Il MUOS tra le nebbie

Questo giornale segue ininterrottamente da 6 anni la lotta contro il MUOS; le sue posizioni in genere sono coincise con quelle del coordinamento dei comitati o del movimento, altre volte solo con alcune componenti, tuttavia non ha mai rinunciato a portare il suo contributo critico costruttivo a una lotta centrale per tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa terra e che odiano le guerre e il militarismo. Se oggi attorno alla questione MUOS ci sono meno clamori, non per questo essa ha perso di importanza. Anzi, proprio adesso occorre fare uno sforzo di analisi per riorientarsi tra le nebbie della normalizzazione, ed effettuare una conta di chi ancora crede alle possibilità di poter continuare a tessere una resistenza da trasformare in attacco contro tutte le propaggini della piovra militarista.
La situazione di quasi stallo dovuta alla repressione da un lato e alla rassegnazione dall’altro, con in mezzo, l’abbandono della lotta da parte di diversi attivisti ed aree politiche e l’assottigliamento dei comitati. Tutto questo non deve sorprendere, perché la repressione ha sempre un ruolo “educativo” (colpiscine uno per educarne cento) e terroristico, sia verso gli attivisti delle prime file, sia verso il vasto mondo di simpatie e complicità che li circonda. Ed il movimento NO MUOS di repressione ne ha subita tanta.
Inoltre, quando una lotta si dà degli obiettivi immediati forti, che poi non riesce a realizzare, l’attivazione della struttura militare contestata assume tutto il sapore di una sconfitta, e per molti l’entusiasmo comincia a scemare e si insinua un senso d’impotenza che sottrae energie al movimento.
Se si andassero a sfogliare le pagine di questo giornale negli anni 1983-1986, si potrebbero trovare molti articoli su queste stesse questioni, a proposito della lotta contro la base missilistica di Comiso. Anche allora uno degli obiettivi della nostra azione divenne quello di combattere il senso di impotenza che s’impadronì dei militanti e dell’opinione pubblica quando la base venne costruita. Oggi crediamo di trovarci davanti alla identica situazione; ognuno dovrebbe esaminare sia le motivazioni della propria opposizione al MUOS, che ciò che ha mosso migliaia di persone a scendere nelle piazze, nelle strade e nei sentieri della sughereta di Niscemi, ad esporsi davanti a forze di polizia agguerrite; quei motivi non hanno perso nessuno dei loro punti di attualità, anzi, paradossalmente, con il MUOS in funzione, con il pericolo paventato diventato reale, dovrebbero oggi essere più forti.
Per questi motivi pertanto, riteniamo un grave errore, in questo momento, la scelta di alcune aree che hanno lottato a Niscemi, di sottrarsi ai processi pagando le oblazioni; non si contesta la legittimità da parte di singoli attivisti di uscire dai processi pagando le multe; ben altra cosa è assumere questa come una linea politico-giuridica, con una pretesa pari dignità rispetto alle scelte assunte da centinaia di compagne e compagni affinché la resistenza continuasse anche all’interno delle aule dei tribunali. Una divisione che non può più essere sottaciuta; l’impegno contro la repressione e per il supporto dei compagni inquisiti continua ad essere tutt’uno con la lotta contro il MUOS, senza vie di fuga spacciate per strategie politiche.
Tanto più che il Ministero dell’Interno è entrato a gamba tesa nei processi condizionandone gli sviluppi con la sua costituzione di parte civile, scaricando tutto il suo peso su chi sta subendo e continuerà a subire procedimenti giudiziari. Ce n’è abbastanza per far diventare ogni processo un’occasione di denuncia e di controinformazione ma anche di rilancio della resistenza. Ed il fatto che nel processo di Caltagirone contro i responsabili della costruzione abusiva del MUOS (di cui riferiamo a pagina 2) alcuni degli imputati abbiano chiesto il patteggiamento, ci dimostra come le ragioni di chi ha gridato “NO MUOS ora e sempre” e in coerenza sta proseguendo a mobilitarsi, siano sempre valide e devono trovare nuovamente la via della resistenza diffusa.
Noi non abbiamo mai creduto che una lotta contro la guerra avesse potuto concludersi con alcuni episodi e alcuni scontri con la polizia.

Pippo Gurrieri

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Assemblea annuale di Sicilia Libertaria

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La minaccia


Neofascismo.
Controrivoluzione preventiva 2.0

Il fatto che tutto d’un tratto si scopra che in Italia c’è un problema fascisti la dice lunga sul livello di responsabilità di molti di coloro (politici, giornalisti, istituzioni, forze dell’ordine) che oggi si stanno dando da fare (a modo loro) per tentare di arginare quello che va molto al di là di un semplice fenomeno passeggero.
Sono stati i fatti di Ostia dei primi di novembre, con lo pseudo boom di Casa Pound alle elezioni municipali e il successivo episodio della testata del boss Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi ad attirare l’attenzione. Casa Pound in quelle elezioni ha ottenuto il 9%, ma ha votato solo il 36,1%, pertanto la sua reale percentuale sul numero degli aventi diritto è di appena il 2%; per quanto non vada sottovalutato un risultato anche minimo, l’eccessiva sua enfatizzazione altro non rappresenta che un buon veicolo di propaganda per le carogne.
Successivamente l’altro episodio squadrista del 28 novembre a Castel Goffredo, vicino Mantova, durante l’incontri in piazza dal titolo “Salvati dalle acque”, nell’ambito della giornata mondiale del rifugiato e organizzato tra gli altri da Caritas, Comune, Consulta giovani e associazione “Cactus – Per la civile convivenza”, quando una ventina di nazisti del Veneto Fronte Skinheads ha bloccato l’appuntamento leggendo un proclama antimmigrati; stesso scenario a Como, nella sede di “Como senza frontiere”.
Ma questi sono solo gli ultimi episodi e fra i più eclatanti di uno stillicidio di fatti che si susseguono ininterrottamente, generalmente trascurati dalla stampa e dalla politica, se non tollerati o apertamente appoggiati o fiancheggiati. Dalle messe per Mussolini al merchandising fascista su internet o nelle bancarelle dei mercati rionali, dai musei dedicati al fascismo e alle sue imprese, ai calendari regolarmente esposti in edicola, alla miriade di iniziative contro gli immigrati, spesso sfociate in vere e proprie aggressioni e provocazioni contro i migranti stessi e contro i militanti delle associazioni antirazziste, fra le quali spicca il caso della nave C Star affittata per ostacolare le navi delle ONG che prestano soccorso nel Mediterraneo. Ma non mancano le aggressioni di tipo più “tradizionale” contro militanti di sinistra, come di recente accaduto a Catania durante un’attacchinaggio.
Lo sdoganamento viene da lontano, si acutizza con l’era Berlusconi, si cancrenizza con la crisi economica, e trova autostrade davanti a se con il populismo rampante, a cominciare da quello del Movimento 5 Stelle che più volte si pone come un partito ponte fra destra e sinistra, mostra simpatia per gli eredi del Movimento Sociale Italiano, fa l’occhiolino ai neonazisti (Grillo dichiarerà di avere molte cose in comune con Casa Pound), e in materia come l’immigrazione, si muove sulla stessa strada alimentando xenofobia, qualunquismo e odio razziale.
Ma il neofascismo è oggi una galassia complessa e complicata, difficile da individuare e comprendere a chi non è addetto ai lavori; dagli stadi con gli ultras, agli ambienti musicali di destra che suonano heavy metal, rock e punk neonazista, dalle palestre di addestramento alle sedi nei quartieri di periferia dove spesso si muovono sul “sociale” con doposcuola, distribuzione di cibo e indumenti agli italiani poveri in chiave rigidamente antimmigrati, o ancora l’area dell’integralismo cattolico e clericofascista. Senza trascurare l’ancora meno comprensibile fenomeno dei rossobruni, ossia quelle aree che mescolano elementi di marxismo e antimperialismo con il tradizionale revisionismo sui lager nazisti, l’antisemitismo (magari filo palestinese), il nazionalismo, l’eurocentrismo, l’arianesimo e chi più ne ha più ne metta.
Per comprendere la galassia neofascista e la sua apparente contraddittorietà basta osservare l’Ucraina: qui fascisti di vari paesi sono uniti ai loro epigoni locali, ma nei due fronti contrapposti: chi appoggia il nazionalismo ucraino contro l’imperialismo russo; chi sostiene l’imperialismo di Putin per l’indipendenza del Donbas.
C’è sicuramente da valutare attentamente quanto abbia contribuito la crisi economica abbattutasi sulle classi medie europee facendole scivolare in basso verso il proletariato, e spingendo quest’ultimo ancora più in basso, nei gironi della povertà, a creare concime per il neofascismo. Le soluzioni impopolari dei governi servi del mondo finanziario e del capitalismo non hanno trovato adeguate risposte nelle forze della sinistra, quasi ovunque omologate alle logiche mercantili e all’ideologia neoliberista e perciò complici di un sistema economico e politico sempre più inviso alle masse popolari. L’incapacità da parte delle forze più genuinamente anticapitaliste di intercettare la protesta ed il malcontento ha funto da sprone all’emergere dei populismi, dei razzismi e della feccia fascista, che addebita il degrado urbano, la povertà, ad un sistema che privilegia gli immigrati agli autoctoni, e che è corrotto, servo del complotto ebraico (ancora!), asservito alle multinazionali (a loro volta in mano ad Israele).
Anche i partiti socialdemocratici sposano il populismo per fini elettorali, cercano consensi a destra adottando politiche xenofobe che non fanno altro che accrescere la popolarità dei neofascisti che così possono mostrarsi come integerrimi e coerenti. La porta è ormai aperta alla reazione, ed il fascismo, mai morto, ma tenuto a bagno maria dal sistema, è pronto a tornare in piazza e a riconquistare spazi ponendosi pericolosamente come una possibile alternativa politica alle sempre più sputtanate forze politiche storiche.
Tuttavia non siamo davanti ad una replica del 1919-20 in Italia; allora il fascismo fu letteralmente inventato, nutrito, armato dal capitale per fronteggiare la rivoluzione imminente che dalle fabbriche alle campagne, dalla miniere al mondo della cultura, avanzava e sembrava inesorabile nella sua marcia. Oggi nessuna rivoluzione è in vista, nessun pericolo “rosso” incombe sul sistema, e il neofascismo viene ingrassato dal capitale in funzione di una guerra interna permanente che possa rafforzare e assicurare ancora per molto tempo la restaurazione in atto da un trentennio (dopo la paura del ’68). La solita stampella violenta del sistema, necessaria a giustificare uno stato di polizia, una sorta di controrivoluzione preventiva 2.0 messa in campo contro le lotte e un loro possibile sviluppo (del resto attese, dopo anni di aggressione ai diritti dei lavoratori, di precarizzazione, disagio, emigrazione dal sud, ruberie e divaricazione della cosiddetta forbice sociale tra ricchi e poveri).
Ridicolo chi tenta di fermare questa feccia attraverso una nuova legislazione che punisca penalmente l’apologia di fascismo. Se non è bastata quella esistente, non ne basterà una nuova, utile solo a costituire un alibi per i codardi e i fiancheggiatori diretti o indiretti, cioè i veri complici.
Il neofascismo oggi rappresenta una minaccia continua verso lo sviluppo di iniziative dal basso, verso l’esistenza di realinaccia per tutti quegli spazi che esistono e resistono quali luoghi di aggregazione e di alternativa sociale.
Se questo è il quadro, la risposta antifascista deve evitare di essere meramente ideologica e incomprensibile ai più, visto il momento di confusione e disorientamento esistente, a partire dal mondo giovanile che dovrebbe essere il più ricettivo, fino a quel mondo adulto finito nel qualunquismo populista. Il fascismo va combattuto ma va an- che spiegato, va fatto conoscere per quello che rappresenta oggi e per quello che ha rappresentato ieri, mettendo in campo una grossa attività culturale basata sulla memoria e sulla controinformazione, parallela ad un’azione di contenimento dell’avanzata neofascista attraverso pratiche di autodifesa militante, di risposta, di contesa, con la convinzione che solo il rafforzamento delle pratiche sociali di lotta può rappresentare il vero argine alla reazione.

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Atomiche, atomicchie e quaquaraquà

Siamo davvero alla vigilia di una guerra nucleare quale (il)logica conseguenza delle performances del dittatore nordcoreano Kim Jong-un e del suo alter ego statunitense Trump? Crediamo davvero che la piccola Corea del Nord possa sfidare sul serio l’Occidente nelle sue varie coniugazioni, dagli USA al Giappone passando per gli Stati filo NATO, lanciandogli addosso missili a testata nucleare?
Cosa potrebbe realizzare, quale scopo potrebbe avere uno Stato di appena 120.000 chilometri quadrati (quasi un terzo dell’Italia), con una popolazione di 25 milioni di abitanti, nel lanciare una guerra atomica? L’occupazione dei territori nemici? l’egemonia economia e commerciale? non mi pare che questi possano essere obiettivi che anche una mente apparentemente malata come quella del piccolo dittatore, possano coltivare. E allora perché scatenare una guerra al Mondo intero, mettendo in imbarazzo il suo vicino e protettore cinese e la stessa Russia? Piuttosto la continua menata sull’atomica, sul possesso di missili intercontinentali con testate atomiche, va vista in una logica di politica interna, di ricerca di una coesione nazionale attraverso l’individuazione di un Nemico, interpretato come il male assoluto (Stati Uniti e Occidente culturalmente omogeneo), utile a tenere il popolo sempre in stato di allarme, orgoglioso del suo Capo protettore e fiero di sacrificare i suoi bisogni più elementari e i suoi diritti alla causa dell’armamento continuo.
Fino a quando questo gioco potrà durare non ci è dato a sapere, ma è certo che non andrà molto lontano, causa penuria di risorse ma anche l’incoscienza di poter approfittare a lungo della bontà, della fedeltà, della subalternità e della remissività di un popolo.
Tuttavia non va dimenticato che è sempre la logica del Nemico a guidare la politica esterna e interna della Casa Bianca, e da sempre: i sudisti, chi minacciava i suoi interessi commerciali, i comunisti, i terroristi e così via dicendo. E con questa logica gli Stati Uniti spendono capitali enormi in armamenti e tecnologie militari, sfidano il Mondo ad essi non assoggettato, sacrificano i bisogni di milioni e milioni di persone a casa loro e fuori.
Si tratta di logiche speculari, anzi, di logiche legate alla natura stessa degli stati e soprattutto fondamenta ideologiche di qualsiasi forma di militarismo, necessarie a ché questo cancro possa continuare a divorare le cellule buone delle società. Un cancro che corrode quotidianamente perché condanna miliardi di persone alla povertà, alla guerra, ad una vita senza prospettive che non la violenza bieca e senza fine: in armamenti si spendono nel Mondo 1.676 miliardi di dollari (dati 2015) senza contare le spese militari infilate in altre voci dell’economia; come si vede dipendono da queste scelte la gran parte dei problemi che il Mondo ha, dalla miseria al degrado ecologico, alla mancanza di libertà.
Gli Stati in possesso dell’arma nucleare sono tanti; oltre agli USA, alla Russia e alla Cina, ci sono Francia e Gran Bretagna, e poi Israele, Pakistan e India, eppure nemmeno nei momenti caldi delle loro vicende storiche si è posta l’enfasi sul rischio di una guerra nucleare, eccetto in piena guerra fredda, quando, comunque, il nucleare era più che altro un deterrente verso il nemico. Se c’è una potenza che ha usato l’arma atomica questa è quella statunitense, a Giappone sconfitto, nell’agosto nel 1945, provocando subito circa 200.000 morti a Hiroshima e Nagasaki.
La guerra odierna potrebbe veramente scoppiare, ma solo per la follia di due capi di Stato narcisisticamente innamorati della loro posizione e assolutamente ubriachi di parole. Ma se dobbiamo coltivare una paura per le possibili conseguenze distruttive di un’eventuale azione militare, questa dobbiamo ricondurla all’attuale capo del governo degli Stati Uniti, per la gran quantità di armi distruttive, nucleari e non, in suo possesso e per il suo elevato grado di incoscienza e imprevedibilità.

Pippo Gurrieri

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Verso il collasso

Deriva. Capitalismo e Stati uccidono la Terra.

C’è bisogno che ce lo dica l’ONU che il Pianeta è malato? C’è bisogno che un’agenzia internazionale intestatale come la WMO ci faccia sapere che nel 2016 il livello di anidride carbonica è stato il più alto degli ultimi 800mila anni? e che la qualità odierna dell’aria sulla terra somiglia a quella del Pliocene, cioè 3/5 milioni di anni fa, quando la temperatura era più alta di 3/5 gradi e il livello del mare di 10/20 metri rispetto ad ora? Ci basta concretizzare quel luogo comune che recita “non ci sono più le mezze stagioni”, osservare quanti uragani e sempre più forti si abbattano sulle coste dei continenti, o riflettere sullo smog nella pianura Padana, sugli incendi per la siccità e i venti, sulle cattive annate in agricoltura, sulle estati sempre più calde, sugli allagamenti e le inondazioni, le malattie, le migrazioni da terre sempre più invivibili, per avere un quadro più che esauriente della situazione. Ma una volta acquisito il dato: viviamo in un Mondo sempre più ridotto male, afflitto da sintomi pericolosi per la sua stessa vita, e aver tradotto questa constatazione in numeri: temperatura più alta di 2 gradi verso il 2020 (fra due anni!), con disastri sempre più regolari e irreversibili, e probabile collasso attorno al 2050 (fra soli 30 anni!), a quali conclusioni perveniamo? Ci giriamo dall’altra parte? chiudiamo gli occhi e spegniamo il cervello? tuffiamo la testa dentro la terra come gli struzzi? In buona parte è quello che facciamo, come se i problemi di cui si parla non ci riguardassero che in minima parte, come se fossero talmente grandi da non poter essere risolti da ognuno di noi, piccoli individui impotenti. Di conseguenza, aspettiamo che siano Grandi a fornire soluzioni, a prendere de- cisioni drastiche, perché solo se ci impongono un altro stile di vita, allora, forse, ci adatteremo. I Grandi. Ma chi sono i Grandi? Sono gli Stati, sono i poteri dell’economia mondiale, sono l’1% ricco che detiene il 50% delle ricchezze mondiali, sono i Signori della guerra, sono le Istituzioni Mondiali: ONU, WTO, FMI… Ci aspettiamo una soluzione da quelli che sono invece parte del problema? Che ne sono la causa? O ci accontenteremo del fatto che il loro filantropismo ci regali un qualche 0,001 di riduzione del CO2? O forse ci aspettiamo che diano ordine immediato di smettere di produrre e consumare plastica, di fermare i pozzi petroliferi, di tagliare lo sfruttamento intensivo delle terre fertili, di bloccare la deforestazione, di puntare alle energie pulite e rinnovabili? Probabilmente pochi pensano che questo potrebbe essere un percorso valido, ma, purtroppo, si comportano come se invece lo fosse, a causa delle loro passività e della loro delega ai governi delle possibilità di cambiare lo stato delle cose. L’accelerazione della malattia ambientale del Pianeta ha un nome: capitalismo; le sue basi risiedono magari in periodi precedenti allo sviluppo del capitalismo stesso, come nella nascita e sviluppo dell’agricoltura, nell’organizzazione statale delle società, ma è un fatto che il capitalismo ha rappresentato e rappresenta il sistema globale di sfruttamento delle risorse e degli esseri viventi più impattante nella storia dell’umanità; un sistema non solo economico, ma anche culturale, morale, così profondo da aver forgiato in suo favore le teste pensanti di miliardi di persone sparse in ogni angolo del Pianeta. Un sistema che conosce solo pochi valori assoluti: profitto, mercato, merci, e ad essi conforma tutto l’esistente. Un sistema che non guarda al futuro perché la sua voracità ha bisogno di realizzarsi oggi, e domani, sempre. Un sistema che si serve degli Stati, in quanto entità garanti del monopolio della violenza, per reggersi, e che, quindi, è in grado di omogeneizzare alle sue finalità ogni organizzazione statale, a prescindere dai colori politici, nazionalistici e dalla posizione geografica. Stato e Capitale sono la Causa di questa sorta di corsa accelerata contro un muro, che rappresenta la minaccia all’esistenza del Pianeta Terra. Di conseguenza tutte le volte che queste Entità ci dicono di voler affrontare seriamente il problema dell’inquinamento della Terra, dal Club di Roma agli accordi di Kyoto, al COP 2 di Parigi, è una grande messa in scena ad aver luogo, con risultati risibili, mentre la situazione continua a precipitare. Tutte le volte che si inventano operazioni di facciata, sappiamo che le cose rimarranno come sono, anzi peggioreranno. Se parlano di sviluppo sostenibile, se travestono di green l’economia, se riempiono i supermercati di prodotti bio, se trasmettano dai loro canali televisivi e telematici spot ambientalisti persi in mezzo alle pubblicità di cocacole, auto e mille schifezze per il consumo, sappiamo, dobbiamo sapere, che l’inganno è in atto mentre il collasso si avvicina. A questo punto verrebbe da gridare: basta con lo sviluppo! basta con la crescita! questi miti cui veniamo abituati come pecore nell’ovile, sin dalla nascita, hanno perso ogni senso, sono falsi miti, mistificazioni che nascondono solo la ricerca del massimo sviluppo senza cura per le conseguenze e i danni che questo comporta. Veniamo sommersi da tali concetti come verità assolute, quando di assoluto c’è solo lo sfruttamento degli esseri umani e delle risorse: aria, acqua, suolo, sottosuolo. reso possibile grazie a un’organizzazione gerarchica della vita sociale, a una profonda interferenza nella cultura dei popoli, alla militarizzazione del mondo che permette con la violenza il controllo non solo delle aree ricche di risorse, ma anche delle conseguenze di tali politiche quando esplodono nelle forme della ribellione, della sommossa, della giusta distruzione dei fattori dell’oppressione. Stato, capitale, mercato, violenza, guerre rappresentano un tutt’uno, un sistema spacciato come insostituibile, come unica possibilità di gestione della vita umana, quando in realtà è la peggiore delle possibilità, e vanno subito ricercate le altre, meno impattanti, meno violente, ovvero non più impattanti e non più violente, in cui prevalgano altri valori che il denaro, la gerarchia, il profitto, la violenza nelle sue varie declinazioni (guerra, sopraffazione, discriminazione, razzismo, patriarcato, maschilismo, sfruttamento degli esseri umani, degli animali e delle risorse vitali). Vanno cercate altre possibilità, subito, perché a scadenza si avvicina, il termine corsa è dietro le porte; questo non è fare del catastrofismo: la catastrofe fa già parte della vita quotidiana di un miliardo di esseri umani almeno, costretti alla povertà, alla siccità, ai disastri climatici, agli esodi di massa, alle dittature e alle guerre generate da questo assetto criminale del Mondo, e lentamente s’insinua nelle società opulente, colpendo intanto le fasce più deboli, ma sopratutto le condizioni di vita. La possibilità più realistica rimane la libertà: significa abbattere questo sistema che la nega anche quando la ostenta come suo simbolo. Ostenta il Mercato, la mercificazione, l’alienazione, l’annullamento degli individui, in nome di un simulacro di libertà. zarsi, cioè riprendersi la sua parte di responsabilità, pensarsi come un soggetto del cambiamento. Con i suoi gesti quotidiani, con le sue scelte di vita può già essere il cambiamento. Ma non deve illudersi che una dieta vegetariana o vegan, un uso meno sconsiderato dell’auto, un migliore riciclaggio dei rifiuti o una riduzione dei consumi siano la soluzione. Sono solo dei segnali, positivi certo, ma possono trasformarsi anche in trappole ideologiche, in un lavaggio della co- scienza, in una nuova alienazione bio e green, mentre la società va a rotoli. Questi segnali, se non producono rotture evidenti, se non fanno esplodere contraddizioni, se non costruiscono prese di coscienza, se non alimentano desiderio crescente di libertà, di azione, di rivoluzione, e progetti di società ecologiche e libere, dove siano banditi ogni sfruttamento e ogni violenza, rappresentano le nuove prigioni mentali dentro le quali il sistema ci sta cercando di rinchiudere.

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Diventerà Bruttissima

Meno del 50% degli elettori siciliani ha designato l’ex fascista Nello Musumeci a nuovo presidente della Regione Siciliana; l’unità degli spezzoni destrorsi (salviniani, fratellitalioti, berlusconiani, gli ex di AN rinominatisi “Diventerà Bellissima”, più l’udc, frange democristiane e i forconi) hanno permesso il vantaggio necessario sul Movimento 5 Stelle. Il PD, ormai in mano ai transfughi del centro destra, crolla al 19%, e la sinistra di Fava si attesta al solito 5+ appena sufficiente a superare la soglia di sbarramento. Ed eccoci quindi alla solita alternanza, che vede chi ha governato penalizzato e costretto a cedere la poltrona all’opposizione. Toccherà anche a Musumeci fra 5 anni. I 5 Stelle hanno avuto la fortuna di non vincere, pur confermandosi il primo partito; potranno così continuare a fare il la-
voro di scaldabanchi a Palazzo dei Normanni, miscelando legalitarismo e populismo, puritanesimo e avventurismo, antagonismo e conformismo, razzismo e buonismo, senza bruciarsi nell’impossibile tentativo di modificare le cose governando l’Isola.
E’ stata una campagna elettorale scarna, giocata tutta dietro le quinte, pigra e noiosa, che poco ha interessato i siciliani, dei quali il 53,24%, per essere precisi, non si è recato a farsi tosare in un seggio elettorale. Uno scollamento dalla politica che, come abbiamo più volte scritto, non va letto  come un predisposizione al cambiamento, ma piuttosto come una rassegnata indifferenza, che non mette in discussione la delega e la fiducia verso le autorità. E però è anche un segnale che il sistema politico è sempre più delegittimato, il meccanismo democratico del consenso fa acqua da tutte le parti, ed il consenso – quello vero – lo costruiscono i tradizionali e più occulti metodi delle promesse, del ricatto, della corruzione, della paura anche. Se questo è vero, vuol dire che vanno attenzioni questi livelli della delega, questo collante che mantiene ancora appiccicato il popolo delegante ad un sistema screditato e irrecuperabile, però forte della violenza che a vari livelli riesce ad esercitare. La destra torna tra gli scranni del governo, e già assistiamo al ritorno dei vari Totò Cuffaro, sponsor di Musumeci, e di personaggi felici di aver cavalcato il destriero giusto, una volta comprese le difficoltà del PD e di Crocetta di bissare il successo del 2012. Molti di questi figuri vengono dal governo uscente, alcuni hanno cambiato casacca all’ultimo momento, nella sostanza si tratta di una compagine che assicura continuità ai poteri forti dell’isola, quelli che non hanno mai smesso di governare i processi economici e sociali; tra i vincitori i candidati definiti “impresentabili” erano tanti, ma il loro curriculum criminale non può che arricchire la nuova coalizione. La regione che esce da queste elezioni non sarà di certo ostacolo alla militarizzazione, all’emigrazione dei nostri giovani, alla devastazione del territorio e dell’ambiente, all’impoverimento della popolazione e così via, anzi, più probabilmente ne sarà protagonista, come è stato per Crocetta, come fu per i predecessori. L’autonomia siciliana continuerà ad essere lo strumento per garantire i record negativi conseguiti: reddito al 50% di quello della Lombardia, disoccupazione il doppio, disoccupazione giovanile sopra il 40%, e per continuare a svendere alla meglio gli interessi dei siciliani. Il laboratorio siciliano sarà replicato a livello nazionale il prossimo marzo? Forse si; ad ogni modo poco cambierà anche lì: la cosiddetta sinistra centrista ha lavorato bene per ossequiare gli interessi delle banche, di Confindustria, delle multinazionali, della NATO e degli USA; il popolo che soffre sicuramente la penalizzerà per mettersi in mano degli omologhi della destra centrista, difficilmente dei pentastellati. Tutto procederà come prima. Se variazioni bisogna attendersi, esse potranno venire solo dall’interruzione di questo gioco. Una prospettiva, per adesso, molto lontana.

Pippo Gurrieri

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Omaggio alla Catalogna

Una cosa è certa: c’è una larga fascia della società catalana, forse non maggioritaria, ma comunque importante, che vede nel processo di indipendenza un passo avanti alla propria condizione; trattandosi di settori sociali intrecciati trasversalmente, la libertà che si chiede, o la democrazia, o la giustizia sociale, va coniugata in maniera differente a seconda che a invocarla siano lavoratori, borghesi, industriali, banchieri, disoccupati. Tutti, comunque, esprimono un sentimento catalanista di cui si sta facendo portavoce e garante la classe politica insediata nella Generalitat.
Per la totalità dei compagni anarchici e libertari, questo è e resta un conflitto interborghese: questo governo, con il suo Estat Català, se rappresenta il sentimento indipendentista, non rappresenta gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne. Questo governo e i suoi partiti maggioritari, sono di destra, sono corrotti ed esprimono gli interessi della borghesia catalana.
La repressione con cui il governo centrale ha affrontato l’1 ottobre, giorno del referendum, ha funto da collante popolare e ha indotto molte organizzazioni, al di là delle posizioni sul Sì o No (o l’astensione) a mobilitarsi contro un fatto gravissimo (oltre 900 feriti) voluto da uno Stato centralizzatore che nell’inviare la sua Guardia Civil in Catalogna, si veste della stessa divisa totalitaria e colonialista con cui in ben altri e famigerati tempi, ha cercato di risolvere i conflitti nella penisola. Così è stato introdotto un elemento nuovo, che ha portato anche i sindacati di matrice libertaria a proclamare lo sciopero (riuscito) del 3 ottobre e alle mobilitazioni antirepressive e solidali in tutto il territorio iberico.
Si è acuita, a questo punto, quella frattura fra un centro politico madrileno ancora saldamente in mano a partiti legati alla destra falangista, e una Catalogna antifascista e insofferente al centralismo. Un ingrediente che ha arricchito le giornate di ottobre e che alimenterà le prossime settimane, quando si annuncia uno scontro ancora più aspro e in gran parte imprevedibile. In tutte le città non catalane la destra ha chiamato all’unità patriottica, e bandiere della Spagna sono apparse in balconi e finestre, mentre manifestazioni antiindipendentiste si svolgono un po’ ovunque, spesso di mera testimonianza, ma, grazie al supporto governativo, che si van facendo più partecipate e aggressive persino dentro la stessa Catalogna.
Ma nelle manifestazioni per l’indipendenza, in Catalogna e nelle solidali esterne, sono apparse anche le bandiere della Spagna repubblicana, richiamando ad un altro conflitto nel conflitto: non è in discussione, infatti, solo lo smembramento dello Stato spagnolo, ma anche quello del regno di Filippo VI di Borbone. Non a caso il monarca si è affrettato ad intervenire accanendosi contro la Catalogna indipendente fuori dalla costituzione, e definendo illegale il suo referendum (mentre qualcuno, in risposta, gli ha chiesto quando fosse stato eletto).
A fronte di tutto questo, una UE imbarazzata tergiversa, prende tempo, mentre non ha indugiato quando si è trattato di smembrare la Jugoslavia o la Cecoslovacchia. L’Europa, infatti, rischia di venire travolta dalla frana separatista, con tutti i suoi, ormai poco stabili, stati nazionali: Scozia, Fiandre, Baviera, Euzkadi, ma anche Bretagna, Corsica, la Galizia, e tanto altro, sono lì per approfittare della crepa catalana, e rilanciare l’Europa dei popoli al posto di quella degli Stati.
Da un punto di vista libertario, uno Stato spagnolo più debole può essere un elemento interessante, ma il neo Stato catalano se sarà più piccolo, sarà anche, al contrario, più forte perché ammantato di spirito nazionalista. Questa contraddizione, per gli anarchici, può apparire paralizzante, ed in parte lo è: il movimento è diviso tra pro, contro e chi dice che “non cambierà nulla”. Resta da vedere, tuttavia, quali possibilità esistono all’interno di questa situazione (che, ribadisco, può ancora precipitare verso sciocchi imprevedibili) di inserirsi coniugando Indipendenza e autogoverno, autonomia dallo Stato centrale ma anche dallo Stato in generale, rilanciando quella Federazione dei Popoli Iberici già propugnata dalla CNT e dal Movimento libertario spagnolo in tempo non sospetti (sul prossimo numero a tal proposito,  pubblicheremo l’intervento del leader della CNT Salvador Seguì, pronunciato a Madrid nel 1919).
Chi ci segue sa quanto spazio ha dedicato a questi temi Sicilia libertaria; lo scorso numero una pagina intera su “Indipendentismi e anarchia”, frutto di un seminario della Federazione anarchica siciliana tenuto a fine agosto, ci ha fornito ulteriori importanti elementi di riflessione.
E mentre il dibattito è forte, mentre l’attenzione è ampia, sarebbe auspicabile da parte delle varie anime del movimento anarchico, anarcosindacalista e libertario spagnolo e catalano una presa di posizione forte di denuncia della borghesia catalana, dei sindacati padronali catalani e della classe politica e burocratica catalana; un atto di accusa fatto all’interno del conflitto indipendentista, cioè dalla stessa parte della barricata di chi in questo momento odia esercito e polizia spagnoli, ma magari offre fiori ai Mozos catalani, e si fida ciecamente della classe politica del governo “nazionale”  catalano.
Un acutizzarsi del conflitto non sappiamo a quali mediazioni porterà (di certo Puigdemont e i suoi hanno un piano B, che tireranno fuori dopo aver tirato la corda fin quasi al limite), ma certo uno scenario in cui alla repressione statale spagnola (con l’esercito che viene ad occupare i nodi dell’economia e del potere in Catalogna, e una sorta di embargo economico da parte dello Stato centrale) si affiancherà anche quella della polizia catalana, in obbedienza a patti e ordini di riportare l’ordine, non è certo da escludere. E allora, con il quadro più chiaro, si potrebbe rilanciare in chiave di indipendenza senza lo Stato, cioè di autogoverno e federalismo libertario.

Pippo Gurrieri

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I tre potenti

Il prossimo 5 novembre si vota in Sicilia per il rinnovo del Parlamento siciliano. Vien subito da dire: e chi se ne frega! Ed è vero: in senso stretto di questo assemblaggio di mummie imbalsamate, di questa rassegna di cadaveri eccellenti frega poco. Ma da un altro punto di vista invece ci interessa, e il nostro non è l’interesse di chi vuol cercare l’avventura elettorale nell’illusione di cambiare l’Assemblea regionale siciliana con la propria presenza dura e pura, o di chi, ammantato di furbeschi buoni propositi, aspira ad occupare uno scranno a Sala d’Ercole. No! Si tratta dell’interesse di chi ritiene che ciò che fanno le èlites politiche ha sempre dei risvolti sulla vita di tutti, e non può essere affrontato con una qualunquista voltata di spalle. Ciò che si decide, ma anche non si decide, al Parlamento o al Governo, condiziona la vita sociale, e non può esserci contrapposizione o opposizione se non si presta attenzione alle dinamiche di potere.
In Sicilia, certamente, identificare il potere con Rosario Crocetta può essere fuorviante; nell’isola che ha fatto dell’opera dei pupi un suo tratto caratteristico, è facile individuare i pupi; più difficile scovare i pupari, anche se da molto tempo essi hanno dei nomi noti: mafia, chiesa, massoneria, affaristi, governo degli Stati Uniti, oligopoli nazionali e internazionali. Ma una cosa è certa, tra pupi e pupari ci sono legami forti, ci sono fili di collegamento che consentono agli uni di agire in funzione degli altri; si tratta di fili che i politici non vogliono tagliare, bensì cercano di rafforzare e consolidare, perché quel ruolo è appagante, produce privilegi e goduria (a Napoli dicono che “cumannare è megl’e fottere”).
Ora, quando inizia la campagna elettorale per la scelta dei pupi, è chiaro che si sta dando vita a una recita; copione e trama sono ben note, il finale scontato. Alla fine il puparo conterà i soldi dell’incasso e tutti a casa in attesa della prossima rappresentazione.
Da tempo la cosiddetta destra e la cosiddetta sinistra governano o fingono di fare l’opposizione, condividendo i medesimi valori, attuando gli stessi programmi, obbedendo agli stessi pupari. Pensare che il fascista Musumeci sia diverso da Miccichè di Forza Italia, o che entrambi rappresentino l’alternativa a Crocetta e al PD, è non riuscire a cogliere la sostanza politica dietro il sottile strato di vernice che li rende apparentemente diversi. Le cordate che ogni coalizione, gruppo, partito mettono in campo sono identiche nella composizione e nell’aspirazione; prendiamo un Armao, fino a poco tempo fa leader di un presunto cartello indipendentista, ex DC, cattolico, ex assessore di Lombardo, ex sostenitore di Crocetta: ora Berlusconi l’ha scelto per stare a fianco di Musumeci. Poi ci sono quelli che non posseggono cordate, e fingono di essere i migliori (in realtà non le hanno per eccesso di minorità): partitini comunisti vari, gruppetti della galassia indipendentista, frammenti dei forconi, piccoli movimenti civici: il contorno inutile di ogni tornata elettorale: è qui che si sprecano le critiche al potere e al capitale, i proclami per una Sicilia libera, i toni forti, ma è anche qui che si consuma la farsa, la frustrazione del “sarà per la prossima volta” e del “il popolo non ci ha capito”. Costoro dovrebbero convincere i “delusi” a tornare a votare.
In Sicilia ormai vota meno del 50% delle persone; alle ultime regionali fu il 47%; un dato interessante dal punto di vista statistico, ma che da quello politico ci dice soltanto che chi governa non ha bisogno di molto consenso elettorale, e che l’astensione di per sé non è pericolosa se è solo una manifestazione di disinteresse. Il consenso non passa solo per le urne, ma si manifesta tutti i giorni con la passività, la delega, il clientelismo, la cultura del farsi i fatti propri. Ed ecco che quindi tra i pupi e il popolo ci sono altri fili, meno visibili, più subdoli, che collegano gli uni all’altro, ed individuarli, denunciarli, combatterli è una vera scommessa rivoluzionaria. Le èlites prestano molta attenzione alla costruzione di questi fili, che rappresentano l’elemento della corruzione diffusa. Per questo ci interessa quel che accade anche in politica, perché i nemici devono avere dei volti, dei nomi, e le loro azioni devono essere conosciute, comprese, per essere combattute.
Un proverbio siciliano recita: “Nto munnu ci sunu tri putenti: u riccu, u nobili e cu nun havi nenti”. Oggi il terzo di questi potenti, chi non ha niente, è ignaro della propria forza, e soggiace a quella degli altri due. Impegnarci a fargliela scoprire è uno degli obiettivi che ci ripromettiamo.

Pippo Gurrieri

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Cronaca di un corteo

Il vecchio compagno intervenuto al microfono in Largo Mascione, durante la manifestazione NO MUOS dell’1 luglio, si rivolgeva ai suoi concittadini dicendogli: “guardate questi ragazzi, fanno tanti sacrifici per venire qui, noi dobbiamo unirci a loro, non dobbiamo stare a guardare; facciamogli un applauso per quello che fanno per noi”; proseguendo aggiungeva: “niscemesi, ogni giorno quando ci laviamo la faccia noi stiamo attenti a raccogliere l’acqua del rubinetto per poi poterla utilizzare per il gabinetto; come possiamo sopportare una situazione del genere?!”.
In queste frasi si racchiude il senso della manifestazione: cercare fortemente un contatto con la popolazione, attraverso un percorso lungo i quartieri principali, con interventi al microfono e relazione costante con la gente ai balconi o ai lati della strada e collegare i problemi della città alla lotta NO MUOS: una città ferita dall’ennesima umiliante mancanza d’acqua (quando scriviamo queste note è scoccato il 30° giorno), mentre l’ex sindaco la Rosa, un suo assessore, suoi collaboratori ed elementi della locale cosca mafiosa sono in carcere o ai domiciliari per voto di scambio alle elezioni del 2012.
Un corteo aperto da attivisti e simpatizzanti di Niscemi, seguiti dalla Comunità della Piazzetta e dai vari comitati intervenuti da tutta la Sicilia; 7/800 persone non sono un numero da grandi performances, ma rappresentano la tenacia e la volontà di rilancio che questa manifestazione condensava sin da quando si è voluta organizzarla, e soprattutto dimostrare a chi vive in questo territorio che la resistenza non ha scadenze dietro l’angolo, ma si pone come percorso lungo e articolato, ricco di obiettivi intermedi, fermo nell’obiettivo finale della liberazione del territorio dal MUOS dalle 46 antenne NRTF e dell’ostacolare le strategie dell’imperialismo guerrafondaio. Attorno a questi aspetti sono ruotati i tanti interventi in piazza, dove, oltre ad attivisti, sono intervenuti un compagno del Movimento dei Sem Terra e Massimo Coraddu, che continua il suo impegno scientifico sull’impatto elettromagnetico. Poche le delegazioni da fuori Sicilia (NO TAV Terzo Valico, gli Amici della Verde Vigna di Comiso, venuti da varie parti d’Italia, i compagni del movimento antimilitarista sardo), mentre una giornalista della radio nazionale tedesca ha seguito in diretta il corteo, realizzando molte interviste in vista dell’assegnazione del premio per la pace al Movimento NO MUOS, che avverrà ad Aachen il 1° settembre.
Oltre allo spiegamento di forze imponente da parte della polizia, va rilevata l’ordinanza del neo sindaco Conti, che ha proibito la vendita di alcolici e di bevande in lattina o vetro per 24 ore, un arco di tempo assurdo e ingiustificato se non con la volontà di penalizzare i baristi e i rivenditori niscemesi, mettendoli contro i manifestanti. L’esordio del neo sindaco non poteva essere più servizievole nei confronti di chi lo ha pressato in tal senso; tanto più che lo stesso dal palco, oltre a salutare i partecipanti, ha annunciato l’istituzione di una commissione NO MUOS per riprendere il discorso delle misurazioni dell’impatto elettromagnetico (e magari aprire un contenzioso sui risarcimenti a suo tempo promessi alla città di Niscemi), prontamente rimbrottato dagli interventi degli attivisti per queste posizioni conciliatorie ed aleatorie.
Con l’1 luglio, dopo la lunga distrazione del G7, la lotta NO MUOS torna ad essere centrale nell’agenda di quei movimenti che ci credono, e che affiancano i comitati NO MUOS; chi non si è fatto nemmeno vedere ha confermato il suo progressivo distacco da una lotta che non è addomesticabile o egemonizzabile né è riducibile a “territoriale”, date le sue caratteristiche e significati internazionali e internazionalisti. Tanto c’è da fare, sia su Niscemi, dove occorre rafforzare la presenza locale, sia sul piano generale, e questa estate offrirà altre occasioni, come il campeggio dal 4 al 6 al presidio NO MUOS, momento di riflessione e organizzazione necessario a consolidare questo movimento.

Pippo Gurrieri

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Trinakria

Torniamo su un argomento che ci sta a cuore, quella della liberazione della Sicilia, cui ci richiamiamo come testata e come simbologia, avendo inserito nel nostro drappo rosso-nero la Trinacria simbolo antico dell’isola a tre punte. E ci torniamo volentieri perché di recente tanti giovani e giovanissimi si sono affacciati alla rivendicazione di una Sicilia emancipata dal dominio coloniale, portando aria nuova nello stantio, ambiguo e compromesso ambiente indipendentista siciliano.
In occasione della manifestazione contro il vertice del G7 a Taormina ci siamo trovati a sfilare a fianco di questi giovani, che sventolavano bandiere giallo-rosse. (Piccolo appunto: sembravano quelle che si vendono nei negozi di souvenirs, con la Trinacria con le tre spighe, aggiunte dai colonizzatori romani che esaltavano il ruolo di granaio dell’impero affidato alla Sicilia, e non la storica Gòrgone con solo le ali: il trascorrere del tempo, l’aria; e la chioma di serpenti: la saggezza, la terra).
Su una cosa concordiamo con questi indipendentisti che potremmo definire “di sinistra”: la Sicilia è una colonia; senza andare indietro alle fasi storiche che hanno determinato questa condizione di subalternità, limitiamoci ad analizzare il concetto/obiettivo di tutti gli anticolonialisti: l’indipendenza del popolo siciliano. Questa dovrebbe coincidere con una fase di decolonizzazione, alla stregua di quanto è avvenuto in tutte le colonie dei vari imperi recenti, a partire dalla vicinissima Africa. Tutti conosciamo gli esiti di questi processi a volte rivoluzionari, altre volte semplici trasformazioni dei rapporti coloniali in subalternità economiche: in entrambi i casi sono prevalsi gli interessi di vecchie o nuove borghesie locali nazionali, che si sono semplicemente sostituite ai vecchi dominatori, o sono state insediate dagli stessi. I risultati nel continente africano, in America Latina, in Asia, in Medio Oriente, sono sotto gli occhi di tutti. I pochi tentativi seri di rendere effettiva l’indipendenza, coniugandola con l’affermazione della giustizia sociale, sono stati stroncati nel sangue.
L’indipendenza siciliana – obiettivo oggi poco sentito o male interpretato, se non avversato dopo l’esperienza di un’autonomia regionale gestita dalle emanazioni politiche del capitale nordico, della mafia imprenditrice, della chiesa – avrebbe poche possibilità di sfuggire a questo destino. Vecchi tromboni democristiani e usurati separatisti, nicchie vagamente socialiste e frange di autonomi territorializzati, notabili nostalgici sentimentali e vittimisti qualunquisti, convivono sotto il vessillo giallo-rosso inneggiando a un’indipendenza in cui ognuno, però, vede una cosa diversa.
E noi? Come abbiamo sempre ribadito, e come riportiamo anche nel sottotitolo della testata, non concepiamo nessuna indipendenza senza la liberazione sociale e senza l’internazionalismo. Non ci sentiamo in sintonia con nessun “siciliano” che viva di privilegi, di sfruttamento, di corruzione, di eredità nobiliari, di inganno religioso, di terrorismo mafioso, di leccaculismo cronico, di razzismo, di maschilismo; la loro “Sicilia libera” non è la nostra, e, forte della mistificazione nazionalista e sicilianista, sarebbe un incubo forse peggiore di quella attuale, occupata dagli USA e dalla NATO, stuprata dalle multinazionali, mutilata delle sue giovani generazioni, umiliata e affondata nel pozzo senza fondo del sottosviluppo provocato da una supremazia settentrionale, capitalista e liberista, sorretta dallo Stato.
Quella che auspichiamo noi è una Sicilia libertaria, perché nei contenuti della sua affermazione non vi potrà essere posto per privilegiati e governanti, per patriarcati e neofascismi, per parassiti e per padroni comunque chiamati e posizionati. Libertaria perché antiautoritaria, ovvero federalista, sia nelle forme interne del coniugare l’autogoverno, sia nelle relazioni esterne, a partire dall’area mediterranea di cui hanno voluto fossimo il Nord, la frontiera armata, e non una parte del tutto, un ponte naturale.
La nostra è la Sicilia degli oppressi, degli sfruttati, degli ultimi, che non intendono sostituirsi agli oppressori per esercitare un impossibile governo del popolo o potere popolare, bensì creare autogestione, autosufficienza, cioè abbassamento drastico dei livelli di consumismo, inquinamento, aggressione all’ambiente e alla vita stessa. Un’idea antigerarchica per creare gli anticorpi alle degenerazioni autoritarie stataliste, per ciò differente dagli indipendentismi interclassisti, a partire dai metodi di azione odierni, altrettanto chiari e differenti.

Pippo Gurrieri

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