Ma di quale ponte stiamo parlando, o meglio, stanno parlando? La narrazione ricorrente gioca su una pseudo infrastruttura di attraversamento dello stretto di Messina tanto faraonica quanto aleatoria. Di certo ci sono solo i 14 miliardi di euro ufficialmente dichiarati, che gonfieranno ancora, per ingoiare i quali sono pronte da tempo fauci affilate. Perché questo ponte non interessa proprio a nessuno, quel che invece interessa è affollare le due aree dello stretto di cantieri infiniti nello spazio e nel tempo. Una cantierizzazione scientificamente pianificata finalizzata a estrarre profitti senza badare alle conseguenze per le popolazioni, i territori, i fragili equilibri che caratterizzano lo stretto. Un progetto criminale che può essere attuato nel giro di qualche anno se l’opposizione popolare, sociale e politica non lo bloccherà drasticamente.
Si tratta del più grave attacco di classe che i ceti dominanti stanno per scagliare sulla Sicilia, sulla scia di quel colonialismo storico che ha massacrato esistenze, società, economie, culture, aspirazioni. Il ministro Salvini, accumulatore seriale di odio contro i meridionali, lo ha spudoratamente affermato: saranno gli imprenditori lombardi, veneti, emiliani e laziali a gestire i cantieri. Lo sapevamo da sempre, la borghesia imprenditrice del Nord continua ed accentua il suo assalto al Sud con la complicità della borghesia siculo-calabra, espropriando risorse ingentissime alla popolazione non solo dello stretto ma dell’intero Mezzogiorno. Anche per consentire che tutto questo possa svolgersi nella maniera più tranquilla il governo ha dichiarato il ponte opera di interesse strategico per la nazione; ciò comporterà una forte militarizzazione dell’area, la repressione delle proteste e una illegalità diffusa nell’attuazione del saccheggio dei territori.
I veri problemi della Sicilia e della Calabria li conosciamo; i più grandi sono la carenza di lavoro e l’emigrazioni, la scarsezza di acqua, il dissesto idrogeologico, la sismicità, la viabilità arretrata, una sanità assolutamente inadeguata. Tutti temi sui quali l’operazione Ponte non apporta nulla di significativo, anzi ne escono acuiti irrimediabilmente. Perché l’idea di progresso di cui è portatrice questa colossale truffa di stato è esattamente la ricetta applicata in 170 anni di sottosviluppo dinamico del meridione.
Questi temi invece rappresentano i punti centrali del riscatto meridionale e nelle due sponde dello stretto possono e devono diventare gli obiettivi attorno a cui costruire prospettive di cambiamento reale: una piena occupazione che scaturisca dalla realizzazione di bisogni primari come l’acqua pubblica per tutti, strade e ferrovie efficienti, sanità che faccia rima con dignità, città e paesi sottoposti a interventi capillari antisismici, territori sottratti al rischio idrogeologico.
Parliamo due linguaggi diversi perché sosteniamo interessi diversi e contrapposti. Al blocco dominante con la sua forza ricattatoria, le sue alleanze mafiose, i suoi mezzi di comunicazione potentissimi, le sue forze di polizia, la lotta contro il ponte da sempre risponde tessendo reti di solidarietà e di complicità sul territorio a partire, ovviamente, da chi è stato individuato come obiettivo da far soccombere sotto i cingolati delle ruspe, ma estendendole a tutti i movimenti che si battono contro la colonizzazione e la militarizzazione dell’isola e del Meridione, in stretto collegamento con i movimenti da tempo attivi contro le grandi opere inutili e nocive.
La bufala del ponte viene smontata quotidianamente per fare emergere la vera essenza di un progetto impattante, devastante, distruttivo. Le bugie, le falsità dei signori del ponte crollano ogni giorno che passa nonostante si cerchi di diffondere ottimismo con annunci sull’imminente avvio dei lavori. Nei territori è cresciuta una consapevolezza profonda sulla reale portata del progetto e non sarà affatto facile passare sui corpi reali di migliaia di persone intenzionate a non accollassi il ruolo di vittime sacrificali sull’altare del profitto della borghesia imprenditrice. Quella in atto non è solo una resistenza ma anche un processo di autodeterminazione.
Per quanto non vada sottovalutata l’arroganza e la forza del nemico, crediamo che la via intrapresa sia quella giusta.
Pippo Gurrieri
Quale autunno ci aspetta? Un autunno di ripresa della conflittualità sociale o l’ennesimo autunno del nostro scontento, per parafrasare il titolo del famoso romanzo di John Steinbeck? Se qualche segnale di risveglio è emerso in questi ultimi tempi riguarda l’indignazione, più morale che politica, nei confronti del genocidio in atto del popolo palestinese da parte del governo israeliano. Per il resto persiste certamente, ma si direbbe fisiologica, una microconflittualità diffusa. Il quadro politico istituzionale poi è quanto di più sconfortante si possa immaginare. La destra al governo prosegue nel suo progetto di disegnare una società ordinata e rigidamente sotto controllo: un fascismo al momento soft, adeguato ai tempi dell’effimera libertà del consumatore. Mentre in politica estera fa quello che farebbe qualsiasi governo in carica, cioè l’obbedienza ai diktat statunitensi e soprattutto l’ossequio al capitalismo trionfante. L’opposizione parlamentare vivacchia di pretestuose polemiche che denunciano la condivisione del medesimo orizzonte politico-culturale della destra (se non a parole certamente nei fatti): il culto dell’Impresa, delle sue logiche competitive, dello scientismo e del tecnicismo risolutori di qualsiasi problema. Si direbbe, forse in maniera sbrigativa ma efficace, che destra e sinistra istituzionali facciano il loro mestiere, né più né meno.






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