Verso Sud

Nella sola Sicilia ogni anno un paese di 50.000 abitanti si svuota e sparisce. Sono i 50.000 emigrati censiti ufficialmente che lasciano l’Isola verso il Nord in cerca di maggiori possibilità di lavoro e di realizzazione delle loro aspirazioni. Sono ragazzi, neodiplomati, che scelgono università del Nord, sono precari e disoccupati che non trovano sbocchi occupazionali nella loro terra. I giovani abbandonano le città e soprattutto i paesi, per tornare a varcare i sentieri dei loro padri e dei loro nonni. Molti non si sa se torneranno.
L’antico dilemma: servi, emigrati o ribelli torna a riproporsi, con la seconda opzione che si fa strada prepotentemente.
L’emigrazione è una sconfitta figlia di altre sconfitte; è spesso la prospettiva più ovvia dopo i fallimenti delle tante lotte che hanno animato i territori nel tentativo di spezzare le ipoteche che gravavano e gravano su di essi. La sconfitta delle lotte per il lavoro, naufragate nel disastro dell’industrializzazione forzata e devastante, nel clientelismo più umiliante, nella crisi delle campagne; la sconfitta dell’impegno antimafioso, scivolato sulla trappola della legalità; la sconfitta dei giovani, della loro cultura del cambiamento, affondata nelle sabbie mobili della modernità mercificante; la sconfitta delle speranze di un’esistenza civile in ambienti urbani a misura d’uomo ed efficienti. Le partenze non fanno altro che acuire queste sconfitte, allargare il gap tra piccoli e grandi centri, tra nord e sud. In più: indeboliscono le lotte, rendendole sempre più residuali e testimoniali; l’impoverimento politico, culturale e materiale che ne consegue, rappresenta il terreno adatto ove si conficca il chiodo della corruzione, dell’accanimento distruttivo, dello sfruttamento delle persone e dell’ambiente; le capacità resistenziali vengono spezzate nella loro continuità, nell’incisività, nella possibilità di farsi opportunità di riscatto.
Nel mentre i progetti di militarizzazione acquisiscono sempre più forza; inquinanti ideologicamente e impattanti materialmente, rappresentano i poli del nuovo sottosviluppo, modelli incontrastati delle storiche strategie di occupazione dei territori e di trasformazione dell’Isola in una grande base militare al servizio delle guerre tecnologiche.
Partire dai territori, costruire barricate culturali e materiali contro i progetti del dominio capitalistico, organizzare le resistenze in maniera autogestita, orizzontale, è la sola prospettiva per chi rimane. Ma chi è che rimane? i servi e i ribelli; servi moltissimi, ribelli pochi.
Per questo è giusto che chi ha deciso di porre una parentesi nella propria vita – l’emigrazione – tra le due opzioni incompatibili, oggi cominci a riflettere sulla possibilità di pianificare, a breve, medio o anche lungo termine, il ritorno. E’ fondamentale che si cominci a pensare alla possibilità di desiderare una Sicilia, un Sud, non più schiavi delle infami leggi di mercato. Un ritorno per far rivivere i paesi e per rilanciare le battaglie per la giustizia sociale negata, calpestata, umiliata. Un ritorno per riprendere il posto di lotta, per la rivincita da tutti i fallimenti e le sconfitte, perché non si emigri più. Non è una scelta facile, non è mai facile rientrare in un baratro, rituffarsi nelle difficoltà, tornare a quel bivio lasciato quando si scelse la scorciatoia di una fuga diversamente nominata, definita e vissuta, ma che di fatto, è tale: una fuga. Basta rifletterci bene, interrogare la propria coscienza.
Non si tratta di sentimentalismo, di sicilitudine o sudditudine, non si tratta di abbandonarsi alla nostalgia verso la luce e i colori di una terra bellissima ma disgraziata perché colonizzata, schiavizzata anche culturalmente, corrotta dalla mafia e dalla politica, svenduta alle multinazionali e all’imperialismo americano. Si tratta, invece, di contribuire a costruire ciò che manca, negli ambiti sociali, culturali, economici; di rimboccarsi le maniche e gettare le basi per la liberazione, attraverso una cultura antagonista al potere in tutte le sue sfaccettature.

Il Sud ha bisogno di tutte le sue energie per risollevarsi, per trasformare i servi in ribelli, per cominciare a fare la sua rivoluzione, per percorrere la via alla sua indipendenza.

Pippo Gurrieri

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Nessun governo è nostro amico

No MUOS.  Da Niscemi al Salento alla Val Susa…

Grazie al governo del cambiamento (in peggio) il MUOS è tornato a varcare i sentieri dei grandi mezzi di (dis)informazione, specie quelli sotto paga di imprenditori vicino ai partiti di opposizione (dal PD a Forza Italia) o sotto il loro diretto controllo. Via via tutti gli altri organi di informazione si sono dovuti accodare e scrivere o parlare dei “radar” di Niscemi, dimostrando la solita grande superficialità; definire radar le parabole del sistema di comunicazioni satellitare trasmette nell’immaginario collettivo un’immagine più rassicurante e sminuente, che richiama più a uno strumento di comunicazione, un semplice ripetitore, che a una macchina da guerra estremamente complessa.
Ma il vero sforzo per snidare i deputati del MoVimento, che in campagna elettorale si sono sbracciati a parlare di smantellamento del MUOS, ad accusare gli americani, a definirlo pericoloso e impattante sull’ambiente e la salute delle persone; il vero impegno è stato profuso dagli attivisti NO MUOS, che sono stati abili e intelligenti nell’inserirsi nella polemica sul TAV e sul TAP, che vedeva in crisi i pentastellati al governo. Questi ultimi, a partire dai deputati siciliani dell’Assemblea regionale capitanati da Giampiero Trizzino, passando per il Presidente della commissione Difesa della Camera Gianluca Rizzo (da Caltagirone), e per la ministra della Salute, la catanese Giulia Grillo, sono stati inchiodati alle loro responsabilità con video, interventi, comunicati. La ministra della Difesa Elisabetta Trenta, anch’essa del Movimento 5 Stelle, tirata in ballo, ha provato in extremis a salvare la faccia e la reputazione al partito, con un tardivo intervento, vivamente richiesto dai suoi compagni siciliani i quali, dopo aver confermato la loro fede NO MUOS, erano certi che colei che sedeva nella stanza dei bottoni avrebbe risolto il loro imbarazzo. Infatti l’Avvocatura dello Stato aveva appena inviato una memoria difensiva nel ricorso pendente presso il Cga di Palermo, con la quale confermava la legittimità del MUOS, e sosteneva le ragioni degli Stati Uniti, dando una prova più che esauriente della continuità politica dell’attuale gestione del Ministero con le precedenti di centro destra e centro sinistra.
L’incontro romano ha partorito un insignificante gesto simbolico, la cui durata propagandistica è durata meno del tempo di una scoreggia: la decisione di non far presentare l’Avvocatura all’udienza del 14 novembre. Alcuni legali NO MUOS hanno subito spento gli entusiasmi grillini (“questo governo è dalla parte dei cittadini” avevano gridato), scrivendo che la decisione non solo non incideva sugli esiti del procedimento, al contrario, visto che la memoria precedente non poteva più essere ritirata, e quindi rimaneva come l’unica e sola posizione del Ministero, la mancata presenza all’udienza aggravava la situazione poiché i legali governativi avrebbero potuto smentire la loro Memoria, sperando che ciò avesse potuto avere un peso nella decisione finale. Ai deputati e alla ministra non rimaneva che un colpo di coda: “ordineremo di rifare le misurazioni sulle emissioni elettromagnetiche del MUOS”, la qual cosa si può leggere come la versione sicula della verifica dei costi e benefici sul TAV o sul TAP, ma anche come un ammissione di smemoratezza, dato che fino alla campagna elettorale di marzo pareva chiaro alla ministra Grillo e ai suoi onorevoli colleghi che il MUOS (e la base NRTF n.8) fosse pericoloso per la salute. Infine, ma di non minore importanza, viene cancellato l’argomento sul MUOS come strumento di guerra e di morte, e il tutto si ridimensiona a una pura e semplice questione di salute. Che se poi le misurazioni le farà l’Arpa, magari aiutandosi con i dati dei marines, va a finire che cadrà anche l’ultimo diaframma della grande opposizione grillina. E anche il MUOS, come il TAP, come prima o poi il TAV, come le Grandi Navi dentro le acque di Venezia, troveranno il consenso di questo governo.
Qualcuno ha provato – tra i grandi media – a far passare gli attivisti NO MUOS per gente che aveva riposto fiducia e consenso elettorale verso i 5 Stelle ed ora si sentiva tradita dalle loro esitazioni. Qualcuno ne ha approfittato per sparare minchiate (ad esempio: penali da pagare in caso di smantellamento); qualcuno come Claudio Fava, ha provato a salire a cavallo del movimento. Risultato: la consapevolezza che in questa lotta non ci sono e non ci possono essere governi amici ne è uscita rafforzata; e questa certezza, che vuol dire fiducia nella lotta popolare, nell’azione diretta, nell’organizzazione dal basso, darà una prima grande risposta l’8 dicembre, quando il Movimento tornerà sulle strade di Niscemi, in occasione della giornata internazionale di mobilitazione contro le Grandi Opere Inutili e Imposte. Anche se il MUOS non è una grande opera nel senso notorio del termine, ma è peggio: uno strumento che quotidianamente fa la guerra, la rende possibile, la rende più infame, silenziosa, profonda, mortifera, devastante. Questo è stato il senso del contributo degli attivisti NO MUOS alle assemblee nazionali dei movimenti a Venezia, Firenze e Venaus, che hanno confermato e ribadito la vicinanza, il coinvolgimento ideale a tutte le realtà territoriali in lotta, e nello stesso tempo la specificità della lotta NO MUOS, territoriale e internazionale nello stesso tempo, antimilitarista e contro le devastazioni ambientali e gli attentati alla salute.
Una battaglia che, nonostante le difficoltà oggettive e soggettive, vede mobilitati i comitati e le realtà di movimento, le donne, gli studenti che costituiscono un apposito coordinamento contro la guerra, per nulla indeboliti dalle capriole demagogiche e dalle false promesse elettorali del Movimento 5 Stelle, cui quaggiù quasi nessuno ha mai creduto, come purtroppo in altre realtà invece è accaduto.
La lotta NO MUOS vuole tornare a fungere da collante per le molte realtà che sul territorio siciliano resistono e si oppongono a progetti nocivi, truffaldini, mafiogeni. Verso il 23 marzo, quando tutti i NO d’Italia convergeranno in una grande manifestazione a Roma per dimostrare che le resistenze dei territori rappresentano il futuro del paese, il motore di un vero cambiamento che non passa per le sabbie mobili parlamentari ma si elabora, si costruisce, si sperimenta ogni giorno in decine e decine di realtà in cui la popolazione, il mondo delle associazioni, i movimenti ad essi vicini, si riappropriano della facoltà di decidere sul proprio destino e su quello delle loro terre, contro le logiche mercantiliste, liberiste, mafiose, corrotte e false della grande borghesia, del grande capitale, degli apparati militari, delle lobby di potere, dimostrando di avere idee a sufficienza per mettere in moto una vera rivoluzione sociale.

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CI VUOL CORAGGIO

GOVERNO. A cannonate contro la libertà.

La pianta reazionaria seminata subito dopo tangentopoli con la discesa in campo di Berlusconi e la nascita della cosiddetta seconda Repubblica, che in quanto a corruzione, legami mafiosi, servilismo ai mercati e alle banche, foga guerrafondaia e livore antipopolare non aveva nulla da invidiare alla prima, sta producendo i frutti velenosi di un populismo di destra aggressivo e fascistoide. A renderla rigogliosa sono stati tutti i governi e soprattutto la pseudo sinistra, che da Prodi a Renzi, si è assunta il compito di varare le peggiori riforme e di cancellare i più importanti diritti conquistati dalle lotte operaie e popolari nei decenni precedenti, accentuando, con l’apporto dei sindacati concertativi, il vuoto dentro il quale è cresciuto il disagio sociale e si sono incancreniti i problemi di fette crescenti di popolazione: economici, di vivibilità urbana, di ambiente e soprattutto di frastornazione culturale, tutto humus per una frustrazione di massa generalizzata ed emotiva.
Su questo terreno così fertile, in mancanza di una risposta degna di questo nome da parte di formazioni anticapitaliste e antiliberiste, e nella grande difficoltà di estendere esperienze di lotta dal basso radicalizzate in determinati territori, la protesta, l’avversione al sistema, il disagio, vengono oggi in buona parte catturati dai partiti che formano la maggioranza governativa, all’insegna di un programma paradossalmente antisistema tutto interno allo Stato, che non ne mette in discussione le basi di fondo, e tuttavia facile sbocco (come la storia del resto ci insegna) alla frustrazione diffusa.
Mentre le contraddizioni quotidiane vengono occultate e confuse dalla propaganda di regime in tema di sicurezza, di lotta ai privilegi, di contrapposizione alle politiche dell’Unione Europea, si consolida la ramificazione della nuova casta nei gangli del sottopotere (televisioni, istruzione, economia, apparati).
Assistiamo a sparate nazionaliste affiancate da affermazioni liberiste che accontentano i potentati economici; si contrappone il sovranismo all’Europa, ma se ne accetta il modello di produzione capitalistico, gli assetti proprietari, su cui questa entità si fonda, desiderando solo conquistare le istituzioni UE secondo un modello che schiaccia l’occhio a Putin, basato su poteri centrali più forti, frontiere sbarrate, odio razziale, per nascondere i guasti del liberismo con politiche di orgoglio nazionalista e di fede assoluta in un capo carismatico.
Per sintetizzare, ciò cui stiamo assistendo è l’avvento di una nuova classe politica che ha solo fretta di sostituirsi alla precedente, accedere ai suoi privilegi, ritagliarsi fette sempre più grandi di potere dentro le pieghe di una globalizzazione che ha sottomesso interi territori alle sue ferree leggi liberiste.
E’ evidente come tutto ciò sia reso possibile dalla mancanza di una sfida da sinistra, anrticapitalista e antiliberista, alle politiche economiche europee; dal fallimento di quell’Europa dei popoli che si sarebbe dovuta contrapporre all’Europa delle banche, che in tanti abbiamo enunciato ma che non è stato possibile nemmeno abbozzare a causa della subalternità ideologica di gran parte della sinistra al capitalismo.
Ecco allora il decreto Salvini, feroce attacco ai diritti non solo dei migranti, ma di tutti i cittadini, ed in particolare verso chi lotta, resiste, si oppone, su cui getta una rete di norme repressive che sanno di vendetta e fascistizzazione istituzionale, come abbiamo scritto sullo scorso numero. Chi resiste, come i movimenti contro le grandi opere, chi sfida, come il sindaco di Riace, si trova intrappolato in questa rete.
Ecco il Decreto di Economia e Finanza, quello che avrebbe “abolito la povertà”, che rimanda sine die le promesse elettorali su reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero mentre concede nuovi regali ai capitalisti: nessuna tassa sui grandi capitali e patrimoni, che anzi vengono detassati in maniera massiccia con la flax tax; condono fiscale agli evasori, con un aumento del debito pubblico che eleverà gli interessi da pagare alle banche scaricando sulla popolazione più povera i costi dell’operazione, sotto forma di tagli ai servizi sociali, mitigati, se e quando sarà, da un’elemosina “di cittadinanza”. Senza scordare il precedente “decreto dignità” che ha esteso i contratti a termine (precarietà) e confermato il jobs act (libertà per i padroni di licenziare).
La promessa di portare a quota 100 la legge sulle pensioni, al di là delle ipoteche che conterrà, rappresenta una bufala propagandistica: a parte quei lavoratori che vi potranno accedere, essa non ha alcun senso per i tanti lavoratori precari di oggi che non arriveranno mai a 38 anni di contributi; né si intravvedono politiche per il lavoro, riduzioni d’orario per liberare posti ai disoccupati: solo aria fritta per tirare a campare coi consensi oggi scaricando sulle generazioni future i costi del debito; l’aumento dello spread sarà l’ennesima pacchia per le banche; ecco a cosa si riduce la politica economica del governo populista. Che invece è in perfetta linea con gli odiati governi precedenti in tema di spese militari: dall’opposizione i grillini gridavano di volerle abbattere di 10 miliardi; ora hanno confermato l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 e accettato il diktat di Trump di elevare il “contributo” alla NATO, che infatti farà salire entro il 2014 al 2 % del PIL l’insieme delle spese per la Difesa: 40 miliardi l’anno, 100 milioni di euro al giorno. Da dove prenderanno questi soldi? Dalle grandi rendite? dalla voragine della corruzione e dell’evasione? O dalle tasche dei cittadini, “prima gli italiani”, ovviamente. Politiche di guerra che confermano anche il MUOS, che gridavano di voler smantellare in una campagna elettorale che sembra avvenuta secoli fa. E sancite dalla voglia di guidare una coalizione militare per la nuova occupazione coloniale della Libia a difesa degli interessi di ENI e dei petrolieri internazionali.
Siamo di fronte ad un governo reazionario all’attacco delle condizioni di vita delle classi più deboli, dei diritti civili e dell’autodeterminazione della donna, orchestrato nelle segrete stanze del clerico fascismo e della destra vaticana, da sempre fonti ispiratrici del leghismo. Dai matrimoni omosessuali alle adozioni, alla 194, le cannonate governative squarciano la navicella delle conquiste e si preparano ad affondarla.
Chi nutriva illusioni verso il Movimento 5 Stelle (e sono stati in tanti) deve ricredersi: su migranti e sicurezza, su grandi opere e questione militare, su Ilva di Taranto e diritti delle donne, dei bambini, delle coppie gay, il Movimento è perfettamente in sintonia con il livore salviniano e con i padroni e il capitale, e il suo “reddito di cittadinanza” risulterà un’ulteriore regalo alle aziende, una card castrante e concessa dall’alto a suon di ricatti.
Nella voglia di strafare per non soccombere all’avversario, i due partiti al governo gareggiano a chi è più arrogante e a chi riesce a vendere più fumo. Per adesso il giochetto pare funzionare. In Sicilia cresce il consenso attorno alla Lega, ma in perfetta continuità politico-mafiosa in essa si riciclano esponenti del sistema democristiano e post-DC, in un repentino cambio di casacca che scompagina il quadro del centro-destra.
E’ possibile fermare chi oggi sembra avere il vento in poppa? E’ possibile prosciugare il lago populista infondendo la speranza di un riscatto sociale non più legato alle promesse di un uomo solo al comando, bensì alla fiducia nella lotta per maggiori diritti e per la dignità?
La domanda contiene già molte risposte. Non a caso l’azione governativa è protesa a spegnere la protesta sociale. Dal basso oggi si muovono tante situazioni, molte resistenze continuano, sempre più disilluse dall’ennesimo fallimento del parlamentarismo amico. E’ qui che vanno ricercati gli interlocutori di un percorso di cambiamento reale e migliorativo della condizione delle masse popolari e della società nel suo insieme, e che va perseguita l’unità nel rispetto della diversità.
Anche in campo sindacale ci si deve rendere conto che la lotta ristretta all’ambito lavorativo sarà sempre più perdente. In questo senso lo sciopero generale del 26 ottobre, il primo dell’era fasciostellata, è già un segnale da cogliere positivamente, nonostante il suo carattere fortemente minoritario. Ma le riscosse partono sempre dalle minoranze.
Puntare su un populismo di sinistra, come fa una nuova aggregazione che si richiama allo slogan Potere al Popolo, è ripercorrere una strada demagogica che brucia ogni conflittualità nei meandri del piattaformismo paraistituzionale. Richiamarsi al neosovranismo di sinistra, come fanno frange di Autonomi siciliani che sventolano la bandiera dell’indipendentismo, è gareggiare su un terreno viscido, contaminato, interclassista. Proporre la scorciatoia elettorale, la via del cambiamento offerta dal sistema democratico-borghese, è andare a sbattere contro il muro della rappresentanza falsa, che giustifica le politiche dei partiti e ne avalla i metodi autoritari.
Bisogna avere il coraggio, anche se si fosse soli contro tutti, di costruire fortini di resistenza nei territori, di sgomberare il campo dalle ambiguità e mirare direttamente al problema: lo Stato, ogni Stato, ci fotte; anche quello ipotetico declamato dai populisti dell’estrema sinistra e dai sovranisti di casa nostra che sventolano l’effige di Che Guevara. Alle sue logiche di sfruttamento, guerra, mercantilismo, vanno contrapposte la democrazia diretta assembleare, e la battaglia, anche minoritaria, contro un sistema capitalista e borghese, consapevoli che esso si abbatte e non si cambia.

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Ritrovare la conflittualità

Chiedersi qual è oggi il livello di conflitto sociale in Italia, potrebbe apparire domanda retorica, tanto è evidente la quasi assenza di una conflittualità che possa dirsi tale. Lo si è visto anche in occasione dello sciopero generale proclamato il 26 ottobre scorso da una parte di quello che un tempo era chiamato sindacalismo di base. Il quale, con una certa generosità ma anche con una qualche forma di coazione a ripetere, prova a mantenere in vita il ricordo della lotta sociale che è sempre più imbrigliata dall’imperante burocratizzazione delle relazioni sindacali. Lo sciopero infatti è stato uno sciopero minoritario di testimonianza, pur essendo l’unico previsto in questo autunno flagellato dalle piogge  e dalle alluvioni.

Le ragioni del venir meno del conflitto, inteso come possibilità di scardinare le disuguaglianze sociali attraverso la mobilitazione di massa, sono tante e profonde. La frammentazione delle società contemporanee, l’individualismo trionfante e per contro la sfiducia nella capacità della lotta collettiva di cambiare le sorti proprie e di tutti, la precarizzazione del lavoro e delle vite, la crisi economica oramai strutturale e perenne rappresentano altrettante cause/conseguenze, in un viluppo che appare inestricabile, di una condizione di sostanziale quiete sociale. Se a tutto questo si aggiunge il fatto contingente di un governo che si presenta come difensore delle istanze popolari, non ci si può certo stupire della scarsa propensione alla mobilitazione. In realtà è oramai da parecchi anni che non si assiste a mobilitazioni capaci di coinvolgere masse rilevanti. Tuttavia, nonostante residuale o a volte latente, nonostante i postmodernisti fautori della fine della storia lo considerino una sopravvivenza culturale novecentesca, il conflitto non può certo essere del tutto cancellato in una società fondata sulle disuguaglianze. Ma al momento si manifesta in forme episodiche, settoriali o territoriali, che scontano appunto tale frammentarietà e non riescono a  tracimare in una dimensione più ampia e duratura.

Così ha buon gioco quella democrazia imbalsamata che ha dominato negli ultimi due decenni. Paradossalmente a ridarle credibilità è stato l’irrompere sulla scena politica del movimento Cinquestelle e, in parte, della nuova Lega. I quali, pur presentandosi come antisistema, ne sono diventati in  questo frangente gli autentici interpreti. Questo governo può infatti rivendicare a pieno titolo di essere portatore degli interessi popolari emersi dalle elezioni. Quindi, se con Berlusconi, Monti, Renzi e compagnia si è verificata la maggiore distanza tra rappresentati e rappresentanti, insinuando seri dubbi sul funzionamento dei meccanismi democratici, Lega e Cinquestelle infondono nuova fiducia sulla possibilità che si possa pervenire ad una maggiore giustizia sociale attraverso canali politico-istituzionali, senza bisogno di ricorrere alla conflittualità.

Ci troviamo, comunque la si voglia vedere, di fronte ad uno scenario aperto.

Le politiche liberiste estreme segnano il passo, non riescono a contenere il crescente disagio sociale. Le proposte populiste e sovraniste rappresentano agli occhi dell’elettorato medio le alternative più credibili: l’attuale governo italiano ne è un esempio.  Saranno sufficienti piccoli aggiustamenti quali un reddito finto di cittadinanza, una piccola rivalutazione delle pensioni minime, una flat tax concepita per le piccole e medie imprese, a mascherare un po’ di disparità? C’è da dubitarne e per molti motivi. Di conseguenza diventerà imprescindibile ritrovare o inventare forme coerenti e diffuse di conflittualità. Certo il conflitto non si pianifica in astratto, tuttavia si può e si deve agire per ricreare le premesse che possono favorirlo. Ma per fare questo occorre un grande sforzo di chiarezza, in direzione della costituzione di una reale unità delle classi sfruttate, superando dogmatismi e settarismi. Un punto comunque sembra evidente: i tentativi in giro per il mondo di riequilibrare (non di cambiare) le società sul piano dell’uguaglianza e dei diritti per via istituzionale con governi, come si dice democraticamente eletti, si sono risolti in un fallimento o nell’attuazione di piccoli aggiustamenti che non modificano l’assetto attuale. Tali fallimenti o accomodamenti non sono purtroppo indolori perché come quasi sempre accade aprono la strada ad esperienze autoritarie, se non apertamente fasciste. Ecco questa consapevolezza dovrebbe cominciare ad indicarci la strada per incamminarci verso una società che non sia annichilimento e sfruttamento.

Angelo Barbieri

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MALARAZZA

Decreto Salvini. Prove tecniche di totalitarismo

Il Consiglio dei Ministri lo scorso 24 settembre ha approvato il “decreto sicurezza”, che può essere considerato la summa delle politiche razziste e repressive della coalizione fasciostellata. Il decreto si divide in tre parti: 1) diritto d’asilo e della cittadinanza; 2) sicurezza pubblica, prevenzione e controllo della criminalità organizzata; 3) amministrazione e gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Il teorema securitario portato avanti dal Ministro delle Interiora Salvini, trova in questo decreto tutta la sua forma attuativa; è una nuova sferzata con cui si cercano di occultare le vere cause dell’insicurezza provocata dal liberismo sfrenato che impera da troppi anni insistendo nell’infondato binomio immigrati-insicurezza.Il capo del partito che si è abbuffato nella mangiatoia di “Roma ladrona”, reo di furto, occultamento di somme derivanti da truffa alle casse pubbliche e riciclaggio, si finge una vergine immacolata impegnata in una crociata alla Giovanna D’Arco contro chi viola la legge, bypassando spavaldamente la condanna per aver rubato 49 milioni di euro, e la vergognosa rateizzazione, ridicola e offensiva per milioni di lavoratori e pensionati indebitati fino al collo con le banche e gli strozzini: 600.000 euro l’anno per 76 anni!
Dopo aver gonfiato all’inverosimile una presunta emergenza immigrazione mistificando una situazione oramai più che strutturale, di fronte alla quale i governi succedutisi a Roma non hanno mai voluto assumere atteggiamenti adeguati, il governo tenta adesso di dare forma legale ad una serie di provvedimenti dal sapore fortemente autoritario. Così, si parte dai migranti, con la minaccia: “dopo toccherà ai rom”,e si inseriscono nel decreto nome di “ordine pubblico” di chiaro stampo scelbiano, con le quali si porta a fondo l’attacco al conflitto sociale crescente, mentre, nel finale, si apre uno spiraglio verso la mafia che, si sa, possiede pur sempre un buon bagaglio di voti da offrire ai potenti di turno.

Vediamo allora nel dettaglio i provvedimenti del decreto:

Vengono aboliti i permessi di soggiorno per motivi umanitari; rimangono solo pochissimi casi eccezionali; decade un principio introdotto in Italia nel 1998, con conseguente allargamento dell’area della clandestinità. Ma è inutile far notare questa presunta contraddizione; al governo non ci sono allocchi, ma torvi calcolatori che sanno bene quali conseguenze comporterà questa abolizione, perché questo è proprio il risultato perseguito, la “mission”, come si dice nel linguaggio dei manager: più illegali vuol dire più lavoro nero, più spazio alla criminalità nel reclutamento, guerra fra lavoratori italiani e migranti irregolari senza diritti, ed anche più reati legati alla marginalizzazione sociale, quindi più paura da parte degli italiani bianchi ariani, con conseguente maggiore odio e richiesta di ordine e sicurezza, pertanto più voti e consensi alla Lega e alle politiche razziste. Tutto calcolato! Come calcolati sono gli effetti del raddoppio da 3 a 6 mesi della durata massima del trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio (i CPR, ex CIE), negli hot spot, negli uffici di frontiera, in strutture della polizia: una vera e propria condanna senza reato! Questo comporterà la creazione di un nuovo circuito carcerario extragiudiziario alle dipendenze del Ministero dell’Interno.

Abbiamo poi la sospensione delle procedure d’asilo e il rimpatrio per il richiedente che abbia subito una condanna di primo grado; inutile aggiungere che a beneficiarne saranno i trafficanti libici coi loro lager che continueranno a riempirsi, stavolta grazie ai migranti provenienti dall’Italia. L’accanimento anti-immigrati permette di cancellare il principio di non colpevolezza fino al 3° grado di giudizio, caposaldo della legalità borghese, come lo sono le altre norme stravolte.
Anche lo smantellamento del sistema di protezione comunale (SPRAR) dei rifugiati e richiedenti asilo, che bene o male è una delle poche cose che sta funzionando, svilupperà difficoltà e tensioni sociali; l’esclusione dei richiedenti asilo dal registro anagrafico, utile ad ottenere la residenza, va nella stessa direzione: creare esseri umani illegali e clandestini, precari e nelle mani di trafficanti d’ogni sorta. Nella stessa direzione va la restrizione del diritto di cittadinanza anche per chi ha sposato un cittadino italiano o una cittadina italiana.
Il decreto prevede un forte incremento dei fondi per i rimpatri, dai 500.000 per il 2018 al 1.500.000  per il 2019 e il 2020.

La seconda parte di questo condensato di accanimento razzista, contiene provvedimenti che – guarda caso – riguardano tutti coloro che non accettano le politiche governative. Come l’estensione dell’uso del Taser (la pistola a impulsi elettrici) anche ai vigili urbani di città superiori ai 100.000 abitanti; il raddoppio delle pene previste dal codice Rocco (toh, chi si rivede!) per i responsabili di occupazioni abusive: reclusione fino a 4 anni e multa. Questo in un contesto come quello italiano dove sussistono milioni di stabili abbandonati e milioni di famiglie senza un tetto. Uno degli obiettivi dichiarati del Ministro Sceriffo sono i centri sociali e tutte le esperienze di occupazioni non esclusivamente abitative ma politiche, aggregative, culturali.
C’è poi l’estensione del Daspo e il far tornare il blocco stradale un reato invece che una violazione amministrativa. E qui non occorrono commenti, tanto limpida è la filosofia canagliesca.
Segnaliamo infine l’introduzione della possibilità di vendita del patrimonio sequestrato alle varie mafie, così che queste potranno ricomprarselo sotto prestanome.
Il presidente Mattarella la sera del 4 ottobre, dopo averne valutato i criteri di costituzionalità, vi ha apposto la sua firma facendolo diventare legge, sia pure con una serie di raccomandazioni a che sia applicato nel rispetto degli accordi internazionali e della Costituzione. Molti giuristi, personalità della politica e della cultura, esponenti del mondo associativo, in questi momenti stanno protestando e alzando la voce contro il decreto Salvini.
Ci avviamo, dunque, verso il varo di quella che non è più solo una grossa operazione di propaganda ma una vera e propria costruzione legislativa totalitaria di cui il governo del “cambiamento” si è reso responsabile. Non ci sono più alibi per nessuno.
Da oggi il livore fascistoide della politica governativa si scaglierà non solo sui poveri immigrati, ma su tutti gli attori della protesta sociale: occupanti di spazi, scioperanti, attivisti delle lotte territoriali, antimilitaristi, insofferenti e vittime del liberismo, forte di questo ulteriore strappo golpista a una Costituzione destinata sempre più a fungere da specchietto per le allodole.

Chi non accetta tutto ciò si troverà per giunta di fronte le schiere dei fascisti organizzati, ancora di più posizionate a difesa dell’ordine nuovo costituito.
Un ordine in cui non ci riconosciamo e che desideriamo ardentemente sovvertire.

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La Maschera Sovranista

Sovrano chi? La questione della sovranità, cioè di chi decide in ultima istanza, è stata risolta nelle democrazie rappresentative con una finzione giuridica: il popolo è sovrano. Questa finzione ha retto fino a quando non sono intervenuti l’apice dell’integrazione economica mondiale (globalizzazione) e l’esasperata finanziarizzazione dell’economia che hanno spostato gran parte delle decisioni dal piano nazionale a quello sovranazionale – Fondo monetario, Banca Mondiale, multinazionali, imperialismi più o meno riconosciuti. Questo fenomeno si è inserito in un processo piuttosto mosso di rivalsa del capitale e dei profitti, dopo la parentesi delle esperienze socialdemocratiche keynesiane, e della perentoria ascesa di nuove potenze economiche che hanno prodotto grandi squilibri: guerre, terrorismi, disoccupazione, precarietà, povertà, ripresa consistente delle migrazioni. Parte dei paesi europei ha creduto di poter fronteggiare la nuova situazione e ritagliarsi un ruolo nella competizione mondiale dando vita ad un organismo unitario sovranazionale: l’Unione europea. Ma può il neoliberismo globale continuare a tenere intere fette di popolazione sotto il ricatto della crisi e del debito o intere nazioni sotto il ricatto del terrorismo e della guerra? Negli ultimi anni l’affermarsi di governi, gruppi politici e tendenze che fanno leva sul ripristino delle prerogative nazionali – attraverso una presunta difesa delle loro popolazioni –  denuncia una falla nel sistema globale e sembra segnare una svolta che, tuttavia, è piena di incognite. La ripresa di un protezionismo economico di convenienza e l’esasperazione nazionalistica riecheggiano sinistramente vigilie di conflitti diffusi e guerre mondiali. Sovranismo e populismo ammorbano il dibattito pubblico.

L’Italia si trova investita in pieno, con l’ascesa del governo a guida Lega-Cinquestelle, da questo nuovo clima. Ma sovranismo è un termine facile per dividere un campo ideologico e propagandistico privo di veri sbocchi. Da una parte è schierato il governo populista, come oramai si nomina, fautore di una politica nazionale che vorrebbe combattere le storture attuali – precarietà, disoccupazione, sudditanza ai vincoli di bilancio – ma con gli stessi strumenti messi a punto dalle economie di mercato, con lo stesso orizzonte culturale e ideologico – l’impresa, la concorrenza, la meritocrazia. Il binomio sovranismo-populismo rappresenta evidentemente una falsa soluzione dal momento che non intende modificare rapporti di forza e relazioni sociali. Ma Lega e Cinquestelle si autoproclamano i veri interpreti della volontà popolare e si sono incoronati sovrani. Dall’altra si schiera l’opposizione governativa che ha il massimo interprete nel Partito democratico che continua a rivendicare la politica di austerità, controllo dei conti pubblici, portata avanti coi governi a loro guida e responsabile dei disastri attuali. Curioso notare come per il partito erede del defunto partito comunista  l’internazionalismo dei lavoratori sia da condannare e stigmatizzare quale arnese di un passato remoto, mentre si esalta e si assume addirittura come dogma l’internazionalismo delle merci e del capitale, ritenuto imprescindibile nel mondo di oggi. Il nazionalismo viene criticato non in quanto portatore di una visione razzista e autoritaria, ma in quanto limiterebbe il potere del capitale transnazionale.

Nazionalismo o europeismo, sovranismo o unionismo, populismo o democrazia (rappresentativa) hanno tutti la medesima faccia feroce del capitale, della competizione, dell’arroganza del potere. Rappresentano un presente di guerre, disparità e disuguaglianze; corrono su un crinale rischioso il cui punto finale potrebbe essere un nuovo conflitto generalizzato. Tuttavia la crepa aperta nel cuore del sistema neoliberista per cui governi e politici tornano ad appellarsi al popolo per recuperare credibilità è un punto che va compreso e attaccato. Qui sta la sfida. Ma occorre abbandonare l’armamentario della politica istituzionale e inventare altre forme di partecipazione che trasformino una finzione giuridica in una concreta realtà: il popolo sovrano.

Angelo Barberi

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Oltre ogni muro

Antirazzismo. Ridare vita alle piazze

Catania 25 agosto 2018: i soggetti in campo sono tutti presenti. 148 migranti tenuti sotto sequestro su una nave della Guardia Costiera italiana da otto giorni, impediti a sbarcare, quindi formalmente in stato di arresto rei solo di aver voluto cercare di cambiare la propria vita, pagando questo desiderio più che umano, con costi altissimi, sia economici che fisici e morali (stupri, violenze, torture, per la detenzione in Libia, e malattie anche gravi in conseguenza di tale trattamento). Il governo italiano rappresentato dallo schieramento di polizia lungo il molo, dalle motovedette tutt’intorno e da quella nave militare trasformata in provvisorio carcere per volere del Ministro delle Interiora. Infine i movimenti, che hanno affollato l’area, presidiandola fin dal primo giorno, contrastando in maniera stavolta non occultabile dai mass media, questa politica razzista e questa china fascista intrapresa non solo dalla politica italiana ma anche dalla società, come mostrano anche i crescenti consensi che essa acquisisce di giorno in giorno.
Dietro le pieghe di questo quadro si possono notare altri elementi che inducono alla riflessione: nell’ambito dei movimenti, la presenza di funzionari e iscritti al PD in cerca di un salvagente, venuti a gridare “Salvini dimettiti”, come se Salvini non fosse il continuatore di Minniti, della Bossi-Fini e della Turco-Napolitano, e giustamente contestati da molti attivisti. Una indignazione diffusa ha portato in piazza soggetti e associazioni molti dei quali da anni hanno disertato altri importanti appuntamenti, come quelli contro il MUOS, ma che però questo ritorno potrebbe spingere a un ricollocamento all’interno delle più importanti mobilitazioni. E’ importante riuscire a collegare i problemi della militarizzazione, delle spese militari, della povertà crescente, del liberismo sfrenato e dei suoi effetti nefasti sulla società, a quelli della strumentalizzazione dei migranti per deviare l’attenzione dalle cause dei disagi sociali più acuti e per offrire un capro espiatorio a tutti gli scontenti. Il fatto che in prima fila il 25 agosto ci siano stati attivisti NO MUOS, sia sul palco che a fronteggiare la polizia, che a tuffarsi in mare verso la nave Diciotti, è il segnale che vorremmo fosse colto da chi dimostra una sensibilità parziale e rinchiusa dentro gli angusti spazi di un sentimento umanitario.
Dietro la vicenda, giustamente non sottovalutata, si celano tutti i grandi temi di questa pesante situazione che grava sulla società italiana e non solo. In primo luogo la pesante china reazionaria, xenofoba e sovranista intrapresa dalla coalizione governativa, forte della consapevolezza che in questo momento tale strategia paga e in caso di elezioni anticipate o nelle prossime elezioni europee i suoi fautori, o meglio il suo fautore, verranno premiati da un elettorato sempre più traviato dalle sirene fascistoidi, benchè lo scollamento popolazione-istituzioni si allarghi sempre più e una crescente parte di persone non crede al rito democratico del voto. Ma anche qui va distinto chi non vota ma delega alle forze reazionarie la propria insoddisfazione, e chi lo fa perché è stufo di essere preso in giro ed è magari disponibile a forme di resistenza e di contrapposizione con il potere nelle sue varie sfaccettature.
Il nocciolo è dunque: dove va la società italiana? Verso quale buco nero si sta facendo trascinare dagli avventurieri al governo e dalle finte vergini che bivaccano sui banchi dell’opposizione?
Una società che si incarognisce ogni giorno che passa, in cui si snocciolano gli episodi di violenza razzista, in cui si assiste a stragi di migranti impiegati nelle campagne e nelle fabbriche, al sud come al nord, in condizioni schiavistiche; in cui il tanto strombazzato legalitarismo istituzionale, contrapposto all’immigrazione cosiddetta illegale, nasconde tutte le degenerazioni delle politiche proibizioniste di sempre: offre alle mafie un’opportunità di arricchimento e di controllo sociale senza precedenti; mette a repentaglio la vita di migliaia di esseri umani costretti ad affidarsi alle cosche per potere spostarsi, alimenta politiche repressive e di crescente militarizzazione dei porti e dei territori, fingendo di non sapere come, in realtà, sia l’Europa che soprattutto l’Italia, siano afflitti da un forte e irreversibile calo demografico che comporta 3 milioni di posti di lavoro in meno l’anno nell’UE, che si potrà combattere solo con l’accoglienza di altrettanti lavoratori immigrati. Sanno che le politiche di chiusura delle frontiere non servono a bloccare l’immigrazione ma solo a farla diventare irregolare, e che questo significa lavoro nero, degrado sociale, povertà crescente, speculazioni.
La farsa della linea dura, dell’emergenza continua rispetto ad una situazione strutturale che viene affrontata come un qualsiasi terremoto o naufragio, non ha alcuno sbocco. Paga nell’immediato, rafforza gli istinti più biechi e reazionari, ingrassa partiti di estrema destra più o meno camuffati, ma non ha il fiato per durare a lungo e poter risolvere, non diciamo i problemi dei lavoratori, delle classi più deboli, delle aree più emarginate e degradate, ma nemmeno quelli del capitale, dell’apparato produttivo, che prima o poi sarà costretto a chiedere un cambio di rotta.

Oggi soffia i vento del sovranismo, ma quando prevarrà in molti paesi non avremo altro che conflitti tra i paesi sovranisti, come già avviene tra Italia e Austria in riferimento sia alle politiche migratorie che alla questione Tirolo. Un’Europa in mano alle destre sarà un cantiere di conflitti tra stati e di mobilitazioni nazionaliste che necessariamente ci riporteranno indietro, a tempi che consideravamo superati e improponibili. Eppure di giorno in giorno questa prospettiva si fa avanti minacciosa.
L’esempio del paesino calabrese di Riace può essere assunto a modello di quanto stiamo sostenendo: il degrado dovuto all’emigrazione, all’invecchiamento e alla scarsità delle nascite può essere superato e vinto solo con una politica di accoglienza intelligente e rispettosa dei diritti umani e sociali di tutti, in una quadro di collaborazione, scambio equo e solidale, che si rafforza col il contributo di individui e culture di diversa provenienza. Riace è l’Italia, o sarà l’Italia che verrà, quando riuscirà a disintossicarsi dai veleni xenofobi, dalla aggressività razzista di forze politiche avventuriere e pericolose, da un sistema politico senza distinzioni di colore, che ha fatto della rincorsa a destra, della caccia al migrante, dell’asservimento al liberismo più vorace, la sua ragion d’essere.
Il 25 agosto a Catania, la sua consistenza della mobilitazione e la sconfitta del governo ci hanno dimostrato quanto sia utile e necessario uscire dalle case (reali e metaforiche) in cui ci siamo rinchiusi, e ridare vita alla piazza quale luogo della palingenesi sociale.

 

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Senza pause

Col campeggio NO MUOS dell’agosto appena trascorso (su cui a pagina 2 si può leggere un ampio resoconto) si chiude una stagione e se ne apre subito un’altra di questa lunga battaglia colma d’insegnamenti. Senza pause: l’arresto di Turi Vaccaro, avvenuto la sera dell’ultimo giorno, che gli attivisti hanno cercato di impedire con determinazione, ha prolungato la mobilitazione con presidi, scioperi della fame e iniziative di sostegno a Turi, attualmente in carcere a Palermo in attesa di essere trasferito in una struttura di accoglienza dove dovrà scontare la pena di 11 mesi e 20 giorni per danneggiamenti a impianti della Marina USA di Niscemi.

La solidarietà internazionale ha caratterizzato la stagione prima e durante il campeggio: gli oltre 300 attivisti spagnoli della Caravana Abriendo Fronteras hanno portato a Niscemi il 18 luglio il calore e la carica dell’internazionalismo, espressi anche nelle iniziative di protesta nei luoghi delle politiche migratorie razziste del governo e dell’UE in Sicilia. Stesso calore e senso di complicità hanno espresso le delegazioni estere presenti durante i 4 giorni di contrada Ulmo, mentre i mezzi di informazione e comunicazione del mondo curdo hanno ampiamente risaltato l’appuntamento, a partire dal dibattito del 3 agosto. Sul piano nazionale diverse sono state le espressioni di solidarietà, e particolarmente rilevante è stata la manifestazione parallela organizzata il 4 a Novara, dal comitato contro gli F-35 e realtà antimilitariste, anarchiche, libertarie e pacifiste del Piemonte, a sostegno della manifestazione lungo le reti della base NRTF-MUOS.

Intanto siamo venuti a conoscenza di una richiesta da parte della Marina USA, inoltrata tramite il Ministero della Difesa, a Regione siciliana e Comune di Nisceni, di autorizzazione di lavori di manutenzione all’interno della base, su cui le due istituzioni hanno mantenuto un vergognoso silenzio, oggi come nel 2008; si tratta di opere di consolidamento di un costone a rischio frana, di strade e di antenne. Il comune di Niscemi – a parole No Muos – non ha risposto alla nostra richiesta di accesso agli atti; siamo comunque venuti in possesso della copiosa documentazione, dalla quale si evincono tante cose, compresa o: un’attenzione molto pelosa al rispetto del territorio che non riscontrammo quando si trattò del progetto di costruzione del MUOS, segno che adesso vogliono schivare eventuali inciampi burocratici e ostacoli ambientali, soprattutto il fatto che questi interventi cozzano con le famose e ultracalpestate norme di tutela della zona A, a inedificabilità assoluta, all’interno del Sito di interesse comunitario. Per noi queste opere di ristrutturazione hanno un solo significato: i militari americani hanno intenzione di mettere radici alla Sughereta.

Il movimento ha lanciato una campagna di informazione su questa nuova tappa della presenza militare, denunciando l’omertosa complicità delle istituzioni e di quei partiti, come i 5 Stelle, che si sono fatti la campagna elettorale sul NO al MUOS e adesso, a ruota della Lega razzista, fanno gli statisti filoamericani; gli attivisti ribadiscono di essere pronti a riprendere la pratica del contrasto ai mezzi pesanti che torneranno a invadere le strade di accesso alla base per consolidare una struttura di morte, ancora una volta in contrasto stridente con le condizioni di un territorio che in quanto a quartieri franati e mai bonificati, strade colabrodo e pericolose e infrastrutture carenti, non è secondo a nessuno.

Si vuole pertanto rafforzare la lotta a partire dal coinvolgimento della popolazione, per troppo tempo rimasta a guardare dopo la stagione dei blocchi stradali, degli scioperi generali, dei presìdi, delle proteste che videro in prima file le donne di Niscemi. I problemi del paese sono rimasti irrisolti: dall’acqua che arriva col contagocce ed è pagata a peso d’oro, alla viabilità stradale e ferroviaria carente o assente, dai servizi sociali e sanitari insufficienti al lavoro sempre più precario, che produce povertà e emigrazione giovanile. Collegare queste problematiche alla militarizzazione del territorio, che fa di Niscemi una delle capitali mondiali delle comunicazioni militari degli Stati Uniti, e alle ingenti spese militari sostenute dallo Stato italiano, che il governo del cambiamento (in peggio) ha prontamente confermato, è l’obiettivo prioritario che il movimento si è proposto.

Questa lotta si vince solo se ritorna ad essere popolare, se sfugge dall’autoreferenzialità riuscendo a coniugare spinta militante e lavoro di base, ritessendo ambiti di autofiducia e rimettendo in campo forze ed energie in grado di leggere nella liberazione dal MUOS e dell’ipoteca militare, anche la liberazione delle persone sfruttate, oppresse, subalterne.

Pippo Gurrieri

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Fronte Contro la Guerra

Mediterraneo sotto il tiro incrociato di governi che hanno trovato nell’alibi immigrazione la chiave di volta per instaurare i regimi della segregazione democratica, raccogliendo consensi nelle masse prima indifferenti e ora arruolate nel malpancismo nazionale. A farne le spese non solo i migranti, i cui flussi sono frenati dai muri eretti a suon di miliardi di dollari ed euro nelle frontiere turca e marocchina e nei lager libici, ma anche le azioni e i sentimenti di solidarietà, le possibilità offerte a fatica a popoli in fuga verso destini meno infami nelle periferie delle metropoli di un occidente sognato e bestemmiato.
Di là dal mare spenti i riflettori su Gaza e sul Nord Siria, la pace si confonde col silenzio dei mass media, o almeno questo è il modo di occultarne l’inconsistente paragone a uno straccio di tregua. Il sangue cola sui corpi dei palestinesi che continuano ad assediare il muro dell’odio e del razzismo, mentre le armate turche si assemblano alla frontiera curda per preparare il colpo finale all’autonomia del Rojava, forti della complicità internazionale con la dittocrazia di Erdogan.
Di qua del mare le strutture di morte battenti bandiera a stella a strisce o NATO  o tricolore accolgono nuove batterie di missili, nuove di droni e altre armi pronte a segnare il destino di genti, nazioni, terre, e, in definitiva, del mondo intero. E Sigonella, nell’isola contesa, si gonfia a dismisura di sistemi, tecnologia, strumenti, marchingegni, ordigni per queste guerre che chiamano a bassa intensità solo perché è intensamente bassa l’attenzione delle persone, deviata, stordita, da mille diversivi, da rigurgiti egoistici e cecità benaccette che aiutano a mantenere la coscienza in uno stato di incoscienza.
Alle spalle di cotanto merdaio, il cui tanfo avrebbe dovuto far schizzare di indignazione chiunque mantenesse un 2% di cervello acceso, lorsignori lavorano senza tregua all’operazione ovattamento  e predisposizione degli individui all’accettazione di un mondo in divisa militare. Non c’è solo la crisi a far guardare con desiderio al mestiere di sbirro-soldato, c’è il piegamento della cultura alle necessità militari, con poche e nulle reazioni: scuole, università, spettacolo e sport sono la tavola imbastita per questa indigestione di progetti, contratti, accordi, alternanze, telefilm, ricorrenze, commemorazioni, gare e meetings in cui l’ordine delle armi, la sicurezza armata, vengono collocate e mostrate in vetrina per essere poi vendute. Militari e poliziotti diventano inquietanti presenze nel mondo dell’istruzione; magistrati e ufficiali dei vari corpi dello stato sono i nuovi professori di legalità, mandati a propagandare lo stato indefesso incorrotto degli eroi che lotta contro mafiosi d’ogni risma e mele marce insediate nelle istituzioni. E quando non sono questi figuri ad andare nelle scuole e università, sono queste a recarsi in gita, o per scambio/alternanza/accordo nelle caserme, nelle basi militari, nelle fabbriche di morte per avvicinare i ragazzi a questo mondo perfetto in quanto ordinato gerarchicamente e come tale, modello indiscutibile di rettitudine e ideali democratici.
Dal 2 al 5 di agosto in contrada Ulmo, qualche chilometro fuori da Niscemi, a ridosso della grande base militare USA NRTF n.8, dentro la quale si staglia la base satellitare del MUOS, dentro il presidio sorto nel 2012, avrà luogo il campeggio NO MUOS; iniziativa che quest’anno riassume in sé i significati di quanto appena detto. Antimperialismo e resistenza, solidarietà militante e antirazzismo, risposte alla militarizzazione dell’istruzione e della cultura, saranno oggetto di incontri, confronti, relazioni formali e informali nel corso dei quattro giorni, e si intrecceranno con iniziative dentro e fuori il presidio, lungo le reti della base della Marina militare statunitense, come pure in paese. Nell’attuale fase di militarizzazione sociale e di sclerotizzazione delle intelligenze, la lotta NO MUOS intende fare da volano per la ricostruzione di un fronte contro la guerra intesa in tutti i suoi significati: carneficina, spreco di risorse, distruzione organizzata, propaganda di modelli violenti e gerarchici. Un fronte esteso, variegato, e mutualistico, solidale, organizzato dal basso, scevro da sensibilità istituzionali, basato sull’azione e la partecipazione diretta.

Pippo Gurrieri

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L’UNICO SENSO

Internazionale. Antimperialismi a senso unico

Se c’è un modo coerente di sentirsi partecipi dei problemi dei popoli oppressi che cercano di liberarsi dalle catene dello sfruttamento, questo è quello di sentirsi tutt’uno con essi, di vivere le loro difficoltà e i loro drammi come propri, di sentirsi offesi e umiliati quando ad essi si infligge un’offesa e un’umiliazione, e di mettere in atto ogni mezzo per contribuire al superamento della loro situazione. Questo è il senso della solidarietà internazionalista. Ma non il solo. Le dinamiche politiche spesso sono talmente diverse caso per caso da richiedere molta attenzione quando si fanno degli approcci. Noi che viviamo in questa parte di Mondo sotto il dominio delle potenze occidentali, e degli Stati Uniti d’America in particolare, siamo cresciuti combattendo la NATO e l’imperialismo americano, e ci è capitato spesso, non ultimo durante la lotta contro l’installazione della base missilistica di Comiso (primi anni ottanta del secolo scorso), di essere accusati di fare il gioco degli avversari degli USA, in quel caso l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Non era così, perché in quanto anarchici e antimilitaristi, la nostra battaglia assumeva – per noi – i caratteri di un’opposizione alla guerra e all’imperialismo. Eravamo antiamericani (nel senso di nemici della potenza statunitense) ma in quanto antimilitaristi, e non viceversa, altrimenti avremmo finito per mettere da parte la nostra avversione per ogni forma di militarismo una volta cessato il bisogno di schierarci contro gli USA.
Ma non tutti la pensano così, e non tutti riescono a comprendere la posizione di chi non simpatizza per nessun potere e quindi gioisce a metà quando uno scontro militare finisce, ma dalle sue ceneri sorge magari un nuovo stato, se-dicente rappresentante di chi lottava contro la grande potenza. L’esempio più classico fu il primo maggio del 1975, quando in tutto il Mondo si festeggiava la fine della guerra in Vietnam del giorno prima, con la sconfitta degli USA; un conflitto che aveva caratterizzato il ventennio precedente, ma che nell’ultimo decennio era stato uno dei temi scottanti attorno a cui si era formata la generazione dei ribelli che darà vita al Sessantotto. Solo gli anarchici, nonostante avessero anch’essi speso energie a iosa contro l’infame guerra in Indocina, quel primo maggio misero in guardia dalla nascita del nuovo Stato vietnamita, un nuovo potere che si annunciava militarista e condizionato da due grandi tirannie, quella russa e quella cinese.
L’antimperialismo a senso unico ne ha fatto di vittime nel tempo; basti pensare a Cuba, nella cui guerriglia non pochi furono gli anarchici impegnati, mitizzata oltre ogni dire (mito ancora duro a morire), emblema di una durissima resistenza allo strapotere statunitense, ma dentro i cui confini si consumavano, tuttavia, delitti politici contro dissidenti ed eretici del regime castrista.
Non va nemmeno dimenticato il dibattito seguito alla cacciata dello Scià in Persia e alla nascita della repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini nel febbraio del 1979; la sinistra internazionale lesse quegli avvenimenti in chiave antiamericana e simpatizzò con la rivoluzione che portò al potere i religiosi sciiti. Gli esempi potrebbero continuare, ma ci interessa tornare all’oggi poiché tali dinamiche si riscontrano nella pratica odierna di un internazionalismo ancora a senso unico.
La Palestina vive nel cuore di tutti noi come l’esempio vivente di una resistenza di lunga durata e di un grande sopruso, di una violenza senza fine tollerata, coperta, supportata, da tutti gli Stati, compresi quelli falsamente amici, che hanno solo appoggiato il popolo palestinese per strumentalizzarne a fini propri il suo sacrosanto diritto ad una propria autodeterminazione. L’antimperialismo a senso unico porta a considerare formazioni come Hamas, in quanto schierate contro lo Stato fascista di Israele e il suo grande protettore USA, degne del sostegno militante, dimenticando l’ideologia di fondo di questo movimento: retrograda, patriarcale, specularmente fascista, tutte premesse che in un futuro eventuale stato palestinese rappresenterebbero inaccettabili condizioni per chi si batte per una liberazione effettiva dei popoli oppressi.
Cambiando area geografica, sono molti gli Stati nel “giardino di casa” degli Stati Uniti, cioè il centro e sud America, ad essere sotto il mirino dell’imperialismo a stelle e strisce, del Fondo monetario, della Banca Mondiale per la loro attitudine a voler gestire in proprio le risorse del paese. La loro collocazione in contrasto con i disegni degli USA e i tentativi di questi di fomentare rivolte e colpi di stato, attuando embarghi, ricatti, assedi, impongono condizioni di vita ai limiti dell’incredibile e seminano odio antimperialista. Tuttavia questa situazione fa spesso perdere ai solidali del Mondo, e a quelli nostrani in particolare, il senso critico, e sposare acriticamente cause come la bolivariana e chavista, oppure populiste o sandiniste, chiudendo gli occhi su ciò che avviene in quelle società, dimenticando che una autentica politica antimperialista va coniugata con un progetto di autentica liberazione sociale, che non può essere spesso solo slogan, oppure richiamo strumentale a lontane origini rivoluzionarie da tempo abbandonate.
In Venezuela lo Stato bolivariano fondato da Chavez, oggi in mano a Maduro, è un regime in mano a una casta di militari eredi di una rivoluzione contraddittoria, che ha affiancato a reali aperture ai poveri e trasformazioni sociali (oggi migliaia di gruppi popolari si autogestiscono la loro vita fuori dal controllo governativo), il rafforzamento di una nuova oligarchia petroliera. Affermare ciò viene considerato fare il gioco del nemico. L’attacco degli USA, del FMI, della BM e delle classi agiate locali, che sta provocando una grande e diffusa povertà, non fa altro che alimentare il mito di un Venezuela baluardo dell’antimperialismo, portando a giustificare un esercito, una polizia, le istituzioni totalitarie, il sistema da caserma, la casta al potere.
Poco distante, in Nicaragua, in nome del sandinismo un élite di ex rivoluzionari abbarbicati al potere e ai suoi privilegi, combatte contro forze giovanili e popolari stanche di subire le angherie di una casta che ormai non ha nulla da invidiare a quella legata al regime del dittatore Somoza rovesciata nel 1979. Ma anche in questo caso, gli internazionalisti a senso unico vedono solo ciò che vogliono vedere, e cioè che lo Stato nicaraguense rappresenta ancora un presidio contro l’imperialismo USA, e non  invece una società dove una classe di nuovi sfruttatori esercita il più antico dei domini di classe contro la popolazione, in nome …dell’antimperialismo.
Torniamo all’inizio: siamo antimperialisti perché rifiutiamo ogni forma di imperio, e non ci schieriamo con nessun tipo di sistema autoritario e statale; l’internazionalismo si definisce nella solidarietà ma anche nell’espressione di contenuti critici e nel supporto verso tutte quelle esperienze che oggi sono portatrici di progetti di liberazione e di ricostruzione sociale su basi effettivamente antiautoritarie, federaliste, femministe, ecologiste, come il Kurdistan, il Chiapas, con le varie esperienze in atto. La contingenza ci può portare senz’altro a sostenere lotte popolari sparse per il mondo, e in tal senso mai smetteremo di supportare, ad esempio, quella palestinese, o quella dei popoli venezuelano o nicaraguense, e di tante realtà che non rinunciano a resistere. Ma senza mai schierarci con i poteri che pretendono di guidarle, oggi nella lotta e domani in nuove caserme chiamate stato.

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