Offertissima La Fiaccola

Tutti i titoli del seguente elenco vengono venduti a 1 euro; le richieste devono essere di almeno 5 volumi (anche dello stesso titolo); aggiungere sempre 1 euro di contributo per le spese di spedizione. Utilizzare l’indirizzo mail o postale del giornale (info@sicilialibertaria.it – ccp n. 10167971 intestato a Giuseppe Gurrieri – Ragusa). L’offerta sarà valida per i prossimi tre mesi, e scadrà il 15 gennaio 2015.

- Carmelo R. Viola, Referendum contro il divorzio, un premeditato vilipendio all’uomo, pp. 85.

- Salvatore Bosco, L’avventura esistenziale nella vita e nell’universo, pp. 181.

- Emilia Rensi, Umanità e sofferenza in Jean Rostand, pp. 111.

- Carlo Capuano, La condizione (disegni), pp. 88.

- Michele Stupia, Un uomo e una rivista tra fermenti del dopoguerra. Storia de “Il Ponte” di Pietro Calamandrei, pp. 101.

- Charles Reeve, La tigre di carta: saggio sullo sviluppo del capitalismo in Cina dal 1949 al 1972, pp. 196.

- T. Peyrany, Il Vecchio e il Nuovo Testamento, pp. 34.

- Gruppi Giovanili Anarchici, Elaborazioni teorico-ideologiche (vol. 1), pp. 64.

- Gruppi Giovanili Anarchici, Elaborazioni teorico-ideologiche (vol. 2), pp. 71.

- Anarchici Siciliani Associati, Gli anarchici e i referendum, pp. 27.

- Domenico Tarantini, L’università del Medioevo – Mimmo Franzinelli, Il Magnifico Rettore e il Munifico dittatore, pp. 95.

- L. Kampf, La VigiliaDramma in tre atti sulla rivoluzione russa, pp. 88.

- Maria Teresa Romiti, Prima del giorno dopo – Pippo Gurrieri, 23 luglio 1983: “Tutti a Comiso”, pp. 71.

- Joe Fallisi, Dialogo tra due amici che non dimenticano. A proposito di situazionisti e “situazionismo, rivolta e recupero”, pp. 33.

- Emilia Rensi, Recensioni come testimonianza e Dalla parte degli indifesi, pp. 114.

- Emilia Rensi, Frammenti di vita vissuta e Il prezzo della vita, pp. 105.

- Gianni Olmi, Camaleonti ed altri animali – Trasformisti, equilibristi, opportunisti, pentiti, ri-convertiti, pp. 104.

- John Passmore, La logica del nuovo misticismo, pp. 94.

- La Civiltà Cattolica, Dell’Anarchia, pp. 56.

- Giuseppe Sarno, Anarchia, pp. 64.

- Enrico Arrigoni, Zuluito, il mini missionario. Storia di una incauta predicazione biblico-evangelica tra gli animali della giungla, pp. 296.

- Rudolf Rocker, Zensl Elfinger Musham. Una libertaria in lotta contro i totalitarismi, pp. 79.

- AA. VV., Contro la guerra e le servitù militari. Atti del Convegno antimilitarista. Genova-La Spezia, 2005, pp. 171.

- Michele Stupia, Quando Salvemini giocava a scopone con gli anarchici… Anarchismo e antimilitarismo ne “Il Mondo” di Mario Pannunzio, pp. 55.

- Michele Stupia, “Puerili esercitazioni”. Materiali e interrogativi per una storia de “Il Ponte” dopo Calamandrei (1956-1962), pp. 80.

- Elia Vatteroni, Sentieri di libertà (poesie), pp. 96.

- “Reverendo giù le mani!”. Clero e reati sessuali negli anni 30 e negli anni 90, pp. 119.

- Aldo Migliorisi, La musica è troppo stupida. Origimals remastered + bonus tracks (2002-2007), pp. 224.

- Franco Leggio, Avanti avanti avanti con la fiaccola nel pugno e con la scure. I fuori testo delle Collane “Anteo” e “La Rivolta”, pp. 160.

- Carlo Capuano, Una veglia di Kropotkin, pp. 42.

- Federazione Anarchica Siciliana, Programma per l’intervento politico e sociale, pp. 93.

- Selene, Arcana. Storia vera di un esempio di psicopatologia sessuale, pp. 63.

- Giuseppe Rensi, La religione nella scuola – Emilia Rensi, Scuola e libero pensiero, pp. 62.

- Gianni Buganza, El Malecon. Tredici notturni ospedalieri, pp. 76.

- Fra’ Dubbioso, Sotto la tonaca niente. Lo stato di salute di Santa Madre Chiesa visto, spulciato e commentato da un miscredente amante della fratellanza e della libertà, pp. 77.

- Giuseppe Rensi, Apologia dell’ateismo, pp. 80.

- Walter Noetico, Il sogno di Diderot. III centenario della nascita, 1713-2013. pp. 56.

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NISCEMI RESISTE

Circa un migliaio di persone hanno partecipato venerdì 21 novembre allo sciopero sociale indetto a Niscemi da un comitato spontaneo di associazioni, su proposta del Coordinamento regionale dei comitati NO MUOS; non c’è stata una adesione compatta come il 30 maggio del 2013, quando il movimento di opposizione al MUOS era in forte ascesa, ma comunque da questa giornata giungono diverse indicazioni.
Va premesso che lo sciopero veniva indetto accomunando tutta una serie di gravi problemi che affliggono la popolazione, non solo quindi MUOS e presenza militare statunitense, ma anche mancanza di acqua (arriva ogni 15 giorni circa, e spesso non è potabile), carenza di servizi (le scuole cadono a pezzi, l’ospedale è a rischio chiusura, la linea ferroviaria è interrotta da oltre 3 anni), crisi dell’agricoltura, ripresa e dell’emigrazione, ecc. Questa scelta scaturisce dalla volontà dei compagni del locale comitato NO MUOS di radicarsi fortemente sul territorio facendosi carico di quelle problematiche di cui nessuno si preoccupa e che, scollegate l’un l’altra, rischiano di rappresentare un momento di distrazione anziché un elemento catalizzatore di rabbia e desiderio di riscatto.
La preparazione dello sciopero, pertanto, così come il suo esito, rappresentava un valore a sé; riunioni, assemblee, volantinaggi e megafonaggi nei quartieri e al mercato, dove sono stati distribuiti 17.000 volantini, hanno coinvolto decine di attivisti, con il supporto di altri venuti da fuori a dare manforte. Un lavoro di presenza e visibilità che ha mantenuta viva la lotta contro il MUOS e le sue nefaste conseguenze politiche, ambientali, di salute e psicologiche.
Sull’esito finale va tenuto conto anche del boicottaggio dei Cobas scuola niscemesi, il cui leader da tempo si contrappone al comitato NO MUOS, e ha impedito che i Cobas nazionali, assieme a CUB e USI (subito disponibili) spostassero per Niscemi lo sciopero generale del 14 novembre, al 21, impedendo, di conseguenza, la copertura sindacale a diverse categorie (istruzione, sanità, pubblico impiego in testa), che non hanno potuto partecipare alla giornata di lotta.
Dietro lo striscione: “Sciopero sociale: c’è chi parte, c’è chi resta, c’è chi protesta”, forte la presenza di studenti, mamme e bambini, la componente più visibile e combattiva; numerosi i cittadini, parecchie le soste per brevi comizi e anche per ascoltare due canzoni di un giovane cantautore locale. In piazza, poi, una lunga fila di interventi hanno sviscerato i numerosi problemi posti, la maggior parte soffermandosi sulla lotta contro il MUOS, che non solo non si arresta, ma riparte lanciando un forte appello alla resistenza, contro lo sconforto e la delusione scattate dopo il completamento dei lavori delle parabole.
L’attuale è un percorso in salita, ma tutte le salite, prima o poi finiscono. Intanto registriamo la lenta caduta dell’impalcatura repressiva che in questi anni ha sommerso di denunce, fogli di via e altri atti centinaia di attivisti, grazie all’iniziativa del pool di avvocati del coordinamento, e siamo in attesa dell’udienza del Tar del 25 novembre che si deve pronunciare (in forte ritardo) sulla legittimità delle autorizzazioni al cantiere MUOS; il verificatore del Tar, prof. D’Amore, si è già espresso contro, e staremo a vedere quale provvedimento adotterà il Tar (se ne adotterà uno) per uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato. Contraddizioni che, comunque, sono utili alla tenuta della lotta.

Pippo Gurrieri

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SAVE KOBANE

SAVE KOBANE – SALVIAMO KOBANE

L’ISIS ha lanciato una pesante campagna militare su più fronti contro la regione kurda di Kobanê nel nord della Siria. Questo è il terzo violento attacco a Kobanê dal marzo 2014. Dato che l’ISIS non ha avuto successo nelle due precedenti occasioni, ora sta attaccando con forze maggiori e vuole prendere Kobanê.

Nel gennaio di quest’anno, i kurdi del Kurdistan occidentale (Rojava) hanno costituito le loro amministrazioni locali dividendole in tre cantoni. Uno dei tre cantoni creati è Kobanê. Il confine turco è al nord di Kobanê e tutti gli altri lati sono circondati da territori controllati dall’ISIS, che si è avvicinato ai confini di Kobanê usando armi pesanti di fabbricazione USA. Centinaia di migliaia di civili sono minacciati dal più brutale genocidio della storia moderna. La popolazione di Kobanê sta cercando di resistere usando armi leggere contro i brutali attacchi dei terroristi dell’ISIS, assistita solo dalle Unità di Difesa del Popolo nel Kurdistan occidentale YPG e YPJ, ma senza alcun aiuto internazionale.

Per questo una Manifestazione Globale contro L’ISIS – per Kobanê – per l’Umanità, è vitale.

La cosiddetta coalizione internazionale per combattere L’ISIS non ha aiutato la resistenza kurda in modo efficace nonostante stia assistendo al genocidio in atto contro Kobanê. Non ha adempiuto ai propri effettivi obblighi di legalità internazionale. Alcuni paesi della coalizione, in particolare la Turchia, sono tra i sostenitori finanziari e militari dei terroristi dell’ISIS in Iraq e Siria.

Se il mondo vuole la democrazia in Medio Oriente deve sostenere la resistenza kurda a Kobanê. L’autonomia democratica nel Rojava promette un futuro libero per tutti i popoli in Siria. A questo proposito il “Modello Rojava” – una posizione laica, non settaria, democratica, mette in pratica l’unità nella diversità.

Agiamo Ora

È ora di dare agli attori globali la ragione di ricredersi.

Invitiamo le persone in tutto il mondo a mostrare la loro solidarietà con Kobanê. Scendere in piazza e manifestare, ovunque.

Sostenete la resistenza contro L’ISIS – per Kobanê – per l’Umanità!

Agite ora!

(appello di UIKI onlus – Ufficio Internazionale del Kurdistan in Italia)

A Ragusa hanno aderito all’appello

Comitato di Base NO MUOS

Confederazione Unitaria di Base – CUB

Gruppo Anarchico di Ragusa – FAS

Partito Comunista dei Lavoratori

A RAGUSA SIT-IN SABATO 1 NOVEMBRE, ORE 16-20, CORSO ITALIA ANGOLO VIA ROMA

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Solidarietà alle combattenti e ai combattenti di Kobane

Solidarietà

alle combattenti e ai combattenti di Kobane

Da alcuni anni il Kurdistan, ed in particolare la regione del Rojava dentro i confini siriani, è riuscito ad affermare una propria autonomia amministrativa, basata sull’autogoverno di comuni e villaggi, ed un quadro di relazioni sociali improntate all’autorganizzazione, alla parità tra uomini e donne, alla convivenza tra etnie, popoli, fedi religiose e all’autodifesa militare.

In un’area come il Medio Oriente, devastata dagli Stati e dalle appartenenze religiose, fonti di divisione, guerra, discriminazioni razziali e di genere, sfruttamento e oppressione, la rivoluzione del popolo curdo assume un significato straordinario e si dimostra, altresì, l’unica barricata contro il militarismo e l’integralismo religioso rappresentato dall’ISIS e dai suoi stati protettori (Turchia, Arabia Saudita, Qatar, ecc.), l’unica realtà che è riuscita non solo a contenere le forze integraliste, ma a dimostrare come l’unità dei popoli, l’eguaglianza tra uomini e donne, siano risorse necessarie non solo alla riuscita di una resistenza militare, ma anche ad attuare un vero cambiamento sociale.

Non è un caso che Kobane sia sotto assedio da un mese e tutto il Rojava, con le sue conquiste, sia nel mirino dell’ISIS e di stati filoccidentali, come la Turchia, storici oppressori del popolo curdo e perciò nemici dei suoi processi di liberazione e indipendenza.

Se l’ISIS si sta accanendo contro i resistenti curdi, è perché concepisce la loro lotta e le loro realizzazioni rivoluzionarie come il più grande ostacolo al suo cammino verso la fascistizzazione religiosa dell’area.

L’1 novembre è stata proclamata giornata mondiale di solidarietà alla resistenza di Kobane; e con sincero spirito internazionalista ci stringiamo attorno a questo popolo eroico, impegnandoci ad attuare ogni genere di solidarietà con chi combatte a difesa delle conquiste libertarie della popolazione.

Un contributo contro questa guerra, contro tutte le guerre, lo stiamo già dando impegnandoci contro l’incessante processo di militarizzazione del pianeta, che vede nel MUOS il suo strumento centrale e la base siciliana di Niscemi l’arma per il controllo delle guerre d’aggressione nell’area mediterranea e mediorientale.

Lunga vita alla rivoluzione in Rojava.

http://fasiciliana.noblogs.org Federazione Anarchica Siciliana 30-10-2014 f.i.p.

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Contaminare la società

Mai come in questo periodo storico le pratiche libertarie hanno trovato una larga applicazione all’interno di movimenti e contesti conflittuali diffusi ai quattro angoli del pianeta: organizzazione orizzontale, azione diretta, mutuo appoggio, consenso condiviso sono diventati patrimonio diffuso laddove proteste, manifestazioni, occupazioni, autogestioni di spazi hanno mobilitato migliaia di persone mettendo all’angolo le forme partitiche gerarchiche.
In aree geografiche distanti fra di loro, popolazioni diverse per storia, lingua, cultura realizzano, vivono e difendono forme sociali non statali dove vige l’autogoverno comunitario (Chiapas, Rojava, ma anche Madagascar).
A tutto questo non corrisponde che in parte una crescita dell’anarchismo, come movimento storicamente propugnatore di queste posizioni, né gli anarchici partecipano a tutti i movimenti in questione, o quantomeno, non tutti lo fanno.
Questa effervescenza, tra l’altro, convive con una crisi della militanza tradizionalmente intesa, in parte spiazzata, in parte a causa della personalizzazione dei problemi sociali e della chiusura individuale, sospinte dal sistema liberista per arginare la riaggregazione di pulsioni collettive e lo sprigionarsi di movimenti di massa antagonisti al sistema.
Per noi che viviamo nel fianco Sud dell’impero, una serie di specificità incidono negativamente sul manifestarsi di tali forme di conflitto, in primo luogo la devastazione culturale provocata dalla degenerazione della politica in corruzione e mera ricerca del potere, da cui deriva un deserto cultural-qualunquista e una forma di delega non manifesta caratterizzata dalla passività dilagante, a sua volta causa non secondaria di innumerevoli sconfitte sociali, la più grande delle quali è la ripartenza dei flussi migratori verso il nord e l’estero.
L’emigrazione meridionale non solo svuota le comunità delle loro forze giovanili, ma indebolisce anche i movimenti di resistenza, e si esprime non più e non solo nella forma storica di moto di reazione a frustrazioni e sconfitte che comunque era portatore di speranze e progetti di ritorno e di riscossa, ma come mera ricerca della sopravvivenza in terre meno avare, ma non più in grado di assicurare redditi dignitosi.
Per ripartire dal Sud, per resistere a Sud è necessario:
– mettere in piedi risposte all’attacco capitalista e alle sue espressioni più variegate, che abbiano connotati libertari nella forma che si danno e nella possibilità di incidere sul tessuto sociale e di coinvolgere strati popolari in pratiche di organizzazione dal basso, per invertire la tendenza alla “fuga” con iniezioni di entusiasmo e di speranza;
– superare sensi di impotenza e chiusure difensive o puriste, valorizzando l’impegno individuale dentro pratiche collettive impregnate di rabbia e di utopismo;
– rafforzare il fronte libertario e anarchico, mettendo da parte diffidenze e particolarismi, in favore di una rinnovata attitudine collaborativa non dogmatica, intelligente, ricca delle molteplici attitudini, inclinazioni, passioni;
– proiettare ogni sforzo nella possibilità di “influenzare” i movimenti (praticando il concetto di minoranza agente, rifiutando e combattendo il ruolo di avanguardia, assumendo, semmai, quello di “retroguardia” – per citare Uri Gordon), difendendone le connotazioni libertarie dalle insidie della politica partitocratica e istituzionale.
Ciò presuppone uno sforzo da parte di tutti gli anarchici, i libertari, i simpatizzanti, i propugnatori dell’autorganizzazione e dell’azione diretta, del mutuo appoggio e della lotta dal basso, finalizzato a creare momenti di dibattito, confronto, riflessione, elaborazione, e a sviluppare coordinamento, unità, federalismo fra individui, gruppi, situazioni, per far si che il momento particolarmente interessante che attraversano le società più diverse, compresa la nostra, possa crescere ancora, rappresentare una minaccia autentica per il potere, ridare fiducia ai popoli verso le possibilità di dare avvio ad una vera rivoluzione sociale.
Il mondo nuovo che desideriamo deve nascere tra di noi, e attraverso noi nella contaminazione che sapremo diffondere nella società.

Pippo Gurrieri

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4 Novembre

NO ALLE GUERRE

NO AGLI ESERCITI

NO ALLE BASI MILITARI

4 Novembre: Stato, governanti e apparati militari si festeggiano e tentano di dare un’immagine positiva delle forze armate, la cui storia ed essenza corrispondono invece agli ipocriti interessi dei signori dello sfruttamento e della guerra.

Oggi la nostra società è sempre più militarizzata, l’area del Mediterraneo è afflitta da decine di conflitti armati, e non c’è un continente che non subisca guerre, distruzione, miseria e morte.

In una realtà di esasperata crisi economica per le masse popolari, con il ducetto Renzi che taglia i fondi alla sanità, all’istruzione, a quel poco che resiste di stato sociale, mantenere ed incrementare le spese per il ministero degli armamenti e della guerra (con la NATO che ci chiede di quasi raddoppiare le spese militari, arrivando a 30 miliardi di euro l’anno) è un’offesa alla dignità ed all’intelligenza umana.

Il 4 Novembre festeggiano i generali, i produttori di armi, i guerrafondai, i reazionari di destra e di sinistra, che si apprestano a festeggiare anche la “Grande Ricorrenza” della prima guerra mondiale; ma noi cittadini-sudditi non abbiamo nulla di cui far festa, e i 36 milioni di vittime (16 milioni di morti, 20 milioni di invalidi e mutilati) della prima carneficina mondiale gridano ancora vendetta e giustizia contro re e tiranni, generali e capitalisti, che vollero quel conflitto per meglio assicurare e perpetuare il loro potere.

I disoccupati, i precari, i non occupati, le donne, i giovani, i pensionati, i senza reddito e tutti i lavoratori debbono ribellarsi a queste celebrazioni e alle offensive parate militari; debbono ripudiare le guerre e ogni forma di militarismo, promuovere ed appoggiare ogni azione tendente all’abolizione degli eserciti e degli armamenti, ostacolare la propaganda militarista.

Alla guerra bisogna opporsi con tutti i mezzi a nostra disposizione: con le mobilitazioni di massa, il non arruolamento nell’esercito, l’obiezione, la diserzione, il boicottaggio, il sabotaggio, il rifiuto di collaborare, la lotta per la distruzione delle basi militari.

Con il Muos a Niscemi, e con Sigonella, Trapani Birgi, Augusta e tante altre strutture di guerra USA e NATO, la nostra Isola è diventata una piattaforma di morte al servizio dell’imperialismo e delle sue azioni criminali. È ora che questo schifo cessi per sempre.

Noi ribadiamo il più netto ripudio di ogni forma di violenza gratuita, di sopraffazione e di prevaricazione, a partire dalle guerre e dagli eserciti – scuole di abbrutimento umano – e riteniamo un diritto degli individui e dei popoli oppressi fare ricorso alla resistenza attiva e all’insurrezione popolare per difendersi ed opporsi al cancro del militarismo.

CONTRO LE GUERRE DEGLI STATI E DEL CAPITALE

PER L’AUTOGESTIONE SOCIALE

Federazione

Anarchica

Siciliana

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La Rivoluzione vincerà a Kobanê!

È il ventiquattresimo giorno di attacchi dell’ISIS contro Kobanê. Mentre le forze che difendono la popolazione in ogni villaggio di confine sono gli “scudi umani” che fanno da sentinelle contro gli attacchi dell’ISIS, tutti, ovunque nella regione in cui viviamo, si sono sollevati per non lasciar cadere Kobanê.

Abbiamo partecipato allo scudo umano/sentinella per circa tre settimane nel villaggio di Boydê a ovest di  Kobanê. Negli ultimi due giorni, le esplosioni ed i rumori degli scontri si sono intensificati nei distretti periferici e nel centro cittadino. In questo periodo di intensi scontri, le forze militari hanno aumentato i propri attacchi contro gli scudi umani/sentinelle presso i villaggi di confine. I soldati dello Stato turco hanno attaccato con bombe lacrimogene coloro che si avvicinavano
al confine da entrambe le parti, incluso il villaggio in cui ci trovavamo, che è stato attaccato martedì. I soldati hanno anche usato qualche volta proiettili mortali nei loro attacchi, ed hanno ferito alcune persone.

Questi attacchi contro i villaggi di confine ci mostrano in modo specifico come alle forze dell’ISIS sia permesso passare attraverso il confine. Il supporto della Repubblica di Turchia all’ISIS è chiaramente visibile qua come là. Ovviamente non è l’unica cosa ad essere chiara. Abbiamo saputo che uno dei leader dell’ISIS che comanda l’attacco su Kobanê è stato ucciso dalle forze YPJ/YPG. Intanto oggi gli scontri sono stati più intensi che negli scorsi giorni e sono continuati per tutta la
giornata. I rumori degli scontri non si sono in gran parte mai fermati oggi. Comunque ora sappiamo che le esplosioni sono fatte dalle forze YPJ/YPG. È stato riportato che le forze YPJ/YPG hanno tatticamente svuotato le strade del centro di  Kobanê, tendendo una trappola all’ISIS, neutralizzandoli con tattiche che hanno avuto successo.

Tutti sono eccitati dalle cose che vengono dette alle assemblee del villaggio; una di queste è la paura dell’ISIS per le donne guerrigliere. L’ISIS rappresenta lo stato, il terrore, il massacro e anche il patriarcato ovviamente. Poiché a causa del proprio credo non possono diventare i cosiddetti “martiri” quando sono uccisi dalla donne guerrigliere – le combattenti delle YPJ – hanno paura di incontrare le forze delle YPJ. Perché quando incontrano loro, le donne che combattono
contro di loro non mostrano pietà per la sorte dell’ISIS. Questa è la libertà contro il patriarcato creata dalle combattenti YPJ.

La ribellione che sorge in tutto il Kurdistan e in tutte le città dell’Anatolia negli ultimi due giorni, ci fa sentire l’invincibilità del popolo organizzato. Queste ribellioni aumentano la fiducia nella
rivoluzione per tutti a Kobanê, nei villaggi al confine di Kobanê, e di tutta Rojava. Ogni volta che cade una sorella o un fratello, tuttavia noi sentiamo un dolore che intensifica la rabbia e la forza di ciascuno. Funerali che iniziano colpendo le ginocchia, gettandosi nella danza halay, colpendo con i piedi il terreno velocemente e con tanta forza da rompere la terra. Quindi il nostro dolore scoppia in rabbia, in modo veloce e forte.
Questo proprio quello di cui tutti hanno bisogno qui. Per la libertà e la rivoluzione che è ardentemente desiderata, nonostante tutto.

Lunga vita alla Resistenza Popolare di Kobanê!
Lunga vita alla Rivoluzione Popolare di Rojava!
Lunga vita alla nostra Azione Anarchica Rivoluzionaria!

Azione Anarchica Rivoluzionaria – DAF ( Devrimci Anarşist Faaliyet)

7-10-2014 Turchia

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I diritti e i beccamorti

Renzusconi spinge sull’acceleratore delle riforme, benedetto da CEI e Confindustria, con un po’ di teatro da parte di CGIL e UIL e il sostegno della CISL.

La parola “riforma” da anni viene spacciata come atto legislativo che apporta migliorie all’esistente; in realtà essa vuol solo significare ridare forma a delle leggi, anche se poi questo può essere migliorativo o peggiorativo. Il governo e suoi leccapiedi, ovviamente, lo spacciano sempre come atto benefico frutto di una volontà moderna e votata al bene collettivo, ma negli ultimi decenni tutte le riforme sono state delle controriforme, dei saccheggi legislativi, degli assalti ai diritti conquistati dai lavoratori o dalla società, a volte con aspre battaglie di piazza, mobilitazioni politiche, sociali e culturali.

E’ compito dei governi massacrare le conquiste popolari, svuotare di significato le leggi che le hanno sancite, sostituirle con norme peggiorative o cancellarle del tutto. Nessun governo si sottrae a tale funzione; anche quando abbiamo avuto governi “riformisti” di centro sinistra o di sinistra, essi erano costretti ad accettare e varare riforme positive per frenare, incasellare e controllare conquiste che la società aveva già da tempo messo in pratica e digerito o che la spinta popolare rendeva non più rinviabili. E subito dopo iniziava il lento lavorìo per il loro annullamento e successiva abolizione.

I governi di sinistra negli ultimi anni sono stati tra i più accaniti massacratori delle conquiste sociali, specie quelle più legate al mondo del lavoro; con l’aureola sinistroide era più semplice ingannare le masse, specie gli elettori, in genere più sospetti nei riguardi di un governo di centro destra.

Ma i tempi non sono più quelli; non solo tra destra e sinistra le sfumature sono diventate imbellettature da operetta, ma è missione di entrambi azzerare i diritti dei più deboli, assicurare privilegi ai più ricchi, procedere verso un livellamento verso il basso delle condizioni di vita e di lavoro.

Ogni annuncio di Renzi e del suo cenacolo ministeriale nasconde e rappresenta una tappa di quest’opera di smantellamento e di restaurazione reazionaria. Cambiano i modi, si usa l’inglese “job act” per parlare di provvedimenti sul lavoro, ma la sostanza è stravecchia e puzza di putridume parlamentare e restauratore. Da bravo allievo di preti, Renzi sa come girare le parole per raggirare la gente; un diritto acquisito diventa un privilegio e automaticamente una discriminazione per chi non ce l’ha, quindi s proceda alla sua cancellazione piuttosto che alla sua estensione! Come se il precariato, la disoccupazione, i ricatti occupazionali li avessero inventati quei milioni di individui privati di un reddito decente e lasciati in balìa di sfruttatori senza scrupolo, agenzie interinali, caporali d’ogni gradazione, e non invece le illustri menti partorite dai centri studi sindacali o dal grande partito PCI-PDS-DS-PD e del suo ex compagno di strada PSI (pacchetto Treu 1997 – legge Biagi 2003), sempre incoraggiati e applauditi dai padroni e dai banchieri italiani ed europei.

L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è dunque una questione di principio; abolirlo o renderlo ancora più sterile vuol dire aver potuto scardinare un simbolo di lotta e di resistenza, per quanto malridotto e finito sostanzialmente in mano agli avvocati più che ai lavoratori. La sua caduta segnerà la fine di una partita iniziata nel 1968.

Per questo è importante tenere aperta questa partita; dietro il simbolo si nascondono tutti i valori di questa congiuntura politica, che la pratica degli annunci cerca di far passare in secondo piano: politiche di guerra, difesa delle grandi opere come la Tav e riapertura del discorso ponte di Messina, licenziamenti, precarizzazione, repressione delle lotte sociali, tasse e prelievi dalle tasche dei più deboli, protezione dei ceti privilegiati e dei ricchi. E la partita si tiene aperta solo rilanciando le lotte sociali, la conflittualità nei luoghi di lavoro e di vita, contestando ogni scelta non solo a parole ma con azioni e fatti concreti.

Pippo Gurrieri

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Oltre la logica degli Stati

Proviamo a riflettere su ciò che sta accadendo in varie aree del Mondo, in particolare nel Nord e Centro Africa, nel Medio Oriente e in Asia.
Le lotte di liberazione nazionale sono un ricordo del passato; la loro storia ci parla oggi di una sconfitta e di una umiliazione per i popoli che ne sono stati – a diverso livello – protagonisti; gli Stati nazionali indipendenti affrancatisi dalle varie forme di colonialismo e di imperialismo, sono praticamente falliti; è abortita la loro pretesa di costruire società egualitarie e socialiste. Sia il modello statalista, spesso a imitazione di regimi esterni, che le facciate di democrazia, hanno prodotto corruzione, colpi di stato a catena, dittature, monarchie assolutiste e integraliste, aggiungendo problemi nuovi a quelli vecchi. Sia negli “stabili” sistemi petrolieri, che altrove, la storia post-coloniale è un percorso doloroso dove paternalismo e repressione, clericalismo e laicismo hanno faticosamente convissuto sul cadavere di qualsiasi progetto di emancipazione. La strada del nazionalismo, sganciata da qualsiasi prospettiva rivoluzionaria di cambiamento sociale, ha prodotto èlites feroci e guerre fratricide, logiche di supremazia e di sopraffazione.
La politica delle potenze occidentali ha imposto a queste aree strategie di assestamento economico e sociale all’insegna della subordinazione e della prostituzione, garantendo alle classi corrotte al potere privilegi e credibilità, sempre pronta a fargli guerra tutte le volte che queste han tentato di sottrarsi al loro nodo scorsoio.
Quando finalmente la parola è passata alle armi una voragine si è aperta, e dopo le bombe quel che ne è uscito fuori è sotto gli occhi di tutti: un verminaio di nazionalismi ancora più ottusi; integralismi religiosi in guerra con l’occidente, con altre correnti islamiche, con qualsiasi idea di libertà e di progresso; una dimensione conflittuale molto identitaria, formalmente antimperialista, ma al contempo restauratrice, totalitaria e fascista, con una particolare visione internazionalista intesa nel senso di espansione del proprio modello.
Quei popoli che un tempo lottavano per emanciparsi delle potenze egemoni nel loro territorio e dallo sfruttamento di classe, si sono trovati man mano schiacciati contro un muro a causa della borghesia locale conquistatrice e dell’accerchiamento voluto dalle potenze egemoni nel pianeta, avide di risorse energetiche, senza alternative che quelle offerte dai nuovi venditori di orgoglio e di felicità post-mortem.
Vista da lontano la situazione può prestarsi ad interpretazioni equivoche. In realtà le forze integraliste, nelle loro varie ramificazioni e differenze, non rappresentano i popoli di quei territori se non in minima parte; la paura e la rassegnazione rendono mute le opposizioni e silenzioso il dissenso diffuso verso le pratiche sessiste, fasciste e violente; ma dove i nuovi i equilibri non sono ancora consolidati, come in Tunisia e in Palestina, in Egitto e in Libano, forse anche nella stessa Siria e nella Libia, il fronte interno esiste e lotta accanitamente per non passare dalla padella filoccidentale alla brace integralista.
In questo è forse il Kurdistan il luogo più avanzato, sede di una rivoluzione in atto (si veda l’art. a pag. 6) e assieme alla Palestina rappresenta il banco di prova per una fuoriuscita dal basso dallo stato di guerra permanente. A Gaza e in Cisgiordania appare sempre più realistica l’opzione di una nuova intifada che rimetta il timone della lotta in mano ai movimenti di base, per intraprendere un percorso federativo che unisca le società israeliana e palestinese, oltre e fuori le logiche degli stati.
E’ difficile sottrarsi all’emotività del momento, specie davanti alle montagne di cadaveri; ma lo sforzo va fatto perché occorre soprattutto smarcarsi dalle ipocrisie occidentali, che oggi scoprono quel pericolo integralista che hanno alimentato anche direttamente, e che si ricordano del popolo curdo dopo averlo lasciato annientare per decenni con quelle armi che hanno venduto a Turchia, Iran, Siria e Iraq; e soprattutto occorre non lasciarsi coinvolgere dal richiamo “rivoluzionario” di movimenti che mentre liberano territorio al “nemico”, lo occupano con fanatismi, intolleranze e terrore.

Pippo Gurrieri

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IL MOVIMENTO INVADE PER IL SECONDO ANNO LA BASE DELLA MARINA MILITARE USA

Il campeggio di lotta contro il MUOS del 6/12 agosto aveva soprattutto un compito: dimostrare che la lotta iniziata già diversi anni fa non si è fermata, anzi, è in grado di esprimere livelli alti di conflittualità. Nulla era dato per scontato. Da quando sono state montate le antenne (gennaio 2014) molte cose sono cambiate: un senso di rassegnazione si è impadronito della popolazione, mentre l’opinione pubblica ha subito pressioni molto forti aventi lo scopo di dare per finita la lotta. Parallelamente, una forte azione repressiva svolta “a freddo” ha colpito centinaia di attivisti, facendo incrinare quel fronte di lotta che aveva dato vita alla resistenza.

In questa prima metà dell’anno l’iniziativa non si è fermata né a Niscemi né altrove: la sede del comitato e del coordinamento in città è stata al centro di attività di vario spessore: doposcuola, mercatino del biologico, assemblee, feste, cineforum, ecc. Un’importante campagna sulla mancanza d’acqua ha preso piede coinvolgendo migliaia di niscemesi; è anche iniziata un’azione di informazione sullo stato della linea ferroviaria. I Comitati, per quanto ridimensionati nel numero e nella capacità di agire, hanno svolto numerose attività, compreso un NO MUOS Tour a partire da giugno. Attivisti niscemesi e di altre località siciliane sono stati in giro per l’Italia a promuovere la lotta e il campeggio, con la manifestazione nazionale del 9 agosto, la stessa data della manifestazione del 2013 che vide l’invasione di massa della base della marina militare USA.

La vigilia è preceduta dalla notifica di 29 fogli di via ad altrettanti compagni che il 9 agosto del 2013 erano stati denunciati per “resistenza e violenza a pubblico ufficiale”: nessuno di loro può entrare in territorio niscemese. Il segnale è chiaro e semplice: si rischia grosso a venire a Niscemi. Un altro segnale è il divieto a manifestare all’interno della Sughereta, come avvenne l’anno scorso; stavolta si mette davanti un documento dell’Azienda Forestale che proibisce ogni assembramento; si ripiega su un percorso diverso (lo stesso dell’1 marzo, ma con partenza dal presidio), sul quale, fino all’ultimo, la Questura non si esprime. Il 2 agosto, infine, il presidio permanente dei comitati viene saccheggiato in pieno giorno, in un momento di assenza dei compagni: distrutte le suppellettili della baracca, asportati i cavi elettrici, tagliati i tubi dell’acqua. Insomma, tutto si può dire, tranne che il movimento NO MUOS sia stato dimenticato.

Con queste incalzanti novità, in un clima di guerra sempre più generalizzato, dal Medio Oriente all’Iraq, dalla Libia all’Ucraina, che fanno assumere alla base NRTF di Niscemi (dove intanto il MUOS è acceso per i collaudi) un ruolo determinante, ci prepariamo all’estate di lotta. In paese si svolgono volantinaggi a tappeto (25.000 volantini diffusi), comizi volanti, riunioni per invitare la popolazione a partecipare. Il 6 agosto, alla presenza di alcune decine di campeggiatori, si inizia, e, mentre prosegue l’arrivo di compagni, il 7 sera 7 attivisti risalgono sulle antenne, esattamente come un anno fa, eludendo la sorveglianza delle forse del dis-ordine. L’appello che lanciano non è solo per una lotta ad oltranza contro il MUOS, ma è per la cessazione del genocidio di Gaza e per la fine delle guerre. Inevitabilmente i programmi del campeggio vengono stravolti; i dibattiti programmati hanno luogo mentre l’attenzione è rivolta ai 7 compagni: l’incontro sui conflitti viene incentrato quasi tutto su quello israelo-palestinese; quello delle realtà di lotta territoriali si sviluppa egualmente ma non riesce ad essere centrale come ci si era proposto. A latere e in seguito, c’è la necessità di definire le modalità del corteo del 9 e le strategie per ridare un segnale chiaro e forte ai governi americano e italiano a sostegno dell’obiettivo di smantellare MUOS e NRTF. Assemblee non prive di incomprensioni per la presenza anche di compagni al loro primo viaggio a Niscemi, e a volte palesemente a digiuno delle pratiche di lotta messe in campo in questi anni.

Il 9 l’afflusso di persone non è massiccio come gli anni precedenti, ma è comunque confortevole, perché dimostra che la lotta tiene e che gli obiettivi prefissati possono essere conseguiti. Un serpente di circa 2000 persone sfida il forte caldo e dal presidio permanente scende verso gli ingressi della base per dirigersi verso le antenne occupate; alle moltissime bandiere NO MUOS si sono affiancate tante bandiere palestinesi, ad esprimere una solidarietà non solo a parole, dato che l’occupazione delle antenne ha portato al loro spegnimento, quindi ad inceppare momentaneamente la macchina della guerra. Non sono molti i niscemesi, ma il clima è ottimo, la tensione quella giusta, la rabbia tanta. Giunti nei pressi delle antenne occupate, nonostante il fortissimo schieramento di polizia all’interno della base, l’elicottero che ronza sulle teste dei manifestanti, i numerosi infiltrati, un varco è aperto nella rete di recinzione e un primo gruppo di compagni tenta di introdursi dentro, respinto a suon di manganelli dai celerini accorsi; ma la loro resistenza durerà poco, perché la spinta dei manifestanti è forte e riesce ad annullare la violenza poliziesca. Quasi tutto il corteo penetra dentro la base americana, bissando l’invasione dello scorso anno, rimangono fuori solo pochi compagni oltre ai pochi amministratori accorsi al corteo. In pochi minuti vengono raggiunte le antenne, circondate dal filo spinato all’israeliana, e si ripete la sensazione dello scorso anno: questa terra ce la possiamo prendere quando vogliamo. I compagni dalle antenne scendono tutti giù; si discute con essi; alcuni sono decisi a rientrare con il corteo, altri no; ma le possibilità di rimanere lì a oltranza, a sostegno degli occupanti, sono vanificate dall’uscita alla spicciolata della maggior parte degli “invasori”, tanto che al tramonto rimarranno in pochi dentro la base, e la polizia avrà buon gioco a spostarli fuori dal recinto.

Questa volta i media non danno il rilievo che la notizia merita; una strategia di occultamento della lotta che non riesce a nascondere il disagio del potere di fronte a questo nuovo smacco. Anche le modalità di andare a riprendere gli ultimi due occupanti sulle antenne danno vita ad una discussione animata; a volte si ha l’impressione che i compagni del coordinamento e dei gruppi che hanno indetto il campeggio non abbiano il polso per tenere ferma la discussione; questo provoca tensioni; ma è necessario riprendere i compagni prima che il numero dei campeggiatori si assottigli troppo. La polizia è spiazzata e sa che solo il movimento potrà fare scendere i compagni. Comunque, la sera del 10 alcune decine di attivisti tornano alle antenne, penetrano nella base e si riprendono gli ultimi due occupanti.

L’11 il movimento affronta l’ultima assemblea, discutendo delle sue prospettive, delle prossime scadenze di lotta, dei collegamenti nazionali, del presidio, delle lotte territoriali.

Qualcuno dirà che sono emerse anche quest’anno divergenze sui metodi, che hanno causato alcune tensioni; in realtà si è trattato di divergenze sull’opportunità in determinati momenti di adottare certi metodi, e non sui metodi in sé, sui quali, l’esperienza c’insegna, non ci sono preclusioni di sorta purché si perseguano gli stessi obiettivi; non si è più rivoluzionari perché si è in grado di adottare una forma più dura, ma perché si è in grado di comprendere quando questa è utile al movimento e quando può fare il gioco dell’avversario. Basta, per questo, un confronto serio e sereno e il rispetto delle posizioni di tutti, a partire da quelle dei compagni che – finito il campeggio – rimarranno sul territorio a continuare giorno dopo giorno la lotta.

Il movimento NO MUOS è ancora ricco e forte e può diventarlo ancora di più; deve però tentare di coinvolgere nelle sue pratiche la popolazione; deve riuscire ad imprimere fiducia nelle possibilità di autorganizzazione, e capitalizzare il largo consenso per crescere quantitativamente e qualitativamente. Fuori da Niscemi e dalla Sicilia è altresì necessario che la bandiera NO MUOS sventoli ovunque ci sia una lotta, e sia acquisita come centrale nella battaglia antimilitarista.

 

 

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