I criminali del Ponte

Ma di quale ponte stiamo parlando, o meglio, stanno parlando? La narrazione ricorrente gioca su una pseudo infrastruttura di attraversamento dello stretto di Messina tanto faraonica quanto aleatoria. Di certo ci sono solo i 14 miliardi di euro ufficialmente dichiarati, che gonfieranno ancora, per ingoiare i quali sono pronte da tempo fauci affilate. Perché questo ponte non interessa proprio a nessuno, quel che invece interessa è affollare le due aree dello stretto di cantieri infiniti nello spazio e nel tempo. Una cantierizzazione scientificamente pianificata finalizzata a estrarre profitti senza badare alle conseguenze per le popolazioni, i territori, i fragili equilibri che caratterizzano lo stretto. Un progetto criminale che può essere attuato nel giro di qualche anno se l’opposizione popolare, sociale e politica non lo bloccherà drasticamente.

Si tratta del più grave attacco di classe che i ceti dominanti stanno per scagliare sulla Sicilia, sulla scia di quel colonialismo storico che ha massacrato esistenze, società, economie, culture, aspirazioni. Il ministro Salvini, accumulatore seriale di odio contro i meridionali, lo ha spudoratamente affermato: saranno gli imprenditori lombardi, veneti, emiliani e laziali a gestire i cantieri. Lo sapevamo da sempre, la borghesia imprenditrice del Nord continua ed accentua il suo assalto al Sud con la complicità della borghesia siculo-calabra, espropriando risorse ingentissime alla popolazione non solo dello stretto ma dell’intero Mezzogiorno. Anche per consentire che tutto questo possa svolgersi nella maniera più tranquilla il governo ha dichiarato il ponte opera di interesse strategico per la nazione; ciò comporterà una forte militarizzazione dell’area, la repressione delle proteste e una illegalità diffusa nell’attuazione del saccheggio dei territori.

I veri problemi della Sicilia e della Calabria li conosciamo; i più grandi sono la carenza di lavoro e l’emigrazioni, la scarsezza di acqua, il dissesto idrogeologico, la sismicità, la viabilità arretrata, una sanità assolutamente inadeguata. Tutti temi sui quali l’operazione Ponte non apporta nulla di significativo, anzi ne escono acuiti irrimediabilmente. Perché l’idea di progresso di cui è portatrice questa colossale truffa di stato è esattamente la ricetta applicata in 170 anni di sottosviluppo dinamico del meridione.
Questi temi invece rappresentano i punti centrali del riscatto meridionale e nelle due sponde dello stretto possono e devono diventare gli obiettivi attorno a cui costruire prospettive di cambiamento reale: una piena occupazione che scaturisca dalla realizzazione di bisogni primari come l’acqua pubblica per tutti, strade e ferrovie efficienti, sanità che faccia rima con dignità, città e paesi sottoposti a interventi capillari antisismici, territori sottratti al rischio idrogeologico.

Parliamo due linguaggi diversi perché sosteniamo interessi diversi e contrapposti. Al blocco dominante con la sua forza ricattatoria, le sue alleanze mafiose, i suoi mezzi di comunicazione potentissimi, le sue forze di polizia, la lotta contro il ponte da sempre risponde tessendo reti di solidarietà e di complicità sul territorio a partire, ovviamente, da chi è stato individuato come obiettivo da far soccombere sotto i cingolati delle ruspe, ma estendendole a tutti i movimenti che si battono contro la colonizzazione e la militarizzazione dell’isola e del Meridione, in stretto collegamento con i movimenti da tempo attivi contro le grandi opere inutili e nocive.

La bufala del ponte viene smontata quotidianamente per fare emergere la vera essenza di un progetto impattante, devastante, distruttivo. Le bugie, le falsità dei signori del ponte crollano ogni giorno che passa nonostante si cerchi di diffondere ottimismo con annunci sull’imminente avvio dei lavori. Nei territori è cresciuta una consapevolezza profonda sulla reale portata del progetto e non sarà affatto facile passare sui corpi reali di migliaia di persone intenzionate a non accollassi il ruolo di vittime sacrificali sull’altare del profitto della borghesia imprenditrice. Quella in atto non è solo una resistenza ma anche un processo di autodeterminazione.
Per quanto non vada sottovalutata l’arroganza e la forza del nemico, crediamo che la via intrapresa sia quella giusta.

Pippo Gurrieri

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Inventare il futuro

Autunno. Conflitto contro rassegnazioneQuale autunno ci aspetta? Un autunno di ripresa della conflittualità sociale o l’ennesimo autunno del nostro scontento, per parafrasare il titolo del famoso romanzo di John Steinbeck? Se qualche segnale di risveglio è emerso in questi ultimi tempi riguarda l’indignazione, più morale che politica, nei confronti del genocidio in atto del popolo palestinese da parte del governo israeliano. Per il resto persiste certamente, ma si direbbe fisiologica, una microconflittualità diffusa. Il quadro politico istituzionale poi è quanto di più sconfortante si possa immaginare. La destra al governo prosegue nel suo progetto di disegnare una società ordinata e rigidamente sotto controllo: un fascismo al momento soft, adeguato ai tempi dell’effimera libertà del consumatore. Mentre in politica estera fa quello che farebbe qualsiasi governo in carica, cioè l’obbedienza ai diktat statunitensi e soprattutto l’ossequio al capitalismo trionfante. L’opposizione parlamentare vivacchia di pretestuose polemiche che denunciano la condivisione del medesimo orizzonte politico-culturale della destra (se non a parole certamente nei fatti): il culto dell’Impresa, delle sue logiche competitive, dello scientismo e del tecnicismo risolutori di qualsiasi problema. Si direbbe, forse in maniera sbrigativa ma efficace, che destra e sinistra istituzionali facciano il loro mestiere, né più né meno.

Se la politica istituzionale è questa, e non ci aspettiamo nulla di diverso, quali sono le prospettive, i progetti, le intenzioni che guidano l’azione di quell’area minoritaria (forse, frammentata certo) di antagonismo sociale? Perché si ha l’impressione che non sempre riesca a sottrarsi, per usare termini gramsciani, alla preponderante e multiforme egemonia del sistema capitalistico. Qualche esempio può aiutare a spiegarci meglio.

La vicenda dei dazi voluti e imposti da Trump si trascina oramai da qualche tempo ed è al centro del dibattito pubblico. Non vale la pena qui riassumere le varie posizioni, quello che può interessare è che quasi unanimemente si è stigmatizzata la scelta americana contrapponendovi una presunta libertà dei commerci, conquista faticosa delle nazioni progredite, evocando così nello stesso tempo un’astrazione – la libertà – che fa molta presa sul consenso di massa. Pochi invece hanno fatto notare come le scelte trumpiane – strumentali e prodotto di una logica imperiale – finirebbero per denunciare indirettamente le storture del capitalismo, globalizzato o meno, e potrebbero spingerci a riflettere su come dare vita ad un’economia autocentrata e locale e su come attuare modalità di produzione e distribuzione veramente legate ai territori. A cosa serve quindi rinfacciare a Meloni di non essersi saputa opporre a Trump o di trovare la soluzione al problema dell’aumento dei dazi nel finanziare le imprese, cosa del tutto normale nella logica di chi proclama l’intangibilità delle imprese? Del resto sono stati e sono tutti concordi, imprese, governi, parti politiche e sociali, nel costruire un’economia votata all’esportazione – che tra l’altro si regge sulla sfruttamento della manodopera immigrata e locale, soprattutto in agricoltura, fiore all’occhiello delle nostre esportazioni. Forse aiuterebbe di più ragionare su come uscire dalle strettoie delle logiche imposte, soprattutto da parte di chi si dichiara anticapitalista.

Altro esempio riguarda la drammatica situazione palestinese che, dopo quasi due anni, ha portato ad un risveglio delle coscienze, mentre i partiti di opposizione sembra vi vedano, adesso più di prima, un’opportunità di critica antigovernativa. Anche in questo caso, al di là della condanna morale del genocidio, prevalgono le posizioni di chi sceglie uno schieramento di campo: pro Palestina che spesso vuol dire pro Hamas o pro Israele, cioè pro ebrei vittime irrisarcibili della furia nazista. Oppure si ripete meccanicamente lo slogan due popoli due Stati: che potrà pure avere una sua utilità simbolica, ma non tiene conto delle forze oggi in campo, della complessità della situazione e delle multiformi relazioni tra palestinesi e israeliani. Pochi invece hanno fatto osservare come spingere per due stati risponda alla logica del nazionalismo etnico, molto caro alle destre sovraniste o meno, foriero di perpetui scontri e guerre. E ancor meno hanno dato rilievo a tutte quelle esperienze che auspicano l’incontro tra i due popoli e promuovono la diserzione dalla guerra e dal nazionalismo. Non sta certo a noi decidere quali scelte debbano compiere i palestinesi (o gli israeliani), tuttavia per chi in Italia o altrove desidera una reale liberazione dei popoli il sostegno, l’impegno, la lotta devono essere indirizzati a favorire l’incontro e non lo scontro, ad appoggiare quanti si oppongono alle guerre e al militarismo, a sottrarre qui da noi energie alle logiche imperialistiche e guerrafondaie.

Infine un esempio più “banale”, quasi di colore e balneare, è il caso di dire, data la sua durata e l’aspetto per certi versi macchiettistico che ha assunto (ce ne occupiamo peraltro con un altro articolo in questo numero). Riguarda la polemica intercorsa tra governo e opposizione sulla presunta crisi del turismo e di quello balneare in particolare. Ora qui non importa entrare nel merito delle posizioni e del dibattito che si è sviluppato anche sulla stampa, conta sottolineare come le posizioni più progressiste hanno messo in evidenza le criticità del turismo, dai prezzi troppo alti per alberghi, ristoranti, ecc, allo sfruttamento dei lavoratori del settore, ai salari troppo bassi che non permettono a buona parte della popolazione di godere delle ferie. Tutto molto giusto, tuttavia una visione più ampia della questione forse avrebbe potuto anche far riflettere sul fatto che il turismo funziona come una qualsiasi industria estrattiva che devasta i territori, li asservisce alle logiche del profitto e si regge su una manodopera ipersfruttata.

Purtroppo la tendenza a rimanere prigionieri, anche involontariamente, di una realtà che appare immodificabile sembra piuttosto diffusa, anche in chi all’opposto dovrebbe denunciare tutte le distorsioni del capitalismo con l’obiettivo di spingere verso il suo superamento. Una fetta, pure importante, della diversificata opposizione sociale oggi in Italia pare invece volersi far carico di trovare soluzioni all’interno del quadro dato. Senza porre, anche soltanto come progettualità o punto di riflessione e discussione, la possibilità di fuoriuscita dal sistema. Allora il compito che ci attende nell’imminenza dell’autunno e nei prossimi mesi non è tanto mimare una conflittualità inesistente o sterile, ma cominciare a ragionare su come mettere in moto tutte quelle energie che si pongono in contrasto irreversibile col sistema dello sfruttamento e della guerra, su come inventare una narrazione, per usare un temine molto in voga, che sottragga consenso al sistema e immagini una società diversa.

Angelo Barberi

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Pacificazione

Guerra. Massacri, spettacolo e consenso

Quale strano momento stiamo vivendo, dentro una morsa che stringe e ci precipita da una parte nell’indifferenza e dall’altra nell’angoscia. E la reazione a questo stato di cose, che pure c’è, viene confinata nell’illusorio pacifismo irrealistico e resa invisibile dalla caciara dei media. Dalla guerra in Ucraina in poi, che ha riportato il conflitto in Europa dopo i massacri dei Balcani degli anni novanta del Novecento, è stato tutto uno sprofondare che sta disegnando un modello di relazioni tra gli stati (e gli imperi) fondato esclusivamente sullo scontro armato, praticato o minacciato. Nel recente passato la guerra permanente di George W. Bush all’alba degli anni duemila segnò un passaggio ulteriore nella direzione del convincimento che i conflitti armati sono inevitabili e nello stesso tempo rese chiaro che il capitalismo nel suo continuo espandersi e mutare pelle ha bisogno anche delle guerre: guerre attive, come le tante che insanguinano vaste aree del mondo, o guerre in potenza, come quelle a cui ci vogliono fare abituare da qui in avanti. Eppure quelle guerre degli inizi degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, dalla prima alla seconda guerra del Golfo, che del resto provocarono la mobilitazione di un vasto movimento pacifista seppure incapace di incidere sulle scelte dei governanti, non rappresentarono una vera cesura, un salto in un clima di guerra come sta avvenendo oggi. In cui una sistematicità pare sovrintendere alla costruzione di questa dimensione univoca che ruota attorno allo scontro irriducibile amico-nemico, senza nessun compromesso, spinto fino alla totale distruzione o alla subalternità. Tutto questo è il frutto di un trentennio di lavorio politico e culturale che sta per traghettarci da un rifiuto generico e morale della guerra, memori dell’orrore della seconda guerra mondiale, alla sua accettazione, alla sua normalizzazione, al suo essere parte anestetizzata della nostra quotidianità, squadernataci attraverso immagini brutali che nella loro ripetitività diventano parte del paesaggio contemporaneo.  

In questa direzione il genocidio del popolo palestinese vissuto in presa diretta nell’impotenza più assoluta da parte di larghe fasce dell’opinione pubblica mondiale e nella pervicacia più sfacciata e perversa del governo israeliano e dei suoi complici, i governi americano e europei, sta diventando ogni giorno che passa un punto di non ritorno nel modo di concepirci e rappresentarci. In un recente saggio di Franco Berardi Bifo intitolato Pensare dopo Gaza viene espressa tutta la gravità del momento ma c’è anche l’appello, forse ultimo, ad intraprendere una via di riscatto per salvaguardare le possibilità di un umano sempre più annichilito: “Pensare dopo Gaza significa anzitutto riconoscere il fallimento irrimediabile dell’universalismo della ragione e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà. Ma significa anche cercare le vie di fuga dal futuro che ci attende, che attende coloro che sono nati in questo secolo infame. A coloro che sono stati generati nella luce tenebrosa del secolo terminale, dobbiamo questa ultima azione di pensiero, perché possano disertare la storia, lungo sentieri che al momento non possiamo immaginare”.

Ecco sembra proprio che i governi lavorino con determinazione per sottarci questa possibilità, obliterandoci dentro questo clima di guerra che infesta oramai tutto. L’aggressione israeliana all’Iran è la conferma che la guerra si può fare, anzi si deve fare, è l’unico mezzo per salvare la civiltà dalla barbarie. E le giravolte di Trump non sono che colore per un’opinione pubblica oramai abituata alla spettacolarizzazione di tutto, del dolore soprattutto. Così l’ineffabile presidente americano mentre si presenta come pacificatore, cioè vuole imporre le sue condizioni a tutti i costi, con le buone o con le cattive, permette il massacro dei palestinesi e impone agli impavidi governi europei di proseguire nella corsa agli armamenti che è l’unico argomento nella loro agenda politica. 

Ma tutto questo da solo non si reggerebbe, le imposizioni dei governi hanno bisogno del consenso, di una narrazione che costruisca l’aura della giustizia o della necessità alla loro azione. Stampa e mezzi di comunicazione sono mobilitati a questo scopo: fare accettare la guerra, darle il volto della regolarità.
 Tempo fa mi è capitato di leggere su La Stampa un articolo di Nathalie Tocci, che appare come una delle più accanite sostenitrici del nuovo equilibrio mondiale a colpi di bombe e droni, di questo tenore: “Il primo ministro britannico Keir Starmer annuncia che il Regno Unito si prepara alla guerra, che Londra investirà in 12 nuovi sottomarini, e che ogni cittadino dovrà essere pronto a fare la propria parte. Sono parole che riecheggiano i toni del presidente francese Emmanuel Macron da diversi mesi, e, più recentemente, del nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz, che a guida del più grande Paese europeo è pronto ad assumersi una responsabilità crescente nella difesa del continente. Sono parole che gli Stati nordici e baltici ripetono da anni, ed è per questo che spendono in media quasi il 5% del loro Pil in difesa. Sono spese che non sono imposte dai governi sui cittadini, ma che i cittadini richiedono ai loro governi, consapevoli che sono necessarie per proteggere vita e libertà. Sono popolazioni che sanno che questi valori sono minacciati dalla Russia, e che sono valori troppo grandi per essere affidati ciecamente agli Stati Uniti, specie ora che c’è Donald Trump alla Casa Bianca”. In queste poche righe sono condensati gli aspetti più rilevanti della narrazione egemone sulla costruzione del nemico e del consenso e sulla mistificazione della realtà, altro che fake news, con l’aggravante che l’articolo si trova all’interno di un giornale considerato “progressista”. Forse questo è un esempio estremo, ma indicativo di come piano piano, quasi inavvertitamente, stiamo scivolando dentro un piano inclinato pericoloso per cui già adesso la guerra è un’opzione, se non l’opzione sola ed unica. La guerra o la sua minaccia, che nella prospettiva occidentale e capitalistica si equivalgono. 

Di fronte ad un tale spiegamento di mezzi e di forze non bastano certo i pronunciamenti e le manifestazioni di testimonianza, soprattutto da parte di quelle forze politiche, dal Pd ai 5 stelle e loro accoliti, che adesso strillano perché all’opposizione mentre quando erano al governo hanno approvato ogni provvedimento e compiuto ogni azione per “normalizzare” la guerra. Ma non basta neppure come fa certa stampa di sinistra lodare, per fare un esempio, il premier spagnolo Sanchez che si è sottratto all’imposizione dell’aumento delle spese militari fino al 5 % del Pil. Forse con più coerenza, e considerata la possibilità di una guerra generalizzata, a Sanchez si dovrebbe chiedere di uscire dalla Nato, ma questo pare non sia minimamente contemplato. Allora tra un Sanchez, che fa questo gesto ritenuto eclatante, e la Meloni, che rispolvera il vecchio adagio “se vuoi la pace prepara al guerra”, la differenza dove sta? Sarebbe una domanda interessante da porsi. 

Ritorniamo allora alle parole di Berardi Bifo: ai giovani dobbiamo, a partire da noi (e anche da loro stessi), un’ultima azione di pensiero, perché possano disertare la storia. Disertare la storia vuol dire ribaltare totalmente il presente. Accomodamenti e accorgimenti sono solo complicità: il rifiuto della guerra, delle armi, degli stati e del capitale deve essere radicale. 

Angelo Barberi     

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Di lavoro, di vita, di lotta

Sui referendum dell’8 e del 9 giugno, i quattro quesiti sul lavoro e il quinto sulla cittadinanza, si è detto molto. A sinistra, come al solito, ci si è prodigati in apprezzabili analisi sulla sconfitta – che però arrivano sempre dopo – e in altrettanto mirabili arrampicate sugli specchi per non ammettere che con un’affluenza del 30,6%, quasi 20 punti percentuali in meno rispetto al quorum, non si può che parlare di disastro. Però qui non intendiamo fare lo sfottò ai “compagni che sbagliano”, ce ne sono stati già di numerosi e, data l’importanza del tema principale, non ce la sentiamo di infierire ulteriormente.
La domanda a cui proveremo a rispondere è questa: perché se il lavoro è così centrale nelle esistenze delle persone lo è poi molto di meno quando si tratta di lottare per migliorarne le condizioni, nel migliore dei casi, o di votare per far finta di cambiarne qualche aspetto, nel peggiore dei casi? Partiamo dagli ultimi dati Istat. A giugno le persone occupate in Italia sono più di 24 milioni, con un tasso di occupazione che raggiunge il 62,5% e un aumento più accentuato tra i 50-64enni e al Sud. Al di là dei numeri viviamo in un’era dove il lavoro è l’unico orizzonte concesso dal capitalismo per vivere, se non lavori non puoi vivere o al massimo puoi sopravvivere e chi si può permettere di non lavorare è solo perché gode di una rendita. Si tratta della materializzazione più concreta del “there is no alternative” di Margaret Thatcher, la sintesi più estrema e brutale del neoliberismo che ci portiamo ancora dentro a 40 anni di distanza.
Eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo motivo, viviamo il lavoro come una condanna inevitabile, come qualcosa di naturale, addirittura di appagante. Il mantra lavorista è ancora dominante, vince e sale di livello chi lecca il culo al potere, chi sacrifica la propria esistenza per qualche ora di straordinario non retribuito, chi finge di crederci, chi racconta di aver fatto delle proprie passioni un mestiere e magari ci crede pure. Chi non si presta a questi meccanismi viene marginalizzato, messo da parte, deve accontentarsi di uno stipendio al minimo e se gli va bene potrà gioire al massimo di saper scansare il lavoro. In Italia, poi, queste riflessioni più generali si accompagnano a una pervicace opera di egemonia lavorista sotto diversi fronti. Innanzitutto il sistema istituzionale ha assecondato le volontà economiche e ha reso il lavoro in gran parte precario e povero.
Con gli  stipendi fermi da 30 anni aumenta sempre di più la quota di persone che, pur lavorando, restano povere o si impoveriscono – le ultime stime indicano tale quota intorno al 10,5%, ma probabilmente sono molte di più per quella ritrosia di matrice catto/borghese a confessarsi povere e bisognose di aiuto. Le responsabilità in questo senso sono da condividere tra tutti i partiti e tutti i sindacati (almeno tra i confederali, più complesso il discorso sui sindacati di base), che quindi poi non possono permettersi di reputarsi sorpresi dalla propria mancanza di credibilità. Prima il pacchetto Treu, che introduceva il lavoro interinale; poi la legge Biagi, che ampliava l’uso degli interinali in tutti i settori; poi il Jobs Act, che flessibilizzava ulteriormente e cancellava per sempre l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori contro i licenziamenti senza giusta causa; e ancora i continui sostegni alle imprese (50 miliardi solo nel 2025) e la contemporanea sottrazione di buona parte delle garanzie contrattuali e delle condizioni di welfare; e tanto altro ancora. Tanto che quando era ancora presidente della Banca Centrale Europea l’ineffabile Mario Draghi disse che “l’Italia prosegue con le riforme, c’è il pilota automatico”. E quella del pilota automatico resta un’efficace definizione per sintetizzare l’apparente assenza di incidenza nel miglioramento delle condizioni lavorative di tutte e tutti. Si lavora spesso per inerzia, e si finisce per dimenticare il quotidiano sfruttamento. Fateci caso: sempre più persone odiano il proprio lavoro o i propri colleghi ma il cosiddetto fenomeno delle “grandi dimissioni” che ha contrassegnato gli anni del Covid, almeno nei racconti giornalistici e sociologici, è già rientrato. Un’assenza che è poi stata ulteriormente foraggiata dal declino industriale degli ultimi anni: da una parte le grandi aziende scelgono la strada della finanziarizzazione, abbandonando ogni velleità di investimenti e di sviluppo e di innovazione; dall’altra la trasformazione delle priorità lavorative dall’agricoltura e dall’industria ai servizi e al turismo ha comportato un’ulteriore parcellizzazione delle classi lavoratrici, ormai schiacciate da un individualismo darwinista dove persino le lotte, quando sorgono, fanno fatica a uscire dall’angusto recinto della settorializzazione. Non è un caso che la lotta operaia più forte degli ultimi anni, quella delle lavoratrici e dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio (vicino Firenze), abbia creato un’appartenenza e una solidarietà diffusa su parole come “convergenza”.
Se questo è a grandi linee il riassunto delle condizioni di partenza dei referendum di giugno non c’è da sorprendersi se a disertare le urne sia stato proprio chi lavora, e ancor di più le persone sfruttate. Detto di una Cgil che fino a quando continuerà a perseguire la strada della concertazione come principale, se non unico, strumento di mobilitazione non riuscirà mai a togliersi dal guado, resta da capire come moltiplicare ed estendere le lotte sui posti di lavoro. Certamente c’è da rovesciare la narrazione dominante sul lavoro, sposata persino dalle persone sfruttate, fatta di imprenditori come eroi, di giovani che se rifiutano la schiavitù allora sono viziati, di aiuti statali alle aziende come modus operandi per creare occupazione. Ma questo non basta. Oltre a rifuggire l’inganno del voto e la sponda istituzionale – d’altra parte la Costituzione più bella del mondo non dice già dal 1947 al primo articolo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro? – c’è da diffondere un nuovo modello di lavoro che all’astrattezza di certe teorie marxiste contrapponga la concretezza delle pratiche anarchiche. A partire dal rifiuto del lavoro passando all’autoproduzione e all’autogestione. 

Andrea Turco

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Con Gaza

Palestina. Solidarietà, internazionalismo e lotta

Sterminio
e deportazione sono i due termini che meglio connotano l’azione dell’attuale governo israeliano nella striscia di Gaza e ne fanno l’erede più prossimo dei responsabili dell’Olocausto ebraico durante la Seconda guerra mondiale. Quale sia stato il pretesto iniziale, la sproporzione della reazione israeliana, i bombardamenti e le distruzioni indiscriminate, l’ecatombe di civili, in gran parte bambini, il blocco degli aiuti alimentari ed umanitari in generale, la distruzione degli ospedali, le torture e le umiliazioni inflitte alla popolazione, i progetti di occupazione permanente e di deportazione, rispondono in realtà a un disegno generale di conquista e annessione dei territori palestinesi, con continuate operazioni di pulizia etnica, sul quale è stato fondato lo Stato d’Israele, quintessenza dello Stato-nazione anche nei suoi aspetti più deleteri e disumani.

L’evidenza di quanto sta accadendo impone alla società civile di tutto il mondo, e a i militanti anarchici, di attuare azioni immediate per opporsi al ritorno di tale barbarie e all’ideologia militarista e filonazista che la sottende. Alla solidarietà tra gli Stati, che ha finora consentito a Israele di continuare a perpetrare i suoi crimini, va contrapposta la solidarietà internazionalista tra i popoli oppressi. A tale scopo andrebbero unificati in una proposta strategica comune i tanti rivoli di protesta contro lo sterminio di Gaza che vengono quotidianamente silenziati dai mass-media di regime e creano, falsando la realtà, quell’atmosfera d’impotenza generalizzata che sembra paralizzare, o ripiegare verso versanti esclusivamente istituzionali e diplomatici – questi sì dimostratisi davvero inefficaci -, ogni attività di opposizione alla guerra e al governo d’Israele.
Ma le mobilitazioni e le marce in giro per il mondo sono davvero tante, inclusa la recentissima campagna francese abbracciata in tutto il mondo chiamata “March to Gaza”, un invito a marciare, a piedi, verso Gaza per chiedere l’apertura della frontiera di Rafah (confine con Egitto) e la fine dell’assedio. A livello internazionale elenchiamo l’importante lavoro del BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), un movimento globale che promuove il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per la sua politica di occupazione e oppressione del popolo palestinese. Palestine Action: si occupa di azioni dirette e non violente verso la Elbit Systems e Leonardo SPA per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione palestinese e per esercitare pressione su Israele. International Solidarity Movement (ISM): si occupa di azioni non violente e di sensibilizzazione per sostenere il popolo palestinese e promuovere la pace e la giustizia. Al-Haq: lavora per la difesa dei diritti umani e di documentazione delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele. Amnesty International – Sezione Palestina: si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani e di esercitare pressione su Israele; Human Rights Watch – Sezione Palestina fa un lavoro molto simile. Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI): promuove il boicottaggio accademico e culturale di Israele per la sua politica di occupazione e oppressione del popolo palestinese. Electronic Intifada: si occupa di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione palestinese. Middle East Nonviolence and Democracy (MEND): si occupa di promuovere la non violenza e la democrazia nella regione del Medio Oriente, con un focus sulla questione palestinese. Il Refusers Solidarity Network lavora per sostenere i soldati israeliani che rifiutano di servire nei Territori Occupati e di promuovere la pace e la giustizia in Palestina. 

Ci sono anche diversi movimenti anarchici che si occupano della causa palestinese e che promuovono la solidarietà con il popolo palestinese: Anarchists Against the Wall (AATW): Un movimento anarchico israeliano che si occupa di azioni dirette non violente contro il muro di separazione israeliano in Cisgiordania. Anarchismo senza Frontiere: Un network anarchico che si occupa di promuovere la solidarietà e la cooperazione tra anarchici di diversi paesi, compresa la Palestina. International Anarchist Solidarity with Palestine: Un’iniziativa che si occupa di promuovere la solidarietà anarchica con il popolo palestinese e di organizzare azioni di supporto. Anarchici per la Palestina: un gruppo che si occupa di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione palestinese e di promuovere la solidarietà con il popolo palestinese.
In Italia abbiamo moltissimi movimenti studenteschi per la Palestina; il Coordinamento per la Palestina: un network di associazioni e comitati che si occupano di sensibilizzazione e mobilitazione sulla questione palestinese; la Rete Italiana per la Palestina: un network di organizzazioni e individui che lavorano per promuovere la pace e la giustizia in Palestina; l’Associazione per la Solidarietà con il Popolo Palestinese, che si occupa di sensibilizzazione e raccolta fondi per sostenere le comunità palestinesi.
Tra le varie campagne e organizzazioni rilevanti presenti in Italia evidenziamo il lavoro della Freedom Flotilla che mira a rompere il blocco israeliano su Gaza inviando aiuti umanitari via mare. La Prima Flottiglia è stata oggetto di un pesante attacco verificatosi il 31 maggio 2010, quando i commando israeliani hanno intercettato la flottiglia, causando la morte di nove attivisti civili turchi e numerosi feriti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato le azioni di Israele, chiedendo un’indagine approfondita. Ma proprio qualche settima fa, il 2 maggio alle 00.23, mentre si trovava a largo di Malta in direzione di Gaza un’altra imbarcazione della Freedom Flotilla,
la Conscience, è stata oggetto di nuovo attacco. Una forma di intimidazione mafiosa alle porte della “fortezza” Europa che ha causato 4 feriti civili e un grave danneggiamento della nave. La Freedom Flotilla Coalition ha accusato le forze israeliane di aver preso ancora di mira una delle sue imbarcazioni e ha risposto con un nuovo equipaggio che salperà presto dalla Sicilia alla volta di Gaza, questo equipaggio è stato ben accolto e salutato all’interno della manifestazione pro-Palestina che ha preso luogo domenica 25 maggio a Catania con grande partecipazione della popolazione.
Occorre fare tesoro delle indicazioni fornite dalle mobilitazioni e dalle lotte in corso a livello internazionale, tentare di estenderle sui nostri territori coinvolgendo il maggior numero di persone, e unificarle in un progetto politico che punti a sottrarre spazio di agibilità e di azione agli assassini israeliani, a renderli il più possibile inoffensivi, a incalzarli mediante occupazioni, boicottaggi e sabotaggi; a esercitare soprattutto pressione presso i vari governi perché chiudano immediatamente tutte le ambasciate, le sedi consolari, le agenzie diplomatiche e commerciali dello Stato d’Israele, rescindano i contratti e gli accordi di fornitura e scambio economico e militare, interrompano la circolazione delle merci e dei capitali israeliani macchiati di sangue.  Vanno al tempo stesso rafforzate le organizzazioni umanitarie indipendenti che tentano di soccorrere e sfamare gli abitanti sopravvissuti a Gaza.

Ma, accanto a ciò e alla fine della guerra, occorre porre e sostenere in concreto l’ipotesi della ricostruzione dal basso di una società palestinese forte, laica, finalmente libera dai ricatti degli aguzzini di Hamas – speculari ai terroristi di Stato israeliani – e confederata con le realtà democratiche e libertarie che pur vanno emergendo nella regione mediorientale, e all’interno dello stesso Israele.

F.A.S. Catania

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Compagne monache, compagni parrini

Se c’è la possibilità di stare dalla parte sbagliata, credendo invece di stare dalla parte giusta, state sicuri che la sinistra italiana non si farà sfuggire l’occasione. Sarà per l’ossessione dell’egemonia culturale, sarà per la smania di voler risultare popolare a ogni costo, a sinistra si è diffuso il vezzo di inseguire il consenso piuttosto che provare a costruirlo. Dopo aver mitizzato papa Francesco, facendolo diventare una sorta di compagno di lotte, è accaduto lo stesso col conclave di maggio che ha eletto, ma sarebbe meglio dire eretto, a monarca della chiesa cattolica il prelato statunitense Robert Francois Prevost, che ha poi assunto il nome di Leone XIV, diventando così il 267esimo pontefice di un’istituzione che ancora ammorba le nostre vite. La sinistra italiana si è data un compito, e ha provato a portarlo a termine con una pervicacia ammirevole e commovente, se non fosse dei danni che tale scelta comporta: ha scelto di rendere pop e simpatica la più antica e oscurantista istituzione rimasta.
Il vero mistero della fede è come ci si possa appassionare a un rito noioso, maschilista e classista dove decine di uomini anziani decidono il futuro capo di una delle istituzioni religiose più potenti al mondo, nonché in crisi da decenni? Niente paura, ci penserà la sinistra italiana a rinverdirne i fasti. Parrini e pinguine ringraziano, è un miracolo che qualcuno dotato di senno abbia fatto il lavoro per loro. Non pare vero l’8 maggio a Repubblica di poter scrivere un articolo con questo titolo: Porporati da reality show e account del comignolo: l’evento più impenetrabile della Chiesa travolto dalla dissacrazione sul web. Ma magari fosse stata dissacrazione:  l’enorme produzione di meme, video e commenti sui social network non ha fatto altro che omaggiare il rito. Senza alcun rovesciamento di senso, senza alcuna reale presa in giro, senza neppure una minima mancanza di rispetto:  a sinistra la devozione è stata diffusa.
Dalla passione per le figure dei cardinali al fascino delle procedure dentro la Cappella Sistina, si è celebrato il solito sequestro di massa che, complice la coincidenza col giubileo, ha di fatto espropriato ampie porzioni di Roma. In un amen, è proprio il caso di dirlo, ci è improvvisati vaticanisti, omettendo ovviamente il quotidiano controllo e le continue mistificazioni del clero. Un’ondata di minchiate ha invaso ogni mezzo di comunicazione. Le radio e le tv hanno offerto continue dirette, cercando aggiornamenti costanti dove invece prevaleva il vuoto cosmico, a fronte di un’occupazione militare; i giornali come Corriere e Repubblica hanno sfornato una trentina di pagine al giorno a discettare di papabili (e sbagliando tutte le previsioni), significati dei colori degli abiti talari e anticipando già la santità dell’appena morto papa Ciccio; i social si sono fissati sui dettagli più insulsi, come i gabbiani che volteggiavano sul camino da cui si attendeva la fumata bianca, o inventando giochi puerili come il fantapapa e favoleggiando sull’aura dei cardinali, come fossero supereroi e non, la maggior parte, persone grigie e prive di qualsivoglia mordente.
La sinistra si è approcciata al conclave come se stesse guardando l’omonimo (e mediocre) film. Per alimentare la fame di cospirazioni, creando intrighi e sotterfugi dove non ce ne sono. E, soprattutto, per sopperire all’assenza del compagno papa Ciccio, o Francesco se vi piace. Offrite una spalla per il pianto delle tante persone che a sinistra hanno ricordato il suo sostegno alla pace, il supporto a Gaza, l’attenzione all’ambiente, il sostegno alle migrazioni, le parole di contrasto al liberismo. E c’era bisogno di un papa per mobilitarsi su questi temi? Ho visto attiviste e attivisti, sia di nuova generazione che di lungo corso, citare l’enciclica Laudato sì come fosse il vangelo, farsene portatori e diffusori come fossero preti e suore dell’ambiente. “Una sete egoistica e sconfinata di potere e di prosperità materiale porta sia all’uso improprio delle risorse naturali disponibili sia all’esclusione dei deboli e degli svantaggiati”: che frasona, eh? E chi l’ha pronunciata? Un uomo di potere, che ai “deboli” e agli “svantaggiati” offriva al massimo una paternalistica carità. Gli va concessa tutt’al più una sagacia comunicativa: non solo ha dato a bere a molte persone, pure a sinistra, che faceva le rivoluzioni dall’interno – come no, la storia è piena di sovrani che fanno di tutto per rinunciare al potere – ma era bravo a diffondere espressioni che aveva appreso altrove e che aveva poi rimasticato. Tipo “le periferie esistenziali” o “la guerra mondiale a pezzi”. Ma se è solo per la sagacia delle espressioni (tra l’altro copiate) beh, va ricordato che anche Gesù era un buon dispensatore di aforismi. E invece no, la sinistra italiana è andata e resta in adorazione di un papa che al massimo ha sposato alcuni nostri temi, dimenticando allo stesso tempo che lo stesso pontefice poi ha ripetuto fino alla morte l’avversione per “l’ideologia gender”, ha condannato l’ateismo, ha condotto un governo della chiesa sempre più accentratore, rinnegando le promesse di decentramento e di condivisione. E forse è proprio quest’ultimo aspetto ad aver fatto dimenticare a sinistra le solite battaglie reazionarie e retrograde che papa Ciccio ha condotto, come tutti i suoi predecessori hanno fatto e come tutti i suoi eredi continueranno a fare. Forse a sinistra hanno visto con ammirazione l’occupazione di tutti i posti di potere con i propri fedelissimi, tanto che da morto papa Ciccio è riuscito in sostanza a scegliersi l’erede. In questo senso sia il vecchio che il nuovo papa rappresentano in maniera emblematica la deriva che le democrazie liberali in giro per il mondo hanno assunto da qualche tempo, e che si può sintetizzare con il termine “democratura”, una crasi delle parole democrazia e dittatura: un modello dove poche persone eleggono un monarca che detiene il potere a vita e che decide dei destini delle persone mentre queste ultime si sollazzano con minchiatelle quotidiane che il giorno dopo avranno già dimenticato, nutrite di sensi di colpa e ottenebrate da messaggi che incentivano alla delega. Non è un caso che le democrature siano sempre in cerca di approvazione religiosa. Buona parte della sinistra italiana, invece, sembra aver dimenticato tutto ciò. Da parte nostra noi restiamo fedeli a nessun re. Ancora di più se finge di parlare la nostra stessa lingua, e utilizza le nostre parole come ulteriore strumento di inganno. Non c’è peggior schiavo di chi si costruisce le proprie catene. 

Andrea Turco

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I PREDATORI

Dazi. Protezionismo o liberismo? Pura finzione!

La vicenda dei dazi trumpiani tiene in apprensione il mondo intero, disorientato nello stesso tempo dai continui e repentini cambiamenti di scelta del presidente Usa, che nel giro di poche settimane ha mutato idea più volte, con un avanti e indietro che probabilmente ha anche favorito ricche speculazioni borsistiche. L’obiettivo principale della virata protezionistica americana è senza dubbio quello di contrastare l’ascesa cinese e di ridare fiato all’industria manifatturiera nazionale, eppure si è acceso un dibattito che contrappone protezionisti e liberisti, cioè un capitalismo cattivo e uno buono. Da una parte Trump che, di volta in volta, è definito arrogante, sbruffone, bullo, pazzo, esponente di un capitalismo ritornato ai suoi più smaccati spiriti animali; dall’altra quasi tutti i governi europei, equilibrati e paladini di un capitalismo liberale e liberista che mira a diffondere merci e benessere (e profitti), nonostante qualche distorsione sempre emendabile. Tuttavia liberismo e protezionismo non sono altro che i due poli della stessa logica capitalistica che ha bisogno sia di apertura che di chiusura dei commerci con l’estero, al fine di incentivare i profitti e sviluppare l’economia. Per non dire che le economie più forti tendono sempre a imporsi con la chiusura interna alle merci straniere e l’apertura estera alle proprie. Liberisti e protezionisti allo stesso tempo!
La storia del capitalismo è piena di situazioni del genere, un mix di protezionismo e liberismo teso a garantire l’affermazione delle proprie merci sui mercati mondiali. Protezionisti nel momento della nascita e del decollo dell’industria nazionale sono stati quasi tutti i paesi europei ed extraeuropei, dall’Italia al Giappone, dalla Germania agli Stati Uniti. Protezionisti, e in gran parte interventisti, attraverso politiche governative al fine di consolidare l’industrializzazione. Liberisti verso l’esterno quando le proprie merci si potevano affermare sui mercati. L’Italia sotto questo aspetto ha una storia da manuale. Furono i liberali di fine Ottocento a promuovere una politica protezionistica per la nascente industria (per inciso provocando quegli squilibri territoriali che ancora oggi vanno sotto il nome di questione meridionale); quando poi l’industria si è consolidata si è cominciato a pretendere la libertà per le proprie merci. Che cosa è stata del resto la tanto decantata globalizzazione se non la possibilità per i grandi capitali finanziari di accaparrarsi risorse in giro per il mondo, e continuare a sfruttare a piacimento con nuove e più sofisticate forme di colonialismo quello che oggi definiamo (un’altra volta con sapore eurocentrico e razzista) il sud globale? Allora liberismo e protezionismo non sono altro che finzioni di un sistema predatorio che nel depredare crea squilibri e poi cerca di risolverli con nuovo sfruttamento e, se non ci riesce, con le guerre, come quelle in atto e quelle che vengono minacciate nel nostro orizzonte. 

Schierarsi per il liberismo o per il protezionismo è dunque un falso problema, ma neppure si può immaginare o prefigurare la possibilità che questo nostro sistema, presunto intrinsecamente democratico, abbia in sé gli strumenti per potersi ravvedere e imboccare una via diversa. Come sembra proporre, in un articolo apparso su Il Manifesto, Emiliano Brancaccio che richiama i cosiddetti social standard, cioè “proposte avanzate dall’Ilo (l’agenzia dell’Onu per lavoro e politiche sociali), regole presenti nei Trattati Ue e clausole contenute nello statuto del Fondo monetario internazionale”, che consisterebbero “in una limitazione dei commerci con quei paesi che attuino politiche di competizione al ribasso sui salari, sulle condizioni di lavoro, sui regimi di tutela ambientale e sanitaria”. Pur condividendo le rispettabilissime analisi di Brancaccio, non si può esordire “Moriremo liberisti o protezionisti? Stando all’agenda politica, sono queste le uniche corde alle quali possiamo oggi scegliere di impiccarci”, e poi nello stesso articolo prospettare una soluzione tutta interna al capitalismo. Per la contraddizione che non lo consente, si potrebbe dire. Innanzitutto quali dovrebbero essere le forze politiche, anche di sinistra, che oggi sarebbero capaci di portare avanti una simile battaglia? E poi questo sistema permetterebbe di compiere riforme di tale portata in modo indolore, senza una forza d’urto adeguata, una mobilitazione diffusa e radicale? E’ ragionevole dubitarne. Ma la vera questione credo sia un’altra. Si può ancora adesso, di fronte ad una gravissima crisi ambientale e climatica, continuare a ragionare in termini di limitazioni commerciali, di regolazione dei mercati, che continuerebbero comunque a funzionare secondo logiche competitive, nell’ottica di un continuo sviluppo che non può fare altro che accaparrare e depredare sempre nuove risorse? Non è sufficiente, come sembra credere Brancaccio, mettere qualche vincolo e sperare che vi siano governi indipendenti e autorevoli per farli rispettare. 

Cosa dovrebbe fare pertanto chi, come scrive sempre Brancaccio “intenda rappresentare le istanze del lavoro, dell’ambiente e della salute collettiva”? Certamente non può accontentarsi di introdurre regole, più o meno stringenti, all’interno del sistema. Occorre fare anche uno sforzo di immaginazione e prospettare se non delle soluzioni almeno delle indicazioni che fuoriescano dal sistema e percorrano strade realmente diverse. E queste non mancano. In un mondo invaso da merci, la maggior parte nocive o inutili, non sarebbe il caso di lottare per una diminuzione delle produzioni piuttosto che per tenere aperte fabbriche o per impiantarne di nuove? E in un mondo in cui le merci circolano vorticosamente da un capo all’altro provocando inquinamento e alterando il clima non sarebbe il caso di riorientare la produzione e la distribuzione dei beni su scala locale? Incentivare le produzioni utili, non dannose per l’ambiente e le persone, lo scambio diretto, paritario e solidale? In un momento come quello attuale di riorganizzazione del capitalismo a cui hanno dato il nome di transizione (ecologica, digitale) per mascherare che tutto avviene sempre secondo le logiche estrattiviste e accaparratorie consuete – l’interesse smaccato di Trump per i minerali ucraini potrebbe essere la perfetta esemplificazione di cosa significhi realmente transizione- si dovrebbe con più lucidità sottrarsi alla narrazione dominante, non imitarne le soluzioni sistemiche, seppure queste ci appaiano ragionevoli, mentre il ribaltamento delle logiche ci sembri illusorio.

Nella sua poesia Gli alberi, pubblicata nel 1973 nella raccolta Questo muro, Franco Fortini si sofferma sui disastri della civiltà industriale che distrugge, affoga, inquina; nel finale rivolgendosi metaforicamente alla figlia la invita a non disperare ma a sapere. Ecco, la consapevolezza almeno dovrebbe essere il nostro punto fermo da cui partire o ripartire per impedire che questo sistema ci annichilisca tra bombe e intelligenze artificiali. 

   Angelo Barberi

 

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D.L. “Sicurezza”: golpe fascista

Nella tarda serata di venerdì 11 Aprile la già vacillante costituzione italiana si vernicia di una ulteriore pagina nero fascista, è il nuovo decreto “sicurezza”, il d.l. 11 aprile 2025 n.48, entrato in vigore il 12 Aprile tramite la sua pubblicazione sul sito della Gazzetta Ufficiale. Ci sono ancora 60 giorni prima che venga definitivamente approvato da Camera e Senato ma l’atteggiamento di questo governo è chiaro, la Costituzione si deve riempire di leggi fasciste con calci, pugni e golpe.
Questo è l’ennesimo restringimento dei diritti che ci vengono regolarmente sottratti tra colpi di mano, fascismi burocratici e giochi politici propagandistici e ideologici, volti a penalizzare sempre e solo le stesse persone con nuove restrizioni, aggravanti e sanzioni. Dal suo primo giorno questo governo ha inserito circa 60 nuovi reati arrivando a 500 anni in più di galera nel Codice penale. Questo decreto colpisce pesantemente chi in questa società necro-capitalista continua a essere spinta ai margini perché non ha le stesse opportunità di altre, o perché non si piega alle logiche della morte e della sopraffazione del mercato che nella gente vede solo consumatori e nei territori solo potenziale merce da sfruttare e spremere per il conto in banca del solito 1%. Con questa ennesima legge lo Stato mostra apertamente i suoi unici interessi, la propria sicurezza ed esistenza perpetua colpendo in particolare il popolo che non si allinea, tramite il controllo, la punizione e la propaganda creando consenso col terrore.

Questa è una legge “ad personam” ma non di quelle che abbiamo visto negli anni berlusconiani a favore del politico di turno o della sorella o padre di questo o quel politico, no, in questo caso è una legge che il governo neofascista ha disegnato per colpire determinate persone e categorie (detenuti, madri detenute, migranti, occupanti, attiviste, chi fa “accattonaggio”) mentre in parallelo aumenta in modo spropositato e terroristico il potere del braccio armato dello Stato, le polizie e i servizi segreti.
Avendo capito che il discusso DDL1236 (ex 1660) non avrebbe mai ottenuto in parlamento i risultati e il consenso sperato, anche per motivi economici, già contestato apertamente dalla OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), dal Consiglio d’Europa e anche dall’ONU, con un vero e proprio golpe politico degno di nostalgici fascisti, questo governo, col benestare di Mattarella, fa passare un decreto-legge (strumento emergenziale) evitando la discussione in parlamento. Un decreto liberticida dalla puzza di semi-legge marziale in un contesto pre-bellico che trasforma la protesta in reato e il dissenso in crimine. Non appena entrato in vigore le Nazioni Unite sono tornate a scrivere al governo italiano dicendosi <<allarmate>>.

Certo era un’urgenza improrogabile questa ulteriore forma di repressione verso quell3 che si oppongono allo sfruttamento, alla dissipazione dei valori fondamentali come la libertà, l’empatia, il diritto di protesta, la dignità umana. E i mafiosi? i corrotti? i truffatori? Le carceri in disumano sovraffollamento e i suicidi al loro interno? Il carovita? L’Italia che è diventa un grosso albergo diffuso per turisti? I 200 mila giovani che emigrano ogni anno con un aumento del 20% solo nel 2024? Niente!
La rete nazionale contro il ddl sicurezza, che aveva convocato le manifestazioni a Roma il 4 aprile, ha commentato: “Da ora in poi, l’Italia è un Paese meno democratico, …dove i diritti degli ultimi sono un problema di ordine giudiziario e non sociale”.
Discutere tutti i provvedimenti di questo d.l. è fuori dalle intenzioni di questo articolo e non vorremmo avvelenare troppo chi ci legge a cui consigliamo un’attenta lettura di questo d.l. magari in compagnia di una canna light, anzi no, quella ora è illegale… art. 18 di questo decreto. Provate con del malox o una tisana fino a quando saranno permesse. Qui di seguito riportiamo solo alcune delle assurdità:

In questo d.l. ci sono circa 13 articoli, dal 19 al 31, che parlano solo di ulteriori protezioni e scudi, anche fiscali, per le forze dell’ordine (l’ordine dello Stato), tra cui anche l’utilizzo facoltativo (cioè, a convenienza) della bodycam, e anche la possibilità per gli agenti di portare armi, anche senza licenza, fuori servizio (Art. 28), sempre per rendere la comunità più sicura… Chiaramente nulla sui codici identificativi sulle divise, questione importante anche per Amnesty International che nel 2022 aveva raccolto ben 155.000 firme per richiederli in linea con gli standard internazionali. L’art.14 porta il blocco stradale (aggiungendo il ferroviario) da illecito amministrativo a penale. Gli articoli 26 e 27 e dal 34 al 38 inaspriscono ulteriormente la situazione nelle carceri e nei CPR, portando anche chi attua forme di protesta non violente a rischiare ulteriori condanne. 

Ma di questa nuova arma del Codice penale (il Dl 11 Aprile 2025) sono evidenti due aspetti fondamentali aldilà di quelli propagandistici e sulla “sicurezza”.
Il primo: c’è un legame indissolubile tra l’escalation bellica e l’aumento della repressione qui da noi come altrove. Come già evidenziato nel nostro speciale sulle carceri nel numero di marzo 2025, i dissidenti, gli antagonisti e i detenuti sono sempre stati considerati come il nemico interno da distruggere, e per lo Stato non c’è differenza alcuna tra il nemico esterno e quello interno anzi in qualche modo quello interno è ancora più pericoloso, perché smuove le masse dal suo interno, sollecita le coscienze con la stessa lingua e la stessa cultura, critica da dentro i suoi valori e la sua finta libertà. La minaccia del “nemico interno” non è legata ad una appropriazione di territorio e forse non costituisce neanche un rischio economico, il nemico interno è un nemico anzitutto psicologico, è un traditore delle norme e delle linee interne, è visto come una rivale della santissima “patria”!!! Allora questo va punito, represso e nascosto e anche allontanati fuori dai confini come i migranti in Albania. E sia chiaro: le persone nei CPR (dove muoiono anche) sono lì per ragioni amministrative a causa della legge Turco-Napolitano, la stessa legge che ha reso illegale l’empatia umana (il salvataggio in mare di chi si trova in pericolo di vita art. 12 286/1998). Non è questione di destra o sinistra, tutti gli Stati sono l’espressione fisica e psicologica dell’oppressione!
Il secondo: la lotta di classe viene fatta anche tramite il Codice penale. Cosa intendo? negli ultimi 60 anni abbiamo visto il graduale e regolare aumento delle norme penali che restringono sempre di più i movimenti e le libertà delle persone ma in realtà se andiamo poi a guardare chi finisce in carcere e viene pesantemente penalizzato sono sempre le fasce più fragili della comunità mentre i politici e i ricchi affaristi la fanno sempre franca in un modo o nell’altro. Faccio alcuni esempi:

Cuffaro (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) appena 5 anni su 7 di condanna. Berlusconi (4 anni per frode fiscale ma convertita in arresti nella sua villa da 4500 metri quadri, con 126 stanze e un parco di 120 ettari), Dell’Utri (7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa ma ha scontato solo una parte), Tremonti (pluricondannato, tra cui evasione fiscale con 4 anni di carcere, ne ha fatti appena 2 nella sua “casetta” a Roma in via Campo Marzio fino ad ottenere la libertà vigilata) vs, per esempio, Stefano Cucchi morto in carcere nel 2009 per possesso di droga, Giuseppe Uva, 12 anni per rapina, nonostante avesse confessato. Per non parlare poi della continua narrativa che vuole vedere attivist3 sotto la stessa luce e condanne dei mafiosi, o delle decine di migranti che muoio nei CPR sotto la “custodia” dello Stato.

Per noi anarchici la questione della sicurezza è sempre stata molto chiara; dare ancora più autorità ad un gruppo di persone, anche armate, “selezionate” da una entità opprimente come quella statale, di poter condannare, molestare e menare, fino anche ad uccidere o addirittura gestire gruppi terroristici sotto copertura (art.31 d.l. 11 aprile ‘25) non rende né le comunità né il mondo più sicuri. Prevenire le questioni sistemiche e strutturali che portano alla violenza e alla “criminalità”, focalizzarsi sulla giustizia sociale e sulle risorse disponibili, invece sì che può portare verso comunità unite e più sicure. 

Gabriele Cammarata

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Soluzione finale!

Palestina. Banalizzazione di uno sterminio

Esistono ancora parole per raccontare quanto avviene a Gaza, quanto il governo e l’esercito israeliani stanno infliggendo ad una popolazione inerme, oramai allo stremo dopo quasi un anno e mezzo di bombardamenti e privazioni? Probabilmente no, ma ugualmente non si può tacere, tanto più in una situazione come questa in cui la falsificazione è profusa a piene mani.
Gli Stati coi loro eserciti e le loro logiche di guerra ci costringono a rincorrere orrori e nefandezze, che mettono a dura prova la nostra idea di umanità. Un’economia completamente asservita a logiche competitive e di profitto aizza lo scontro, prepara il terreno per continue depredazioni. L’ideologia crea barriere e infonde il consenso con parole come ordigni: nemico, identità, nazione, patria.

La fragile tregua che per qualche settimana aveva risparmiato vite nella Striscia di Gaza è stata interrotta unilateralmente da Israele il 18 marzo scorso con un attacco che ha provocato in un solo giorno più di 300 morti, molti dei quali bambini e non pericolosi terroristi di Hamas. I bombardamenti adesso proseguono con la ferocia e la determinazione che ha caratterizzato in questi lunghi mesi l’azione di Israele, il cui vero obiettivo non è quello di difendersi, ma farla finita una volta per tutte, approfittando dello sdegno e dell’orrore provocati dall’inutile strage compiuta da Hamas il 7 ottobre 2023, con il popolo palestinese, annientandolo, deportandolo, cancellandolo dalla geografia e dalla storia. Paradosso massimo per un popolo, quello ebraico, che ha portato sulle sue spalle lo stesso destino e adesso da vittima si è fatto carnefice. Che l’intenzione di Israele è proprio la fine dei palestinesi non è solo scritta nelle tante dichiarazioni dei suoi leader, ma è praticata in un’azione che ai bombardamenti affianca l’instancabile insediamento di coloni nei villaggi e nei territori da Gaza alla Cisgiordania. Infatti in quelle poche settimane di tregua nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha intensificato gli attacchi in Cisgiordania provocando ovunque morte e distruzione.
Ma sbaglieremmo a pensare che tutto ciò riguardi esclusivamente i due soli “contendenti”. In realtà il popolo palestinese è vittima, più che in passato, dei sommovimenti geopolitici che stanno ridefinendo gli assetti tra gli imperialismi: Stati Uniti, Russia, Cina e comprimari. E Israele è pedina fondamentale in questo gioco all’azzardo sulla pelle dei popoli. Il cinismo balordo e spregiudicato di Trump, che nel mezzo della breve tregua imbastisce quel video di Gaza trasformata in meta turistica di lusso senza i palestinesi, è la macabra supponenza che nasconde la determinazione politica di un sistema esiziale: non c’è spazio per la pace, e neppure per l’umanità, dentro i meccanismi dei regimi odierni, che si pronuncino liberali o autoritari, democratici o dittatoriali.

L’Europa (che poi bisognerebbe capire bene cosa significhi questo appellativo) sotto l’ombrello della sua presunta superiorità civile e morale pensa solo ad esacerbare i conflitti, a proporre un armiamoci foriero di ulteriori tensioni, senza una visione se non quella della difesa ad oltranza dei suoi privilegi e da un nemico costruito con cura. Mentre di fronte allo sterminio di un intero popolo, che il governo israeliano (omologo e sodale) sta commettendo, si trincera dietro il vuoto assunto del diritto alla difesa, quando è palese che gli oppressi sono altri: i palestinesi innanzitutto e gli stessi israeliani vittime di un accecamento che li ha trasformati in persecutori e complici di un genocidio.
Quanto all’Italia, della sua parte politica di governo o di opposizione istituzionale non vale la pena parlare, della cosiddetta società civile si può solo misurare tutta la miseria di un dibattito che per un verso la vede interrogarsi vanamente se sia il caso di parlare per i palestinesi di genocidio, per l’altro di scambiare Hamas per il popolo palestinese e di ritenere un gruppo ultra nazionalista, violento e autoritario unico possibile difensore del suo popolo, come se 50 mila morti e chissà ancora quanti altri fossero un prezzo necessario da pagare.

Intanto, mentre scrivo questo articolo, Israele ha ripreso a bombardare anche il Libano. La strategia è chiara: continuare ad avere un ruolo egemonico nell’area, per conto degli Usa e del loro ordine mondiale. Negli stessi giorni in alcuni villaggi della Striscia di Gaza vi sono state manifestazioni di protesta da parte di palestinesi contro Hamas (e il governo israeliano) affinché cessi la guerra. Qualsiasi cosa possano significare queste proteste, resta il fatto che si è trattato di un grido d’aiuto rivolto al mondo intero e di un urlo contro la ferocia del sistema. Queste due opposte notizie hanno anche avuto un trattamento opposto da parte dell’informazione prevalente. Per un verso si è continuato a rappresentare un Israele sotto attacco che necessariamente deve difendersi attaccando e cercando di distruggere i suoi nemici; per l’altro, semplicemente, si è quasi del tutto ignorata la notizia. Perché all’opinione pubblica si deve ammannire l’immagine di un mondo violento che solo una violenza legittima (degli Stati o dei giusti) può contrastare e contenere, essendo iscritta questa violenza nel codice genetico dell’umano. In fondo siamo ancora fermi ad Hobbes, a quella civiltà europea di cui andiamo tanto fieri!

Cosa rimane da fare per chi ancora crede in un mondo più giusto e di pace di fronte al baratro che sembra inghiottirci, in cui solo violenza, oppressione, guerra hanno cittadinanza; per chi non sopporta tutta l’atrocità che quotidianamente viene squadernata da un sistema abietto che si presenta col volto della necessità e della ragione? Rimane intanto da mantenere la chiarezza e la lucidità dell’analisi, senza farsi trascinare nel gorgo della disumanità e della ferocia che non appartengono all’umano in sé, ma sono gli strumenti con cui Stati e potenti perpetuano la loro oppressione. Sottrarsi all’illusione di schierarsi con l’una o l’altra delle forze oggi in campo nel gioco perverso della realpolitik, ma rompere il cerchio e provare a immaginare altri itinerari su cui gli oppressi, gli sfruttati, le popolazioni possano incamminarsi. Provare a tessere le fila per collegare tutte quelle persone e realtà che lottano per un mondo totalmente diverso, e non importa che siano palestinesi o israeliani o altro, perché quello che dovrebbe contare è l’umanità e la solidarietà internazionalista.

Angelo Barberi

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Trump un enigma?

Donald Trump incarna tutto quello che i padroni vorrebbero essere: imprenditori senza la im iniziale. Prenditori, accaparratori, proprietari del materiale dell’immateriale, delle persone, degli esserti viventi e delle cose; il sogno, ora non più proibito, dei ricchi ladroni privati e di Stato. Affermando che è un bullo o un pazzo (e con lui i ricconi che lo circondano), si finisce per ricondurre gli altri alla normalità. Ma gli altri sono quelli che ti fottono con la democrazia, con la gentilezza, con la vaselina. Joe Biden e i democratici non si sono dimostrati migliori, con le loro guerre e i loro sterminii, le loro politiche imperialiste, i loro falsi progressismi pagati da altri ricconi-ladroni, il loro protezionismo di fatto, la corruzione, il familismo, l’impunità per se stessi e per i crimini degli Stati Uniti. Basterebbe chiedere, fra i tanti che ne stanno pagando le conseguenze, al popolo palestinese…
Trump è il capitale senza la maschera, arrogante, presuntuoso,
supponente, proiettato verso la centralità dell’economia, in particolare quella pilotata da una oligarchia economica e finanziaria unita attorno alla possibilità storica di depredare le risorse altrui pagando il prezzo minore, o non pagandolo affatto. Una oligarchia forte del potere del denaro, del controllo delle nuove tecnologie e dei social, della miserabile pochezza e complicità degli avversari, di uno sfrontato populismo, che ha preso di mira vie di comunicazione, territori, giacimenti, commerci mondiali non ancora sotto il suo controllo.
Una oligarchia rafforzata dalla dimensione religiosa, molto attiva nei suoi settori più retrogradi all’interno della società e nello Stato che pretende essere la guida del mondo. Trump è il prescelto, un concetto che farebbe scompisciare dalle risate mezzo mondo ma non quei milioni di elettori fanatici e ignoranti che l’hanno votato.

Il governo americano è un covo di prenditori schizofrenici: un giorno alza i dazi un altro li abbassa, parla di pace ma fa la guerra, odia i poveri, gli immigrati, i palestinesi, le donne, l’universo lgbtqia+, le minoranze. Fa sfoggio delle proprie simpatie naziste, ha il Ku Klux Klan nel proprio Dna, propugna un mondo di yes man e leccaculi, avoca a sé, con queste premesse, i destini dell’umanità. E il vento ovunque sembra girare da questa parte. Tramonta l’illusione democratica, quella che ha deviato energie immense sottraendole a percorsi rivoluzionari, autogestionari, antitotalitari.
La nuova egemonia statunitense parla la lingua della forza economica e militare, scompagina equilibri, costruisce l’internazionale delle dittature, delle democrature, dei fascismi, dei sovranismi: un potere senza fronzoli, senza aggettivi, diretto, letale. Nemico.
Un Potere che oggi provoca alleanze spartitorie (con Russia, Cina e Brics vari) e delegittima le istituzioni del vecchio mondo nato dalla seconda guerra mondiale, mentre scava il fossato su cui esploderà inesorabile e finale la terza guerra mondiale.

L’Unione Europea si sente orfana di quello che ha definito un alleato storico. Ma nella percezione degli USA (e nella realtà dei fatti) i paesi europei erano solo dei vassalli mentre loro erano i padroni, e da padroni ora, come sempre, li strapazzano, li chiamano parassiti.
Se tutto questo ci ha spiazzati vuol dire che il virus democratico si era insinuato dentro di noi, colpendo le nostre facoltà critiche e mentali. Se non lo ha fatto, vuol dire che il nostro bagaglio ideologico è sempre in grado di fornirci gli strumenti per conoscere, comprendere e combattere il potere, sia quando si nasconde dietro maschere progressiste, sia quando getta queste maschere e mostra il suo vero volto. E dietro il fallimento del socialismo e del comunismo di Stato o “dal volto umano”, del liberalismo, del catto-capitalismo filantropico, l’anarchismo come pensiero e l’anarchia come prospettiva utopica concreta emergono come l’unica reale alternativa.

In questo momento di sonno della ragione sono i mostri ad avere la meglio. Noi dobbiamo essere il gallo che canta di notte, la fiaccola che illumina nel buio, la scintilla che darà la fiamma alla rivolta.

Pippo Gurrieri

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