Un minuto in più

Verso la fine degli anni sessanta il governo francese decideva di costruire un grande aeroporto a Notre Dames des Landes, nella regione bretone della Loira Atlantica. Sin da subito la reazione degli abitanti dei territori interessati (circa 2.000 ettari da espropriare) fu forte. I contadini della zona, molti con alle spalle le lotte contro le centrali nucleari, erano intenzionati a non lasciare i terreni dove vivevano da una vita. Per circa trent’anni il progetto resterà bloccato, per essere rilanciato nel 2000. A partire da questo momento le associazioni e i cittadini della regione si organizzano e utilizzano sia le vie legali (“barricate di carta”) che le azioni (barricate vere) per manifestare la loro opposizione; nonostante questo nel 2008 il progetto viene dichiarato di pubblica utilità ed il governo è deciso a liquidare la resistenza inviando ingenti truppe nell’area. I resistenti trasformano l’acronimo ZAD (Zona a pianificazione differita) in Zone à defendre: Zona da difendere. Ne nasce una mobilitazione generale nel paesino, nella regione e infine in tutto il territorio nazionale, con la nascita di ben 200 comitati e lo sviluppo di iniziative di ogni tipo e di grandi manifestazioni che portano al centro dell’attenzione e del dibattito politico francese la questione dell’aeroporto e della ZAD, che diventa oramai non solo una sigla ma un esempio da far conoscere ed esportare in ogni località minacciata da qualche progetto distruttivo o inviso alla popolazione. Nei terreni da espropriare sorge un villaggio resistente, la Chat-teigne, che diventa la cittadella simbolo di questa lunga lotta, il luogo dell’organizzazione, della raccolta di viveri, indumenti, attrezzature per rafforzare la presenza sul territorio.
I diversi tentativi della polizia di occupare la zona vengono sconfitti: i boschi, le contrade, gli orti e le fattorie sono teatro e simboli di questa guerriglia partigiana contro un aeroporto che la popolazione del luogo e una crescente opinione pubblica, rifiuta. Il villaggio è anche luogo di sperimentazione di progetti di vita alternativa, di altra agricoltura, di attenzione alla natura, di relazioni sociali emancipate, di ricerca di soluzioni adeguate affinché i conflitti interni al movimento e non siano più determinanti nelle sconfitte, di solidarietà verso gli ultimi, di scambi mutualistici con le altre resistenze in Francia e nel Mondo. Privilegiato è stato il confronto con il Movimento NO TAV.
Tutto questo si è sviluppato nella costante e fraterna unione fra contadini del posto, cittadini e attivisti di associazioni e movimenti che hanno sposato questa causa e sono accorsi fin laggiù oppure l’hanno perseguita nelle loro località. Un movimento che nel mese di gennaio del 2018, poco più di cinquant’anni dopo l’inizio dell’opposizione all’aeroporto, ha conseguito la vittoria, con il ritiro del progetto da parte del governo Macron.
Se ancora le cose non sono del tutto definite, ed è in ballo l’ennesimo ultimatum a sgomberare i terreni occupati, possiamo tuttavia trarre alcune prime considerazioni.
La prima è che, al di là delle differenze con altre situazioni, questa esperienza ci dice che le lotte si possono vincere, anche a distanza di decenni, a condizione che si resista un minuto in più del padrone, dello Stato, dell’avversario.  Un insegnamento di cui dovrebbero far tesoro coloro che abbandonano troppo presto le lotte, dopo aver dato magari il massimo, convinti che non ci sia più nulla da fare.
La seconda considerazione si basa sulla constatazione del metodo: azione diretta, solidarietà, presenza sul territorio, costruzione di comitati, estensione fuori dalla regione della lotta, sono stati la condizione della vittoria. Non una perdita di tempo dietro esperienze elettorali (che pure in Francia, all’estrema sinistra, ci sono state ed anche più efficaci che in Italia), ma una determinazione a resistere ed attaccare quando si è posta la necessità; una testarda insistenza, una passione più forte della tristezza, animata da un sano odio verso le ingiustizie.

Pippo Gurrieri

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La Trappola

Elezioni: Se servissero a cambiare sarebbero vietate

Nel 50° anniversario del “mitico” ’68, in quest’anno di rievocazioni, celebrazioni e autocelebrazioni, pochi si soffermeranno su uno degli slogans che caratterizzarono il maggio francese e da Parigi si espansero in tutto il mondo: Elections: pièges à con, che si traduce in: Elezioni, trappola per fessi. Certamente non si doveva aspettare il ’68 per definire una trappola le elezioni, il dibattito sulla democrazia rappresentativa e l’astensionismo elettorale essendo nato praticamente con il primo appuntamento elettorale della storia. Ma sicuramente il ’68, tra le tante belle cose evidenziate, (dall’Immaginazione al potere al Vietato vietare), ha sviluppato una critica al sistema parlamentare chiara e senza esitazione alcuna. Da quel movimento proviene infatti il rilancio di una frase che non lascia dubbi: Se le elezioni servissero a qualcosa le avrebbero già proibite. La disse per prima l’anarchica Emma Goldman nel dibattito sul voto alle donne.

Il 4 marzo si voterà in Italia per eleggere il nuovo Senato e la nuova Camera e quindi il nuovo governo. Molti elettori sono ormai degli ex elettori, avendo rifiutato in massa di sottoporsi alla tosatura periodica; molto si è detto sulle motivazioni di questo rifiuto, e noi stessi, astensionisti per principio prima ancora che per tattica, abbiamo sempre specificato come la sola astensione non basti, e che la delega al potere e al sistema oramai passi attraverso tanti altri canali, e non viene meno se una metà dell’elettorato diserta le urne. Ma abbiamo anche scritto che non concedere il proprio consenso ai partiti il giorno delle elezioni rappresenta comunque un dato di fatto importante, una presa di distanza e un rifiuto del meccanismo truffaldino del voto, anche se tutto ciò si svolge nel silenzio di una scelta individuale e nella passività generale indotta da anni e anni di delega delle soluzioni dei propri problemi ad altri: politici, poliziotti, preti, padroni, boss e così via.

E che l’astensione rappresenti un fattore che mette in discussione la macchina del consenso ce lo dimostra l’enfasi con cui da tutte le parti si cerchi di presentarla come una minaccia alla democrazia; dal Presidente della Repubblica alla Conferenza Episcopale Italiana, dal Movimento 5 Stelle, che si vanta di averla arginata, ai gruppi politici più forti e anche quelli più scalcagnati, tutti enfatizzano il rischio astensione e si buttano a caccia del voto di chi non vota, un bacino enorme di persone, oramai prossimo al 50% degli aventi diritto. Governare con poco consenso, al di là delle formule matematiche falsificate per cui si calcolano le percentuali dei voti sul numero dei votanti, o che il nuovo presidente sarà sempre “il presidente di tutti gli italiani”, è come stare seduto su una sedia traballante, con la paura che le sue gambe possano spezzarsi da un momento all’altro.

Una analisi un pochino decente sul sistema rappresentativo ci mostra come sono sempre sparute minoranze a governare, e, anche nelle fila dell’opposizione, il concetto di rappresentanza non può essere disgiunto dal meccanismo che rende autonomo dai suoi elettori ogni eletto, gli concede la facoltà di cambiare casacca politica, gli concede l’immunità e non permette a chi lo ha delegato di ritirare la sua delega in caso di dissenso dal suo comportamento, se non alle successive elezioni.

Tutto questa argomentazione, che, ripetiamo, è stata oggetto di animati dibattiti sin dall’Ottocento, oggi va inserita nel quadro della realtà globalizzata e finanziarizzata, in cui un sistema capitalista sempre più presente e condizionante nella sfera sociale e individuale, ma nello stesso tempo dalla testa difficilmente individuabile, di fatto determina le scelte dei governi, meri esecutori di ordini. Tutto ciò riduce la ritualità del voto a qualcosa di estremamente inutile, se non a mantenere in piedi una farsa di democrazia in cui la rappresentanza da tempo non esiste, ma vi sono solo organi di gestione delle regole e delle decisioni che il sistema impone; il governo, i ministeri, le camere, sono solo questo. E gli eletti, i deputati e senatori, a loro volta svolgono il ruolo di procacciatori di consenso spicciolo attraverso la coltivazione di interessi particolari, sfruttando residuali margini di manovra necessari a far funzionare la macchina della delega e del consenso e ad assicurare quote di privilegio.

Appare quantomeno illusoria la pretesa di gruppi politici autodefinitisi “radicali” e “rivoluzionari”, di promuovere una rappresentanza altra o addirittura un’autorappresentanza, partecipando a questa farsa. Essi non si rendono conto di alimentare, in questo modo, una fiducia nel sistema e nelle istituzioni, che, nei fatti, è venuta meno lentamente ma inesorabilmente, sulla quale occorre semmai agire per farla diventare atteggiamento di contrapposizione, fiducia nella lotta, nella partecipazione in prima persona alla gestione della propria vita e dei propri problemi.

Partecipazione: l’altro termine su cui vige una grande ambiguità; per i partiti istituzionali essa si configura solo e solamente con l’apposizione della crocetta sulla scheda elettorale, e chi se ne sottrae viene accusato di qualunquismo e di perpetuare il malgoverno (ovviamente ognuno di questi accusatori pensa al malgoverno dei suoi avversari). Anche chi si definisce antisistema, ribelle e antagonista, non si rende conto di promuovere una falsa partecipazione, ben diversa da quella che nelle lotte sociali, nei movimenti, si riesce faticosamente a far crescere.

Non ci sono state conquiste, vittorie, passi avanti, scaturiti da un intervento parlamentare; solo dalle battaglie, dalle mobilitazioni dal basso sono venuti risultati che poi il parlamento e le istituzioni, dopo mille sforzi per impedirli, sono stati costretti a ratificare, per poi lentamente svuotarli di contenuto fino ad abolirli. Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe, dallo statuto dei lavoratori, alla legge sull’aborto, ma confidiamo nell’intelligenza di chi ci legge.

Tutta la discussione sulla legge elettorale, sulla sua costituzionalità, sui suoi meccanismi truffaldini, per quanto possa far emergere elementi di scontro fra le congreghe politiche e distinzioni fra i diversi approcci, è in realtà pura lana caprina. Proporzionali o maggioritarie, scelte dagli elettori o nominate dall’alto, elezioni e candidature rappresentano una trappola utile a mantenere soggiogata una massa educata alla delega e alla passività sin dalla tenera età.

L’astensionismo contribuisce a spezzare questa catena.

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GLI STATI IN GUERRA CON I POPOLI PERDERANNO

Comunicato dei compagni del DAF (Turchia) sui bombardamenti dell’esercito turco su Afrin

Afrin appartiene a chi vive ad Afrin. I popoli che vivono ad Afrin sono nati in queste terre e sono morti in queste terre. Vivere là non ha nessun rapporto con piani o programmi. Non sono ad Afrin per motivi strategici. Afrin per loro è l’acqua, il pane, il cibo, il gioco, la storia, gli amici, i compagni, gli amanti, la strada, la casa, il quartiere. Ma per lo stato è solo una strategia. Una strategia che non ha alcuna preoccupazione per Afrin e i popoli che vivono ad Afrin.

L’attacco su Afrin è una strategia della Guerra dell’Energia che ha portato al collasso della Siria e che distruggerà molti stati nella regione. Gli stati creano l’illusione di portare avanti queste guerre “per i propri cittadini”. Fanno una propaganda nazionalista conservatrice per convincere i propri cittadini di questo concetto errato. Questa è un’ineludibile necessità sia all’interno che all’esterno. Mentre è richiesta per le elezioni a livello interno, è valida per i tavoli a livello esterno. I governanti che si muovono in un processo del tutto commerciale come l’estrazione, il trasporto e la vendita di risorse energetiche utilizzano tutti i materiali che hanno per accrescere i propri guadagni. In queste discussioni in cui sono importanti il numero di fucili, quello di carri armati e quello di aeroplani di cui si dispone, il numero più importante è il numero di soldati. Un soldato non è diverso da qualsiasi altro materiale bellico. Questo è il motivo per cui viene creata la falsa propaganda nazionalista conservatrice.

Chi prenderebbe parte ad una guerra per far guadagnare qualcun altro? Chi combatterebbe per la benzina che ovunque è venduta da stati o multinazionali, e una goccia costa più del pane? Noi, che viviamo il fatto che tutti i prezzi aumentano quando aumenta il prezzo di un litro di benzina, noi che perdiamo sempre, perché dovremmo sempre combattere per quelli che vincono sempre? In realtà nessuno combatterebbe per loro. Essi lo sanno e per questo motivo hanno bisogno del nazionalismo e del conservatorismo.

Ora essi stanno gridando dai giornali e delle televisioni, gli slogan di falsità: “nazionale, nazionale, nazionale!”, “volontà della nazione, unità nazionale”. Non possono mai dire chiaramente: “Noi rubiamo anche sui centesimi”, “combatti o combatti, noi ti venderemo la benzina e tutto il resto. Noi te la faremo produrre, te la faremo consumare, e ti sfrutteremo.” Questo è il piano, il programma, la strategia, la guerra degli stati. Noi popoli – che siamo obbligati ad essere cittadini degli stati – possiamo cambiare tutto. Oggi i popoli di Afrin vivono liberi perché hanno cambiato tutto. Come a Kobanê, a Cizére, in Chiapas. E questa è la differenza critica tra la guerra del popolo e la guerra degli stati. In questa guerra, lo stato attacca e attacca senza regole affinché il suo sistema vinca di più. Bombarda con carri armati e aeroplani. Ferisce, uccide, ammazza e vuole far prigioniera tutta la vita. Mentre per la guerra dei popoli, c’è libertà.

Negli ultimi due giorni, ogni bomba sganciata su Afrin, ogni proiettile è un proiettile sparato contro la libertà. Lo stato turco vuole accrescere la sua quota sul tavolo, per questo ha iniziato l’attacco contro Afrin. È una strategia creata dal nazionalismo e dal conservatorismo che sono basati sulla falsità. È una strategia tutta elettorale. È una strategia pienamente commerciale. La guerra dello stato è strategia. Ma la guerra dei popoli è libertà. E nessuno stato può sconfiggere i popoli che lottano per la libertà.

I POPOLI DI AFRIN VINCERANNO

Azione Anarchica Rivoluzionaria-DAF

22/01/18

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Presentazione “Le Verdi Praterie” – 9 Febbraio, Modica (RG)

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Fermare la guerra della Turchia contro i Curdi

Attacchi aerei della Turchia colpiscono Afrin, una città curda nel nord della Siria, uccidendo e ferendo molti civili
Non solo curdi, anche cristiani, arabi e tutte le altre entità in Afrin sono sotto un pesante attacco della Turchia
L’aggressione turca contro i popoli di Afrin è un crimine contro l’umanità; non diverso dai crimini commessi dall’ISIS
Iniziare un attacco militare in una regione che non ha ha attaccato è un crimine di guerra

Jet turchi hanno preso di mira 100 obiettivi in aree civili a Afrin e sono rimasti uccisi almeno 6 civili e 1 combattente delle YPG (Unità di Difesa del Popolo) e 2 delle YPJ (Unità di difesa delle donne) sono caduti martiri negli attacchi turchi di sabato su Afrin. Come risultato dell’attacco sono rimasti feriti anche diversi civili.

L’esercito turco invasore ha condotto attacchi aerei su Afrin con l’approvazione della Russia intorno alle 16:00 di sabato pomeriggio. Gli attacchi da parte di 72 jet da combattimento hanno colpito il centro di Afrin, i distretti di Cindirêsê, Reco, Shera, Shêrawa e Mabeta e il campo profughi Rubar. Il campo profughi di Rubar nel distretto di Sherawa di Afrin è abitato da oltre 20.000 rifugiati dalla Siria. L’esercito turco invasore, dopo un fallito tentativo di attaccare via terra, cercano di intimorire la popolazione di Afrin e espellerla verso aree tenute dall’ESL e dalla Turchia.

Il conflitto interno in Siria, che dura da sette anni si è trasformato in una guerra internazionale che è risultata nell’uccisione di migliaia di persone e ha creato milioni di profughi, si stava quasi avvicinando a una conclusione. Il governo turco sotto la guida di Recep Tayyip Erdogan, insieme a Al Qaeda (Heyet Tahrir El Şam), ISIS e con altri gruppi Salafiti ora ha iniziato un’operazione militare verso Afrin, una città curda (cantone) nel nord della Siria. Questo significa un nuovo sanguinoso conflitto che trascinerà la regione in una nuova catastrofe, infliggendo fame, uccidendo altri bambini, espellendo la popolazione locale e creando un’altra crisi umanitaria. In base alla legislazione internazionale questa azione è definita “operazione per l’invasione”.

Né il cantone di Afrin, né le altre regioni del nord della Siria hanno mai attaccato o minacciato di attaccare la Turchia o altre regioni curde del nord della Siria. Di fatto la Turchia ha costantemente minacciato e attaccato villaggi e località per diverse volte negli ultimi anni. La definizione giuridica delle azioni della Turchia in base alla legislazione internazionale è definita “attaccare un Paese sovrano”, invasione del loro territorio e assolto non provocato sui suoi civili. Iniziare un attacco militare contro un Paese che non ti ha attaccato è un crimine di guerra.

L’aggressione della Turchia contro i curdi a Afrin è un palese crimine contro l’umanità; non diverso dai crimini commessi da ISIS. L’ONU e la Comunità Internazionale hanno un obbligo morale e di solidarietà per proteggere il suo più affidabile partner nel difendere l’umanità e nella lotta per la democrazia.

Chiediamo a tutte le aree democratiche e all’opinione pubblica di esprimere solidarietà con il popolo curdo e gli altri popoli della regione e di protestare e condannare l’invasione genocidi della Turchia.

Chiediamo alle Nazioni Unite, alla Comunità Internazionale e alla colazione globale anti-ISIS di centrare in azione per fermare immediatamente questi attacchi. Questi attacchi sono diretti contro centinaia di migliaia di persone a Afrin.

Chiediamo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di entrare in azione al più presto per formare zone di sicurezza nel nord della Siria o all’Est del fiume Eufrate e nelle zone occidentali. Questo porterà ad una soluzione della crisi siriana all’interno della cornice di una legittimità internazionale

Il silenzio della comunità internazionale di fronte a questi attacchi legittimerà una pesante violazione dei diritti umani fondamentali

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Assemblea annuale di Sicilia Libertaria

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Il MUOS tra le nebbie

Questo giornale segue ininterrottamente da 6 anni la lotta contro il MUOS; le sue posizioni in genere sono coincise con quelle del coordinamento dei comitati o del movimento, altre volte solo con alcune componenti, tuttavia non ha mai rinunciato a portare il suo contributo critico costruttivo a una lotta centrale per tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa terra e che odiano le guerre e il militarismo. Se oggi attorno alla questione MUOS ci sono meno clamori, non per questo essa ha perso di importanza. Anzi, proprio adesso occorre fare uno sforzo di analisi per riorientarsi tra le nebbie della normalizzazione, ed effettuare una conta di chi ancora crede alle possibilità di poter continuare a tessere una resistenza da trasformare in attacco contro tutte le propaggini della piovra militarista.
La situazione di quasi stallo dovuta alla repressione da un lato e alla rassegnazione dall’altro, con in mezzo, l’abbandono della lotta da parte di diversi attivisti ed aree politiche e l’assottigliamento dei comitati. Tutto questo non deve sorprendere, perché la repressione ha sempre un ruolo “educativo” (colpiscine uno per educarne cento) e terroristico, sia verso gli attivisti delle prime file, sia verso il vasto mondo di simpatie e complicità che li circonda. Ed il movimento NO MUOS di repressione ne ha subita tanta.
Inoltre, quando una lotta si dà degli obiettivi immediati forti, che poi non riesce a realizzare, l’attivazione della struttura militare contestata assume tutto il sapore di una sconfitta, e per molti l’entusiasmo comincia a scemare e si insinua un senso d’impotenza che sottrae energie al movimento.
Se si andassero a sfogliare le pagine di questo giornale negli anni 1983-1986, si potrebbero trovare molti articoli su queste stesse questioni, a proposito della lotta contro la base missilistica di Comiso. Anche allora uno degli obiettivi della nostra azione divenne quello di combattere il senso di impotenza che s’impadronì dei militanti e dell’opinione pubblica quando la base venne costruita. Oggi crediamo di trovarci davanti alla identica situazione; ognuno dovrebbe esaminare sia le motivazioni della propria opposizione al MUOS, che ciò che ha mosso migliaia di persone a scendere nelle piazze, nelle strade e nei sentieri della sughereta di Niscemi, ad esporsi davanti a forze di polizia agguerrite; quei motivi non hanno perso nessuno dei loro punti di attualità, anzi, paradossalmente, con il MUOS in funzione, con il pericolo paventato diventato reale, dovrebbero oggi essere più forti.
Per questi motivi pertanto, riteniamo un grave errore, in questo momento, la scelta di alcune aree che hanno lottato a Niscemi, di sottrarsi ai processi pagando le oblazioni; non si contesta la legittimità da parte di singoli attivisti di uscire dai processi pagando le multe; ben altra cosa è assumere questa come una linea politico-giuridica, con una pretesa pari dignità rispetto alle scelte assunte da centinaia di compagne e compagni affinché la resistenza continuasse anche all’interno delle aule dei tribunali. Una divisione che non può più essere sottaciuta; l’impegno contro la repressione e per il supporto dei compagni inquisiti continua ad essere tutt’uno con la lotta contro il MUOS, senza vie di fuga spacciate per strategie politiche.
Tanto più che il Ministero dell’Interno è entrato a gamba tesa nei processi condizionandone gli sviluppi con la sua costituzione di parte civile, scaricando tutto il suo peso su chi sta subendo e continuerà a subire procedimenti giudiziari. Ce n’è abbastanza per far diventare ogni processo un’occasione di denuncia e di controinformazione ma anche di rilancio della resistenza. Ed il fatto che nel processo di Caltagirone contro i responsabili della costruzione abusiva del MUOS (di cui riferiamo a pagina 2) alcuni degli imputati abbiano chiesto il patteggiamento, ci dimostra come le ragioni di chi ha gridato “NO MUOS ora e sempre” e in coerenza sta proseguendo a mobilitarsi, siano sempre valide e devono trovare nuovamente la via della resistenza diffusa.
Noi non abbiamo mai creduto che una lotta contro la guerra avesse potuto concludersi con alcuni episodi e alcuni scontri con la polizia.

Pippo Gurrieri

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La minaccia


Neofascismo.
Controrivoluzione preventiva 2.0

Il fatto che tutto d’un tratto si scopra che in Italia c’è un problema fascisti la dice lunga sul livello di responsabilità di molti di coloro (politici, giornalisti, istituzioni, forze dell’ordine) che oggi si stanno dando da fare (a modo loro) per tentare di arginare quello che va molto al di là di un semplice fenomeno passeggero.
Sono stati i fatti di Ostia dei primi di novembre, con lo pseudo boom di Casa Pound alle elezioni municipali e il successivo episodio della testata del boss Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi ad attirare l’attenzione. Casa Pound in quelle elezioni ha ottenuto il 9%, ma ha votato solo il 36,1%, pertanto la sua reale percentuale sul numero degli aventi diritto è di appena il 2%; per quanto non vada sottovalutato un risultato anche minimo, l’eccessiva sua enfatizzazione altro non rappresenta che un buon veicolo di propaganda per le carogne.
Successivamente l’altro episodio squadrista del 28 novembre a Castel Goffredo, vicino Mantova, durante l’incontri in piazza dal titolo “Salvati dalle acque”, nell’ambito della giornata mondiale del rifugiato e organizzato tra gli altri da Caritas, Comune, Consulta giovani e associazione “Cactus – Per la civile convivenza”, quando una ventina di nazisti del Veneto Fronte Skinheads ha bloccato l’appuntamento leggendo un proclama antimmigrati; stesso scenario a Como, nella sede di “Como senza frontiere”.
Ma questi sono solo gli ultimi episodi e fra i più eclatanti di uno stillicidio di fatti che si susseguono ininterrottamente, generalmente trascurati dalla stampa e dalla politica, se non tollerati o apertamente appoggiati o fiancheggiati. Dalle messe per Mussolini al merchandising fascista su internet o nelle bancarelle dei mercati rionali, dai musei dedicati al fascismo e alle sue imprese, ai calendari regolarmente esposti in edicola, alla miriade di iniziative contro gli immigrati, spesso sfociate in vere e proprie aggressioni e provocazioni contro i migranti stessi e contro i militanti delle associazioni antirazziste, fra le quali spicca il caso della nave C Star affittata per ostacolare le navi delle ONG che prestano soccorso nel Mediterraneo. Ma non mancano le aggressioni di tipo più “tradizionale” contro militanti di sinistra, come di recente accaduto a Catania durante un’attacchinaggio.
Lo sdoganamento viene da lontano, si acutizza con l’era Berlusconi, si cancrenizza con la crisi economica, e trova autostrade davanti a se con il populismo rampante, a cominciare da quello del Movimento 5 Stelle che più volte si pone come un partito ponte fra destra e sinistra, mostra simpatia per gli eredi del Movimento Sociale Italiano, fa l’occhiolino ai neonazisti (Grillo dichiarerà di avere molte cose in comune con Casa Pound), e in materia come l’immigrazione, si muove sulla stessa strada alimentando xenofobia, qualunquismo e odio razziale.
Ma il neofascismo è oggi una galassia complessa e complicata, difficile da individuare e comprendere a chi non è addetto ai lavori; dagli stadi con gli ultras, agli ambienti musicali di destra che suonano heavy metal, rock e punk neonazista, dalle palestre di addestramento alle sedi nei quartieri di periferia dove spesso si muovono sul “sociale” con doposcuola, distribuzione di cibo e indumenti agli italiani poveri in chiave rigidamente antimmigrati, o ancora l’area dell’integralismo cattolico e clericofascista. Senza trascurare l’ancora meno comprensibile fenomeno dei rossobruni, ossia quelle aree che mescolano elementi di marxismo e antimperialismo con il tradizionale revisionismo sui lager nazisti, l’antisemitismo (magari filo palestinese), il nazionalismo, l’eurocentrismo, l’arianesimo e chi più ne ha più ne metta.
Per comprendere la galassia neofascista e la sua apparente contraddittorietà basta osservare l’Ucraina: qui fascisti di vari paesi sono uniti ai loro epigoni locali, ma nei due fronti contrapposti: chi appoggia il nazionalismo ucraino contro l’imperialismo russo; chi sostiene l’imperialismo di Putin per l’indipendenza del Donbas.
C’è sicuramente da valutare attentamente quanto abbia contribuito la crisi economica abbattutasi sulle classi medie europee facendole scivolare in basso verso il proletariato, e spingendo quest’ultimo ancora più in basso, nei gironi della povertà, a creare concime per il neofascismo. Le soluzioni impopolari dei governi servi del mondo finanziario e del capitalismo non hanno trovato adeguate risposte nelle forze della sinistra, quasi ovunque omologate alle logiche mercantili e all’ideologia neoliberista e perciò complici di un sistema economico e politico sempre più inviso alle masse popolari. L’incapacità da parte delle forze più genuinamente anticapitaliste di intercettare la protesta ed il malcontento ha funto da sprone all’emergere dei populismi, dei razzismi e della feccia fascista, che addebita il degrado urbano, la povertà, ad un sistema che privilegia gli immigrati agli autoctoni, e che è corrotto, servo del complotto ebraico (ancora!), asservito alle multinazionali (a loro volta in mano ad Israele).
Anche i partiti socialdemocratici sposano il populismo per fini elettorali, cercano consensi a destra adottando politiche xenofobe che non fanno altro che accrescere la popolarità dei neofascisti che così possono mostrarsi come integerrimi e coerenti. La porta è ormai aperta alla reazione, ed il fascismo, mai morto, ma tenuto a bagno maria dal sistema, è pronto a tornare in piazza e a riconquistare spazi ponendosi pericolosamente come una possibile alternativa politica alle sempre più sputtanate forze politiche storiche.
Tuttavia non siamo davanti ad una replica del 1919-20 in Italia; allora il fascismo fu letteralmente inventato, nutrito, armato dal capitale per fronteggiare la rivoluzione imminente che dalle fabbriche alle campagne, dalla miniere al mondo della cultura, avanzava e sembrava inesorabile nella sua marcia. Oggi nessuna rivoluzione è in vista, nessun pericolo “rosso” incombe sul sistema, e il neofascismo viene ingrassato dal capitale in funzione di una guerra interna permanente che possa rafforzare e assicurare ancora per molto tempo la restaurazione in atto da un trentennio (dopo la paura del ’68). La solita stampella violenta del sistema, necessaria a giustificare uno stato di polizia, una sorta di controrivoluzione preventiva 2.0 messa in campo contro le lotte e un loro possibile sviluppo (del resto attese, dopo anni di aggressione ai diritti dei lavoratori, di precarizzazione, disagio, emigrazione dal sud, ruberie e divaricazione della cosiddetta forbice sociale tra ricchi e poveri).
Ridicolo chi tenta di fermare questa feccia attraverso una nuova legislazione che punisca penalmente l’apologia di fascismo. Se non è bastata quella esistente, non ne basterà una nuova, utile solo a costituire un alibi per i codardi e i fiancheggiatori diretti o indiretti, cioè i veri complici.
Il neofascismo oggi rappresenta una minaccia continua verso lo sviluppo di iniziative dal basso, verso l’esistenza di realinaccia per tutti quegli spazi che esistono e resistono quali luoghi di aggregazione e di alternativa sociale.
Se questo è il quadro, la risposta antifascista deve evitare di essere meramente ideologica e incomprensibile ai più, visto il momento di confusione e disorientamento esistente, a partire dal mondo giovanile che dovrebbe essere il più ricettivo, fino a quel mondo adulto finito nel qualunquismo populista. Il fascismo va combattuto ma va an- che spiegato, va fatto conoscere per quello che rappresenta oggi e per quello che ha rappresentato ieri, mettendo in campo una grossa attività culturale basata sulla memoria e sulla controinformazione, parallela ad un’azione di contenimento dell’avanzata neofascista attraverso pratiche di autodifesa militante, di risposta, di contesa, con la convinzione che solo il rafforzamento delle pratiche sociali di lotta può rappresentare il vero argine alla reazione.

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Atomiche, atomicchie e quaquaraquà

Siamo davvero alla vigilia di una guerra nucleare quale (il)logica conseguenza delle performances del dittatore nordcoreano Kim Jong-un e del suo alter ego statunitense Trump? Crediamo davvero che la piccola Corea del Nord possa sfidare sul serio l’Occidente nelle sue varie coniugazioni, dagli USA al Giappone passando per gli Stati filo NATO, lanciandogli addosso missili a testata nucleare?
Cosa potrebbe realizzare, quale scopo potrebbe avere uno Stato di appena 120.000 chilometri quadrati (quasi un terzo dell’Italia), con una popolazione di 25 milioni di abitanti, nel lanciare una guerra atomica? L’occupazione dei territori nemici? l’egemonia economia e commerciale? non mi pare che questi possano essere obiettivi che anche una mente apparentemente malata come quella del piccolo dittatore, possano coltivare. E allora perché scatenare una guerra al Mondo intero, mettendo in imbarazzo il suo vicino e protettore cinese e la stessa Russia? Piuttosto la continua menata sull’atomica, sul possesso di missili intercontinentali con testate atomiche, va vista in una logica di politica interna, di ricerca di una coesione nazionale attraverso l’individuazione di un Nemico, interpretato come il male assoluto (Stati Uniti e Occidente culturalmente omogeneo), utile a tenere il popolo sempre in stato di allarme, orgoglioso del suo Capo protettore e fiero di sacrificare i suoi bisogni più elementari e i suoi diritti alla causa dell’armamento continuo.
Fino a quando questo gioco potrà durare non ci è dato a sapere, ma è certo che non andrà molto lontano, causa penuria di risorse ma anche l’incoscienza di poter approfittare a lungo della bontà, della fedeltà, della subalternità e della remissività di un popolo.
Tuttavia non va dimenticato che è sempre la logica del Nemico a guidare la politica esterna e interna della Casa Bianca, e da sempre: i sudisti, chi minacciava i suoi interessi commerciali, i comunisti, i terroristi e così via dicendo. E con questa logica gli Stati Uniti spendono capitali enormi in armamenti e tecnologie militari, sfidano il Mondo ad essi non assoggettato, sacrificano i bisogni di milioni e milioni di persone a casa loro e fuori.
Si tratta di logiche speculari, anzi, di logiche legate alla natura stessa degli stati e soprattutto fondamenta ideologiche di qualsiasi forma di militarismo, necessarie a ché questo cancro possa continuare a divorare le cellule buone delle società. Un cancro che corrode quotidianamente perché condanna miliardi di persone alla povertà, alla guerra, ad una vita senza prospettive che non la violenza bieca e senza fine: in armamenti si spendono nel Mondo 1.676 miliardi di dollari (dati 2015) senza contare le spese militari infilate in altre voci dell’economia; come si vede dipendono da queste scelte la gran parte dei problemi che il Mondo ha, dalla miseria al degrado ecologico, alla mancanza di libertà.
Gli Stati in possesso dell’arma nucleare sono tanti; oltre agli USA, alla Russia e alla Cina, ci sono Francia e Gran Bretagna, e poi Israele, Pakistan e India, eppure nemmeno nei momenti caldi delle loro vicende storiche si è posta l’enfasi sul rischio di una guerra nucleare, eccetto in piena guerra fredda, quando, comunque, il nucleare era più che altro un deterrente verso il nemico. Se c’è una potenza che ha usato l’arma atomica questa è quella statunitense, a Giappone sconfitto, nell’agosto nel 1945, provocando subito circa 200.000 morti a Hiroshima e Nagasaki.
La guerra odierna potrebbe veramente scoppiare, ma solo per la follia di due capi di Stato narcisisticamente innamorati della loro posizione e assolutamente ubriachi di parole. Ma se dobbiamo coltivare una paura per le possibili conseguenze distruttive di un’eventuale azione militare, questa dobbiamo ricondurla all’attuale capo del governo degli Stati Uniti, per la gran quantità di armi distruttive, nucleari e non, in suo possesso e per il suo elevato grado di incoscienza e imprevedibilità.

Pippo Gurrieri

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Verso il collasso

Deriva. Capitalismo e Stati uccidono la Terra.

C’è bisogno che ce lo dica l’ONU che il Pianeta è malato? C’è bisogno che un’agenzia internazionale intestatale come la WMO ci faccia sapere che nel 2016 il livello di anidride carbonica è stato il più alto degli ultimi 800mila anni? e che la qualità odierna dell’aria sulla terra somiglia a quella del Pliocene, cioè 3/5 milioni di anni fa, quando la temperatura era più alta di 3/5 gradi e il livello del mare di 10/20 metri rispetto ad ora? Ci basta concretizzare quel luogo comune che recita “non ci sono più le mezze stagioni”, osservare quanti uragani e sempre più forti si abbattano sulle coste dei continenti, o riflettere sullo smog nella pianura Padana, sugli incendi per la siccità e i venti, sulle cattive annate in agricoltura, sulle estati sempre più calde, sugli allagamenti e le inondazioni, le malattie, le migrazioni da terre sempre più invivibili, per avere un quadro più che esauriente della situazione. Ma una volta acquisito il dato: viviamo in un Mondo sempre più ridotto male, afflitto da sintomi pericolosi per la sua stessa vita, e aver tradotto questa constatazione in numeri: temperatura più alta di 2 gradi verso il 2020 (fra due anni!), con disastri sempre più regolari e irreversibili, e probabile collasso attorno al 2050 (fra soli 30 anni!), a quali conclusioni perveniamo? Ci giriamo dall’altra parte? chiudiamo gli occhi e spegniamo il cervello? tuffiamo la testa dentro la terra come gli struzzi? In buona parte è quello che facciamo, come se i problemi di cui si parla non ci riguardassero che in minima parte, come se fossero talmente grandi da non poter essere risolti da ognuno di noi, piccoli individui impotenti. Di conseguenza, aspettiamo che siano Grandi a fornire soluzioni, a prendere de- cisioni drastiche, perché solo se ci impongono un altro stile di vita, allora, forse, ci adatteremo. I Grandi. Ma chi sono i Grandi? Sono gli Stati, sono i poteri dell’economia mondiale, sono l’1% ricco che detiene il 50% delle ricchezze mondiali, sono i Signori della guerra, sono le Istituzioni Mondiali: ONU, WTO, FMI… Ci aspettiamo una soluzione da quelli che sono invece parte del problema? Che ne sono la causa? O ci accontenteremo del fatto che il loro filantropismo ci regali un qualche 0,001 di riduzione del CO2? O forse ci aspettiamo che diano ordine immediato di smettere di produrre e consumare plastica, di fermare i pozzi petroliferi, di tagliare lo sfruttamento intensivo delle terre fertili, di bloccare la deforestazione, di puntare alle energie pulite e rinnovabili? Probabilmente pochi pensano che questo potrebbe essere un percorso valido, ma, purtroppo, si comportano come se invece lo fosse, a causa delle loro passività e della loro delega ai governi delle possibilità di cambiare lo stato delle cose. L’accelerazione della malattia ambientale del Pianeta ha un nome: capitalismo; le sue basi risiedono magari in periodi precedenti allo sviluppo del capitalismo stesso, come nella nascita e sviluppo dell’agricoltura, nell’organizzazione statale delle società, ma è un fatto che il capitalismo ha rappresentato e rappresenta il sistema globale di sfruttamento delle risorse e degli esseri viventi più impattante nella storia dell’umanità; un sistema non solo economico, ma anche culturale, morale, così profondo da aver forgiato in suo favore le teste pensanti di miliardi di persone sparse in ogni angolo del Pianeta. Un sistema che conosce solo pochi valori assoluti: profitto, mercato, merci, e ad essi conforma tutto l’esistente. Un sistema che non guarda al futuro perché la sua voracità ha bisogno di realizzarsi oggi, e domani, sempre. Un sistema che si serve degli Stati, in quanto entità garanti del monopolio della violenza, per reggersi, e che, quindi, è in grado di omogeneizzare alle sue finalità ogni organizzazione statale, a prescindere dai colori politici, nazionalistici e dalla posizione geografica. Stato e Capitale sono la Causa di questa sorta di corsa accelerata contro un muro, che rappresenta la minaccia all’esistenza del Pianeta Terra. Di conseguenza tutte le volte che queste Entità ci dicono di voler affrontare seriamente il problema dell’inquinamento della Terra, dal Club di Roma agli accordi di Kyoto, al COP 2 di Parigi, è una grande messa in scena ad aver luogo, con risultati risibili, mentre la situazione continua a precipitare. Tutte le volte che si inventano operazioni di facciata, sappiamo che le cose rimarranno come sono, anzi peggioreranno. Se parlano di sviluppo sostenibile, se travestono di green l’economia, se riempiono i supermercati di prodotti bio, se trasmettano dai loro canali televisivi e telematici spot ambientalisti persi in mezzo alle pubblicità di cocacole, auto e mille schifezze per il consumo, sappiamo, dobbiamo sapere, che l’inganno è in atto mentre il collasso si avvicina. A questo punto verrebbe da gridare: basta con lo sviluppo! basta con la crescita! questi miti cui veniamo abituati come pecore nell’ovile, sin dalla nascita, hanno perso ogni senso, sono falsi miti, mistificazioni che nascondono solo la ricerca del massimo sviluppo senza cura per le conseguenze e i danni che questo comporta. Veniamo sommersi da tali concetti come verità assolute, quando di assoluto c’è solo lo sfruttamento degli esseri umani e delle risorse: aria, acqua, suolo, sottosuolo. reso possibile grazie a un’organizzazione gerarchica della vita sociale, a una profonda interferenza nella cultura dei popoli, alla militarizzazione del mondo che permette con la violenza il controllo non solo delle aree ricche di risorse, ma anche delle conseguenze di tali politiche quando esplodono nelle forme della ribellione, della sommossa, della giusta distruzione dei fattori dell’oppressione. Stato, capitale, mercato, violenza, guerre rappresentano un tutt’uno, un sistema spacciato come insostituibile, come unica possibilità di gestione della vita umana, quando in realtà è la peggiore delle possibilità, e vanno subito ricercate le altre, meno impattanti, meno violente, ovvero non più impattanti e non più violente, in cui prevalgano altri valori che il denaro, la gerarchia, il profitto, la violenza nelle sue varie declinazioni (guerra, sopraffazione, discriminazione, razzismo, patriarcato, maschilismo, sfruttamento degli esseri umani, degli animali e delle risorse vitali). Vanno cercate altre possibilità, subito, perché a scadenza si avvicina, il termine corsa è dietro le porte; questo non è fare del catastrofismo: la catastrofe fa già parte della vita quotidiana di un miliardo di esseri umani almeno, costretti alla povertà, alla siccità, ai disastri climatici, agli esodi di massa, alle dittature e alle guerre generate da questo assetto criminale del Mondo, e lentamente s’insinua nelle società opulente, colpendo intanto le fasce più deboli, ma sopratutto le condizioni di vita. La possibilità più realistica rimane la libertà: significa abbattere questo sistema che la nega anche quando la ostenta come suo simbolo. Ostenta il Mercato, la mercificazione, l’alienazione, l’annullamento degli individui, in nome di un simulacro di libertà. zarsi, cioè riprendersi la sua parte di responsabilità, pensarsi come un soggetto del cambiamento. Con i suoi gesti quotidiani, con le sue scelte di vita può già essere il cambiamento. Ma non deve illudersi che una dieta vegetariana o vegan, un uso meno sconsiderato dell’auto, un migliore riciclaggio dei rifiuti o una riduzione dei consumi siano la soluzione. Sono solo dei segnali, positivi certo, ma possono trasformarsi anche in trappole ideologiche, in un lavaggio della co- scienza, in una nuova alienazione bio e green, mentre la società va a rotoli. Questi segnali, se non producono rotture evidenti, se non fanno esplodere contraddizioni, se non costruiscono prese di coscienza, se non alimentano desiderio crescente di libertà, di azione, di rivoluzione, e progetti di società ecologiche e libere, dove siano banditi ogni sfruttamento e ogni violenza, rappresentano le nuove prigioni mentali dentro le quali il sistema ci sta cercando di rinchiudere.

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