto al passato.
A chi comanda dall’alto e su di sé concentra ogni potere d’intervento che va in primo luogo addebitato questo permanente sfregio al cuore verde della Sicilia, la messa a repentaglio della vita dei singoli e delle comunità rurali, la distruzione di boschi e colture. I rimedi devono provenire dal basso: da una mobilitazione di massa per la rimozione dei responsabili, innanzitutto, ma anche per far sì che siano i Comuni, possibilmente coordinandosi tra loro, a tornare protagonisti della lotta agli incendi, impiegando e distaccando in essi un congruo numero di operai forestali, affiancati da gruppi di volontari, solidamente formati, muniti di sensori antifumo, di torrette e posti di avvistamento, e comunque di tutti quei mezzi necessari per operare un controllo capillare del territorio. Occorre coinvolgere questi gruppi, unitamente a selvicoltori e tecnici forestali, nella redazione di veri piani di intervento per la manutenzione costante, la tutela e la salvaguardia dei boschi e delle popolazioni. Occorre aprire una vertenza “per l’imponibile di manodopera”, al fine di imporre l’assunzione delle tante figure professionali che abbisognano (forestali, cantonieri, tecnici agronomi, ecc.) per la tutela ambientale ma anche per la valorizzazione del paesaggio, dei territori e dei prodotti coltivati o spontanei. Ma più di tutto occorre che i giovani disoccupati, quelli che studiano altrove, le tante forze vive dell’associazionismo e del volontariato locale, ritrovino il gusto per l’impegno in prima persona nel luogo dove vivono. Solo dal basso, da chi conosce il territorio, da chi lo ama appassionatamente – e sono tantissimi -, da chi opera a favore della propria comunità ed ha interesse alla sua salvaguardia, può arrivare finalmente quel moto di riscossa che serva a debellare gli incendi e le devastazioni del territorio.

Natale Musarra

 

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Rilancio antimilitarista

Mentre la situazione sul campo in Ucraina si trascina malamente, e lo stallo pare faccia aumentare le ipotesi di un accordo di pace armata, le fibrillazioni in campo occidentale non rallentano affatto e la guerra con i suoi vari indotti ispira e guida le politiche dei paesi dell’UE, messi in riga dagli USA nella nuova NATO. In maniera sempre più sfacciata si tagliano settori essenziali come la sanità e l’istruzione per assicurare il riarmo continuo, mentre emerge l’incapacità a gestire i tanti disastri ambientali e climatici che affliggono il paese da Nord a Sud. Se non ci fossero i volontari, i corpi ufficiali dello Stato (Protezione Civile, Vigili del Fuoco, esercito) sarebbero letteralmente nella cacca, nonostante l’abnegazione e gli sforzi di tanti soggetti. Lo Stato acquista, fabbrica, commercia in aerei da guerra sempre più sofisticati, poi esplode l’insufficienza dei Canadair per lo spegnimento dei fronti di fuoco che distruggono territori trascurati o spopolati e abbandonati.
Di fronte a tutto questo potrà sembrare folle che movimenti sparsi per l’Italia si organizzino per combattere la follia militarista. Infatti occorre una lucida follia per decidere di dedicare energie e magari la propria vita all’opposizione alla vera follia distruttiva del capitale, per cui la guerra rappresenta da sempre uno sfogo alle proprie difficoltà e un’occasione di espansione degli affari (che si traduce anche in aumento del fantomatico PIL per gli Stati).
Anche questa estate le occasioni si sono infittite nelle zone interessate a progetti di militarizzazione; a Coltano (Pisa) a fine luglio si è svolto il primo campeggio a cui hanno preso parte esponenti di varie realtà nazionali; a Niscemi si è svolto il tradizionale campeggio del Movimento NO MUOS, di cui si può leggere il resoconto a pag. 2; altri appuntamenti su temi più specifici hanno avuto luogo in Italia e all’estero, con uno spirito internazionalista.
Si è trattato di momenti di dibattito, riflessione e confronto sulle modalità per rendere più incisive le lotte e sviluppare percorsi di unità. Sono emerse due importanti scadenze nazionali: il 21 ottobre (l’indomani dello sciopero generale promosso dai sindacati di base), una giornata di mobilitazione che vedrà manifestazioni in Toscana, in Sicilia ed in altri luoghi, e il 4 novembre, giornata delle Forze Armate, scelta come data per una protesta sulle ingerenze militariste nel campo dell’istruzione e della ricerca. Ma l’autunno presenta già altri importanti appuntamenti, come quello del 18 novembre a Torino contro Aerospace, la fiera militare dell’aerospazio.
La questione militare è entrata di prepotenza anche nel discorso del Ponte sullo Stretto; fonti militari NATO hanno infatti dichiarato che l’infrastruttura sarà indispensabile per lo spostamento di mezzi terrestri in Sicilia in funzione di rafforzamento della proiezione militare dell’isola nel Mediterraneo. Anche se questo comporterebbe almeno altri 7 miliardi di costi per attrezzare il ponte – un obiettivo molto sensibile – di armi di difesa, come le batterie antimissile. La questione è stata posta anche al campeggio No Ponte di metà agosto e non poteva non emergere nel corteo del 12 agosto a Messina, caratterizzato da una grande partecipazione popolare come non si vedeva da anni. La città (ma anche la Sicilia e la Calabria) alza la testa contro la mega grande bufala che vende una mega opera distruttiva di paesi e ambienti, buona solo per le mafie e le consorterie politiche.
Ma la frenesia militarista punta sempre su Sigonella, dove si procede all’armamento dei pattugliatori “Poseidon”; il primo è stato armato il 6 giugno con 4 missili antinave AGM-84D “Harpoon” (gettata 120 km) allo scopo di rafforzare la presenza armata nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Da veicoli di pattugliamento ad aerei killer pronti ad intervenire. Ricordiamo che il 15 aprile 2022 fu un “Poseidon” partito da Sigonella a svolgere un ruolo centrale nell’affondamento della nave ammiraglia della Marina russa “Moskva”.
Non solo Sigonella. La vicenda del poligono di addestramento per la Brigata Aosta, rimasta impigliata per l’opposizione delle popolazioni e delle amministrazioni dei tre comuni interessati, non va considerata ancora chiusa, e ci aspettiamo nuovi sviluppi nelle prossime settimane. Nel frattempo il Presidente della Commissione Difesa della Camera Nino Minardo, siciliano di Modica, annuncia che l’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese potrebbe presto diventare la fabbrica dei carri armati tedeschi Leopard 2, che attualmente l’Italia acquista dalla Germania (ultima spesa: circa 6 miliardi). I costruttori di morte usufruirebbero degli incentivi per le aree ZES (zone di economia speciale), un bel regalo in forma di detassazione, che ovviamente pagherebbero i siciliani.
Se la guerra è sempre più centrale; è l’antimilitarismo ad essere centrale, e noi dobbiamo continuare ad impegnarci a mantenerlo vivo coinvolgendo sempre più i territori direttamente soggetti alle sue prepotenze, ma anche tutta la popolazione, che paga in termini di tagli ai servizi essenziali, condizionamenti all’istruzione, sottrazione di territori, o di condanna, nel caso siciliano, a fungere sempre più da avamposto aggressivo nel Mediterraneo.
E se ogni tanto nei movimenti spunta un po’ di tanfo di egemonismo (vecchio vizio di raggruppamenti politici che pretendono di avere la verità ed imporla), si deve avere la capacità politica di tamponarlo e spegnerlo, per evitare che diffonda la sua velenosa arte divisoria. 

La lotta per la libertà da ogni guerra è troppo importante per rinchiuderla in sterili lotte di cortile. Il Movimento NO MUOS, in questo, ha oggi una grandissima responsabilità.

Pippo Gurrieri

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Eppure il vento soffia ancora

Movimenti dal basso. Petra smossa nun pigghia lippu

Una vulgata molto amata dai media arruolati in pianta stabile al servizio del governo clerico-fascista afferma che “gli italiani hanno scelto la destra”. Il vento di destra, quindi, sarebbe un dato di fatto oggettivo, non solo in Italia.
Nel commentare i risultati elettorali che portarono la Meloni al governo, ci soffermammo su due aspetti: il primo era il forte astensionismo, che riduceva la portata della vittoria della destra a poca cosa, e non autorizzava a parlare di un’Italia spostata a destra; il secondo: la strada per politiche di destra in campo economico, politico, militare, sociale, era stata spianata da tempo dai governi precedenti, compresi quelli tecnici, e quindi i vincitori avevano goduto di una eccezionale spinta; adesso non avrebbero fatto altro che chiudere il cerchio, aggiungendo il loro tocco “personale” in termini di repressione, accanimenti razzistici, giustizialismo verso i poveri e gli oppositori e garantismo verso i potenti. Tutte cose che stiamo regolarmente registrando.
E’ l’astensionismo uno degli elementi che sta realmente incidendo sulla politica italiana, a maggior ragione se punisce i partiti di sinistra e quell’esperimento mezzo abortito del Movimento 5 Stelle. Un astensionismo sicuramente consapevole dell’omologazione delle forze politiche e motivato da constatazioni molto semplici: la svalutazione dei salari e delle pensioni, la precarizzazione del lavoro e della vita, la povertà crescente, la smaccata attitudine a favorire i ricchi, la spiccata tendenza al militarismo con l’aumento delle missioni, delle spese militari, dell’interventismo in Ucraina ed altrove, il razzismo imperante non solo verso i non bianchi, ma verso ogni tipo di minoranza sociale: disabili, anziani (sempre meno minoranza), coppie omo, mondo LGBTQIA+, eccetera.
La bugia sugli italiani che hanno votato a destra fa comodo un po’ a tutti i politicanti. Se dunque un vento di destra spira dalle istituzioni (e quando mai è stato diversamente?), esiste, di certo, anche un controvento, ma sarebbe errato definirlo di sinistra, vista quanto velleitaria sia divenuta la differenza fra i due termini legati alla mistificazione parlamentare. Un controvento che parte dal basso, fatto da migliaia di persone impegnate in attività sociali senza un doppio fine o un progetto di potere; persone che danno vita, in maniera volontaria e disinteressata, a iniziative di sostegno, mutuo-aiuto, accoglienza, resistenza, sopportando le vittime del tritacarne capitalista.
Qualche settimana fa gli amici di Salvini, Meloni e del fu Berlusconi appollaiati sulla sponda messinese dello Stretto, definivano cavernicoli i 5000 manifestanti contro il Ponte tentando di discriminare fra modernità (il Ponte simbolo di progresso e i suoi famelici sostenitori) e arretratezza (gli oppositori). Contestando l’ideologia dello sviluppo, i cavernicoli, in cui ci riconosciamo, stanno invece tirando una linea di demarcazione insuperabile fra il capitale distruttore e le popolazioni prescelte come vittime sacrificali delle sue folli imprese per garantirsi sempre più profitti.
Per restare in Sicilia, il movimento NO MUOS, sorto in sordina nel 2008 e consolidatosi a partire dal 2012, rappresenta per longevità e capacità di tenuta, il più importante pungolo alle politiche militariste non solo italiane, ma internazionali e imperialiste che hanno base sull’isola. Esso pone da anni la centralità della guerra come l’asse strategico su cui si dipanano le politiche del capitale; per lungo tempo tale posizione è stata snobbata, sottovalutata, fuorviata; oggi pochi oserebbero negare la centralità della guerra e del militarismo, persino quanti si occupano di questioni apparentemente slegate, come il sindacalismo, il femminismo, l’istruzione, la salute. L’approccio del movimento anche rispetto al conflitto in Ucraina è stato quello di denunciare il ruolo di combelligerante dell’Italia ed il coinvolgimento della Sicilia, e di individuare nella lotta contro la presenza delle basi NATO-americane il nostro modo di lottare contro la guerra (non di schierarci con Putin). Il contributo del movimento NO MUOS è stato sempre caratterizzato da una volontà non egemonica e dalla necessità di costruire un fronte ampio contro la guerra, senza far da sponda a progetti politici di alcun tipo.
Le recenti mobilitazioni nelle aree interne della Sicilia contro il poligono per esercitazioni militari della Brigata Meccanizzata Aosta, che ha portato ad un primo importante risultato con il rifiuto dei comuni di Sperlinga, Nicosia e Gangi di cedere i loro territori all’esercito (risultato parziale, perché l’esercito può imporre la propria decisione se non trova l’adesione “volontaria” dei comuni), ci dimostrano come sotto la calma apparente, al riparo del presunto vento di destra, covi sempre la fiamma della rivolta e della dignità. Fiamma che, per altri versi, brucia in parecchi territori, dai Nebrodi ai luoghi contaminati e disastrati dei poli industriali, e che anima mobilitazioni solo apparentemente locali, per l’acqua pubblica, per una sanità più efficiente e diffusa sul territorio, contro l’autonomia differenziata, ennesima mazzata colonialista contro la Sicilia e il Mezzogiorno. Lotte che, per altro, hanno luogo in molte località italiane, sia pure a riflettori spenti da parte dei media di regime.
E se guardiamo alla Sardegna, e alle sue lotte contro le sterminate servitù militari, contro le basi NATO, i radar impattanti, le fabbriche di armamenti; o volgiamo lo sguardo alla Toscana, con il movimento No Base, i suoi campeggi, le sue assemblee e le mobilitazioni, o al Friuli, con il ritorno delle manifestazioni ad Aviano e le denunce delle servitù militari al confine, ci accorgiamo del grande potenziale che si agita nella società reale. E che continua ad agitarsi da decenni, come in Val Susa, dove, al di là delle parole del governo, il TAV è impantanato. La recente manifestazione in Maurienne, con le cariche della polizia francese e il divieto ai pullman italiani di attraversare il confine, ci sembra il più chiaro indice di quanto la resistenza al capitale e ai suoi folli progetti possa essere più forte della repressione (decine i compagni NO TAV in carcere o sottoposti a provvedimenti restrittivi della loro libertà) e della mistificazione giornalistica a pagamento.
Nelle vene delle comunità, dalla Val Susa alla Sicilia, scorre un anelito di ribellione, a volte istintivo, altre ragionato e cosciente, altre ancora latente, in grado di inceppare i progetti dei potenti.
Le azioni del mondo ambientalista più radicale sbattono in faccia ai governi e ad una opinione pubblica drogata l’irreparabile deriva della terra e di tutti in suoi esseri viventi cui ci trascina la voracità del capitale. Additati come delinquenti, gli attivisti vengono isolati e denunciati per ridurre al silenzio una pratica che tende a generalizzarsi.
Anche in Romagna hanno cercato di cancellare le migliaia di ragazze e ragazzi (e non solo) accorsi a prestare aiuto dopo l’alluvione, prima ancora che gli apparati dello Stato si muovessero; la solidarietà che un sistema che parla di merito e inculca l’individualismo consumista vorrebbe cancellare o delegare alla Chiesa, emerge come forma di riappropriazione dal basso delle relazioni e di autodeterminazione delle vite. Il transfemminismo, i pride, specie quelli stanchi di essere inquadrati dalle istituzioni, i settori del mondo del lavoro che non si arrendono alla sconfitta, sono quanto di più vivo possa esprimere oggi la società, il controvento che finirà per allontanare la puzza di morte del potere. A condizione di sapersi unire, contaminare, abbracciare, rispettare, dotare di obiettivi comuni perché comuni sono i nemici. Da sempre.

Pippo Gurrieri

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Sotto democratura

L’ascesa politica ed elettorale della destra diretta erede del fascismo storico, cosa questa più taciuta che negata dai diretti interessati, ha riacceso il dibattito su fascismo-antifascismo e sulla deriva autoritaria che il governo Meloni ha impresso alla politica istituzionale. Sulla stampa è un fiorire di interventi di illustri personalità che denunciano il rischio dell’autoritarismo di un governo che tende a occupare tutti gli spazi politici. Non c’è dubbio sul fatto che i provvedimenti varati dal governo da quando è in carica contengono un’impronta fortemente autoritaria. Ha cominciato col cosiddetto decreto anti-rave, proseguito con la stretta sull’immigrazione, sempre e comodamente clandestina, per finire, ultimo in ordine di tempo, con il nuovo Codice della strada, approvato in Consiglio dei ministri il 27 giugno scorso, il cui impianto rispecchia fedelmente l’idea di società che questo governo vuole far passare: una società in preda alla confusione, in cui prevale una libertà senza freni, priva di morale e di valori, che necessita di un intervento forte e determinato per riacquisire un suo ordinato vivere civile. Tutto questo non può che essere ottenuto attraverso la repressione e la punizione di tutti i comportamenti anomali e devianti. Non è necessario comprendere i fenomeni, inquadrarli in un contesto, individuarne le cause, basta semplicemente controllare e condannare. Esempio eclatante è la linea adottata nei confronti dei giovani militanti di Ultima Generazione, il movimento non violento protagonista di azioni simboliche per attirare l’attenzione sulla grave crisi climatica e ambientale. Una accondiscendente campagna mediatica li presenta come vandali irresponsabili, il governo interviene presentando un disegno di legge che inasprisce pene e introduce nuove fattispecie di reati, la magistratura li persegue come criminali. Il cerchio così si chiude, si dà in pasto all’opinione pubblica un colpevole responsabile di turbare il corretto confronto civile e si obliterano completamente le ragioni della protesta: l’inattività o meglio la volontà dei governi a non affrontare la catastrofe climatica. Che è una vecchia strategia del potere, di qualsiasi potere.
Come faceva notare Andrea Turco nell’editoriale di maggio di questo giornale, questa destra al governo è ossessionata dall’idea di voler conquistarsi uno spazio culturale e ideologico che la legittimi nel consesso liberaldemocratico, ne faccia accettare i valori che ridiventano pronunciabili e auspicabili: identità, nazione, sovranità. Detto anche in altro modo tale egemonia culturale è necessaria dal momento che la globalizzazione, l’instabilità economica e politica, le minacce provenienti da guerre, migrazioni e cambiamenti climatici richiedono governi forti e determinati  e la destra ritiene di essere più adatta della sinistra a gestire questa fase.
Tuttavia, al di là di ciò, ci sono quantomeno due aspetti su cui bisognerebbe riflettere. Primo, l’autoritarismo di questa destra in fondo si innesta nella tendenza, già in atto da qualche decennio, di accentramento delle decisioni nelle mani dei governi che rende sempre più esornativo il ruolo dei parlamenti. I governi, non solo quelli italiani, operano essenzialmente con decreti-legge, provvedimenti resi inattaccabili dalla “questione di fiducia” e sui quali non vi può essere alcun confronto o discussione, neppure di galateo istituzionale. Il fatto che ogni tanto questa prassi venga censurata, anche da chi la pratica, non è certo sintomo di democrazia, se poi gli stessi continuamente enfatizzano il decisionismo del governo e la cosiddetta “stabilità dei governi” è oramai diventata un valore in sé. Quindi si può dire che la destra post o neo fascista al governo ha trovato un campo ben arato in cui piantare il suo credo di sempre: determinazione, forza, ordine.
Un secondo aspetto attiene al campo che più si pensa “democratico”, quella sinistra istituzionale che denunciando l’autoritarismo della destra crede di potere salvare le virtù di una democrazia rappresentativa già da tempo in crisi e svuotata di senso. Che democrazia è quella che ignora totalmente le istanze che provengono dal basso, che è sorda a qualsiasi forma di protesta, quando non la reprime, che è asservita agli interessi di lobby e potentati? Quale governo, di destra o di sinistra, nel recente passato ha fatto marcare una qualche differenza? Persino sulle questioni in cui le distanze appaiono più nette, dai migranti ai cosiddetti diritti civili, le contiguità sono parecchie e le istanze di una vera liberazione raccolgono ugualmente diffidenza.
Qualche anno fa lo storico Emilio Gentile coniò l’espressione “democrazia recitativa” che così definì in un’intervista: “È quella democrazia che ha per palcoscenico lo Stato, come attori protagonisti i governanti e come comparsa occasionale il popolo sovrano, che entra sul palco solo per la scena delle elezioni. Peraltro ora comincia a disertare il proscenio. E tra una recita e l’altra, continuano a prevalere le oligarchie di governo e di partito, la corruzione nella classe politica, la demagogia dei capi, la degradazione della cultura politica ad annunci pubblicitari. Non mi riferisco solo all’Italia”. E aggiungeva anche che il popolo non è mai stato sovrano.
Questo non vuol dire, come precisa Gentile, che non ci sia alcuna differenza tra l’autoritarismo esplicito e rivendicato della destra e quello implicito e sempre incombente della sinistra [anche se nelle condizioni attuali in cui tutti si proclamano democratici tutto è più sfumato], tuttavia dovremmo domandarci se non ci sia un’alternativa alla faccia feroce, all’arroganza, all’idea di una società gerarchica e sottomessa della destra e alla apparente ragionevolezza, al mimetismo, alla democrazia di facciata della sinistra istituzionale.
Il nostro compianto David Graeber nel suo fondamentale Critica della democrazia occidentale scriveva: “Nel corso del saggio ho sostenuto che le pratiche democratiche – definite come procedure decisionali egualitarie oppure modalità di governo basate sulla discussione pubblica – tendono a emergere da situazioni in cui comunità di vario genere gestiscono i propri affari al di fuori dell’ambito dello Stato”. 

Pertanto tra destra e sinistra c’è sempre di mezzo un potere coercitivo intrinsecamente autoritario. Che si percepisca o non si percepisca l’autoritarismo è il tratto distintivo delle nostre false democrazie.           

Angelo Barberi

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