Complici cercasi

Entrando nel trentaseiesimo anno di vita di Sicilia libertaria non possiamo non rivolgere lo sguardo sul ruolo svolto da questo giornale, la scelta di fondo che lo ha caratterizzato essendo stata quella di porsi in maniera dinamica all’interno di quelle porzioni di società posizionate in modo critico rispetto allo Stato e allo status quo.

Dal gennaio del 1977, stagione politica che spaccò la parabola sessantottina ricavandone nuova linfa libertaria, ma anche inizio di quella frammentazione metodologica che porterà al riflusso, alla sconfitta e ai lunghi anni di resistenza che ne seguirono, Sicilia libertaria ha cercato di essere voce meditativa e stimolante, tentando di realizzare, e in parte riuscendovi, uno degli obiettivi per cui era stata fondata: consolidare in Sicilia un solido nucleo di militanti, circondato da una platea di simpatie e sostegni, che desse spessore e nuova forza a un movimento anarchico immerso nella realtà con il cuore e con la mente proiettati in una dimensione rivoluzionaria e utopica.

Oggi ci attendono compiti più difficili, perché i tempi sono più ostici e duri di quella lunga coda del sessantotto libertario in cui fu deciso di far nascere il giornale. Nel pieno di un disastro sociale pianificato ed attuato cinicamente; nel mezzo di una reazione politica, economico-finanziaria e culturale, c’è un grande bisogno di voci che parlino chiaro, considerando che molti fogli vicini e parzialmente affini, sono scomparsi; assolvere a una funzione – mi si perdoni il termine infelice – di orientamento, è più che mai necessario, perché tanto e tale è il disorientamento che ci circonda, da richiedere una grande forza di volontà per non rimanervi coinvolti e sconvolti; una funzione di attenta lettura della realtà, di deframmentazione delle false certezze e delle arroganti verità del potere e di individuazione di percorsi di resistenza e di battaglia.

I nostri referenti privilegiati sono i non anarchici, i compagni della sinistra e dei movimenti, i soggetti che sentono l’insofferenza e la rabbia, ai quali intendiamo far conoscere ed apprezzare l’ideale e la pratica dell’anarchismo; vogliamo continuare a dare voce a quelle realtà e individualità che accanto, attorno e con noi, sviluppano modalità di intervento, esperienze, idee e progettualità antisistemiche, autogestionarie, antiautoritarie, conflittuali, antagoniste.

Un giornale è fatto di parole; parole che hanno un senso se usate in maniera schietta e se inserite in ragionamenti sinceri. E per noi questo ha voluto e vuol significare non spegnere termini come sfruttamento, rivoluzione, padroni, lotta di classe, concetto quest’ultimo, che va ricollocato – contestualizzandolo – nella odierna dicotomia tra ricchi e poveri, centrale in questa società gerarchica che ha innalzato, più di prima, la sua nuova e più possente piramide sociale.

Sicilia libertaria è una voce dal Sud, che si rivolge a tutti i Sud sparsi altrove; che denuncia una questione meridionale sempre più incancrenita, passaggio imprescindibile nel percorso rivoluzionario di cambiamento sociale. E’ una voce dalla e per la Sicilia, luogo del nostro agire quotidiano, spazio politico e culturale da cui vogliamo partire per costruire una società che affianchi alle caratteristiche specifiche di questo luogo, politiche di federalismo libertario, di autogoverno, di partecipazione dal basso.

I nostri strumenti sono materialmente poveri in quanto autofinanziati e autogestiti; sia pure rafforzati dai moderni veicoli di comunicazione orizzontale (sito web, face book), rimangono sempre precari in tutto eccetto che nella volontà di questo gruppo redazionale di non mollare. Ma la nostra volontà non sarebbe stata sufficiente se attorno a ciò che da 35 anni produciamo e diffondiamo, non vi fossero stati consensi, adesioni e sostegni. E’ importante che tutto ciò non cessi; dobbiamo poter fare un salto di qualità nella distribuzione, come nella realizzazione del giornale. Ogni lettore deve poter fare uno sforzo per allargare il numero di coloro che ci leggono; abbiamo bisogno di complici più di quanto non ne abbiamo avuto fino ad ora. Sappiamo che i 20 euro per l’abbonamento o i 2 euro per una copia possono rappresentare un lusso per chi ogni giorno si confronta con un attacco economico che ci ha ricacciati indietro di decenni. Ma è uno dei pochi lussi che ci dobbiamo permettere.

Pippo Gurrieri

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Di qua dal faro

DI QUA DAL FARO
Manifestazioni di conflitto sociale in Sicilia

Molto si è detto a proposito del Movimento dei Forconi, di “Forza d’Urto” e delle proteste che in questi giorni hanno paralizzato la Sicilia. Il blocco dell’Isola è stato promosso e organizzato da precise categorie sociali e lavorative: agricoltori e autotrasportatori all’inizio, seguiti – quasi subito – dai pescatori di alcune marinerie e, via via, da edili, artigiani, commercianti, studenti, disoccupati, diventando nel giro di pochi giorni il collante del diffuso malcontento sociale.
I motivi scatenanti della protesta sono legati all’aumento vertiginoso dei costi di produzione e della pressione fiscale, allo strozzinaggio dei mercati e della grande distribuzione verso i produttori agricoli. Tutti elementi che contribuiscono a innalzare vertiginosamente il costo della vita, a ridurre il reddito e a indebitare in maniera pesante parecchie categorie.

Queste proteste si sono sviluppate in tutta la Sicilia anche se con modalità e connotazioni diverse a seconda dello scenario territoriale e sociale. Durante i blocchi delle strade, delle infrastrutture industriali, delle autostrade, dei porti, i manifestanti hanno espresso modalità diversificate. Non è un movimento omogeneo né lo si può incasellare secondo le solite categorie ideologiche.
Limitarsi a giudizi trancianti nei riguardi di questi movimenti sarebbe però sbagliato. Nulla in Sicilia può essere compreso se non ci si sforza di analizzare il contesto.

Da sempre, in questo territorio, la pace sociale è stata garantita da un sistema politico-clientelare e mafioso che ha ingessato la società siciliana fin nelle sue intime fibre. In Sicilia il welfare è stato costruito con il ricatto permanente dei bisogni, con la politica dei favoritismi e dei privilegi, con lo sperpero delle risorse pubbliche, con i finanziamenti a fondo perduto. Tutto questo non ha mai creato una vera realtà economica e produttiva.
In tempo di capitalismo globale, quando la crisi fa saltare tutti i punti di riferimento possibili, è chiaro che la Sicilia – terzo mondo dell’Occidente – venga investita in pieno da questa devastazione. Settori che prima erano garantiti da politiche assistenziali si trovano oggi abbandonati a loro stessi, con una classe politica regionale che non è più in grado di fornire reddito. I politici pensano solo alla loro sopravvivenza, cercando di restare aggrappati ai loro privilegi.
Non è casuale che Confindustria e sindacati abbiano criminalizzato immediatamente questo movimento tacciandolo di essere infiltrato dalla mafia. Vogliamo ricordare che, storicamente, Conf industria in Sicilia è stata espressione della borghesia mafiosa, contribu endo a consolidare il potere economico di Cosa Nostra. I sindacati, dal canto loro, non hanno fatto mai nulla per impedire che l’economia siciliana si sviluppasse realmente ma, anzi, sono stati parte integrante di questo sistema di favoritismi, clientele e privilegi.

Tutto questo non significa che all’interno delle proteste non ci possano essere elementi mafiosi e fascisti. La storia dei movimenti popolari in Sicilia ci insegna che determinati soggetti, nei periodi di conflitto sociale, sono sempre pronti a svolgere un ruolo non secondario nelle vicende dell’Isola. Questa constatazione ci induce a non rimanere indifferenti e distanti rispetto a quello che sta succedendo o a ciò che potrà succedere in futuro. Il conflitto in atto ha messo in moto energie popolari fino ad ora bloccate dal controllo e dalla delega e ha risvegliato una voglia di partecipare in prima persona impensabile fino a poche settimane fa.
Quello che ci importa, pertanto, è rilanciare, estendere e radicalizzare l’iniziativa dal basso, anche in una fase successiva all’attuale mobilitazione, individuando gli obiettivi unificanti e che vadano nel senso da noi auspicato di gestione pubblica, di base, diretta e popolare delle risorse, dei servizi, delle attività lavorative.
Senza padroni e senza padrini.

Federazione Anarchica Siciliana

http://fasiciliana.noblogs.org

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Volantino trovato ai blocchi (3)

Ascolto a destra ascolto a sinistra, sento tanti commenti, ma quello che vedo è ben diverso da quello che sento.

Vedo un popolo in strada, vedo la disperazione delle famiglie, vedo imprese soffocate da INPS, ESATTORIA, BANCHE, ASSICURAZIONI E CONTROLLI CHE TI IMPONGONO QUANTO DEVI GUADAGNARE, rincaro carburante, il tutto in nome del POPOLO ITALIANO. Popolo che oggi prendendo spunto dal “MOVIMENTO DEI FORCONI”, ha trovato il coraggio di gridare la propria sofferenza, la propria INDIGNAZIONE! Scuole che crollano con i ns figli dentro, ospedali che invece di salvarti, molte volte ti fanno morire perché non hanno posti, ambulanze che arrivano dopo la pizza a domicilio, una burocrazia che non fa nulla per facilitare le cose, rimborsi che durano anni, e POTREMMO CONTINUARE ALL’INFINITO.

Vedo una terra calpestata da persone che non la amano, dove si vendono per un niente, dove tutti parlano di lotta alla mafia, ma alla fine non VOGLIONO risolvere niente, tutti “PARLANO”, ma finalmente, oggi in molti abbiamo trovato il coraggio per ALZARE LA TESTA!!!

Agricoltori, Commercianti, Artigiani, Operai, Studenti, Auto trasportatori, Braccianti Agricoli, Pescatori, Mamme, Pensionati e tanti altri, il popolo fatto da persone che amano la propria terra, ecco chi siamo, ecco chi c’è in strada, un popolo stanco della casta che, con i soliti giochetti di potere, ci sfrutta e ci dissangua sempre di più, la nostra non è una guerra tra poveri, ma contro questa classe dirigente che vuole farci pagare il conto dei loro DIVERTIMENTI. Osservatevi intorno, guardatevi bene, che differenza c’è tra una persona che si spacca la schiena a lavorare ed un servo del potere politico? Pensiamo nessuna, anzi chi lavora con sacrifici acquista più dignità per affrontare la vita. Non dovrebbe esser un popolo ad aver paura dei propri governi, ma dovrebbero essere i governi ad avere paura del popolo affamato, di un popolo deluso. Non regaliamo più sorrisi a nessuno, non ne abbiamo tempo, lavorare, lavorare, questo è quello che facciamo ogni giorno. Non abbiamo più tempo da dedicare alla famiglia, non vediamo più crescere i nostri figli, figli che oggi NON HANNO più FUTURO. Figli, che per avere un futuro, lasciano a malincuore la propria terra.

Vedo un popolo cieco, un popolo stanco, un popolo condizionato dai media da anni, pensate che sia un rivoluzionario, io volevo stare con la mia famiglia, coccolare i miei figli, lavorare onestamente, ma come posso guardarli in faccia come posso amarli se non faccio qualcosa per il loro futuro?

Vedo un popolo sfilare in strada senza colore politico, vedo i media nazionale che ci impongono di pagare il canone, ma ci lasciano soli, infamando le famiglie, dandogli dei mafiosi, quando i veri mafiosi sono loro, servi di un potere che ci porterà alla distruzione, e mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere, la comunicazione, la conoscenza darà dignità a questa terra.

Vedo un potere che ci vuole sempre più ignoranti, perché con la cultura, la conoscenza il popolo inizia ad alzare la testa, inizia ad avere dignità, e non sono parole dette tanto per dire, la storia insegna, un popolo colto è meno manovrabile. Non raccontiamo scenari di un altro mondo. E’ la nostra vita di ogni singolo giorno.

Siamo siciliani veri e invendibili, amiamo la nostra SICILIA, per questo cercheranno di metterci uno contro l’altro, ma noi lo sappiamo, per questo dobbiamo RIMANERE UNITI PACIFICAMENTE, cercheranno la violenza, ma oggi nel popolo siciliano non la troveranno! Perché ABBIAMO LA SICILIA NEL CUORE!

Quando un governo viola i diritti di un popolo l’insurrezione è, per il popolo e per ogni porzione di popolo, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 35 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 24 giugno 1793)

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Volantino trovato ai blocchi (2)

19-20 gennaio 2012

inizia la “Forza d’Urto” dei ragazzi…

uniti al “movimento dei forconi”…

E’ RIVOLUZIONE

Siano stanchi di essere rappresentati da politici mafiosi!!!

Siamo stanchi di vedere i nostri diritti schiacciati sotto i piedi!!!

Vogliamo urlare la nostra libertà!!!

Sicilia chiusa per dignità

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FORCONI IN CULO AI FORCHETTONI

(Volantino trovato ai blocchi – 19-1-2012)

FORCONI IN CULO AI FORCHETTONI

 

Il popolo dei tartassati, degli umiliati, dei rapinati dallo Stato, alza la testa.

Agricoltori, autotrasportatori, pescatori, piccoli commercianti, artigiani, operai, lavoratori precari e disoccupati, pensionati, siamo tutti vittime di un sistema che ha elevato a suo unico dio il LIBERISMO ECONOMICO, cioè le privatizzazioni, le deregolamentazioni, il profitto quale unico obiettivo da perseguire, davanti al quale si devono piegare i diritti, la dignità, le conquiste di tutto un popolo.

Tasse e caro vita, licenziamenti, contratti di lavoro stracciati, fallimenti di piccole imprese: è così che questi signori promuovono la crescita? Questa è la crescita delle banche, dei profittatori, degli affamapopolo. Ci parlano di debito da sanare, ma con chi? Il debito non lo ha certo fatto chi si è spaccato le reni a lavorare per tutta la vita!

Sono loro in debito con noi: sono i grandi padroni, le multinazionali, le società finanziarie, le banche, le congreghe politiche e burocratiche a essere in debito con noi: ci devono vite e vite di lavoro ridotte sul lastrico; ci devono il futuro che hanno scippato ai nostri figli; ci devono le montagne di sacrifici che hanno vanificato!

Ormai non si tratta più di un comparto agricolo che affonda, di attività divenute non più sostenibili a causa dell’eccessivo peso fiscale e del caro carburanti; non si tratta più di posti di lavoro che si perdono, di piccoli esercizi commerciali che chiudono, di servizi che vengono smantellati (la sanità, la scuola, le ferrovie, …). Ormai siamo nel pieno di un naufragio sociale causato da una classe di politici abbuffini e mai sazi; da una casta di banchieri e finanzieri che hanno prosciugato le risorse del paese e ipotecato i redditi di chi lavora; di una setta di sindacalisti venduti e mantenuti dal sistema per pompierare la rabbia dei lavoratori.

La lotta di questi giorni non deve accontentarsi di contentini; deve esigere un cambiamento sostanziale delle politiche governative, ma soprattutto deve innescare un processo di cambiamento del modo di gestire la società. Le elezioni sono una farsa in cui vince chi ha più soldi, più clientele, più potere ricattatorio; sempre più persone non credono a questo modo di governare. Se dalle piazze e dai blocchi stradali si grida che questi politici se ne devono andare; che i sorci devono uscire dai palazzi, tutto ciò va tramutato in un discorso nuovo: dal governo all’autogoverno; dalla delega ai politici alla partecipazione popolare dal basso.

Chi lavora, chi soffre, chi suda, deve poter decidere sulla propria vita.

L’economia di un paese si è sempre basata sul lavoro e la produzione viva della terra, dell’industria, dell’artigianato, non sugli imbrogli dello spread e della finanza predatrice. Questa deve essere la nostra base di partenza, anche a costo di ritornare al baratto: sarebbe più dignitoso.

Stiamo attenti alle alleanze dei ricchi con i poveri: abbiamo interessi diversi e contrapposti.

La battaglia potrà fermarsi, ma la guerra deve continuare. Cominciamo a boicottare i Centri Commerciali che stanno divorando la produzione locale, non acquistando da loro; non compriamo più prodotti provenienti da paesi dove la manodopera viene sfruttata, anche se sono più convenienti; solo così usciranno dal mercato. Cominciamo a far fuori i sindacati, che difendono solo i loro interessi e privilegi, ritirando le deleghe sindacali. Ricordiamoci di non votare alle prossime elezioni. Cominciamo a parlare di federalismo dal basso; di una Sicilia che si autogoverna, in cui il popolo siciliano, attraverso le assemblee e gli organismi di base diffusi per città, paesi, quartieri, posti di lavoro, instaura la democrazia diretta, facendo fuori la casta dei politici e di tutti i privilegiati.

 

SICILIANI INCAZZATI

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Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia

Sul movimento dei forconi e la rivolta popolare in Sicilia

(Foto scattata a Modica il 18 gennaio 2012)

Mentre scriviamo è in atto in tutta la Sicilia la protesta organizzata da Movimento dei forconi, Aias ed altre associazioni minori che si sono man mano aggregate. Si tratta di una realtà eterogenea, le cui potenzialità erano note, ma la cui portata sociale si potrà cominciare a verificare a partire da questa settimana. Di fatto, dopo la protesta degli anni ottanta degli “abusivi per necessità”, non si erano più verificati movimenti così diffusi e radicali, in grado di intercettare il crescente malcontento e di dare delle risposte alla crescente voglia di protagonismo, da anni repressa nei meccanismi del clientelismo e della delega.

Un movimento di tal fatta non poteva non destare l’attenzione di chiunque abbia interesse a creare un clima di “rivolta” per pescare nel torbido, o da parte di chi sente sia giunto il momento di portare allo scoperto le proprie rivendicazioni corporative. E’ così che la destra, da tempo attenta agli sviluppi di questo movimento, ne canta le lodi, e dove può, partecipa in maniera anonima con i suoi militanti ai blocchi stradali; è il caso di Forza Nuova e di altre sigle della galassia neofascista; è il caso dell’arcipelago indipendentista. E’ anche il caso di Zamparini, l’industriale presidente del Palermo calcio, e del suo Movimento per la gente, costituito per lottare contro Equitalia. Quest’ultimo pare abbia anche fornito risorse economiche al Movimento, ovvero a “Forza d’Urto”, la sigla unificante sotto cui si svolgono le manifestazioni di questi giorni.

La sinistra, anche quella rivoluzionaria, aristocraticamente, ha osservato da lontano e con fastidio quanto andava nascendo in mezzo a categorie – contadine in particolare – sprofondate in una profondissima crisi, andando a cercare i peli nell’uovo. Eppure di occasioni in questi mesi ve ne sono state per incontrare i “forconi”, ad esempio nel movimento contro il Muos di Niscemi.

Gran parte dei fondatori e degli aderenti al Movimento dei forconi (come pure all’Aias, il sindacato degli autotrasportatori), provengono dal bacino elettorale del centro-destra o dell’MPA, questo è notorio. Può bastare questo a definire i “forconi” un movimento di destra, o addirittura fascista?

Una delle cause scatenanti del loro scendere in piazza è infatti la delusione verso i governi regionale e nazionale nei confronti delle rispettive categorie degli agricoltori, dei camionisti dei pescatori, ecc.; oggi gridano, assieme a tanta gente, contro Lombardo e contro i deputati tutti, chiedendo che se ne vadano; oggi si organizzano per consegnare le tessere elettorali, avendo perso la fiducia nella democrazia parlamentare.

Noi dobbiamo analizzare il movimento a partire da una dichiarazione retroattiva di voto? (una exit pol molto post-datata), o a partire da quanto ne scrivono Forza Nuova e camerati?, o a partire dalle simpatie del singolo personaggio?, oppure dobbiamo dare un giusto peso a una rivolta sociale che comincia a definirsi, dopo anni che scriviamo e critichiamo la calma piatta regnante e che ci interroghiamo sul perchè la gente non si ribelli? Adesso la gente si sta ribellando; porta nei blocchi stradali tutto il suo disgusto, la sua disperazione, la sua rabbia, e le sue certezze: non ostenta un obiettivo specifico; non è la rivolta contro la discarica o la tav o i licenziamenti; non è più solo la protesta dei contadini contro la concorrenza sleale e le leggi del mercato, o quella dei camionisti contro il caro-carburanti, o dei piccoli commercianti snervati dalle tasse e dalla Serit, ma comincia a delinearsi come la protesta diffusa di tutti; una rivolta contro lo sfruttamento; contro un infame trattamento per il Sud e la Sicilia, contro lo Stato esattore della povera gente, costretta, assieme alle piccole imprese – quindi ciò che regge l’economia di intere regioni – al fallimento. Questa è la novità che non si riesce a cogliere, e che invece noi poniamo alla base del nostro ragionamento.

Certamente siamo su un terreno scivoloso. Ma quando mai le rivolte sociali sono state linde e chiare, politicamente corrette, esenti da contraddizioni, orientate a sinistra, eccetera eccetera?

Noi che viviamo nel profondo Sud sappiamo bene come i fascisti abbiano progressivamente occupato spazi sociali e fisici lasciati vuoti dai movimenti di sinistra, radicali e anche rivoluzionari. Sappiamo bene come le strategie del neofascismo siano improntate ad approcci formalmente non ideologici, volti a creare consensi nei quartieri e laddove regna la rabbia e l’emarginazione. Del resto non è una novità dal punto di vista storico, e non è più neanche una caratteristica del solo meridione.

Ma sappiamo anche che il terreno perduto si riconquista metro per metro standovi sopra, non lontani; sappiamo anche che le contraddizioni della gente possono essere portate alla luce del sole se si sta in mezzo alla gente. Abbiamo fatto delle scelte che ci impongono di stare laddove il popolo soffre e soprattutto laddove si ribella e mette in discussione assetti sociali e politici, privilegi e ruberie, corruzione e meccanismi truffaldini del consenso. Avremmo dovuto farlo prima; avremmo dovuto essere stati noi a tessere le fila di questo movimento di protesta e di lotta. Non è stato così, ma questo non vuol dire che la cosa non ci riguardi.

 

La redazione di Sicilia libertaria

18-1-2012

Intervista a Pippo Gurrieri da Radio Blackout

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SOLIDARIETÀ AL TEATRO COPPOLA DI CATANIA

La Federazione Anarchica Siciliana esprime la sua piena solidarietà agli occupanti del Cantiere dell’Ex Teatro Coppola di Catania. Non possiamo non essere che felicemente solidali alla luce della repressione della quale sono stati colpiti negli ultimi anni gli spazi sociali occupati che in Sicilia e in Italia avevano restituito un fermento culturale libero dai condizionamenti delle istituzioni e del capitale. Non possiamo non essere che specificamente solidali rispetto alle particolari scelte organizzative, adottate dagli occupanti, basate sull’autogestione della struttura e delle attività in un clima di unanime condivisione senza gerarchie. Riteniamo che questa occupazione sia una rivendicazione culturale politica e sociale di alto spessore e coraggio in un periodo in cui la finta crisi che ci stanno imponendo dall’alto vorrebbe invece renderci  tutti indifferenti alla cultura e all’arte, mortificando sempre di più l’autodeterminazione degli individui e delle comunità.
Vogliamo manifestare la nostra solidarietà a L’Arsenale – Federazione Siciliana delle Arti e della Musica per le attività che ha svolto fin dalla sua nascita in un percorso che ha ispirato l’attuale occupazione del Teatro Coppola.
Il lavoro di questi artisti siciliani è stato rivolto alla salvaguardia e alla valorizzazione del potenziale artistico e culturale siciliano per sprovincializzarlo e valorizzarlo al di fuori dei circuiti istituzionali e privati. Un impegno da sostenere e condividere.

Federazione Anarchica Siciliana

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Ciao Stefania

Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione

CIAO, STEFANIA, VOGLIAMO RICORDARTI COSì: CON LE TUE PAROLE, CON LE TUE LOTTE

“Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il “femminismo” sia l’estremo opposto del “maschilismo”:

non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei “femminismi”, abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne “minorenni” sotto “tutela” a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come “lavoratrici madri” e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di “lavori morali” e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di “patriarcato”, le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.

Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata “avrà avuto le sue colpe”, “se l’è cercata” oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.

Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione.”

Sen (Stefania Noce)

#136 – Stefania, una compagna vittima di femminicidio

DI SEGUITO UN ARTICOLO DI FEMMINISMO A SUD CHE SPIEGA COME L’OMICIDIO DI STEFANIA SIA FRUTTO DI UNA SOCIETA’ PATRIARCALE E SESSISTA

#136 – Stefania, una compagna vittima di femminicidio

Sono 136? Forse di più, perché ci sono corpi di donne uccise e ritrovate che se non c’è scritto che le hanno ammazzate gli ex, o i parenti prossimi, o i conoscenti.

Stefania, così scrive il sito officina rebelde, era una compagna dell’onda studentesca, una che faceva movimento e manifestazioni, una di noi. E’ morta ammazzata, assieme al nonno che tentava di difenderla, con la nonna ferita per lo stesso motivo, lei, una ragazza di 24 anni, massacrata dal suo ex.

Perché la violenza maschile sulle donne arriva ovunque, non fa distinzioni e non è una questione di pelle, di etnia, di ceto, di censo, di religione, come vanno blaterando islamofobi ed islamofobe di ogni tipo.

La violenza maschile sulle donne è una costruzione culturale fatta di negazionismo, omertà, complicità, banalizzazione, depistamenti, tanti media che legittimano quelli che chiamano “folli” utilizzando parole sciocche e false come “raptus” o “delitto passionale”. Di passionale qui non c’è niente. Un coltello non è passionale. E’ un’arma utilizzata per ammazzare e il femminicidio non è passionale proprio per niente.

La verità è poi questa, che al solito noi cerchiamo gli sdoganatori e le sdoganatrici. Dei fascisti, dei razzisti e dei sessismi. Perché la comunicazione legittima di tutto. E qui davvero vale ricordare che non possiamo tacere di tutte le cosiddette “provocazioni” fatte da intellettuali o pseudo tali di questa italietta di fine ventennio dove le donne sono descritte come oggetti, fenomeni da baraccone, brutte e cattive, da impalare o alle quali dedicare viaggi educativi in afghanistan e si ci riferiamo ai tanti che certo possono scrivere ciò che vogliono ma noi non capiamo perché certi misogini, per esempio, debbano essere coccolati da tante donne, perfino femministe, a fronte del fatto che chi scrive parole d’odio contro le donne legittima la mano di assassini che pensano di aver ragione quando ne ammazzano una.

Ragione perché ritengono che le donne siano una proprietà. Ragione perchè pensano che le donne siano cattive e che gli “abbandoni” siano realizzati per fare male a loro. Ragione perchè sono presuntuosi e profondamente sessisti e non colgono mai il fatto che le donne sono persone altre che hanno la libertà di scegliere con chi stare.

Diffidate sempre di chi dedica parole d’odio contro le donne perché chi ci odia è un integralista, probabilmente un fascistone, prescindendo dal fatto che dicano di essere più o meno di sinistra, di quelli che fingono di essere tanto libertari e poi in realtà sono solo dei poveri reazionari che hanno dei problemi a relazionarsi con le donne.

Abbiamo compagne e compagni al nostro fianco, tutt* assieme dobbiamo condurre una battaglia contro la violenza maschile sulle donne. Tutt* dobbiamo smettere di parlare di sorellanza con donne che in virtù del possesso della figa pensano di essere meno maschiliste di certi uomini.

Tutt* dobbiamo smettere di offrire alibi a chi criminalizza la radicalità di certe lotte che non perdonano coloro che considerano tutt* noi quali corpi di servizio di una fallocrazia.

Tutt* dobbiamo smettere di sputare merda sulle donne e dobbiamo considerare che stiamo dentro vite, lotte, precarietà e privazione di futuro senza alcuna distinzione. Donne, uomini, lesbiche, gay, trans, migranti…

Tutt* abbiamo il problema di essere inseriti in un meccanismo che ci rende gli uni di proprietà di altri, e giù giù a seconda di come procede la gerarchia del potere. Certi uomini immaginano di poter possedere le donne a loro piacimento e dunque farle diventare il loro psicofarmaco sociale, il palliativo che compensa tutte le frustrazioni, vigliacchi, e anche stupidi oltrechè sessisti.

Smettiamo di fare “movimenti” in cui si sputa merda contro il femminismo ovvero contro chi lotta per difendere le libertà di scelta, di espressione, di pensiero, e i diritti e i desideri e le esigenze di riappropriazione di futuro.

Per Stefania, per ciascun@ di noi. Perché ora basta, non è più il momento di raccontarsi balle!

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Campagna abbonamenti 2012

Come ogni anno proponiamo l’abbonamento più libro a 30 euro. Gli abbonati potranno scegliere due tra i seguenti titoli:

  • Antonio Tellez: Sabatè, la guerriglia urbana in Spagna. Pagg. 312+XVI
  • Aldo Migliorisi: La musica è troppo stupida; originals remastered + bonus tracks (2002-2007). Pagg. 224
  • Errico Malatesta a centocinquant’anni dalla nascita. Atti del convegno di Napoli, dic. 2003. Pagg. 172
  • Contro la guerra e le servitù militari. Atti del convegno di Genova e La Spezia, 2005. Pagg. 171
  • Sciruccazzu, i corsivi di Sicilia libertaria (1983-1998). Pagg. 55
  • Pippo Gurrieri: Giorgio Nabita, sarto. Socialismo, anarchismo e antifascismo a Vittoria (1889-1938). Pagg. 226

Chi avesse già sottoscritto un abbonamento normale e volesse usufruire dell’offerta, può versare la differenza di 10 euro sul ccp n. 10167971 intestato a: Giuseppe Guerrieri – Ragusa, specificando la causale.

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Il monumento di Franco Cilia va rimosso

ASSOCIAZIONE IPAZIA

Atei – agnostici – liberi pensatori – anticlericali

associpazia@gmail.com

comunicato stampa

Domenica prossima  verrà inaugurato un monumento alle vittime del lavoro ubicato in viale del Fante, di fronte gli uffici della Provincia Regionale. L’opera è stata realizzata dal pittore Franco Cilia, e donata – si dice – gratuitamente alla “comunità”, che l’ha sistemata a proprie spese.

Senza entrare, in questa sede, nel merito di queste “donazioni”, diventate un metodo per farsi pubblicità con le proprie opere a spese della collettività; e senza voler parlare di “chi” decide  e con “quali” criteri l’arredo urbano e quant’altro dovrebbe “abbellire” una città sempre più degradata, imbruttita e ridotta a dormitorio, vorremmo fare delle considerazioni su quest’ultimo esempio di “bello” che si impone alla città.

L’altare-monumento si compone di alcune sagome e di una grande croce, simbolo del cristianesimo, imposto a gente che è morta sul lavoro, facendo sì che le memoria di questi lavoratori rimanga, se non seppellita sotto ad essa, legata ad una croce.

 Noi contestiamo questa scelta, che riteniamo non rispettosa della gente che lavora, la quale – a maggior ragione oggi, nella nostra società sempre più multietnica – non appartiene ad una sola fede religiosa, senza considerare i non credenti – atei, agnostici – che sono una fetta importante della popolazione. Imporre il simbolo cristiano come simbolo onnicomprensivo di tutte le vittime del lavoro è non solo scelta infelice, ma presuntuosa e arrogante, e se di essa ne è responsabile l’autore, ne sono corresponsabili, a maggior ragione, coloro che hanno concessa l’autorizzazione all’esposizione in pubblico.

Le vittime del lavoro vanno ricordate perché sono incappate in inosservanze di leggi e di regole sulla sicurezza; vanno ricordate perché rappresentano una vergogna che ci deve far riflettere per superare la costante di un mondo del lavoro afflitto da rischi, infortuni, invalidità e decessi. Ricordarli con una croce vuole invece spostare il problema sul campo della commiserazione cristiana e pretendere che tutti debbano vederlo in questo modo.

Per questi motivi noi, come associazione di atei, agnostici, liberi pensatori e anticlericali, riteniamo che il monumento di Franco Cilia vada rimosso e che le scelte sempre più frequenti di simboli “religiosi” come arredo urbano, siano rispettose delle diversità religiose e culturali di tutte le componenti della nostra città.

Ragusa, 16-12-2011

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