Il filo rosso

La manifestazione del 23 marzo a Roma “per il clima e contro le grandi opere inutili e imposte”, è stata davvero grande, e non solo per i numeri; si può infatti disquisire se eravamo in 150.000 o la metà, ma nessuno può ignorare il fatto che da tutta Italia e dalle isole, decine di migliaia di persone, attivisti di base, organismi di lotta il cui elenco sarebbe praticamente impossibile da fare, con i propri mezzi, si siano spostati nella capitale per esprimere un corale e unitario No alle politiche distruttive del capitalismo, alla sua folle corsa al profitto che dopo aver impoverito buona parte del Pianeta, adesso sta mettendo in discussione l’intera esistenza della vita sulla stessa Terra. Il silenzio dei media, del resto, è la conferma della necessità, da parte di governo e padronato, di oscurare un evento di portata forse storica.
Il dato politico rilevante, oltre quello quantitativo, è questa nuova fase dei movimenti, i quali, cercando e trovando un filo rosso comune, hanno dimostrato quanta apertura, quanta coscienza, quanta capacità di analisi ci sia nelle singole resistenze territoriali, i cui percorsi sono tutti egualmente incanalati verso una visione generale del problemi. Cioè dello sfruttamento delle risorse e degli esseri umani, delle ineguaglianze, della mancanza di giustizia sociale, delle guerre e delle politiche militariste e guerrafondaie condotte anche laddove c’è la”pace”: leit motiv che accomuna tut- ti i sistemi di dominio nel Mondo, tutti gli Stati, tutte le strategie economiche del capitale e dei suoi strumenti operativi.
In ogni angolo del Paese, dentro ognuna delle tante battaglie che fette di popolazione, in maniera autorganizzata, portano avanti contro un progetto imposto, devastante, finalizzato solo all’arricchimento di pochi, borghesi, mafiosi o magnati locali, nazionali o internazionali, si svolge una parte di questa battaglia per salvare il Pianeta.
La ricchezza, la varietà , la consistenza della manifestazione del 23 marzo ha di fatto cancellato il ruolo dei partiti, grandi e piccoli, della cosid- detta sinistra come del qualunquista Movimento 5 Stelle; ognuno a modo suo ha cercato di intestarsi una singola lotta o tutte nel loro insieme, cercando di usare la passione e la tenacia di mi- gliaia e migliaia di persone che da anni ci mettono la faccia, i corpi, e la stessa loro libertà; col discorso sul clima partiti come il PD, da sempre dalla parte dei devastatori ambientali, si cerca di rifare una verginità. Il grande movimento di massa del 23 marzo ha spazzato via ogni illusione che le battaglie popolari possano essere cavalcate da qualcuno, o che ci possano addirittura essere governi amici; i governi, da che mondo e mondo, mandano la celere e la
digos, i carabinieri e l’esercito; difendono gli interessi dei saccheggiatori privati o di Stato; sprecano miliardi in spese militari e sono as- serviti alle logiche di guerra, le stesse che in Sicilia ci impongono da ben 70 anni la base di Sigo- nella e tutte le altre, e da alcuni anni il MUOS di Niscemi, strumenti di offesa e di morte.
Certamente non siamo così ingenui da non comprendere come anche all’interno di questi
movimenti soffino mire egemoniche da parte di una o l’altra componente “più forte” e dei loro sponsor più vicini; questo rimane un discorso aperto su cui va espressa la massima attenzione per evitare che le strumentalizzazioni che abbiamo fatto uscire dalla porta rientrino dalla finestra.
D’altro canto , non è neanche un mistero che all’interno della maggior parte delle realtà territoriali o meno, agiscano forze politiche e sindacali minoritarie, o siano in atto tentativi di far passare progetti di coordinamento finalizzati a strategie e obiettivi elaborati all’esterno. La differenza con il passato è che molte realtà sono in possesso degli anticorpi necessari a tenere sotto controllo tali ingerenze, a difendersene per garantirsi la propria libertà. E la dimostrazione ce l’ha data proprio il corteo di Roma, dove, in una piazza S. Giovanni già gremita, affluiva la patetica coda del corteo composta da partitini residuali, autoreferenziali, in maniera evidente staccati dalla massa popolare e militante.
Un passo importante è stato fatto; adesso bisogna continuare la corsa, perché c’è sempre meno tempo e sempre più rabbia.

Pippo Gurrieri

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Rojava nel cuore

Nuovi partigiani. Lorenzo vive nella lotta

“Il mio nome è Lorenzo Orsetti, il mio nome di battaglia è Tekoşer, vengo dall’Italia, da Firenze. Sono nato a Bagno a Ripoli il 13 febbraio 1986. Sono consapevole di tutti i rischi che corro. Sono qui per un sacco di ragioni, principalmente perché credo nella libertà. Sono un anarchico, ero stanco della mia vita nella società occidentale per molte ragioni ma forse non è questo il momento giusto per parlarne, sarebbe un discorso lungo. Ho ricevuto un addestramento militare e logistico da questa accademia, l’Ypg. Se state guardando questo messaggio probabilmente… è andata così. Ma va bene per me, sono felice di aver fatto questa scelta e la rifarei mille volte perché ne sono convinto. Vi amo tutti, coloro che sono passati dalla mia vita: i miei amici, la mia famiglia, il mio cane. E’ tutto”.

Quello che avete appena letto è il video-testamento di Lorenzo, morto in battaglia in Siria il 18 marzo mentre prendeva parte alla liberazione di Barghouz, l’ultimo avamposto dell’ISIS. Questo invece è il messaggio-testamento che Lorenzo aveva scritto.

«Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.

Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.

È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.

E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!

Orso, Tekoser, Lorenzo”.

La morte di Lorenzo, le sue parole, mentre ci rattristano, ci riempiono di orgoglio per la forza morale che da essi promana.

Esse però ci impongono una riflessione su ciò che accade in Kurdistan, e più in generale su di noi in relazione alle possibilità e al dovere di continuare a sostenere la lotta di questo popolo e possibilmente di incrementare il nostro supporto.

Ciò che accade, è in parte noto; liberata l’ultima enclave di Daesh, per molti il problema Stato islamico è chiuso; gli Stati Uniti ritireranno le loro forze, che hanno contribuito alla “vittoria”, grazie allo sforzo concreto, sul terreno dello scontro, dei miliziani e delle miliziane curdi/e, che hanno lasciato sul campo centinaia di  loro vittime; e sull’area tornerà a dominare la pacificazione imperialista, con grande spazio alla Turchia, che fino a ieri ha sostenuto Daesh in chiave anticurda, e continua i suoi sforzi per cancellare l’amministrazione autonoma della Siria del Nord (Rojava) e tutte le sacche di resistenza nel Bakur (territorio curdo sotto controllo dello Stato turco). C’è da aspettarsi che allo spegnersi dei riflettori, l’esercito turco si lancerà in una delle sue battaglie più cruente nel tentativo di sconfiggere sul piano militare il popolo curdo e le sue conquiste comunaliste definite nel progetto di Confederalismo democratico.

Mentre scriviamo queste righe circa 7000 prigionieri politici del PKK rinchiusi nelle carceri turche sono in sciopero della fame per chiedere la fine del ventennale isolamento di Abdullah ‘Apo’ Ocalan; alcuni di loro stanno ricorrendo a forme estreme di protesta, tanto che risultano già 6 morti; cinque di questi si sono suicidati in carcere tra il 23 e il 2 aprile, uno lo ha fatto in Germania. Emerge in questo caso tutta la simbologia di questa vicenda, dove il leader prigioniero rappresenta un collante umano e politico di grande spessore per una popolazione divisa dalle frontiere degli stati, e sottoposta ad uno dei più gravi genocidi della storia. C’è il culto della personalità, è vero; ma c’è anche l’assurgere di un uomo-simbolo a bandiera di un’aspirazione alla libertà e all’autodeterminazione, che non va sottovalutata.

Oggi più che mai il Kurdistan ha bisogno di noi: della nostra solidarietà, della nostra presenza fisica nelle piazze, come di quella dei volontari combattenti che sono andati e sono ancora tra le file delle forze di autodifesa del popolo, sfidando i rischi e i pericoli, come Lorenzo, e anche l’inquisizione degli stati di provenienza, come sta accadendo in Italia, dove il loro slancio altruistico e solidale viene considerato alla stregua di un mercenarismo da integralisti e i magistrati ne chiedono la sorveglianza speciale in quanto “socialmente pericolosi”.

Ma siamo soprattutto noi ad aver bisogno del Kurdistan, perché oggi è nelle sue terre che arde una delle poche fiaccole di libertà, attraverso quel progetto di Confederalismo democratico che ha molte assonanze con percorsi antiautoritari, ecologisti, femministi, antipatriarcali, cui noi anarchici aspiriamo e di cui ci facciamo portatori. Oggi è quella lotta, sono quelle vittime, a tenere aperta la prospettiva di quel Mondo Nuovo che – come diceva Durruti – portiamo nei nostri cuori. E siamo convinti che in un’area martoriata come il Medio Oriente, vissuta sempre tra guerre e dittature, il percorso rivoluzionario del popolo curdo che si riconosce nel Confederalismo democratico, rappresenti l’unico rimedio, l’unica reale alternativa alla situazione di conflitto permanente e di impasse in cui sono costretti popoli oppressi come quello palestinese.

Non è retorica se diciamo che il sacrificio di Lorenzo, come quello di Giovanni Asperti e di tante e tanti miliziani internazionali e curdi, non deve essere vano, ma deve indurci a riconsiderare in maniera più concreta, coinvolgente, fattiva, il nostro quotidiano internazionalismo.

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Lorenzo vive

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La prova del No

23 Marzo. Non nel mio cortile (il Mondo)

Roma, 23 marzo: non è una semplice grande manifestazione anche se di per sé rappresenta un obiettivo importante, perché strutturato dal basso, costruito attraverso decine e decine di assemblee territoriali e diversi appuntamenti nazionali; un percorso durato mesi che è già un risultato politico acquisito per le energie, le idee, i processi in atto e le prospettive che ha fatto emergere.
L’essere riusciti a mettere insieme resistenze su tematiche differenti, ma tutte figlie della stessa necessità di reagire a progetti e strategie negatrici della volontà delle persone di poter essere protagoniste della propria vita, portatori di devastazione, corruzione sia materiale che morale, violenza sia fisica che psicologica, è un fatto concreto, indiscutibilmente positivo, senza che per questo si debba sorvolare sulle differenze, le sensibilità diverse, le caratteristiche specifiche di ogni battaglia e di ogni vicenda, di ogni movimento che ne è protagonista. Ci troviamo di fronte ad una ricomposizione generale delle tante vertenze che le rafforza tutte ma che tende a divenire progettualità contro il sistema neoliberista.
Chi ha provato ad imporre logiche di dominio e di sopraffazione, con la violenza, l’imbroglio, la mafia e la legge, ed anche con il tentativo di tenere isolate le singole lotte, confinandole nei territori, salvo poi accusarle di essere affette da sindrome di nimby, sa che nella percezione di quanti si sono autoconvocati a Roma, l’intero Paese è un cortile, anzi, l’intero Pianeta lo è, e in questo cortile-Mondo non c’è spazio per profittatori, speculatori, oppressori e sfruttatori.

Questo uno dei principali valori che si riversano a Roma il 23 marzo. Ma ci sono altri significati, altrettanto importanti, che costituiscono l’ossatura di questa grande prova di forza:

  • I tanti No provenienti da tutte le regioni prendono atto che la forza di ognuno risiede nella forza di tutti, e che ogni singola mobilitazione nasce e si sviluppa attorno ad un aspetto specifico del più vasto progetto capitalistico di dominare le persone e l’ambiente per trarne profitti, ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. Un No alla Tav o alle Trivellazioni, al Muos o alle Grandi Navi, alle discariche o ai gasdotti è un No al Capitalismo predatore e distruttore, è un No al neoliberismo calato come un’ombra mortale sulle popolazioni del Pianeta per favorire le minoranze di ricchi che lo governano e lo stanno portando alla distruzione. Perché il processo di veloce degradazione del clima e delle possibilità di vita su sulla terra non va religiosamente assunto a senso di colpa collettivo: esso ha un solo responsabile, ed è il Capitalismo, con la sua voracità infinita, mentre lo Stato è il modello-forma-strumento perché le aspirazioni delle persona a una vita diversa e migliore possano essere ingabbiate in logiche di obbedienza di varia natura e mantenute con vari strumenti coercitivi, dal terrorismo statale al potere burocratico, dal fanatismo religioso o nazionalistico alla droga consumistica e tecnologica.
  • I movimenti territoriali vanno acquisendo sempre più la coscienza che l’unica forma di opposizione al capitale può svilupparsi solo a partire dagli individui e dai loro luoghi di vita e di lavoro, e che essa non deve delegare a forme “superiori” della politica le proprie prerogative, ma deve farsi essa stessa forza d’urto, di opposizione e di proposta. Nessuna delega a personaggi, leaders, partiti e nessuna fiducia a governi e istituzioni. Questo atteggiamento ha fino ad ora permesso alle lotte di svilupparsi e rafforzarsi, di superare momenti di sbandamento e debolezze varie, di disincagliarsi dalle pratiche ricattatorie che hanno fatto soccombere la tutela della salute e dell’ambiente alle esigenze del capitale e del mercato, e deve proseguire la sua marcia unificando (ma non omologando) tutti i No in un grande Si a un’idea diversa di vita, di relazioni umane, di condizioni sociali, di gestione del lavoro, dell’istruzione, dell’ambiente, di rilancio effettivo del Mezzogiorno, un’idea improntata all’eguaglianza, alla giustizia e alla libertà e alla solidarietà, tutti valori incompatibili col capitalismo, le sue leggi, i suoi bisogni.

Nelle innumerevoli occasioni di confronto è emersa una progettualità del cambiamento, che passa attraverso la riappropriazione da parte dei soggetti sociali della facoltà di poter decidere in prima persona e collettivamente della propria esistenza e del proprio futuro. Una progettualità che contempla un’idea diversa di mobilità, di lavoro, di città, di energia, di ambiente, ma anche un’idea precisa su antisessismo e antipatriarcato, antirazzismo e antifascismo, anticapitalismo e antimperialismo, dove non hanno più spazio alcuno le follie capitaliste su velocità alte e imprescindibili, su aggressioni ai sottosuoli e ai mari con progetti devastanti resi possibili nel corso dei tempi solo da guerre feroci di conquista, a loro volta produttrici di mostruose macchine di morte e di altre montagne di profitti accumulatesi su genocidi, schiavitù, esodi, fabbricazione, commercio e utilizzo di armament. Non c’è più posto per l’interesse privato che scavalca quello pubblico, per l’interesse di Stato a servizio dei potenti, imposto con la violenza in divisa.
Capitalismo e liberismo sono solo voracità, distruzione, culto del dio denaro, e mafia, militarizzazione dei territori, guerre, repressione dei soggetti in rivolta (ora, in Italia, ancora più aspra con la legge Salvini). Ne hanno fatto le spese i diritti umani, le conquiste sociali, la libertà delle persone di poter decidere, come ne hanno fatto le spese l’agricoltura, l’ambiente, interi territori vasti e piccoli divenuti invivibili per l’avvelenamento, il clima modificato, le moltitudini sottoposte a ricatti: occupazionali, economici, razziali, militari, religiosi.
E’ giunto il tempo di dire No a un sistema iniquo e pericoloso, la cui crescita, ma anche la cui sola esistenza, è una minaccia per l’umanità tutta. Ed oggi, dall’ultimo paese della Val di Susa, all’ultimo paese della Sicilia, passando per le mille contrade in rivolta, sono segmenti crescenti di questa umanità insofferente che si ribellano. La protesta, la resistenza, il conflitto sociale che confluisce a Roma è oggettivamente lo stesso che anima le popolazioni curde nella loro conquista di una possibilità di rigenerazione sociale antiautoritaria, lo stesso che arma lo spirito delle popolazioni del Chiapas o che riempie le strade del Nicaragua; lo stesso che nega la segregazione razziale nei lager degli stati e i muri alle frontiere o nei mari; lo stesso che fa da diga al dilagante neofascismo aizzato dai governi, in Italia come in altri paesi. O si vince tutti, o si perde tutti: non c’è via di mezzo.

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Torna la questione settentrionale

Da anni i leghisti chiassosi, forti di una debolezza di fondo dei sostenitori sinceri della questione meridionale, sono riusciti a ribaltare i termini del discorso, imponendo la centralità delle rivendicazioni della borghesia ladrona padana. Oggi, con il vento in poppa al secessionismo mascherato da sovranismo, tentano di dare una sferzata che sancisca definitivamente la rottura del “patto di perequazione” che, sia pure in maniera assolutamente sbilenca e diseguale, aveva caratterizzato gli assetti sociali ed economici del paese e i suoi stessi principi fondanti a partire dal 1945.
Lungi da noi il voler gridare alla minaccia di rottura dell’Unità d’Italia, che già questa fu foriera di una rottura più grande quale l’annessione del Sud al Piemonte e l’instaurazione di una relazione di tipo coloniale durata fino ai giorni nostri. L’Italia unita è stata ed è la condizione necessaria, ancorché mistificante, della rapina che le popolazioni del Mezzogiorno hanno subìto, complici le classi politiche meridionali assoldate alla grande borghesia predatrice e ai signori della guerra che hanno fatto della colonia una grande base militare, un immenso serbatoio di manodopera, un’area per le loro industrie devastanti, un mercato per la loro mercanzia, appaltando alla criminalità organizzata il controllo sociale e l’ordine mafioso necessari per mantenere l’egemonia politica ed economica. Siamo convinti, pertanto, che la Lega e i suoi alleati-complici-padroni del Nord non intendano assolutamente mollare l’osso che hanno spolpato da un secolo e mezzo, ma che stiano semplicemente approfittando di una congiuntura favorevole per regolare ulteriormente i conti con un Sud che vedono bene in una condizione di ulteriore subalternità per farne loro territorio esclusivo di caccia.
La cosiddetta “autonomia differenziata”, o “federalismo fiscale”, agevolata dalla modifica costituzionale del 2011 (art. 119) voluta da un governo PD, giunta a imminente varo governativo, spinta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, regioni ricche che producono il 40% del Pil nazionale (ma che consumano il 50% del gas d’Italia e un terzo dell’energia elettrica), presto seguite da altre regioni, prevede non solo che il “residuo fiscale”, cioè la differenza tra quanto si paga di tasse in un territorio e quanto si riceve dallo Stato (che permette una distribuzione di risorse delle regioni più ricche su tutto il territorio nazionale), rimanga nella Regione, ma che le stesse assumano competenze oggi di stretta pertinenza statale, su materie come l’ambiente, la salute, i trasporti, il lavoro, l’istruzione, i beni culturali, i rapporti internazionali, ecc. Competenze che, a loro volta, abbisogneranno di ulteriori finanziamenti per potere essere attivate.
E’ chiaro che, allargando la forbice strutturale tra Nord e Sud, viene a saltare ogni meccanismo di compensazione, riducendone al minimo la disponibilità di risorse, quelle stesse che avevano assicurato l’assistenzialismo necessario a mantenere i consensi alle varie classi politiche e dirigenti meridionali. Le quali, davanti alla nuova condizione, indebolite da anni di subalternità e di attenzione solo al mantenimento dei loro privilegi, davanti al rischio di venire declassate al ruolo più impresentabile di guardie carcerarie di un Sud abbandonato alla deriva, potranno tirare fuori le unghie e riscoprire un rivendicazionismo di tipo regionalista finalizzato non tanto a risollevare il Mezzogiorno dalla condizione neocoloniale in cui viene sospinto, ma a garantirsi vecchi privilegi anche a costo di rotture o di minacce di rotture di stampo autonomistico spinto.
Per le popolazioni meridionali sarebbe come scaraventarsi dalla padella leghista e nordista alla brace di un meridionalismo strumentale e altrettanto dannoso. Nulla di nuovo sotto il bel sole del Sud.
Si tratta allora di prevedere alcuni passaggi per uscire fuori dal tunnel in cui ci vogliono spingere i cacciatori di terroni: demistificare la vulgata leghista che cattura consensi oggi sparando a zero sui migranti dai paesi poveri e sui meridionali fannulloni e parassiti; anticipare il rigurgito autonomista degli eterni complici e servi del capitale additandoli come nemici al pari dei loro colleghi del Nord. Rilanciare l’autonomia dei territori attraverso una caratterizzazione in senso comunalista e federalista dei movimenti dal basso esistenti, nonché extraistituzionale, per rivendicare un autogoverno del territorio, ampio e senza mistificazioni, che veda nei borghesi del Sud degli avversari, anche se mascherati da un linguaggio comune e da uno sventolio di bandiere regionali.
Forse non tutti i mali vengono per nuocere, e questo ritorno a gamba tesa della questione settentrionale potrà rappresentare l’occasione tanto attesa per regolare i conti con i traditori, i venduti, i vassalli e servi del gran capitale, e rimettere in marcia nuovi orizzonti di libertà.

Pippo Gurrieri

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Dalla Sicilia al Nord Italia: No alla repressione, libertà per compagni arrestati!

Con gli anarchici torinesi, contro lo sgombero dell’Asilo.

La Federazione Anarchica Siciliana è a fianco delle compagne e dei compagni dell’Asilo occupato di Torino, spazio di libertà, di solidarietà e di lotta, sgomberato all’alba del 7 febbraio, dopo una lunga resistenza, con l’arresto di 6 occupanti.

Il piano del governo gialloverde di fare piazza pulita degli spazi sociali e di tutte le occupazioni in atto in Italia come risposta alle politiche speculative in materia di edilizia e alloggi, da parte dei senza casa e delle realtà di lotta, va ostacolato con forza.

La manifestazione anarchica di sabato 9 a Torino, che ha visto in piazza oltre 2000 compagne e compagni a difesa dell’esperienza dell’Asilo, caricata violentemente dalla polizia, conclusasi con numerosi arresti e feriti, dimostra che l’azione repressiva in atto può essere fermata. La prova di forza del Governo, a Torino come altrove, sarà linfa vitale per sviluppare in tutti i territori resistenza, antagonismo sociale, conflittualità. Perché la posta in gioco non è solo la liberazione di uno spazio sottratto dallo Stato, ma la liberazione sociale dallo sfruttamento e dall’oppressione capitalistica e statale.

Federazione Anarchica Siciliana

11-2-2019

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IL CAMBIAMENTO E’ GIA’ IN MARCIA

Gilet gialli. Diffidare dalle imitazioni

Sono in molti a guardare all’esperienza di lotta dei “giubbotti gialli” in Francia come a una possibilità che settori della società rimasti emarginati dagli avvenimenti della politica, stretti all’angolo dall’attacco neoliberista degli ultimi decenni, si sono dati per poter rialzare la testa e rivendicare diritti e bisogni cancellati dalla ruspa capitalista. Qualcuno pensa di riprodurre in Italia la stessa modalità di lotta, cercando di lanciare scadenze e mobilitazioni, fino ad oggi però rimaste estremamente marginali. Diversi raggruppamenti sono nati sui social e si stanno muovendo in tal senso, qualcuno ha anche registrato il marchio Gilet Gialli; alcuni sono vicini ai 5 Stelle, altri si richiamano ai Forconi, altri ancora sono sovranisti anti euro, altri più di sinistra, qualcuno tutto questo ed altro ancora, con forti tinte antieuropeiste.
E’ nota l’irruzione nella questione “gilet jaunes” del ministro Di Maio, che, esprimendo solidarietà al movimento francese, ha cercato, nello stesso tempo di mettere un cappello alle proteste, presentandosi come il garante governativo di ciò che invece un governo “cattivo” (quello di Macron), in Francia nega. Del resto è in linea con quanto affermato da tempo sia da Beppe Grillo che da altri esponenti del partito 5 Stelle, e cioè che in Italia il Movimento andrebbe ringraziato per la sua funzione di diga istituzionale al dilagare delle proteste di piazza. Affermazione può essere intesa solo in nel senso: grillini pompieri e ricuperatori; quello che un tempo faceva il PCI ora lo fanno loro, naturalmente vendendoselo come l’avvenuta rappresentazione dei bisogni delle masse all’interno delle istituzioni, in linea con le sparate: “abbiamo abolito la povertà”,”abbiamo rimesso in piedi il welfare state” e amenità varie.
Ma si può pensare che un movimento dalle caratteristiche specifiche, come quello esploso in Francia (e già in fase di calo e in preda a divisioni) possa essere riprodotto in Italia? Certi automatismi vivono solo nel mondo dei sogni più che in quello delle possibilità reali. Questo, nonostante oggettivamente delle analogie tra la situazione francese e quella italiana esistano.
Il processo neoliberista particolarmente acutizzatosi dagli anni 80 del secolo scorso ha spazzato via dalla scena interi settori di classe, o se si vuole, popolari, ricacciati nell’anonimato di chi non si riconosce più nelle istanze di partiti e sindacati, sentendosi abbandonato a se stesso. Per questi settori sociali parole come “sinistra”,”sindacato”, “sciopero” e “politica” hanno progressivamente perso di senso. Si tratta di settori di classe media sospinta verso la povertà dalla crisi economica, di ampi ambiti di classe lavoratrice imprigionata in un precariato lavorativo trasformatosi progressivamente in precariato di vita, con la caduta verticale delle sicurezze sociali e delle speranze; di settori urbani di popolazione scacciati contro il muro della gentrificazione, la “liberazione” dei centri storici delle città medio-grandi che ha spazzato gli abitanti verso periferie anonime e tutte uguali, incubatrici di disperazione e solitudine, con servizi sociali scadenti o assenti, costringendole a una mobilità quotidiana verso le aree della “vita” (svago, lavoro, ecc.). Tanta gente che vive di pensioni e sussidi sempre insufficienti, non coinvolgibile negli scioperi generali, da chiunque vengano indetti, perché i pensionati, i disoccupati, le casalinghe, i precari, gli artigiani, i contadini, i piccoli commercianti, sono tagliati fuori da questa forma storica di lotta, un tempo arma per eccellenza del proletariato. E’ così avvenuta negli ultimi decenni una frattura sociale fortissima mentre nello stesso tempo la rappresentanza politico-sindacale si arroccava sui settori più garantiti lasciando alla sbando questa fascia crescente di popolazione. In Francia come in Italia, come quasi ovunque in Occidente.
Ma mentre nella società transalpina l’esplosione della ribellione dei gilets jaunes ha un collante formidabile nell’odio verso Macron e il suo governo, e, a  cascata, contro la finanza, le banche, la borghesia parassita e ricchissima, in Italia non possiamo dire che il governo goda di altrettanta impopolarità, anzi, proprio la sua componente più reazionaria e fascistoide sta registrando un picco di consensi che aprono, semmai, scenari differenti e molto pericolosi. Ecco quindi che non si può pensare a un decollo di una protesta di gilet gialli se prima non si fanno i conti con la politica e i personaggi di questo governo, i loro inganni e i loro successi, smontandoli, denunciandoli e mobilitando la società contro. Dobbiamo ammettere che aveva ragione Beppe Grillo nel considerare il suo movimento una barriera contro le proteste; così, mentre in Francia la lotta partita dalle rotatorie su un tema come l’aumento delle tasse sui carburanti, e non rinnegando alcun metodo di lotta, nemmeno quelli più violenti, ha strappato importanti concessioni al governo dell’odiato Macron, e, nonostante questo, non si è fermata, come non lo ha fatto davanti ai due morti e alle centinaia di feriti, agli arresti e alla repressione violentissima; mentre in Francia avviene questo, qui da noi il governo sta capitalizzando un consenso elettorale che ha scompaginato l’assetto politico tradizionale a destra e sinistra, su parole d’ordine “popolari” come reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, e su altre artificiose ma altrettanto “popolari”, come la paura dell’immigrato e la chiusura verso politiche di solidarietà e di apertura sull’immigrazione, considerata una causa delle difficoltà sociali diffuse, e non uno degli effetti.
A condizioni diverse si danno strategie diverse. Nei blocchi stradali francesi, nelle aggregazioni di lotta, oltre alla inevitabile confusione tipica dei movimenti nati spontanei, perché privi di storie di lotta, assieme a simboli discutibili (ma che in Francia hanno comunque valori aggreganti diversamente che in Italia), si sviluppano contenuti egualitari, percorsi assembleari e di azione diretta gelosi della propria autonomia e diffidenti verso il mondo della rappresentanza istituzionale; alla quasi inevitabile comparsa di cenni di razzismo e simpatie destrorse, fa da contraltare una crescente visione meno individuale e più sociale. In Italia tutto questo lo abbiamo visto in tempi non molto lontani, ma politicamente già antichi, con il movimento dei Forconi del 2011: stesse dinamiche: blocchi alle rotatorie, largo coinvolgimento popolare, difetto di rappresentanza tramutatosi in autorappresentanza, confusione e determinazione. Oggi il sovranismo istituzionale e l’harakiri dei Forconi per le suicide scelte di costruire un partito (inevitabilmente frammentatosi in vari partitini) e di scalare la via parlamentare, con esisti a dir poco disastrosi, rendono le condizioni italiane differenti. In Italia bisogna guardare altrove, alle lotte e alle realtà resistenti nei territori: No Tav, No Tap, No Hub del gas, No Triv, No Muos, No Mose, No Grandi Navi, No Pedemontana, No Tav Terzo Valico ed altre Tav da Firenze al Trentino, e decine e decine di situazioni radicate, cariche di esperienze, coinvolgenti settori sociali estesi, disilluse dalle politiche dei partiti e dei governi, con le idee chiare non solo sulle rispettive battaglie ma sul sistema che ha generato il disastro ambientale e sociale: il capitalismo e i suoi lacchè, come si diceva un tempo. Oggi queste forze, che stanno praticando il superamento del particolare dentro il generale e percorsi aggregativi che avranno nella “marcia per il clima, contro le grandi opere inutili” del 23 marzo a Roma, l’occasione per mostrare a tutti l’opposizione reale al governo e al sistema partitico tutt’uno col sistema economico-finanziario-militare, rappresentano l’alternativa reale che può dare avvio a un cambiamento concreto, positivo, anticapitalista e antiliberista e nello stesso tempo ambientalista antisessista, antigerarchico. Perché questo fa già parte del loro patrimonio genetico e della loro pratica di lotta e di autorganizzazione.

Pippo Gurrieri

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L’Europa non esiste

Le elezioni europee incombono, i vari schieramenti politici sono alla ricerca spasmodica di uno straccio di idea per presentarsi agli elettori, ma alla fine la questione migranti è diventata il buco nero che tutto attrae e in cui politici in carriera sguazzano a piacimento. L’Europa che si vuole percepire civile, democratica, aperta si sta schiantando sulle rotte del Mediterraneo. Dopo essere stata all’origine e complice dei disastri che hanno annientato un intero continente e reso instabili vaste aree del mondo, non riesce a governarne le conseguenze. Credeva di potere stare al riparo inventandosi i vari trattati di Dublino per gestire flussi migratori sempre più consistenti provenienti dai territori della disperazione. Oggi quei trattati nei fatti non esistono, ma non esiste nessuna politica se non quella della chiusura, del respingimento, dell’indifferenza al destino di migliaia di esseri umani che vengono lasciati annegare o abbandonati alle torture, agli stupri, ai soprusi di carcerieri in Libia o in Turchia, o ammassati nei campi profughi di Niger o Ciad. A destra come a sinistra, che ci si proclami nazionalisti-sovranisti o europeisti non ci sono differenze: i migranti vanno fermati. Ci si è anche inventati un comodo e caritatevole slogan: aiutarli a casa loro. Il che significa che, non potendo e non volendo rinunciare ai lauti affari che i vari stati e le varie multinazionali fanno e non potendo e non volendo far cessare le guerre che si combattono e le cui armi da quegli stati e da quelle multinazionali vengono fornite, gli europei sono pronti a finanziare campi di detenzione, polizie e guardie di frontiera e costiere in Africa, per bloccare anche quella piccola parte di profughi che vorrebbe tentare l’avventura nel vecchio continente.
La forzatura del governo italiano, che chiude i porti impedendo l’attracco alle navi che hanno a bordo migranti, ha fatto saltare il coperchio al fragile sistema europeo d’accoglienza. In fondo l’Italietta di Di Maio e Salvini sembra essersi assunta il compito di fare il lavoro sporco e mostrare la faccia feroce, incarnata alla perfezione e con un certo compiacimento dal ministro dell’Interno. L’instabilità di un sistema economico bloccato e il precario equilibrio sociale su cui sono inchiodati i paesi europei non permettono di sostenere un afflusso, seppure minimo, di persone che non possono più servire neppure da esercito di riserva di manodopera, avendolo già in casa questo esercito e non rappresentando più la classe lavoratrice un pericolo, ridimensionata nei suoi diritti e nelle sue aspirazioni.
Se la gestione dei flussi migratori ha messo in crisi l’Europa dei contabili, dei burocrati, dei profittatori, un’Europa in cui sono più le spinte centrifughe – Brexit e ancora più asse Francia Germania – che le volontà d’unità, rimane da chiedersi se veramente può esistere un’Unione reale, politica come da più parti si auspica. Il mito dell’Europa dei popoli, culla di civiltà, dalle comuni radici culturali, nato dalle macerie della seconda guerra mondiale, è il paravento dietro cui si nascondono banchieri e politicanti; il Manifesto di Ventotene il sacro amuleto cui ricorrere per appagare il bisogno di ideali. L’Europa non esiste, forse potrebbero esistere gli europei. Anche quando dalla sinistra più eterodossa e aperta si rivendica un’Unione realmente politica, con un governo legittimato da un parlamento democraticamente eletto, sarebbe sempre il governo di uno stato col suo esercito, le sue leggi eteronome, la sua polizia, i suoi confini e le sue frontiere. Siamo certi che un tale governo, solo perché di un’Europa unita e “democratica”, avrebbe avuto un diverso atteggiamento nei confronti dei migranti? Dire oggi più Europa è un’affermazione non tanto vuota, quanto asservita alla visione dominante. La questione dei migranti è l’emergenza di problematiche profonde e intrecciate – limiti ambientali, crisi ecologica, guerre, egemonie mondiali -, non si tratta semplicemente di difesa di confini e posizioni o di comprensione umanitaria. Tutto questo intreccio va ben al di là di una sfida elettorale per istituzioni per giunta di mera rappresentanza. Marco Deriu nella sua introduzione al volume collettaneo Verso una civiltà della decrescita ha scritto: “La questione è allora come ci poniamo di fronte a sfide di questo livello che richiedono non un diverso governo o una differente maggioranza politica, ma un ripensamento complessivo della nostra visione ecologica, sociale, economica e politica del mondo”. Trovare le giuste risposte a questo interrogativo dovrebbe essere il nostro compito. Allora cominciare dal mondo, il piccolo mondo in cui viviamo e il grande mondo che ci sta attorno, sarebbe un buon punto di partenza. Nostra patria è il mondo intero, qualcuno cantava.

Angelo Barberi

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Iniziativa 15 Febbraio: Cosa succede in Nicaragua?

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La carota 5 stelle e il bastone leghista

Manovra. Poniamo la sfiducia ad ogni governo

La sceneggiata della manovra economica si è finalmente chiusa a fine anno con tanto di voto di fiducia. Lasciamo perdere l’opposizione da talk-show messa in atto da PD e Forza Italia, davvero ingrata visto che la Legge di Bilancio è in perfetta continuità con le precedenti varate dai governi Renzi e Gentiloni.
Il ricorso al voto di fiducia su questo provvedimento (come sul Decreto Sicurezza e altri ancora) la dice lunga sul metodo di questo governo; dai banchi dell’opposizione i partiti dell’attuale maggioranza tuonavano contro il bavaglio e la dittatura di Renzi e compagnia ad ogni voto di fiducia; ora questo è diventato il loro modo di spegnere la dissidenza interna e di bloccare sul nascere ogni discussione su articoli di legge. Come prima e peggio di prima.
Marco Travaglio, dalle colonne de “Il Fatto Quotidiano” distribuisce attenuanti al governo Conte spiegando come i predecessori abbiano fatto le stesse cose o anche peggio; elenca le malefatte su pensioni, su RAI e informazione, sull’ordine pubblico, sul salvataggio delle banche, di cui si sono resi responsabili uomini e partiti che ora si stracciano le vesti contro la Legge di Bilancio. Ed ha ragione, ma dimostra solo come la politica di questo governo sia in continuità con le precedenti; se chi governava prima dovrebbe starsene zitto, oggi a non dover stare zitte dovrebbero essere tutte le persone che subiranno l’ennesima mazzata economica e fiscale, e che già stanno subendo i colpi della stretta alle libertà fondamentali impresse da questo esecutivo.
La Manovra appena varata lascia il deficit sostanzialmente invariato, rimette a rischio università e ricerca, tallone d’Achille della società italiana ormai da moltissimi anni, punta sull’aumento delle tasse piuttosto che su un rilancio dell’economia, cioè dell’occupazione e del Mezzogiorno; sposa le logiche liberiste, salva i redditi alti, le speculazioni finanziarie, l’evasione fiscale e finanziaria. E’ il famoso cambiamento per non cambiare niente, ammantato di fumose dichiarazioni buone a far sopravvivere la mistificazione almeno fino alle elezioni europee.
Taglia i fondi ai comuni, però gli sblocca l’aumento delle tasse locali sui servizi e sulle abitazioni. Vengono rinviati al futuro i contributi per gli investimenti produttivi, che avrebbero permesso al Sud un ossigeno occupazionale ma anche un processo di infrastrutturazione, a partire da asili, trasporti, sanità, viabilità, e viene tolto l’obbligo di gara (per un anno) per appalti sotto i 150.000 euro: ulteriore stimolo al clientelismo e alla corruzione. Vengono bloccate le assunzioni per quasi tutto il 2019, e comunque ne vengono previste alcune migliaia rispetto alla grande carenza di posti (nei prossimi anni andranno in pensione 400.000 statali) in molti settori, in testa la sanità, che va incontro al rischio collasso. Fra i beneficiati l’incremento più grosso è per le forze di polizia: 6.150 posti, quasi la metà dell’intera manovra. Per il contratto degli statali viene stanziata una somma che porterà ad aumenti mensili di appena 20 euro. La nota marcia indietro dell’aliquota Ires per il terzo settore, che risparmia alcune attività di volontariato ed assistenza, messe in parte già in crisi dalle Legge Salvini sulla sicurezza, si rivela il solito favore alla Chiesa, che ha anche beneficiato dell’ennesimo colpo di spugna sul pagamento dell’IMU.
Il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia pentastellato, non solo si va sgonfiando progressivamente per quantità e contenuto, ma la stessa platea dei beneficiari si restringe vertiginosamente; alla fine si va rivelando più come un ulteriore incentivo alle assunzioni. Per fare un favore alla Lega si stabilisce un taglio delle tasse sulle partite IVA individuali, e lo stralcio delle cartelle non pagate a partire dal 2000 per chi può provare di essere stato in difficoltà economica. Così facendo si fornisce una sponda ai padroni, che spingeranno i dipendenti verso l’angolo dei contratti individuali a partita Iva. Un altro favore c’è anche per chi non ha pagato tasse e contributi Inps, compresi i finti poveri. Così come un altro si fa alle imprese in tema d flessibilità, con la “concessione” alle donne incinte di poter lavorare fino alla vigilia del parto.
In materia di pensioni, la tanto sbandierata abolizione della Legge Fornero si è trasformata in un mini intervento riguardante appena 315.000 persone, diluito nel tempo, che esclude categorie truffate dalla Fornero (ad esempio i macchinisti delle ferrovie), le donne, le attività precarie, mentre la conferma del blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni oltre i 1.522 euro lordi al mese (che secondo gli accordi presi dal governo Gentiloni doveva cessare a gennaio 2019) colpirà le pensioni dei lavoratori, che sono oltre il 58% del totale, provocando una ulteriore perdita di circa 200 euro l’anno, che si sommano a quella che va avanti dal 2011.
Al termine della sceneggiata si rifanno vedere i sindacati, che annunciano manifestazioni per gennaio; dopo mesi di silenzio, che vuol dire anche complicità, capiscono che anche la loro base sociale rischia di rimanere erosa dalle strategie governative di inquinamento ideologico in favore di soluzioni razziste e xenofobe. Fattore messo bene in vista dall’unica opposizione di tipo sindacale, quella dei sindacalismo di base dello scorso mese di ottobre, oltre che dalle tante realtà di opposizione, dai movimenti contro le grandi opere a quelli antirazzisti, da quelli antimilitaristi a quelli attivi nel sociale su alloggi, accoglienza ai migranti, che hanno messo bene in chiaro come non si debba credere alle promesse dei politicanti vecchi e nuovi, sempre pronti a svenderle una volta saliti al potere, come è accaduto per il TAP, per le Trivellazioni, per le Grandi Navi a Venezia, per la TAV Terzo valico (su quella Valsusina prendono solo tempo), per il MUOS ecc..
La politica del fumo non potrà durare a lungo; prima o poi le masse ubriacate dal salvinismo rampante e dagli strilloni a 5 Stelle esigeranno anche un po’ di arrosto, e quando si accorgeranno che l’arrosto se lo pappano sempre gli stessi gruppi privilegiati, che il nemico non può essere chi sta peggio di te, sol perché proviene da un’altra terra ed ha un altro colore della pelle, le cose cominceranno a cambiare. Non ci interessa se cambieranno a livello elettorale: se Berlusconi o Renzi recupereranno, se alle europee Potere al popolo prenderà gli agognati 4 deputati. L’urgenza è un’altra e risiede tutta nella possibilità di ritornare al conflitto sociale, di rilanciare la consapevolezza che non ci sono governi amici, ma che solo la lotta paga, e che la lotta si costruisce giorno dopo giorno, a partire dai bisogni più semplici delle persone, senza perdere di vista il contesto generale, cioè l’aggressività del capitalismo e dello Stato, strutture irriformabili, che vanno abolite dalla forza crescente e rivoluzionaria degli oppressi.

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