L’Europa non esiste

Le elezioni europee incombono, i vari schieramenti politici sono alla ricerca spasmodica di uno straccio di idea per presentarsi agli elettori, ma alla fine la questione migranti è diventata il buco nero che tutto attrae e in cui politici in carriera sguazzano a piacimento. L’Europa che si vuole percepire civile, democratica, aperta si sta schiantando sulle rotte del Mediterraneo. Dopo essere stata all’origine e complice dei disastri che hanno annientato un intero continente e reso instabili vaste aree del mondo, non riesce a governarne le conseguenze. Credeva di potere stare al riparo inventandosi i vari trattati di Dublino per gestire flussi migratori sempre più consistenti provenienti dai territori della disperazione. Oggi quei trattati nei fatti non esistono, ma non esiste nessuna politica se non quella della chiusura, del respingimento, dell’indifferenza al destino di migliaia di esseri umani che vengono lasciati annegare o abbandonati alle torture, agli stupri, ai soprusi di carcerieri in Libia o in Turchia, o ammassati nei campi profughi di Niger o Ciad. A destra come a sinistra, che ci si proclami nazionalisti-sovranisti o europeisti non ci sono differenze: i migranti vanno fermati. Ci si è anche inventati un comodo e caritatevole slogan: aiutarli a casa loro. Il che significa che, non potendo e non volendo rinunciare ai lauti affari che i vari stati e le varie multinazionali fanno e non potendo e non volendo far cessare le guerre che si combattono e le cui armi da quegli stati e da quelle multinazionali vengono fornite, gli europei sono pronti a finanziare campi di detenzione, polizie e guardie di frontiera e costiere in Africa, per bloccare anche quella piccola parte di profughi che vorrebbe tentare l’avventura nel vecchio continente.
La forzatura del governo italiano, che chiude i porti impedendo l’attracco alle navi che hanno a bordo migranti, ha fatto saltare il coperchio al fragile sistema europeo d’accoglienza. In fondo l’Italietta di Di Maio e Salvini sembra essersi assunta il compito di fare il lavoro sporco e mostrare la faccia feroce, incarnata alla perfezione e con un certo compiacimento dal ministro dell’Interno. L’instabilità di un sistema economico bloccato e il precario equilibrio sociale su cui sono inchiodati i paesi europei non permettono di sostenere un afflusso, seppure minimo, di persone che non possono più servire neppure da esercito di riserva di manodopera, avendolo già in casa questo esercito e non rappresentando più la classe lavoratrice un pericolo, ridimensionata nei suoi diritti e nelle sue aspirazioni.
Se la gestione dei flussi migratori ha messo in crisi l’Europa dei contabili, dei burocrati, dei profittatori, un’Europa in cui sono più le spinte centrifughe – Brexit e ancora più asse Francia Germania – che le volontà d’unità, rimane da chiedersi se veramente può esistere un’Unione reale, politica come da più parti si auspica. Il mito dell’Europa dei popoli, culla di civiltà, dalle comuni radici culturali, nato dalle macerie della seconda guerra mondiale, è il paravento dietro cui si nascondono banchieri e politicanti; il Manifesto di Ventotene il sacro amuleto cui ricorrere per appagare il bisogno di ideali. L’Europa non esiste, forse potrebbero esistere gli europei. Anche quando dalla sinistra più eterodossa e aperta si rivendica un’Unione realmente politica, con un governo legittimato da un parlamento democraticamente eletto, sarebbe sempre il governo di uno stato col suo esercito, le sue leggi eteronome, la sua polizia, i suoi confini e le sue frontiere. Siamo certi che un tale governo, solo perché di un’Europa unita e “democratica”, avrebbe avuto un diverso atteggiamento nei confronti dei migranti? Dire oggi più Europa è un’affermazione non tanto vuota, quanto asservita alla visione dominante. La questione dei migranti è l’emergenza di problematiche profonde e intrecciate – limiti ambientali, crisi ecologica, guerre, egemonie mondiali -, non si tratta semplicemente di difesa di confini e posizioni o di comprensione umanitaria. Tutto questo intreccio va ben al di là di una sfida elettorale per istituzioni per giunta di mera rappresentanza. Marco Deriu nella sua introduzione al volume collettaneo Verso una civiltà della decrescita ha scritto: “La questione è allora come ci poniamo di fronte a sfide di questo livello che richiedono non un diverso governo o una differente maggioranza politica, ma un ripensamento complessivo della nostra visione ecologica, sociale, economica e politica del mondo”. Trovare le giuste risposte a questo interrogativo dovrebbe essere il nostro compito. Allora cominciare dal mondo, il piccolo mondo in cui viviamo e il grande mondo che ci sta attorno, sarebbe un buon punto di partenza. Nostra patria è il mondo intero, qualcuno cantava.

Angelo Barberi

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Dalla Sicilia al Nord Italia: No alla repressione, libertà per compagni arrestati!

Con gli anarchici torinesi, contro lo sgombero dell’Asilo.

La Federazione Anarchica Siciliana è a fianco delle compagne e dei compagni dell’Asilo occupato di Torino, spazio di libertà, di solidarietà e di lotta, sgomberato all’alba del 7 febbraio, dopo una lunga resistenza, con l’arresto di 6 occupanti.

Il piano del governo gialloverde di fare piazza pulita degli spazi sociali e di tutte le occupazioni in atto in Italia come risposta alle politiche speculative in materia di edilizia e alloggi, da parte dei senza casa e delle realtà di lotta, va ostacolato con forza.

La manifestazione anarchica di sabato 9 a Torino, che ha visto in piazza oltre 2000 compagne e compagni a difesa dell’esperienza dell’Asilo, caricata violentemente dalla polizia, conclusasi con numerosi arresti e feriti, dimostra che l’azione repressiva in atto può essere fermata. La prova di forza del Governo, a Torino come altrove, sarà linfa vitale per sviluppare in tutti i territori resistenza, antagonismo sociale, conflittualità. Perché la posta in gioco non è solo la liberazione di uno spazio sottratto dallo Stato, ma la liberazione sociale dallo sfruttamento e dall’oppressione capitalistica e statale.

Federazione Anarchica Siciliana

11-2-2019

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IL CAMBIAMENTO E’ GIA’ IN MARCIA

Gilet gialli. Diffidare dalle imitazioni

Sono in molti a guardare all’esperienza di lotta dei “giubbotti gialli” in Francia come a una possibilità che settori della società rimasti emarginati dagli avvenimenti della politica, stretti all’angolo dall’attacco neoliberista degli ultimi decenni, si sono dati per poter rialzare la testa e rivendicare diritti e bisogni cancellati dalla ruspa capitalista. Qualcuno pensa di riprodurre in Italia la stessa modalità di lotta, cercando di lanciare scadenze e mobilitazioni, fino ad oggi però rimaste estremamente marginali. Diversi raggruppamenti sono nati sui social e si stanno muovendo in tal senso, qualcuno ha anche registrato il marchio Gilet Gialli; alcuni sono vicini ai 5 Stelle, altri si richiamano ai Forconi, altri ancora sono sovranisti anti euro, altri più di sinistra, qualcuno tutto questo ed altro ancora, con forti tinte antieuropeiste.
E’ nota l’irruzione nella questione “gilet jaunes” del ministro Di Maio, che, esprimendo solidarietà al movimento francese, ha cercato, nello stesso tempo di mettere un cappello alle proteste, presentandosi come il garante governativo di ciò che invece un governo “cattivo” (quello di Macron), in Francia nega. Del resto è in linea con quanto affermato da tempo sia da Beppe Grillo che da altri esponenti del partito 5 Stelle, e cioè che in Italia il Movimento andrebbe ringraziato per la sua funzione di diga istituzionale al dilagare delle proteste di piazza. Affermazione può essere intesa solo in nel senso: grillini pompieri e ricuperatori; quello che un tempo faceva il PCI ora lo fanno loro, naturalmente vendendoselo come l’avvenuta rappresentazione dei bisogni delle masse all’interno delle istituzioni, in linea con le sparate: “abbiamo abolito la povertà”,”abbiamo rimesso in piedi il welfare state” e amenità varie.
Ma si può pensare che un movimento dalle caratteristiche specifiche, come quello esploso in Francia (e già in fase di calo e in preda a divisioni) possa essere riprodotto in Italia? Certi automatismi vivono solo nel mondo dei sogni più che in quello delle possibilità reali. Questo, nonostante oggettivamente delle analogie tra la situazione francese e quella italiana esistano.
Il processo neoliberista particolarmente acutizzatosi dagli anni 80 del secolo scorso ha spazzato via dalla scena interi settori di classe, o se si vuole, popolari, ricacciati nell’anonimato di chi non si riconosce più nelle istanze di partiti e sindacati, sentendosi abbandonato a se stesso. Per questi settori sociali parole come “sinistra”,”sindacato”, “sciopero” e “politica” hanno progressivamente perso di senso. Si tratta di settori di classe media sospinta verso la povertà dalla crisi economica, di ampi ambiti di classe lavoratrice imprigionata in un precariato lavorativo trasformatosi progressivamente in precariato di vita, con la caduta verticale delle sicurezze sociali e delle speranze; di settori urbani di popolazione scacciati contro il muro della gentrificazione, la “liberazione” dei centri storici delle città medio-grandi che ha spazzato gli abitanti verso periferie anonime e tutte uguali, incubatrici di disperazione e solitudine, con servizi sociali scadenti o assenti, costringendole a una mobilità quotidiana verso le aree della “vita” (svago, lavoro, ecc.). Tanta gente che vive di pensioni e sussidi sempre insufficienti, non coinvolgibile negli scioperi generali, da chiunque vengano indetti, perché i pensionati, i disoccupati, le casalinghe, i precari, gli artigiani, i contadini, i piccoli commercianti, sono tagliati fuori da questa forma storica di lotta, un tempo arma per eccellenza del proletariato. E’ così avvenuta negli ultimi decenni una frattura sociale fortissima mentre nello stesso tempo la rappresentanza politico-sindacale si arroccava sui settori più garantiti lasciando alla sbando questa fascia crescente di popolazione. In Francia come in Italia, come quasi ovunque in Occidente.
Ma mentre nella società transalpina l’esplosione della ribellione dei gilets jaunes ha un collante formidabile nell’odio verso Macron e il suo governo, e, a  cascata, contro la finanza, le banche, la borghesia parassita e ricchissima, in Italia non possiamo dire che il governo goda di altrettanta impopolarità, anzi, proprio la sua componente più reazionaria e fascistoide sta registrando un picco di consensi che aprono, semmai, scenari differenti e molto pericolosi. Ecco quindi che non si può pensare a un decollo di una protesta di gilet gialli se prima non si fanno i conti con la politica e i personaggi di questo governo, i loro inganni e i loro successi, smontandoli, denunciandoli e mobilitando la società contro. Dobbiamo ammettere che aveva ragione Beppe Grillo nel considerare il suo movimento una barriera contro le proteste; così, mentre in Francia la lotta partita dalle rotatorie su un tema come l’aumento delle tasse sui carburanti, e non rinnegando alcun metodo di lotta, nemmeno quelli più violenti, ha strappato importanti concessioni al governo dell’odiato Macron, e, nonostante questo, non si è fermata, come non lo ha fatto davanti ai due morti e alle centinaia di feriti, agli arresti e alla repressione violentissima; mentre in Francia avviene questo, qui da noi il governo sta capitalizzando un consenso elettorale che ha scompaginato l’assetto politico tradizionale a destra e sinistra, su parole d’ordine “popolari” come reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, e su altre artificiose ma altrettanto “popolari”, come la paura dell’immigrato e la chiusura verso politiche di solidarietà e di apertura sull’immigrazione, considerata una causa delle difficoltà sociali diffuse, e non uno degli effetti.
A condizioni diverse si danno strategie diverse. Nei blocchi stradali francesi, nelle aggregazioni di lotta, oltre alla inevitabile confusione tipica dei movimenti nati spontanei, perché privi di storie di lotta, assieme a simboli discutibili (ma che in Francia hanno comunque valori aggreganti diversamente che in Italia), si sviluppano contenuti egualitari, percorsi assembleari e di azione diretta gelosi della propria autonomia e diffidenti verso il mondo della rappresentanza istituzionale; alla quasi inevitabile comparsa di cenni di razzismo e simpatie destrorse, fa da contraltare una crescente visione meno individuale e più sociale. In Italia tutto questo lo abbiamo visto in tempi non molto lontani, ma politicamente già antichi, con il movimento dei Forconi del 2011: stesse dinamiche: blocchi alle rotatorie, largo coinvolgimento popolare, difetto di rappresentanza tramutatosi in autorappresentanza, confusione e determinazione. Oggi il sovranismo istituzionale e l’harakiri dei Forconi per le suicide scelte di costruire un partito (inevitabilmente frammentatosi in vari partitini) e di scalare la via parlamentare, con esisti a dir poco disastrosi, rendono le condizioni italiane differenti. In Italia bisogna guardare altrove, alle lotte e alle realtà resistenti nei territori: No Tav, No Tap, No Hub del gas, No Triv, No Muos, No Mose, No Grandi Navi, No Pedemontana, No Tav Terzo Valico ed altre Tav da Firenze al Trentino, e decine e decine di situazioni radicate, cariche di esperienze, coinvolgenti settori sociali estesi, disilluse dalle politiche dei partiti e dei governi, con le idee chiare non solo sulle rispettive battaglie ma sul sistema che ha generato il disastro ambientale e sociale: il capitalismo e i suoi lacchè, come si diceva un tempo. Oggi queste forze, che stanno praticando il superamento del particolare dentro il generale e percorsi aggregativi che avranno nella “marcia per il clima, contro le grandi opere inutili” del 23 marzo a Roma, l’occasione per mostrare a tutti l’opposizione reale al governo e al sistema partitico tutt’uno col sistema economico-finanziario-militare, rappresentano l’alternativa reale che può dare avvio a un cambiamento concreto, positivo, anticapitalista e antiliberista e nello stesso tempo ambientalista antisessista, antigerarchico. Perché questo fa già parte del loro patrimonio genetico e della loro pratica di lotta e di autorganizzazione.

Pippo Gurrieri

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Iniziativa 15 Febbraio: Cosa succede in Nicaragua?

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La carota 5 stelle e il bastone leghista

Manovra. Poniamo la sfiducia ad ogni governo

La sceneggiata della manovra economica si è finalmente chiusa a fine anno con tanto di voto di fiducia. Lasciamo perdere l’opposizione da talk-show messa in atto da PD e Forza Italia, davvero ingrata visto che la Legge di Bilancio è in perfetta continuità con le precedenti varate dai governi Renzi e Gentiloni.
Il ricorso al voto di fiducia su questo provvedimento (come sul Decreto Sicurezza e altri ancora) la dice lunga sul metodo di questo governo; dai banchi dell’opposizione i partiti dell’attuale maggioranza tuonavano contro il bavaglio e la dittatura di Renzi e compagnia ad ogni voto di fiducia; ora questo è diventato il loro modo di spegnere la dissidenza interna e di bloccare sul nascere ogni discussione su articoli di legge. Come prima e peggio di prima.
Marco Travaglio, dalle colonne de “Il Fatto Quotidiano” distribuisce attenuanti al governo Conte spiegando come i predecessori abbiano fatto le stesse cose o anche peggio; elenca le malefatte su pensioni, su RAI e informazione, sull’ordine pubblico, sul salvataggio delle banche, di cui si sono resi responsabili uomini e partiti che ora si stracciano le vesti contro la Legge di Bilancio. Ed ha ragione, ma dimostra solo come la politica di questo governo sia in continuità con le precedenti; se chi governava prima dovrebbe starsene zitto, oggi a non dover stare zitte dovrebbero essere tutte le persone che subiranno l’ennesima mazzata economica e fiscale, e che già stanno subendo i colpi della stretta alle libertà fondamentali impresse da questo esecutivo.
La Manovra appena varata lascia il deficit sostanzialmente invariato, rimette a rischio università e ricerca, tallone d’Achille della società italiana ormai da moltissimi anni, punta sull’aumento delle tasse piuttosto che su un rilancio dell’economia, cioè dell’occupazione e del Mezzogiorno; sposa le logiche liberiste, salva i redditi alti, le speculazioni finanziarie, l’evasione fiscale e finanziaria. E’ il famoso cambiamento per non cambiare niente, ammantato di fumose dichiarazioni buone a far sopravvivere la mistificazione almeno fino alle elezioni europee.
Taglia i fondi ai comuni, però gli sblocca l’aumento delle tasse locali sui servizi e sulle abitazioni. Vengono rinviati al futuro i contributi per gli investimenti produttivi, che avrebbero permesso al Sud un ossigeno occupazionale ma anche un processo di infrastrutturazione, a partire da asili, trasporti, sanità, viabilità, e viene tolto l’obbligo di gara (per un anno) per appalti sotto i 150.000 euro: ulteriore stimolo al clientelismo e alla corruzione. Vengono bloccate le assunzioni per quasi tutto il 2019, e comunque ne vengono previste alcune migliaia rispetto alla grande carenza di posti (nei prossimi anni andranno in pensione 400.000 statali) in molti settori, in testa la sanità, che va incontro al rischio collasso. Fra i beneficiati l’incremento più grosso è per le forze di polizia: 6.150 posti, quasi la metà dell’intera manovra. Per il contratto degli statali viene stanziata una somma che porterà ad aumenti mensili di appena 20 euro. La nota marcia indietro dell’aliquota Ires per il terzo settore, che risparmia alcune attività di volontariato ed assistenza, messe in parte già in crisi dalle Legge Salvini sulla sicurezza, si rivela il solito favore alla Chiesa, che ha anche beneficiato dell’ennesimo colpo di spugna sul pagamento dell’IMU.
Il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia pentastellato, non solo si va sgonfiando progressivamente per quantità e contenuto, ma la stessa platea dei beneficiari si restringe vertiginosamente; alla fine si va rivelando più come un ulteriore incentivo alle assunzioni. Per fare un favore alla Lega si stabilisce un taglio delle tasse sulle partite IVA individuali, e lo stralcio delle cartelle non pagate a partire dal 2000 per chi può provare di essere stato in difficoltà economica. Così facendo si fornisce una sponda ai padroni, che spingeranno i dipendenti verso l’angolo dei contratti individuali a partita Iva. Un altro favore c’è anche per chi non ha pagato tasse e contributi Inps, compresi i finti poveri. Così come un altro si fa alle imprese in tema d flessibilità, con la “concessione” alle donne incinte di poter lavorare fino alla vigilia del parto.
In materia di pensioni, la tanto sbandierata abolizione della Legge Fornero si è trasformata in un mini intervento riguardante appena 315.000 persone, diluito nel tempo, che esclude categorie truffate dalla Fornero (ad esempio i macchinisti delle ferrovie), le donne, le attività precarie, mentre la conferma del blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni oltre i 1.522 euro lordi al mese (che secondo gli accordi presi dal governo Gentiloni doveva cessare a gennaio 2019) colpirà le pensioni dei lavoratori, che sono oltre il 58% del totale, provocando una ulteriore perdita di circa 200 euro l’anno, che si sommano a quella che va avanti dal 2011.
Al termine della sceneggiata si rifanno vedere i sindacati, che annunciano manifestazioni per gennaio; dopo mesi di silenzio, che vuol dire anche complicità, capiscono che anche la loro base sociale rischia di rimanere erosa dalle strategie governative di inquinamento ideologico in favore di soluzioni razziste e xenofobe. Fattore messo bene in vista dall’unica opposizione di tipo sindacale, quella dei sindacalismo di base dello scorso mese di ottobre, oltre che dalle tante realtà di opposizione, dai movimenti contro le grandi opere a quelli antirazzisti, da quelli antimilitaristi a quelli attivi nel sociale su alloggi, accoglienza ai migranti, che hanno messo bene in chiaro come non si debba credere alle promesse dei politicanti vecchi e nuovi, sempre pronti a svenderle una volta saliti al potere, come è accaduto per il TAP, per le Trivellazioni, per le Grandi Navi a Venezia, per la TAV Terzo valico (su quella Valsusina prendono solo tempo), per il MUOS ecc..
La politica del fumo non potrà durare a lungo; prima o poi le masse ubriacate dal salvinismo rampante e dagli strilloni a 5 Stelle esigeranno anche un po’ di arrosto, e quando si accorgeranno che l’arrosto se lo pappano sempre gli stessi gruppi privilegiati, che il nemico non può essere chi sta peggio di te, sol perché proviene da un’altra terra ed ha un altro colore della pelle, le cose cominceranno a cambiare. Non ci interessa se cambieranno a livello elettorale: se Berlusconi o Renzi recupereranno, se alle europee Potere al popolo prenderà gli agognati 4 deputati. L’urgenza è un’altra e risiede tutta nella possibilità di ritornare al conflitto sociale, di rilanciare la consapevolezza che non ci sono governi amici, ma che solo la lotta paga, e che la lotta si costruisce giorno dopo giorno, a partire dai bisogni più semplici delle persone, senza perdere di vista il contesto generale, cioè l’aggressività del capitalismo e dello Stato, strutture irriformabili, che vanno abolite dalla forza crescente e rivoluzionaria degli oppressi.

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Così vicina, così lontana

Chi si ricorda più del vertice di Palermo sulla Libia? Quasi nessuno. Eppure sono passate appena poche decine di giorni. Il governo italiano cercava di accreditarsi come il perno di una strategia internazionale protesa a rimettere la Libia sotto controllo, ristabilendo un ordine funzionale alle multinazionali del petrolio (ENI e Total in testa) e al controllo dei flussi migratori verso l’Europa.
Il vertice si è rivelato un fallimento totale, snobbato dai principali leaders da Macron a Putin, dalla Merkel a Trump, che hanno inviato solo oscuri funzionari governativi, con gli stessi rappresentanti qatarini e turchi che si sono allontanati. Haftar, il potente capo della Cirenaica, ha fatto una capatina solo in seguito alle preghiere di Conte relatori la sera prima in segreto a Bengasi. Al termine del flop annunciato, la Libia resta saldamente in mano alle milizie che controllano il territorio, e quindi giacimenti e affare migranti; con un governo “legittimo” senza potere reale, tenuto in piedi dall’ONU, in mano alle milizie integraliste in parte trasformate in forze di sicurezza governative, che esercita una dittatura psicopatica, omofoba, fascista, da fare rimpiangere quella di Gheddafi. Prospettive per l’immediato futuro? zero.
L’azzardo italiano di dotarsi di una strategia internazionale credibile è naufragato ancora prima di prendere il largo. Quel 12 e 13 novembre di Palermo è meglio fingere che non sia mai esistito. L’importante è che i migranti non arrivino più sulle nostre coste, per poter sbandierare ai quattro venti che la linea dura paga; non importa se migliaia di donne, bambini e uomini rimangono impigliati nel filo spinato libico, sequestrati nelle prigioni dell’accoglienza, vendute come mercanzia da una milizia all’altra, e sottoposte alle più truci condizioni carcerarie. E ancora più importante è che gas e petrolio libico continuino ad essere estratti, non importa se il pizzo da pagare vada al governo di Sarraj o a una delle tante milizie salafite o d’altro tipo che si spartiscono il controllo dei pozzi. Una Libia divisa, in effetti, è funzionale a chi ha interesse a controllarla, siano i signori della guerra o l’Egitto di Al-Sisi, la Francia di Macron o la Russia di Putin, o il Qatar e gli Emirati, padrini delle milizie musulmane. Compresa la compagnia petrolifera di stato italiana.
Fra poco le primavere arabe compiono 8 anni; il bilancio ovunque è tragico: se la Libia è nel caos più totale e nella guerra permanente, in Siria la pace è una chimera e la Turchia si appresta a sostituirsi all’ISIS nelle pratiche terroristiche verso le popolazioni curde, con Israele pronto a invaderla in funzione anti Iran (e anti palestinese); l’Egitto è ripiombato sotto il tallone di ferro di un regime poliziesco. Solo la Tunisia sembra avere ancora la forza di reagire, come ha fatto durante il periodo di natale, con nuove manifestazioni contro il carovita e la marginalizzazione delle aree rurali, che rivendicano laicità e libertà contro un regime illiberale, sospinte dalla tragica morte del giovane reporter Abderrazak Zorgui, datosi fuoco per protestare contro il governo e spingere la popolazione a dare vita a una nuova primavera di rivolte che riprenda da dove si era interrotta la precedente.
L’Italia resta prigioniera di una politica estera subalterna agli interessi degli Stati Uniti d’America, rafforzata dal vento di destra trumpiano, verso i quali il Movimento 5 Stelle ha giurato fedeltà e lo sta dimostrando coi fatti; contemporaneamente però è contaminata dalle interferenze russe veicolate attraverso la Lega e i suoi tentacoli clerico-fascisti-sovranisti. Per certi versi sembriamo ritornati alla situazione del dopoguerra, quando la penisola era campo di battaglia nella contesa tra USA e URSS, e ciò può solo produrre uno status quo in quanto al mantenimento degli impegni e degli accordi segreti, a tutto vantaggio degli USA, e una assenza di progettualità propria, che non sia il cercare varchi e spazi per l’esportazione di armi e tecnologie da parte di Leonardo, o di guidare qualche missione militare all’estero senza alcuna capacità di smarcarsi dagli equilibri stabiliti. La Libia destabilizzata è il monumento a questa situazione: i micro accordi con le tribù del Sud in funzione antiimmigrati, non intaccano, ma ne rafforzano il ruolo di polveriera, lasciando che sia la guerra l’unica protagonista in quest’area del Mediterraneo. Una guerra che ci coinvolge per il ruolo di isola-portaerei super armata ricoperto dalla Sicilia, e per la nostra capacità di stravolgerlo in chiave antimilitarista e antimperialista.

Pippo Gurrieri

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Nessun governo è nostro amico

No MUOS.  Da Niscemi al Salento alla Val Susa…

Grazie al governo del cambiamento (in peggio) il MUOS è tornato a varcare i sentieri dei grandi mezzi di (dis)informazione, specie quelli sotto paga di imprenditori vicino ai partiti di opposizione (dal PD a Forza Italia) o sotto il loro diretto controllo. Via via tutti gli altri organi di informazione si sono dovuti accodare e scrivere o parlare dei “radar” di Niscemi, dimostrando la solita grande superficialità; definire radar le parabole del sistema di comunicazioni satellitare trasmette nell’immaginario collettivo un’immagine più rassicurante e sminuente, che richiama più a uno strumento di comunicazione, un semplice ripetitore, che a una macchina da guerra estremamente complessa.
Ma il vero sforzo per snidare i deputati del MoVimento, che in campagna elettorale si sono sbracciati a parlare di smantellamento del MUOS, ad accusare gli americani, a definirlo pericoloso e impattante sull’ambiente e la salute delle persone; il vero impegno è stato profuso dagli attivisti NO MUOS, che sono stati abili e intelligenti nell’inserirsi nella polemica sul TAV e sul TAP, che vedeva in crisi i pentastellati al governo. Questi ultimi, a partire dai deputati siciliani dell’Assemblea regionale capitanati da Giampiero Trizzino, passando per il Presidente della commissione Difesa della Camera Gianluca Rizzo (da Caltagirone), e per la ministra della Salute, la catanese Giulia Grillo, sono stati inchiodati alle loro responsabilità con video, interventi, comunicati. La ministra della Difesa Elisabetta Trenta, anch’essa del Movimento 5 Stelle, tirata in ballo, ha provato in extremis a salvare la faccia e la reputazione al partito, con un tardivo intervento, vivamente richiesto dai suoi compagni siciliani i quali, dopo aver confermato la loro fede NO MUOS, erano certi che colei che sedeva nella stanza dei bottoni avrebbe risolto il loro imbarazzo. Infatti l’Avvocatura dello Stato aveva appena inviato una memoria difensiva nel ricorso pendente presso il Cga di Palermo, con la quale confermava la legittimità del MUOS, e sosteneva le ragioni degli Stati Uniti, dando una prova più che esauriente della continuità politica dell’attuale gestione del Ministero con le precedenti di centro destra e centro sinistra.
L’incontro romano ha partorito un insignificante gesto simbolico, la cui durata propagandistica è durata meno del tempo di una scoreggia: la decisione di non far presentare l’Avvocatura all’udienza del 14 novembre. Alcuni legali NO MUOS hanno subito spento gli entusiasmi grillini (“questo governo è dalla parte dei cittadini” avevano gridato), scrivendo che la decisione non solo non incideva sugli esiti del procedimento, al contrario, visto che la memoria precedente non poteva più essere ritirata, e quindi rimaneva come l’unica e sola posizione del Ministero, la mancata presenza all’udienza aggravava la situazione poiché i legali governativi avrebbero potuto smentire la loro Memoria, sperando che ciò avesse potuto avere un peso nella decisione finale. Ai deputati e alla ministra non rimaneva che un colpo di coda: “ordineremo di rifare le misurazioni sulle emissioni elettromagnetiche del MUOS”, la qual cosa si può leggere come la versione sicula della verifica dei costi e benefici sul TAV o sul TAP, ma anche come un ammissione di smemoratezza, dato che fino alla campagna elettorale di marzo pareva chiaro alla ministra Grillo e ai suoi onorevoli colleghi che il MUOS (e la base NRTF n.8) fosse pericoloso per la salute. Infine, ma di non minore importanza, viene cancellato l’argomento sul MUOS come strumento di guerra e di morte, e il tutto si ridimensiona a una pura e semplice questione di salute. Che se poi le misurazioni le farà l’Arpa, magari aiutandosi con i dati dei marines, va a finire che cadrà anche l’ultimo diaframma della grande opposizione grillina. E anche il MUOS, come il TAP, come prima o poi il TAV, come le Grandi Navi dentro le acque di Venezia, troveranno il consenso di questo governo.
Qualcuno ha provato – tra i grandi media – a far passare gli attivisti NO MUOS per gente che aveva riposto fiducia e consenso elettorale verso i 5 Stelle ed ora si sentiva tradita dalle loro esitazioni. Qualcuno ne ha approfittato per sparare minchiate (ad esempio: penali da pagare in caso di smantellamento); qualcuno come Claudio Fava, ha provato a salire a cavallo del movimento. Risultato: la consapevolezza che in questa lotta non ci sono e non ci possono essere governi amici ne è uscita rafforzata; e questa certezza, che vuol dire fiducia nella lotta popolare, nell’azione diretta, nell’organizzazione dal basso, darà una prima grande risposta l’8 dicembre, quando il Movimento tornerà sulle strade di Niscemi, in occasione della giornata internazionale di mobilitazione contro le Grandi Opere Inutili e Imposte. Anche se il MUOS non è una grande opera nel senso notorio del termine, ma è peggio: uno strumento che quotidianamente fa la guerra, la rende possibile, la rende più infame, silenziosa, profonda, mortifera, devastante. Questo è stato il senso del contributo degli attivisti NO MUOS alle assemblee nazionali dei movimenti a Venezia, Firenze e Venaus, che hanno confermato e ribadito la vicinanza, il coinvolgimento ideale a tutte le realtà territoriali in lotta, e nello stesso tempo la specificità della lotta NO MUOS, territoriale e internazionale nello stesso tempo, antimilitarista e contro le devastazioni ambientali e gli attentati alla salute.
Una battaglia che, nonostante le difficoltà oggettive e soggettive, vede mobilitati i comitati e le realtà di movimento, le donne, gli studenti che costituiscono un apposito coordinamento contro la guerra, per nulla indeboliti dalle capriole demagogiche e dalle false promesse elettorali del Movimento 5 Stelle, cui quaggiù quasi nessuno ha mai creduto, come purtroppo in altre realtà invece è accaduto.
La lotta NO MUOS vuole tornare a fungere da collante per le molte realtà che sul territorio siciliano resistono e si oppongono a progetti nocivi, truffaldini, mafiogeni. Verso il 23 marzo, quando tutti i NO d’Italia convergeranno in una grande manifestazione a Roma per dimostrare che le resistenze dei territori rappresentano il futuro del paese, il motore di un vero cambiamento che non passa per le sabbie mobili parlamentari ma si elabora, si costruisce, si sperimenta ogni giorno in decine e decine di realtà in cui la popolazione, il mondo delle associazioni, i movimenti ad essi vicini, si riappropriano della facoltà di decidere sul proprio destino e su quello delle loro terre, contro le logiche mercantiliste, liberiste, mafiose, corrotte e false della grande borghesia, del grande capitale, degli apparati militari, delle lobby di potere, dimostrando di avere idee a sufficienza per mettere in moto una vera rivoluzione sociale.

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Verso Sud

Nella sola Sicilia ogni anno un paese di 50.000 abitanti si svuota e sparisce. Sono i 50.000 emigrati censiti ufficialmente che lasciano l’Isola verso il Nord in cerca di maggiori possibilità di lavoro e di realizzazione delle loro aspirazioni. Sono ragazzi, neodiplomati, che scelgono università del Nord, sono precari e disoccupati che non trovano sbocchi occupazionali nella loro terra. I giovani abbandonano le città e soprattutto i paesi, per tornare a varcare i sentieri dei loro padri e dei loro nonni. Molti non si sa se torneranno.
L’antico dilemma: servi, emigrati o ribelli torna a riproporsi, con la seconda opzione che si fa strada prepotentemente.
L’emigrazione è una sconfitta figlia di altre sconfitte; è spesso la prospettiva più ovvia dopo i fallimenti delle tante lotte che hanno animato i territori nel tentativo di spezzare le ipoteche che gravavano e gravano su di essi. La sconfitta delle lotte per il lavoro, naufragate nel disastro dell’industrializzazione forzata e devastante, nel clientelismo più umiliante, nella crisi delle campagne; la sconfitta dell’impegno antimafioso, scivolato sulla trappola della legalità; la sconfitta dei giovani, della loro cultura del cambiamento, affondata nelle sabbie mobili della modernità mercificante; la sconfitta delle speranze di un’esistenza civile in ambienti urbani a misura d’uomo ed efficienti. Le partenze non fanno altro che acuire queste sconfitte, allargare il gap tra piccoli e grandi centri, tra nord e sud. In più: indeboliscono le lotte, rendendole sempre più residuali e testimoniali; l’impoverimento politico, culturale e materiale che ne consegue, rappresenta il terreno adatto ove si conficca il chiodo della corruzione, dell’accanimento distruttivo, dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente; le capacità resistenziali vengono spezzate nella loro continuità, nell’incisività, nella possibilità di farsi opportunità di riscatto.
Nel mentre i progetti di militarizzazione acquisiscono sempre più forza; inquinanti ideologicamente e impattanti materialmente, rappresentano i poli del nuovo sottosviluppo, modelli incontrastati delle storiche strategie di occupazione dei territori e di trasformazione dell’Isola in una grande base militare al servizio delle guerre tecnologiche.
Partire dai territori, costruire barricate culturali e materiali contro i progetti del dominio capitalistico, organizzare le resistenze in maniera autogestita, orizzontale, è la sola prospettiva per chi rimane. Ma chi è che rimane? i servi e i ribelli; servi moltissimi, ribelli pochi.
Per questo è giusto che chi ha deciso di porre una parentesi nella propria vita – l’emigrazione – tra le due opzioni incompatibili, oggi cominci a riflettere sulla possibilità di pianificare, a breve, medio o anche lungo termine, il ritorno. E’ fondamentale che si cominci a pensare alla possibilità di desiderare una Sicilia, un Sud, non più schiavi delle infami leggi di mercato. Un ritorno per far rivivere i paesi e per rilanciare le battaglie per la giustizia sociale negata, calpestata, umiliata. Un ritorno per riprendere il posto di lotta, per la rivincita da tutti i fallimenti e le sconfitte, perché non si emigri più. Non è una scelta facile, non è mai facile rientrare in un baratro, rituffarsi nelle difficoltà, tornare a quel bivio lasciato quando si scelse la scorciatoia di una fuga diversamente nominata, definita e vissuta, ma che di fatto, è tale: una fuga. Basta rifletterci bene, interrogare la propria coscienza.
Non si tratta di sentimentalismo, di sicilitudine o sudditudine, non si tratta di abbandonarsi alla nostalgia verso la luce e i colori di una terra bellissima ma disgraziata perché colonizzata, schiavizzata anche culturalmente, corrotta dalla mafia e dalla politica, svenduta alle multinazionali e all’imperialismo americano. Si tratta, invece, di contribuire a costruire ciò che manca, negli ambiti sociali, culturali, economici; di rimboccarsi le maniche e gettare le basi per la liberazione, attraverso una cultura antagonista al potere in tutte le sue sfaccettature.

Il Sud ha bisogno di tutte le sue energie per risollevarsi, per trasformare i servi in ribelli, per cominciare a fare la sua rivoluzione, per percorrere la via alla sua indipendenza.

Pippo Gurrieri

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GOVERNO. A cannonate contro la libertà.

La pianta reazionaria seminata subito dopo tangentopoli con la discesa in campo di Berlusconi e la nascita della cosiddetta seconda Repubblica, che in quanto a corruzione, legami mafiosi, servilismo ai mercati e alle banche, foga guerrafondaia e livore antipopolare non aveva nulla da invidiare alla prima, sta producendo i frutti velenosi di un populismo di destra aggressivo e fascistoide. A renderla rigogliosa sono stati tutti i governi e soprattutto la pseudo sinistra, che da Prodi a Renzi, si è assunta il compito di varare le peggiori riforme e di cancellare i più importanti diritti conquistati dalle lotte operaie e popolari nei decenni precedenti, accentuando, con l’apporto dei sindacati concertativi, il vuoto dentro il quale è cresciuto il disagio sociale e si sono incancreniti i problemi di fette crescenti di popolazione: economici, di vivibilità urbana, di ambiente e soprattutto di frastornazione culturale, tutto humus per una frustrazione di massa generalizzata ed emotiva.
Su questo terreno così fertile, in mancanza di una risposta degna di questo nome da parte di formazioni anticapitaliste e antiliberiste, e nella grande difficoltà di estendere esperienze di lotta dal basso radicalizzate in determinati territori, la protesta, l’avversione al sistema, il disagio, vengono oggi in buona parte catturati dai partiti che formano la maggioranza governativa, all’insegna di un programma paradossalmente antisistema tutto interno allo Stato, che non ne mette in discussione le basi di fondo, e tuttavia facile sbocco (come la storia del resto ci insegna) alla frustrazione diffusa.
Mentre le contraddizioni quotidiane vengono occultate e confuse dalla propaganda di regime in tema di sicurezza, di lotta ai privilegi, di contrapposizione alle politiche dell’Unione Europea, si consolida la ramificazione della nuova casta nei gangli del sottopotere (televisioni, istruzione, economia, apparati).
Assistiamo a sparate nazionaliste affiancate da affermazioni liberiste che accontentano i potentati economici; si contrappone il sovranismo all’Europa, ma se ne accetta il modello di produzione capitalistico, gli assetti proprietari, su cui questa entità si fonda, desiderando solo conquistare le istituzioni UE secondo un modello che schiaccia l’occhio a Putin, basato su poteri centrali più forti, frontiere sbarrate, odio razziale, per nascondere i guasti del liberismo con politiche di orgoglio nazionalista e di fede assoluta in un capo carismatico.
Per sintetizzare, ciò cui stiamo assistendo è l’avvento di una nuova classe politica che ha solo fretta di sostituirsi alla precedente, accedere ai suoi privilegi, ritagliarsi fette sempre più grandi di potere dentro le pieghe di una globalizzazione che ha sottomesso interi territori alle sue ferree leggi liberiste.
E’ evidente come tutto ciò sia reso possibile dalla mancanza di una sfida da sinistra, anrticapitalista e antiliberista, alle politiche economiche europee; dal fallimento di quell’Europa dei popoli che si sarebbe dovuta contrapporre all’Europa delle banche, che in tanti abbiamo enunciato ma che non è stato possibile nemmeno abbozzare a causa della subalternità ideologica di gran parte della sinistra al capitalismo.
Ecco allora il decreto Salvini, feroce attacco ai diritti non solo dei migranti, ma di tutti i cittadini, ed in particolare verso chi lotta, resiste, si oppone, su cui getta una rete di norme repressive che sanno di vendetta e fascistizzazione istituzionale, come abbiamo scritto sullo scorso numero. Chi resiste, come i movimenti contro le grandi opere, chi sfida, come il sindaco di Riace, si trova intrappolato in questa rete.
Ecco il Decreto di Economia e Finanza, quello che avrebbe “abolito la povertà”, che rimanda sine die le promesse elettorali su reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero mentre concede nuovi regali ai capitalisti: nessuna tassa sui grandi capitali e patrimoni, che anzi vengono detassati in maniera massiccia con la flax tax; condono fiscale agli evasori, con un aumento del debito pubblico che eleverà gli interessi da pagare alle banche scaricando sulla popolazione più povera i costi dell’operazione, sotto forma di tagli ai servizi sociali, mitigati, se e quando sarà, da un’elemosina “di cittadinanza”. Senza scordare il precedente “decreto dignità” che ha esteso i contratti a termine (precarietà) e confermato il jobs act (libertà per i padroni di licenziare).
La promessa di portare a quota 100 la legge sulle pensioni, al di là delle ipoteche che conterrà, rappresenta una bufala propagandistica: a parte quei lavoratori che vi potranno accedere, essa non ha alcun senso per i tanti lavoratori precari di oggi che non arriveranno mai a 38 anni di contributi; né si intravvedono politiche per il lavoro, riduzioni d’orario per liberare posti ai disoccupati: solo aria fritta per tirare a campare coi consensi oggi scaricando sulle generazioni future i costi del debito; l’aumento dello spread sarà l’ennesima pacchia per le banche; ecco a cosa si riduce la politica economica del governo populista. Che invece è in perfetta linea con gli odiati governi precedenti in tema di spese militari: dall’opposizione i grillini gridavano di volerle abbattere di 10 miliardi; ora hanno confermato l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 e accettato il diktat di Trump di elevare il “contributo” alla NATO, che infatti farà salire entro il 2014 al 2 % del PIL l’insieme delle spese per la Difesa: 40 miliardi l’anno, 100 milioni di euro al giorno. Da dove prenderanno questi soldi? Dalle grandi rendite? dalla voragine della corruzione e dell’evasione? O dalle tasche dei cittadini, “prima gli italiani”, ovviamente. Politiche di guerra che confermano anche il MUOS, che gridavano di voler smantellare in una campagna elettorale che sembra avvenuta secoli fa. E sancite dalla voglia di guidare una coalizione militare per la nuova occupazione coloniale della Libia a difesa degli interessi di ENI e dei petrolieri internazionali.
Siamo di fronte ad un governo reazionario all’attacco delle condizioni di vita delle classi più deboli, dei diritti civili e dell’autodeterminazione della donna, orchestrato nelle segrete stanze del clerico fascismo e della destra vaticana, da sempre fonti ispiratrici del leghismo. Dai matrimoni omosessuali alle adozioni, alla 194, le cannonate governative squarciano la navicella delle conquiste e si preparano ad affondarla.
Chi nutriva illusioni verso il Movimento 5 Stelle (e sono stati in tanti) deve ricredersi: su migranti e sicurezza, su grandi opere e questione militare, su Ilva di Taranto e diritti delle donne, dei bambini, delle coppie gay, il Movimento è perfettamente in sintonia con il livore salviniano e con i padroni e il capitale, e il suo “reddito di cittadinanza” risulterà un’ulteriore regalo alle aziende, una card castrante e concessa dall’alto a suon di ricatti.
Nella voglia di strafare per non soccombere all’avversario, i due partiti al governo gareggiano a chi è più arrogante e a chi riesce a vendere più fumo. Per adesso il giochetto pare funzionare. In Sicilia cresce il consenso attorno alla Lega, ma in perfetta continuità politico-mafiosa in essa si riciclano esponenti del sistema democristiano e post-DC, in un repentino cambio di casacca che scompagina il quadro del centro-destra.
E’ possibile fermare chi oggi sembra avere il vento in poppa? E’ possibile prosciugare il lago populista infondendo la speranza di un riscatto sociale non più legato alle promesse di un uomo solo al comando, bensì alla fiducia nella lotta per maggiori diritti e per la dignità?
La domanda contiene già molte risposte. Non a caso l’azione governativa è protesa a spegnere la protesta sociale. Dal basso oggi si muovono tante situazioni, molte resistenze continuano, sempre più disilluse dall’ennesimo fallimento del parlamentarismo amico. E’ qui che vanno ricercati gli interlocutori di un percorso di cambiamento reale e migliorativo della condizione delle masse popolari e della società nel suo insieme, e che va perseguita l’unità nel rispetto della diversità.
Anche in campo sindacale ci si deve rendere conto che la lotta ristretta all’ambito lavorativo sarà sempre più perdente. In questo senso lo sciopero generale del 26 ottobre, il primo dell’era fasciostellata, è già un segnale da cogliere positivamente, nonostante il suo carattere fortemente minoritario. Ma le riscosse partono sempre dalle minoranze.
Puntare su un populismo di sinistra, come fa una nuova aggregazione che si richiama allo slogan Potere al Popolo, è ripercorrere una strada demagogica che brucia ogni conflittualità nei meandri del piattaformismo paraistituzionale. Richiamarsi al neosovranismo di sinistra, come fanno frange di Autonomi siciliani che sventolano la bandiera dell’indipendentismo, è gareggiare su un terreno viscido, contaminato, interclassista. Proporre la scorciatoia elettorale, la via del cambiamento offerta dal sistema democratico-borghese, è andare a sbattere contro il muro della rappresentanza falsa, che giustifica le politiche dei partiti e ne avalla i metodi autoritari.
Bisogna avere il coraggio, anche se si fosse soli contro tutti, di costruire fortini di resistenza nei territori, di sgomberare il campo dalle ambiguità e mirare direttamente al problema: lo Stato, ogni Stato, ci fotte; anche quello ipotetico declamato dai populisti dell’estrema sinistra e dai sovranisti di casa nostra che sventolano l’effige di Che Guevara. Alle sue logiche di sfruttamento, guerra, mercantilismo, vanno contrapposte la democrazia diretta assembleare, e la battaglia, anche minoritaria, contro un sistema capitalista e borghese, consapevoli che esso si abbatte e non si cambia.

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Ritrovare la conflittualità

Chiedersi qual è oggi il livello di conflitto sociale in Italia, potrebbe apparire domanda retorica, tanto è evidente la quasi assenza di una conflittualità che possa dirsi tale. Lo si è visto anche in occasione dello sciopero generale proclamato il 26 ottobre scorso da una parte di quello che un tempo era chiamato sindacalismo di base. Il quale, con una certa generosità ma anche con una qualche forma di coazione a ripetere, prova a mantenere in vita il ricordo della lotta sociale che è sempre più imbrigliata dall’imperante burocratizzazione delle relazioni sindacali. Lo sciopero infatti è stato uno sciopero minoritario di testimonianza, pur essendo l’unico previsto in questo autunno flagellato dalle piogge  e dalle alluvioni.

Le ragioni del venir meno del conflitto, inteso come possibilità di scardinare le disuguaglianze sociali attraverso la mobilitazione di massa, sono tante e profonde. La frammentazione delle società contemporanee, l’individualismo trionfante e per contro la sfiducia nella capacità della lotta collettiva di cambiare le sorti proprie e di tutti, la precarizzazione del lavoro e delle vite, la crisi economica oramai strutturale e perenne rappresentano altrettante cause/conseguenze, in un viluppo che appare inestricabile, di una condizione di sostanziale quiete sociale. Se a tutto questo si aggiunge il fatto contingente di un governo che si presenta come difensore delle istanze popolari, non ci si può certo stupire della scarsa propensione alla mobilitazione. In realtà è oramai da parecchi anni che non si assiste a mobilitazioni capaci di coinvolgere masse rilevanti. Tuttavia, nonostante residuale o a volte latente, nonostante i postmodernisti fautori della fine della storia lo considerino una sopravvivenza culturale novecentesca, il conflitto non può certo essere del tutto cancellato in una società fondata sulle disuguaglianze. Ma al momento si manifesta in forme episodiche, settoriali o territoriali, che scontano appunto tale frammentarietà e non riescono a  tracimare in una dimensione più ampia e duratura.

Così ha buon gioco quella democrazia imbalsamata che ha dominato negli ultimi due decenni. Paradossalmente a ridarle credibilità è stato l’irrompere sulla scena politica del movimento Cinquestelle e, in parte, della nuova Lega. I quali, pur presentandosi come antisistema, ne sono diventati in  questo frangente gli autentici interpreti. Questo governo può infatti rivendicare a pieno titolo di essere portatore degli interessi popolari emersi dalle elezioni. Quindi, se con Berlusconi, Monti, Renzi e compagnia si è verificata la maggiore distanza tra rappresentati e rappresentanti, insinuando seri dubbi sul funzionamento dei meccanismi democratici, Lega e Cinquestelle infondono nuova fiducia sulla possibilità che si possa pervenire ad una maggiore giustizia sociale attraverso canali politico-istituzionali, senza bisogno di ricorrere alla conflittualità.

Ci troviamo, comunque la si voglia vedere, di fronte ad uno scenario aperto.

Le politiche liberiste estreme segnano il passo, non riescono a contenere il crescente disagio sociale. Le proposte populiste e sovraniste rappresentano agli occhi dell’elettorato medio le alternative più credibili: l’attuale governo italiano ne è un esempio.  Saranno sufficienti piccoli aggiustamenti quali un reddito finto di cittadinanza, una piccola rivalutazione delle pensioni minime, una flat tax concepita per le piccole e medie imprese, a mascherare un po’ di disparità? C’è da dubitarne e per molti motivi. Di conseguenza diventerà imprescindibile ritrovare o inventare forme coerenti e diffuse di conflittualità. Certo il conflitto non si pianifica in astratto, tuttavia si può e si deve agire per ricreare le premesse che possono favorirlo. Ma per fare questo occorre un grande sforzo di chiarezza, in direzione della costituzione di una reale unità delle classi sfruttate, superando dogmatismi e settarismi. Un punto comunque sembra evidente: i tentativi in giro per il mondo di riequilibrare (non di cambiare) le società sul piano dell’uguaglianza e dei diritti per via istituzionale con governi, come si dice democraticamente eletti, si sono risolti in un fallimento o nell’attuazione di piccoli aggiustamenti che non modificano l’assetto attuale. Tali fallimenti o accomodamenti non sono purtroppo indolori perché come quasi sempre accade aprono la strada ad esperienze autoritarie, se non apertamente fasciste. Ecco questa consapevolezza dovrebbe cominciare ad indicarci la strada per incamminarci verso una società che non sia annichilimento e sfruttamento.

Angelo Barbieri

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