Fronte Contro la Guerra

Mediterraneo sotto il tiro incrociato di governi che hanno trovato nell’alibi immigrazione la chiave di volta per instaurare i regimi della segregazione democratica, raccogliendo consensi nelle masse prima indifferenti e ora arruolate nel malpancismo nazionale. A farne le spese non solo i migranti, i cui flussi sono frenati dai muri eretti a suon di miliardi di dollari ed euro nelle frontiere turca e marocchina e nei lager libici, ma anche le azioni e i sentimenti di solidarietà, le possibilità offerte a fatica a popoli in fuga verso destini meno infami nelle periferie delle metropoli di un occidente sognato e bestemmiato.
Di là dal mare spenti i riflettori su Gaza e sul Nord Siria, la pace si confonde col silenzio dei mass media, o almeno questo è il modo di occultarne l’inconsistente paragone a uno straccio di tregua. Il sangue cola sui corpi dei palestinesi che continuano ad assediare il muro dell’odio e del razzismo, mentre le armate turche si assemblano alla frontiera curda per preparare il colpo finale all’autonomia del Rojava, forti della complicità internazionale con la dittocrazia di Erdogan.
Di qua del mare le strutture di morte battenti bandiera a stella a strisce o NATO  o tricolore accolgono nuove batterie di missili, nuove di droni e altre armi pronte a segnare il destino di genti, nazioni, terre, e, in definitiva, del mondo intero. E Sigonella, nell’isola contesa, si gonfia a dismisura di sistemi, tecnologia, strumenti, marchingegni, ordigni per queste guerre che chiamano a bassa intensità solo perché è intensamente bassa l’attenzione delle persone, deviata, stordita, da mille diversivi, da rigurgiti egoistici e cecità benaccette che aiutano a mantenere la coscienza in uno stato di incoscienza.
Alle spalle di cotanto merdaio, il cui tanfo avrebbe dovuto far schizzare di indignazione chiunque mantenesse un 2% di cervello acceso, lorsignori lavorano senza tregua all’operazione ovattamento  e predisposizione degli individui all’accettazione di un mondo in divisa militare. Non c’è solo la crisi a far guardare con desiderio al mestiere di sbirro-soldato, c’è il piegamento della cultura alle necessità militari, con poche e nulle reazioni: scuole, università, spettacolo e sport sono la tavola imbastita per questa indigestione di progetti, contratti, accordi, alternanze, telefilm, ricorrenze, commemorazioni, gare e meetings in cui l’ordine delle armi, la sicurezza armata, vengono collocate e mostrate in vetrina per essere poi vendute. Militari e poliziotti diventano inquietanti presenze nel mondo dell’istruzione; magistrati e ufficiali dei vari corpi dello stato sono i nuovi professori di legalità, mandati a propagandare lo stato indefesso incorrotto degli eroi che lotta contro mafiosi d’ogni risma e mele marce insediate nelle istituzioni. E quando non sono questi figuri ad andare nelle scuole e università, sono queste a recarsi in gita, o per scambio/alternanza/accordo nelle caserme, nelle basi militari, nelle fabbriche di morte per avvicinare i ragazzi a questo mondo perfetto in quanto ordinato gerarchicamente e come tale, modello indiscutibile di rettitudine e ideali democratici.
Dal 2 al 5 di agosto in contrada Ulmo, qualche chilometro fuori da Niscemi, a ridosso della grande base militare USA NRTF n.8, dentro la quale si staglia la base satellitare del MUOS, dentro il presidio sorto nel 2012, avrà luogo il campeggio NO MUOS; iniziativa che quest’anno riassume in sé i significati di quanto appena detto. Antimperialismo e resistenza, solidarietà militante e antirazzismo, risposte alla militarizzazione dell’istruzione e della cultura, saranno oggetto di incontri, confronti, relazioni formali e informali nel corso dei quattro giorni, e si intrecceranno con iniziative dentro e fuori il presidio, lungo le reti della base della Marina militare statunitense, come pure in paese. Nell’attuale fase di militarizzazione sociale e di sclerotizzazione delle intelligenze, la lotta NO MUOS intende fare da volano per la ricostruzione di un fronte contro la guerra intesa in tutti i suoi significati: carneficina, spreco di risorse, distruzione organizzata, propaganda di modelli violenti e gerarchici. Un fronte esteso, variegato, e mutualistico, solidale, organizzato dal basso, scevro da sensibilità istituzionali, basato sull’azione e la partecipazione diretta.

Pippo Gurrieri

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L’UNICO SENSO

Internazionale. Antimperialismi a senso unico

Se c’è un modo coerente di sentirsi partecipi dei problemi dei popoli oppressi che cercano di liberarsi dalle catene dello sfruttamento, questo è quello di sentirsi tutt’uno con essi, di vivere le loro difficoltà e i loro drammi come propri, di sentirsi offesi e umiliati quando ad essi si infligge un’offesa e un’umiliazione, e di mettere in atto ogni mezzo per contribuire al superamento della loro situazione. Questo è il senso della solidarietà internazionalista. Ma non il solo. Le dinamiche politiche spesso sono talmente diverse caso per caso da richiedere molta attenzione quando si fanno degli approcci. Noi che viviamo in questa parte di Mondo sotto il dominio delle potenze occidentali, e degli Stati Uniti d’America in particolare, siamo cresciuti combattendo la NATO e l’imperialismo americano, e ci è capitato spesso, non ultimo durante la lotta contro l’installazione della base missilistica di Comiso (primi anni ottanta del secolo scorso), di essere accusati di fare il gioco degli avversari degli USA, in quel caso l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Non era così, perché in quanto anarchici e antimilitaristi, la nostra battaglia assumeva – per noi – i caratteri di un’opposizione alla guerra e all’imperialismo. Eravamo antiamericani (nel senso di nemici della potenza statunitense) ma in quanto antimilitaristi, e non viceversa, altrimenti avremmo finito per mettere da parte la nostra avversione per ogni forma di militarismo una volta cessato il bisogno di schierarci contro gli USA.
Ma non tutti la pensano così, e non tutti riescono a comprendere la posizione di chi non simpatizza per nessun potere e quindi gioisce a metà quando uno scontro militare finisce, ma dalle sue ceneri sorge magari un nuovo stato, se-dicente rappresentante di chi lottava contro la grande potenza. L’esempio più classico fu il primo maggio del 1975, quando in tutto il Mondo si festeggiava la fine della guerra in Vietnam del giorno prima, con la sconfitta degli USA; un conflitto che aveva caratterizzato il ventennio precedente, ma che nell’ultimo decennio era stato uno dei temi scottanti attorno a cui si era formata la generazione dei ribelli che darà vita al Sessantotto. Solo gli anarchici, nonostante avessero anch’essi speso energie a iosa contro l’infame guerra in Indocina, quel primo maggio misero in guardia dalla nascita del nuovo Stato vietnamita, un nuovo potere che si annunciava militarista e condizionato da due grandi tirannie, quella russa e quella cinese.
L’antimperialismo a senso unico ne ha fatto di vittime nel tempo; basti pensare a Cuba, nella cui guerriglia non pochi furono gli anarchici impegnati, mitizzata oltre ogni dire (mito ancora duro a morire), emblema di una durissima resistenza allo strapotere statunitense, ma dentro i cui confini si consumavano, tuttavia, delitti politici contro dissidenti ed eretici del regime castrista.
Non va nemmeno dimenticato il dibattito seguito alla cacciata dello Scià in Persia e alla nascita della repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini nel febbraio del 1979; la sinistra internazionale lesse quegli avvenimenti in chiave antiamericana e simpatizzò con la rivoluzione che portò al potere i religiosi sciiti. Gli esempi potrebbero continuare, ma ci interessa tornare all’oggi poiché tali dinamiche si riscontrano nella pratica odierna di un internazionalismo ancora a senso unico.
La Palestina vive nel cuore di tutti noi come l’esempio vivente di una resistenza di lunga durata e di un grande sopruso, di una violenza senza fine tollerata, coperta, supportata, da tutti gli Stati, compresi quelli falsamente amici, che hanno solo appoggiato il popolo palestinese per strumentalizzarne a fini propri il suo sacrosanto diritto ad una propria autodeterminazione. L’antimperialismo a senso unico porta a considerare formazioni come Hamas, in quanto schierate contro lo Stato fascista di Israele e il suo grande protettore USA, degne del sostegno militante, dimenticando l’ideologia di fondo di questo movimento: retrograda, patriarcale, specularmente fascista, tutte premesse che in un futuro eventuale stato palestinese rappresenterebbero inaccettabili condizioni per chi si batte per una liberazione effettiva dei popoli oppressi.
Cambiando area geografica, sono molti gli Stati nel “giardino di casa” degli Stati Uniti, cioè il centro e sud America, ad essere sotto il mirino dell’imperialismo a stelle e strisce, del Fondo monetario, della Banca Mondiale per la loro attitudine a voler gestire in proprio le risorse del paese. La loro collocazione in contrasto con i disegni degli USA e i tentativi di questi di fomentare rivolte e colpi di stato, attuando embarghi, ricatti, assedi, impongono condizioni di vita ai limiti dell’incredibile e seminano odio antimperialista. Tuttavia questa situazione fa spesso perdere ai solidali del Mondo, e a quelli nostrani in particolare, il senso critico, e sposare acriticamente cause come la bolivariana e chavista, oppure populiste o sandiniste, chiudendo gli occhi su ciò che avviene in quelle società, dimenticando che una autentica politica antimperialista va coniugata con un progetto di autentica liberazione sociale, che non può essere spesso solo slogan, oppure richiamo strumentale a lontane origini rivoluzionarie da tempo abbandonate.
In Venezuela lo Stato bolivariano fondato da Chavez, oggi in mano a Maduro, è un regime in mano a una casta di militari eredi di una rivoluzione contraddittoria, che ha affiancato a reali aperture ai poveri e trasformazioni sociali (oggi migliaia di gruppi popolari si autogestiscono la loro vita fuori dal controllo governativo), il rafforzamento di una nuova oligarchia petroliera. Affermare ciò viene considerato fare il gioco del nemico. L’attacco degli USA, del FMI, della BM e delle classi agiate locali, che sta provocando una grande e diffusa povertà, non fa altro che alimentare il mito di un Venezuela baluardo dell’antimperialismo, portando a giustificare un esercito, una polizia, le istituzioni totalitarie, il sistema da caserma, la casta al potere.
Poco distante, in Nicaragua, in nome del sandinismo un élite di ex rivoluzionari abbarbicati al potere e ai suoi privilegi, combatte contro forze giovanili e popolari stanche di subire le angherie di una casta che ormai non ha nulla da invidiare a quella legata al regime del dittatore Somoza rovesciata nel 1979. Ma anche in questo caso, gli internazionalisti a senso unico vedono solo ciò che vogliono vedere, e cioè che lo Stato nicaraguense rappresenta ancora un presidio contro l’imperialismo USA, e non  invece una società dove una classe di nuovi sfruttatori esercita il più antico dei domini di classe contro la popolazione, in nome …dell’antimperialismo.
Torniamo all’inizio: siamo antimperialisti perché rifiutiamo ogni forma di imperio, e non ci schieriamo con nessun tipo di sistema autoritario e statale; l’internazionalismo si definisce nella solidarietà ma anche nell’espressione di contenuti critici e nel supporto verso tutte quelle esperienze che oggi sono portatrici di progetti di liberazione e di ricostruzione sociale su basi effettivamente antiautoritarie, federaliste, femministe, ecologiste, come il Kurdistan, il Chiapas, con le varie esperienze in atto. La contingenza ci può portare senz’altro a sostenere lotte popolari sparse per il mondo, e in tal senso mai smetteremo di supportare, ad esempio, quella palestinese, o quella dei popoli venezuelano o nicaraguense, e di tante realtà che non rinunciano a resistere. Ma senza mai schierarci con i poteri che pretendono di guidarle, oggi nella lotta e domani in nuove caserme chiamate stato.

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Il mercato è sovrano

Nello psicodramma, che tendeva un po’ alla comica finale, della formazione del nuovo governo dopo le elezioni del 4 marzo scorso i protagonisti sono potuti apparire di volta in volta come freddi calcolatori, ingenui idealisti o sprovveduti allo sbaraglio. In questi mesi si è assistito a continui ribaltamenti di situazioni che hanno raggiunto il loro apice nella settimana tra maggio e giugno con il primo incarico dato al professore Conte, la rinuncia, l’incarico a Cottarelli e infine la richiamata di Conte e il varo definitivo del governo Lega-Cinque stelle. Sul carattere moderato e neoautoritario di questo governo non ci sono molti dubbi. Lega e Cinque stelle in questi ultimi anni hanno saputo cogliere non solo gli umori, ma anche le reali esigenze di quanti soffrono le imposizioni delle politiche di austerità e la perdita dei diritti. Tuttavia la ricetta che propongono per sollevare le sorti di chi ha subito più di tutti lo stabilizzarsi della crisi è inadatta a segnare un vera rottura rispetto al recente passato. Come e con quali risultati il nuovo governo tenterà di dare delle risposte alla soluzione dei concreti problemi della disoccupazione, della precarietà, dell’incertezza come chiede, seppure confusamente, ambiguamente e contraddittoriamente, la stragrande maggioranza di coloro che sono andati a votare, si vedrà nei prossimi mesi. E si potranno misurare le velleità di un’impostazione politica che si regge su affermazioni di principio frutto di una lettura superficiale della realtà e anche le involuzioni securitarie che nascono da un’idea di società rigida, gerarchica, chiusa in sé.
Ma provando a dare una lettura di quanto è avvenuto in questi mesi e segnatamente nell’ultima fase della nascita del governo meritano una qualche riflessione il tentativo del presidente Mattarella di bloccarlo, con il veto posto sulla figura del professor Savona, e il messaggio che infine è stato veicolato dopo tutta la bagarre.
La decisione di Mattarella di far saltare il primo tentativo di quello che è adesso il presidente del Consiglio ha veramente strappato “il cielo di carta” della finzione della democrazia rappresentativa, per cui il “volgo disperso” – altro che popolo sovrano -, già vilipeso durante le parate elettoralistiche, è ridotto a finto strumento di legittimazione. Lo sottolineava nel momento più aspro dello scontro Di Maio quando sosteneva, ma più come una sorta di giaculatoria autoassolutoria ed autolegittimante, che le elezioni sono inutili tanto poi decidono i mercati e lo spread, mentre Salvini lo declinava secondo i suoi convincimenti, annunciando che sarebbe meglio passare ad una repubblica presidenziale, se così stanno le cose.
Certo subito dopo tutti si sono messi all’opera per ricucire lo strappo, per nascondere il buco, con molta ipocrisia e una buona dose di sudditanza. Ma è stato anche simpatico assistere a  paradossali, ma solo apparentemente, ribaltamenti di posizioni, per cui gli antidemocratici e autoritari –Salvini, Le Pen e compagnia– hanno fatto appello al rispetto delle regole democratiche e costituzionali; mentre i finti democratici –Pd, grandi media, ecc.– si sono inventati una Costituzione tutta loro, perché è noto, lo sanno anche gli studenti di diritto costituzionale perché sta scritto in tutti i manuali, che la nomina dei ministri da parte del Presidente della Repubblica è un atto formalmente presidenziale e sostanzialmente governativo, trattandosi di un atto politico. Ma la questione non è per niente formale. Il nodo del contendere si è giocato su tre aspetti fortemente ideologizzati: debito pubblico, risparmio, Europa. Si tratta di veri e propri tabù che non ammettono alcuna discussione. L’enormità del debito pubblico che va tenuto sotto controllo, la tutela dei risparmiatori e la fedeltà all’Unione europea sono aspetti imprescindibili di ogni politica di qualsiasi governo. Lega e Cinque stelle hanno avuto la furbizia di puntare il dito, sebbene ambiguamente, sui diktat europei, sullo strapotere dei mercati, che veramente sono all’origine della disastrata condizione in cui ci troviamo, e per questo hanno vinto le elezioni. Ma mettere in discussione questi pilastri delle politiche neoliberiste non è consentito e per questo era necessario mettere in chiaro questo punto, fare passare il messaggio che non si possono scardinare queste scelte, tanto più per via istituzionale. Ecco da dove è nata la pantomima a cui abbiamo assistito, che tuttavia è stata rivelatrice, per chi volesse vederlo, della profonda crisi della democrazia rappresentativa. Perché al contrario, in una vera democrazia, questa avrebbe potuto essere l’occasione di una discussione pubblica su debito, risparmio ed euro, che avrebbe anche potuto mettere in luce l’approccio strumentale su questi temi di Lega e Cinque stelle.
Infatti per chi volesse avere un’idea più precisa di cosa stiamo parlando quando parliamo di debito pubblico è utile vedere su youtube una video intervista a Marco Bersani, uno dei fondatori di Attac, dal significativo titolo: Perché non ti fanno ripagare il debito. Bersani dice: le cose che il creditore teme di più sono la morte del debitore e l’estinzione del debito. Il debito pubblico italiano  ammonta a circa 2.200 mila miliardi, di interessi sono già stati pagati 3.300 mila miliardi: continuare la catena del debito è essenziale per chi possiede i titoli del debito, ma soprattutto per proseguire nelle politiche di austerità che sono il fulcro dell’attuale sistema capitalistico.
Mattarella nel giustificare la sua presa di posizione contro l’ipotesi del cosiddetto governo giallo-verde si è appellato alla difesa del risparmiatore, lasciando intendere di voler tutelare i più deboli, anche di fronte alle brame delle grandi banche e degli speculatori. Da rappresentante di tutto il popolo italiano certo avrebbe fatto meglio a spiegare che i risparmiatori che detengono i titoli del debito pubblico sono rappresentati per il 6% da famiglie e per il 94% da banche, fondi d’investimento, e così via. Che si trattava comunque di un diversivo è venuto fuori nel prosieguo della crisi istituzionale, quando il “risparmio” è stato lasciato in pasto agli speculatori. Quanto poi all’Europa, non si comprende mai bene di cosa si stia parlando. Per renderla qualcosa di familiare e accettabile spesso si ricorre all’espressione Europa dei popoli. Ma l’Europa reale è un’istituzione conflittuale al suo interno, preposta alla difesa di mercati e capitali e anche quella mitica delle origini, immaginata dai vari Monnet, Adenauer, ecc, e additata come esempio da concretizzare, era concepita come un blocco politico in competizione per il potere e l’egemonia mondiali. Se il punto è la fratellanza dei popoli perché limitarsi alla sola Europa?
Ma alla fine di tutta la vicenda era necessario che passasse un preciso messaggio – che politici, istituzioni, media più o meno di regime hanno provveduto a far diventare verità – forse così sintetizzabile: tutti hanno voluto fare solo il bene degli italiani –da Mattarella a Cottarelli, da Di Maio a Salvini– e hanno dovuto constatare che gli interessi degli italiani coincidono con quelli dei mercati, perché solo assecondando i cosiddetti mercati si può evitare la bancarotta e non peggiorare la nostra già miserevole condizione.

Angelo Barberi

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Appello per la manifestazione NO MUOS di Ragusa del 19 maggio

Il Movimento NO MUOS prosegue la mobilitazione con la prima delle due manifestazioni dislocate nei territori, organizzate per rafforzare il percorso verso il campeggio dal 2 al 5 agosto e la manifestazione nazionale contro la base della Marina militare degli Stati Uniti.

Il recente pronunciamento del tribunale di Caltagirone, che ha assolto 4 dei 7 imputati del reato di abusivismo edilizio, non ha scalfito la nostra volontà di opposizione alla struttura militare satellitare americana. I venti di guerra che soffiano sempre più forti, e che vedono la Sicilia assumere un ruolo fondamentale nella campagna militare dell’imperialismo USA, grazie alle basi di Sigonella, Augusta e Niscemi, si vanno ad intrecciare con le politiche dello Stato italiano, improntate alla subalternità verso le scelte guerrafondaie degli “alleati” e a un’economia di guerra che sperpera 64 milioni di euro al giorno a scapito delle classi più deboli, del Meridione, dei servizi essenziali.
La lotta contro il MUOS oltre a contrastare le politiche di aggressione militare degli USA: è anche un impegno contro la distruzione del territorio e della sua popolazione mediante immissione di nocività in loco e bombardamenti altrove, contro l’arroganza con cui la democrazia borghese calpesta le sue stesse regole, soprattutto è una mobilitazione internazionalista condotta insieme a chi in ogni angolo del Mondo, combatte e resiste contro i regimi dittatoriali, gli imperialismi, i progetti distruttivi del capitale. Lottiamo per l’autodeterminazione dei popoli e per il diritto di tutte e di tutti a una vita libera fatta di uguaglianza con giustizia sociale.
Per questo il movimento NO MUOS nell’alzare le proprie bandiere sa di innalzare anche quelle dei movimenti NO TAV, NO TAP, NO Grandi Navi, NO Dal Molin e di ogni realtà grande e piccola che, in maniera autorganizzata mediante la pratica della democrazia partecipativa e dell’azione diretta, rivendichi il diritto delle popolazioni a decidere sul proprio destino.
Per tutte e tutti coloro che in questi anni, hanno ostacolato la costruzione del MUOS di Niscemi e altri progetti militari come Punta Izzo (Augusta), o la base di Sigonella, combattere il militarismo rappresenta l’impegno contro una strategia colonialista che assegna alla Sicilia un ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo, di frontiera armata contro i paesi che si affacciano su questo mare e trincea dalla quale respingere i migranti che fuggono dalle loro terre a causa delle guerre, delle carestie, della miseria provocata dalle medesime politiche imperialiste che hanno condannato la nostra isola a questo ruolo infame. La micidiale agenzia europea Frontex determina le politiche di respingimenti e di morte di donne, uomini e bambini armando la guardia costiera libica e criminalizzando le Ong delle navi umanitarie come Open Arms e Juventa.
Lottare contro il MUOS, per la smilitarizzazione della Sughereta di Niscemi, della Sicilia e del Mediterraneo significa costruire una società libera dallo sfruttamento patriarcale e dalla devastazione ambientale.
Le logiche capitalistiche che ci condannano alla disoccupazione e alla precarietà, che ci impongono una industrializzazione selvaggia e devastante, che fondano sui sistemi di potere mafiosi il mantenimento dell’ordine sociale, determinando emigrazione, razzismo, guerra fra poveri, sono le stesse che prevedono una Sicilia militarizzata a difesa dell’ordine imperialista degli interessi privatistici e delle Multinazionali.

No alle guerre, al capitalismo e all’imperialismo. Per la smilitarizzazione del Mediterraneo!
Invitiamo i movimenti e tutte le realtà in sintonia con questo appello ad aderire alla manifestazione di Ragusa del 19 maggio, alla successiva di Caltagirone del 30 giugno e al campeggio NO MUOS del 2/5 agosto con la manifestazione nazionale.

Concentramento il 19 maggio alle ore 15 in via Zama (stazione bus) a Ragusa.

Corteo per le vie cittadine; conclusione in piazza S. Giovanni con un’assemblea popolare.

Movimento NO MUOS

info e adesioni: comunica@nomuos.info

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Primo Maggio Anarchico a Ragusa

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Pozzallo – Afrin

Guerra. Qualcosa che ci riguarda

Due città distanti quasi 2000 km in linea d’aria, eppure mai così vicine. Ad avvicinarle è qualcosa che a noi apparre lontana e asettica: la guerra. Una la vede sbarcare ogni giorno, l’altra la subisce ogni giorno.
Pozzallo, città del Sud Est siciliano, da diversi anni è uno degli approdi dei parìa del continente africano e del Medio Oriente, spinti verso un occidete politico più che geografico, da guerre, carestie, regimi dittatoriali, fame, assenza di futuro; transitati nei deserti, venduti dai clan di criminali, traditi dalle democrazie, imprigionati nel luogi di contenzione in Libia, violentati, stuprati, stipati nei barconi dove in tanti muoiono annegati nel Mediterraneo. A Pozzallo la guerra è negli sguardi, nei corpi, nelle figure di migliaia persone che sbarcano, dopo essere stati salvati dalle navi delle ONG o delle Marine militari.
Afrin, città del Nord della Siria a prevalente popolazione curda, parte integrante della Federazione Democratica della Siria del Nord, è stata sottoposta ad un violentissimo attacco da parte dell’esercito turco, che ha armato (con bombe ed armi di fabbricazione occidentale e NATO) le forze jihadiste, oggi raggruppate nel fantomatico Libero Esercito Siriano, e l’ha occupata, causano centinaia di vittime, specie fra civili, e decine di migliaia di sfollati, per adesso diretti verso i territori siriani limitrofi o nel Rojava. Gli jihadisti si sono distinti nei saccheggi della città. Il dittatore Erdogan ha deciso di porre fine al’autodeterminazione di quest’ultima regione, e con il complice silenzio dei paesi NATO e della Russia (che, abbandonando Afrin ha nei fatti dato il beneplacito alla Turchia), si appresta ad attaccare la regione della Siria del Nord dove si va sperimentando il Confederalismo democratico, considerato una vera minaccia al progetto neo ottomano del dittatore, che prevede di cancellare la questione curda con la violenza e il genocidio.

Che tipo di problemi ci pongono queste due situazioni?
Entrambe la questione della solidarietà. Ma che tipo di solidarietà? Quella fatta di belle e commoventi parole? Quella impregnata di buonismo? Quella buona per tutte le stagioni e i contesti? Quella che aiuta a lavare la cattiva coscienza?
Quale significato può assumere il termine solidarietà di fronte ai drammi che stiamo descrivendo?
E soprattutto quali azioni possono scaturire da un sentimento di solidarietà autentico?
Mentre scriviamo queste righe una nave dell’ONG spagnola ProActiva, la Open Arms, è sotto sequestro nel Porto di Pozzallo per aver salvato sul canale di Sicilia 218 migranti, ed essersi rifiutata di consegnarli alla guardia costiera libica; l’equipaggio è accusato di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Tutti sappiamo cosa accade nei centri di detenzione per migranti in Libia: stupri, torture, compravendita di esseri umani, il tutto con il contributo finanziario dell’Italia e degli altri paesi UE, fieri di un accordo che dovrebbe impedire l’afflusso di migranti nelle coste della fortezza Europa. Tutti sono al corrente delle condizioni proibitive in cui vivono i disgraziati che finiscono il loro viaggio in un lager in Libia, eppure chi ha salvato quei migranti dal rischio di morte nel mare o dalle grinfie di un regime completamente inaffidabile, è oggi indagato come qualsiasi organizzazione mafiosa. Essere solidali, in questo caso, è denunciare lo stato delle cose, ma anche intraprendere azioni di ogni tipo contro le politiche discriminatorie dell’Unione Europea, che militarizza le nostre coste e detiene i migranti in centri dai nomi infami: centri di internamento ed espulsione, centro di accoglienza per richiedenti asilo, carceri a volte a cielo aperto, dove gente rea solo di voler raggiungere l’Europa, o di essere sfuggita a sicura morte per guerra, epidemie, denutrizione, malattie, viene bloccata con la forza, e in gran parte – se ritenuta semplicemente immigrata e non “profuga” – rimpatriata, cioè ricacciata nell’inferno da cui fuggiva. Solidarietà vuol dire agire per la chiusura di questi centro, appoggiare la lotta dei migranti stessi che, come successo ancora di recente a Lampedusa, gli danno fuoco per renderli inagibili.
Combattere il sistema affaristico che si ingrassa sulla pelle dei migranti: altro che “ci tolgono il lavoro”; andate a vedere quanti posti di lavoro hanno creato i migranti, e quanta gente si è arricchita, sia legalmente che illegalmente (ultimo caso a Ragusa: la coop. Il Dono, legata alla Curia, indagata per appropriazione da parte dei suoi vertici di oltre 1 milione e mezzo di euro sottratto all’accoglienza).

Mentre scriviamo, la situazione attorno ad Afrin si è fatta tragica, e Kobane è il nuovo obiettivo dell’esercito turco; sono già in atto importanti mobilitazioni a livello nazionale e internazionale; ma questo può essere insufficiente; rifornire le milizie curde di tutto l’occorrente per poter affrontare una nuova tenace resistenza e passare al contrattacco per liberare Afrin e ampliare il progetto di confederalismo democratico, è oggi urgente; individuare gli interessi turchi nel nostro territorio e colpirli; appoggiare le reti di miliziani internazionali che combattono sul territorio a fianco delle miliziane e dei miliziani curdi, ezidi, arabi, armeni, ecc. . E cercare di esportare la lotta al di fuori della regione, per far si che si prenda atto dei gravi accadimenti in atto e della posta in gioco. La guerra in Siria non è mai terminata, anzi, l’apertura di nuovi fronti e l’entrata in gioco diretto di nuovi soggetti comelo Stato turco, accanti agli imperialismi già presenti, lasciano presagire una recrudescenza che potrà rappresentare la scintilla per (non tanto) futuri scenari bellici internazionali, nei quali il Mediterraneo, e quindi la Sicilia, svolgeranno un ruolo fondamentale.
Pozzallo e Afrin, la guerra e le sue vittime, i complici e noi. Noi abbiamo il dovere morale e politico di praticare la solidarietà internazionalista, la lotta per la smilitarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo, senza Guardare in faccia gli avversari: oggi chi si gira dall’altra parte, chi finge sensibilità per carpire consensi, chi aderisce e vota partiti che hanno siglato accordi infami con la Libia o la Turchia, o leggi razzieste e discriminatorie, ha le mani sporche di sangue: il sangue dei migranti morti nel “nostro mare”, il sangue delle popolazioni della Siria del Nord, e di tutte le guerre che gli Stati e il capitalismo conducono per assicurare profitti a pochi clan di miliardari e magnati.
Per citare il nostro vignettista/disegnatore Guglielmo Manenti, in un mondo alla rovescia la solidarietà è un reato; per citare Giordano Bruno: bisogna rovesciare il mondo rovesciato.

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I giovani e i vecchi

Niscemi 31 marzo: è stata la festa dei giovani, e non solo per il numero, ma per l’energia e la gioia che la loro presenza ha portato ad una manifestazione e ad un movimento che si è fatto e si fa volentieri contaminare.

Dopo 10 anni di impegno, di cui gli ultimi sei caratterizzati dal lungo scontro tra popolazione e attivisti contro governo italiano e marina militare USA, scontro che attraversa anche le aule dei tribunali, sia per la repressione massiccia contro chi si è opposto al MUOS che per l’incriminazione di funzionari pubblici e responsabili delle imprese appaltatrici per la costruzione dell’impianto in maniera abusiva in zona di interesse comunitario, oggi il movimento sembra stia attraversando una positiva trasformazione, con l’irruzione sulla scena di nuove forze giovanili.

Non si vuole in questa sede fare un’operazione di retorica, con un’esaltazione acritica e agiografica dei giovani; che questa sia una fase della vita che riguarda tutti, anche chi oggi giovane non lo è più; che i giovani di oggi saranno presto gli adulti di domani; o che l’essere giovani non vuol dire per forza avere un’indole ribelle e coltivare sogni che non siano quelli indotti dal consumismo, dall’arrivismo e dalla cultura dominante, è un dato di fatto oggettivo. Ma nell’economia del nostro discorso, si tratta invece di prendere in considerazione un elemento fondamentale: al netto di emigrazioni e partenze per studio, che rappresentano la piaga che il sottosviluppo coloniale del sud continua a scavare; e al netto di abbandoni della lotta che comunque ci saranno nel prossimo futuro, l’auspicato ricambio generazionale nel movimento è ormai in atto, sia in quel di Niscemi che in altre località come Catania e Palermo e in diversi centri minori.

I mille del 31 marzo che hanno percorso le strade di Niscemi gridando, cantando, ballando, sono il segno tangibile di una ripresa che fa ben sperare sia per le prossime scadenze (Ragusa il 19 maggio, Caltagirone 30 giugno e poi il campeggio del 2-5 agosto con il corteo attorno alla base), ma soprattutto per un rilancio della conflittualità e una ritrovata capacità di incidere sul territorio.

Con realismo occorre tuttavia puntare l’attenzione sulle insidie che questo movimento, punto di incrocio tra la struttura militante degli ultimi anni e le nuove realtà giovanili, può incontrare lungo la sua strada, per cercare di prevenirle ed affrontarle con consapevolezza. Si va da una possibile influenza negativa di quella parte di vecchia guardia che sta vivendo con sofferenza questa nuova fase, standosene ai margini; ma anche di una disgraziata e poco auspicabile irruzione e intromissione delle logiche gruppettare e mini-partitiche nel movimento, che storicamente hanno sempre avuto un effetto paralizzante, e che i comitati nel 2012, stipulando la Carta d’Intenti, cercarono di mettere a fuoco e rintuzzare. La terza, ma non per importanza, è la solita via della deterrenza repressiva, quella del “colpiscine uno per educarne cento” che a Niscemi ha avuto già effetti deleteri su larghe fasce di attivismo, e che non disdegna i messaggi subdoli alle famiglie (specie dei più giovani) e il terrorismo psicologico spalmato su un ambiente sociale purtroppo largamente arretrato, nonostante questa lotta abbia sollecitato e stimolato importanti prese di coscienza.

Non dimentichiamo la scena del corteo a Largo Mascione, con il vecchio compagno del paese che si rivolgeva ai suoi paesani, ricordandogli la riconoscenza che Niscemi deve avere con tutti questi “forestieri” che continuano a venire e a lottare contro il MUOS, e le condizioni in cui ogni famiglia vive, con le malattie provocate dalle antenne e dal petrolchimico di Gela, con i problemi di un’economia disastrata, con i servizi, a cominciare dall’acqua, a livello di Terzo Mondo. I vecchi e i giovani: non è un romanzo di Pirandello, è la storia di un sogno di liberazione che continua, e che non si lascia intimorire da sentenze assolutorie come quella di Caltagirone del 5 aprile sull’abusivismo del MUOS.

Pippo Gurrieri

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STATOLADRIA

Corruzione. Il potere fa l’uomo ladro


Parlare di corruzione su un giornale anarchico potrebbe sembrare superfluo: la corruzione è infatti strettamente connessa all’esercizio del potere, quindi se il problema sta là, nel potere, la soluzione non può che essere l’abolizione del potere. Ma Sicilia libertaria è un giornale rivolto prevalentemente ad un pubblico non anarchico, con cui ci piace dialogare e approfondire le cose. Così preferiamo non dare per scontato quello che per noi scontato è.
Tanti, tantissimi, in questi giorni, hanno provato l’ebrezza di provare a sostituire i governanti tradizionali con altri nuovi, puliti, espressione autentica del popolo, addirittura rivoluzionari. Ne scriviamo in altre parti del giornale, quindi, tralasceremo di commentare l’esito elettorale in questo articolo; però ci pare degno di interesse constatare come, da parte di soggetti e realtà organizzate che si definiscono antagonisti e anticapitalisti, e fanno parte delle varie scuole della sinistra, si riproponga l’ennesima illusione (che per essi non è tale, ovviamente) che basti cambiare i vertici dello Stato o del Governo, basti prendere il potere, e le cose cambieranno in meglio.
Scriveva Carlo Cafiero oltre un secolo fa: “Il potere ubriaca, ed i migliori, investiti di autorità, diventano pessimi”. Sono parole semplici, ma estremamente sagge, e collimanti con gran parte delle culture popolari che da sempre sostengono le stesse cose. Nel Sud Italia un proverbio sostiene che “U cumannari è megghiu du futtiri”, e chissà perché comandare dovrebbe essere meglio del fottere, se non per quei privilegi, quelle godurie materiali ma anche spirituali, che l’esercizio del comando permette? Tanto è vero che stiamo ancora aspettando un potere che non solo a parole o nelle carte costituzionali, faccia davvero gli interessi del popolo, ovvero della massa dei subalterni che rappresentano la maggioranza del popolo. E difficilmente diventeremo ”così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”, per citare un compagno che ci manca tanto.
Tornando alla corruzione, pertanto, essa è l’arte dell’essere “pessimi” di cui parlava Cafiero; mentre per un altro anarchico, Alexandre Berkman: “L’autorità corrompe chi la possiede e degrada chi ne è vittima”.
Può sembrar strano, ma stiamo ripercorrendo sentieri dialettici che nel 1871 e seguenti animarono il dibattito in seno all’Internazionale e portarono alla separazione/rottura tra l’anima marxista e quella antiautoritaria; quest’ultima sosteneva a spron battuto che il potere corrompe, e come fosse errato non prendere in considerazione gli aspetti psicologici, oltre che morali e poi materiali, connessi alla gestione del potere, dichiarando che lo scopo primario del proletariato dovesse essere non la conquista bensì l’abolizione del potere politico.
Le cronache quotidiane sono uno sgranare continuo del rosario dei cosiddetti scandali, in cui esponenti della politica, della pubblica amministrazione, del mondo finanziario, della chiesa, delle forze armate, ecc., sono coinvolti in fatti corruttivi, generalmente ruotanti attorno a arricchimenti illeciti, controllo di appalti, avanzamenti di carriera, favoreggiamento, e così via; fatti in cui spesso compaiono come attori comprimari la mafia o una delle tante organizzazioni criminali di cui è ricco il nostro paese. Nel 1991 crollarono il vecchio sistema dei partiti e quella che fu definita “prima Repubblica” in seguito alla scoperta della vastissima rete di corruzione, ruberie, malaffare in cui tutti i partiti erano coinvolti. Da allora sono cambiati i nomi di quasi tutti i partiti, sono cambiate le modalità di formazione della classe dirigente, una volta scomparse le vecchie scuole socialista, comunista e democristiana, ma la corruzione non solo non è diminuita, ma si è dimostrata per quello che è: un fattore endemico del sistema. I moralisti che provarono a rimpiazzare la vecchia classe politica – fra tutti pensiamo a un Di Pietro e la sua Italia dei Valori, e a un Bossi e la sua Lega Nord – sono inciampati in scandali che li videro diretti protagonisti di ruberie, distrazione di somme pubbliche, arricchimento illecito.
Nel 1988, prima di “mani pulite”, uscì un libro di Franco Cazzola, intitolato “Della corruzione”, in cui l’autore si sforzava di denunciare come si trattasse di un fenomeno patologico del sistema politico. A pag. 15 scriveva: “Sappiamo tutti che la corruzione c’è sempre stata, ha fatto la sua parte in ogni sistema sociale e politico; sappiamo che ciò che spinge a corrompere e a farsi corrompere è un insieme di passioni e interessi individuali o di gruppo quali la ricerca del guadagno, il desiderio del potere, la ricerca di uno status superiore nelle diverse gerarchie; e che tutto questo è in gran parte insito nella natura umana”.
Certo che questo ombrello della “natura umana” ne ha salvati di discorsi: la delinquenza, la violenza, l’invidia, il possesso, la proprietà, e quindi non poteva mancare la corruzione. Si tratterebbe di una sorta di condanna, che si va a trasformare in assoluzione per chi si lascia trasportare dalla propria natura.
Il fatto è che l’occasione (il potere) fa l’uomo ladro, ed è proprio l’occasione quella che va rimossa; bisogna diffondere e fare emergere il senso del collettivo, degli interessi comuni, della solidarietà, connessi con la possibilità (che va conquistata) di poter decidere tutti, dal basso, in organismi assembleari piccoli, federati tra loro, con compiti affidati a rotazione, con distribuzione delle competenze e dei ruoli, per eliminare le cause della corruzione. Ma “collettivo”, “interessi comuni”, vanno contestualizzati: non stiamo parlando “di tutti”, ma di chi è escluso, di chi vive nelle parti basse della piramide sociale e sopporta il peso dello sfruttamento, dell’oppressione, delle angherie, della corruzione. Utopia? Si certo. Anche sognare è un lusso che ci è sempre più negato, per farci adagiare sullo squallore di una quotidianità ingrigita.
Si può essere corrotti e corruttori; i secondi hanno bisogno dei primi, che da vittime possono trasformarsi in complici. Un piccolo favore fatto da un grande boss della politica o della criminalità, ti lega per sempre al sistema. Non esistono piccole e grandi corruzioni: l’una è sempre funzionale all’altra. Si comincia quasi sempre col poco. E’ inutile fare distinzioni, perché se cambiano le quantità, non muta la sostanza: è solo questione di tempo…
Il moralismo, la legalità, sono delle trappole: le leggi e le regole sono fatte per proteggere le ricchezze e le grandi proprietà; la legge non è “uguale per tutti”. Spesso c’è una corruzione legale o morale, fatta di applicazione di norme, leggi, regole vessatorie che assicurano lo stesso risultato a classi di privilegiati: ricchezza e potere, a danno, come sempre, della maggioranza. E allora si torna all’inizio del discorso: il problema sta nel potere.

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Voto, cambiamento, prospettive.

La vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche denota un voto di protesta sensibile alle sirene populiste, forse post-ideologico, ma che proviene sicuramente una richiesta di cambiamento. Dall’altro lato c’è un rafforzamento della Lega, che assorbe voti di Forza Italia e fascisti, e frena quelli delle frange più estreme interne od esterne alla coalizione.
Si può parlare di uno spostamento a destra in una situazione in cui da anni il liberismo ha cancellato buona parte dei diritti sociali, dalle pensioni alle norme sul lavoro, ridotto i servizi, dalla sanità alla scuola ai trasporti, rapinato i redditi più deboli in favore delle minoranze ricche, adottato politiche securitarie e sostanzialmente razziste in materia di immigrazione? Il PD, che ha assicurato queste politiche di destra, ora ne paga lo scotto poiché da questo partito gli elettori si attendevano “qualche parola di sinistra”.
Il fallimento della lista della sinistra in doppio petto di Liberi e Uguali ci indica come all’interno della macchina elettorale le posizioni che si richiamano al socialismo non trovano più sponda. L’astensionismo ha ulteriormente accresciuto la sua quota attestandosi sul 27% (37% in Sicilia), segno che, nonostante tutto, i tentativi di intercettarlo da parte sia dei 5 Stelle che del centro destra che, soprattutto da parte dei gruppi della cosiddetta sinistra antagonista (tutti assieme rastrellano l’1,5%), sono miseramente falliti.
Al momento in cui scriviamo le prospettive di formare un governo sono abbastanza nebulose; se non si attua una qualche ammucchiata difficilmente ci sarà un nuovo governo e si dovrà tornare a votare. E’ anche vero che, viste le dichiarazioni di responsabilità che in questi momenti tutti si affrettano a fare, l’ammucchiata PD-centro destra, o 5 Stelle-PD, o Lega-5 Stelle, o un governo di minoranza con appoggio esterno, potrà alla fine prevalere, con il pretesto della stabilità, o magari con lo scopo di modificare la legge elettorale.
Le due formazioni uscite comunque vincenti (5 Stelle e Lega) hanno adottato le posizioni più vicine alla pancia degli elettori, pur continuando a rassicurare banchieri e capitalisti sulla loro serietà e responsabilità. In materia di reddito di cittadinanza, di abolizione della legge Fornero, di lavoro, di tasse, si sono sbilanciati alquanto rincorrendo l’elettorato; i primi giocando sul fatto di essere ancora vergini di esperienza governativa; i secondi accentuando i toni canaglieschi e xenofobi facendo leva  sulle difficoltà della gente in questi anni della crisi economica. Ciò però ci indica che, al di là dei risultati, la società mantiene una forte esigenza di riscatto, che emerge dalla crescente astensione e dai voti espressi, ma che questa esigenza non è raccolta dai partiti storici della sinistra, oramai in pieno naufragio. Nemmeno le forze che si muovono sul piano extraparlamentare ed extraistituzionale, tuttavia, riescono a offrire una prospettiva adeguata, se non in misura settoriale e localistica, e questo pone più di un interrogativo sulle strategie adottate, sulla capacità di tessitura sul territorio, sulla messa in pratica di percorsi di reale unità d’azione.
Lo abbiamo scritto in uno degli articoli sulla vicenda elettorale di Potere al Popolo: probabilmente il maggior disagio provato da questi settori è stato, nel tempo, quello di sentire che i propri sforzi nelle lotte quotidiane cozzassero con la difficoltà di potere incidere sulla società nel suo insieme; l’abbiamo definita una questione legittima e che sentiamo tutti come pregnante. Le soluzioni adottate per cercare di dare una risposta, però, ci sono sembrate inadeguate e fuorvianti. Con la voglia di cambiamento espressa dal voto; con l’enorme sfiducia che quasi un terzo della popolazione che non vota, esprime, c’è sicuramente molto spazio per agire dal basso, a partire da un collegamento di tutte le iniziative e le realtà sociali, unica via per dotarsi di prospettive autentiche di cambiamento.

Pippo Gurrieri

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La Trappola

Elezioni: Se servissero a cambiare sarebbero vietate

Nel 50° anniversario del “mitico” ’68, in quest’anno di rievocazioni, celebrazioni e autocelebrazioni, pochi si soffermeranno su uno degli slogans che caratterizzarono il maggio francese e da Parigi si espansero in tutto il mondo: Elections: pièges à con, che si traduce in: Elezioni, trappola per fessi. Certamente non si doveva aspettare il ’68 per definire una trappola le elezioni, il dibattito sulla democrazia rappresentativa e l’astensionismo elettorale essendo nato praticamente con il primo appuntamento elettorale della storia. Ma sicuramente il ’68, tra le tante belle cose evidenziate, (dall’Immaginazione al potere al Vietato vietare), ha sviluppato una critica al sistema parlamentare chiara e senza esitazione alcuna. Da quel movimento proviene infatti il rilancio di una frase che non lascia dubbi: Se le elezioni servissero a qualcosa le avrebbero già proibite. La disse per prima l’anarchica Emma Goldman nel dibattito sul voto alle donne.

Il 4 marzo si voterà in Italia per eleggere il nuovo Senato e la nuova Camera e quindi il nuovo governo. Molti elettori sono ormai degli ex elettori, avendo rifiutato in massa di sottoporsi alla tosatura periodica; molto si è detto sulle motivazioni di questo rifiuto, e noi stessi, astensionisti per principio prima ancora che per tattica, abbiamo sempre specificato come la sola astensione non basti, e che la delega al potere e al sistema oramai passi attraverso tanti altri canali, e non viene meno se una metà dell’elettorato diserta le urne. Ma abbiamo anche scritto che non concedere il proprio consenso ai partiti il giorno delle elezioni rappresenta comunque un dato di fatto importante, una presa di distanza e un rifiuto del meccanismo truffaldino del voto, anche se tutto ciò si svolge nel silenzio di una scelta individuale e nella passività generale indotta da anni e anni di delega delle soluzioni dei propri problemi ad altri: politici, poliziotti, preti, padroni, boss e così via.

E che l’astensione rappresenti un fattore che mette in discussione la macchina del consenso ce lo dimostra l’enfasi con cui da tutte le parti si cerchi di presentarla come una minaccia alla democrazia; dal Presidente della Repubblica alla Conferenza Episcopale Italiana, dal Movimento 5 Stelle, che si vanta di averla arginata, ai gruppi politici più forti e anche quelli più scalcagnati, tutti enfatizzano il rischio astensione e si buttano a caccia del voto di chi non vota, un bacino enorme di persone, oramai prossimo al 50% degli aventi diritto. Governare con poco consenso, al di là delle formule matematiche falsificate per cui si calcolano le percentuali dei voti sul numero dei votanti, o che il nuovo presidente sarà sempre “il presidente di tutti gli italiani”, è come stare seduto su una sedia traballante, con la paura che le sue gambe possano spezzarsi da un momento all’altro.

Una analisi un pochino decente sul sistema rappresentativo ci mostra come sono sempre sparute minoranze a governare, e, anche nelle fila dell’opposizione, il concetto di rappresentanza non può essere disgiunto dal meccanismo che rende autonomo dai suoi elettori ogni eletto, gli concede la facoltà di cambiare casacca politica, gli concede l’immunità e non permette a chi lo ha delegato di ritirare la sua delega in caso di dissenso dal suo comportamento, se non alle successive elezioni.

Tutto questa argomentazione, che, ripetiamo, è stata oggetto di animati dibattiti sin dall’Ottocento, oggi va inserita nel quadro della realtà globalizzata e finanziarizzata, in cui un sistema capitalista sempre più presente e condizionante nella sfera sociale e individuale, ma nello stesso tempo dalla testa difficilmente individuabile, di fatto determina le scelte dei governi, meri esecutori di ordini. Tutto ciò riduce la ritualità del voto a qualcosa di estremamente inutile, se non a mantenere in piedi una farsa di democrazia in cui la rappresentanza da tempo non esiste, ma vi sono solo organi di gestione delle regole e delle decisioni che il sistema impone; il governo, i ministeri, le camere, sono solo questo. E gli eletti, i deputati e senatori, a loro volta svolgono il ruolo di procacciatori di consenso spicciolo attraverso la coltivazione di interessi particolari, sfruttando residuali margini di manovra necessari a far funzionare la macchina della delega e del consenso e ad assicurare quote di privilegio.

Appare quantomeno illusoria la pretesa di gruppi politici autodefinitisi “radicali” e “rivoluzionari”, di promuovere una rappresentanza altra o addirittura un’autorappresentanza, partecipando a questa farsa. Essi non si rendono conto di alimentare, in questo modo, una fiducia nel sistema e nelle istituzioni, che, nei fatti, è venuta meno lentamente ma inesorabilmente, sulla quale occorre semmai agire per farla diventare atteggiamento di contrapposizione, fiducia nella lotta, nella partecipazione in prima persona alla gestione della propria vita e dei propri problemi.

Partecipazione: l’altro termine su cui vige una grande ambiguità; per i partiti istituzionali essa si configura solo e solamente con l’apposizione della crocetta sulla scheda elettorale, e chi se ne sottrae viene accusato di qualunquismo e di perpetuare il malgoverno (ovviamente ognuno di questi accusatori pensa al malgoverno dei suoi avversari). Anche chi si definisce antisistema, ribelle e antagonista, non si rende conto di promuovere una falsa partecipazione, ben diversa da quella che nelle lotte sociali, nei movimenti, si riesce faticosamente a far crescere.

Non ci sono state conquiste, vittorie, passi avanti, scaturiti da un intervento parlamentare; solo dalle battaglie, dalle mobilitazioni dal basso sono venuti risultati che poi il parlamento e le istituzioni, dopo mille sforzi per impedirli, sono stati costretti a ratificare, per poi lentamente svuotarli di contenuto fino ad abolirli. Di esempi ne potremmo fare a bizzeffe, dallo statuto dei lavoratori, alla legge sull’aborto, ma confidiamo nell’intelligenza di chi ci legge.

Tutta la discussione sulla legge elettorale, sulla sua costituzionalità, sui suoi meccanismi truffaldini, per quanto possa far emergere elementi di scontro fra le congreghe politiche e distinzioni fra i diversi approcci, è in realtà pura lana caprina. Proporzionali o maggioritarie, scelte dagli elettori o nominate dall’alto, elezioni e candidature rappresentano una trappola utile a mantenere soggiogata una massa educata alla delega e alla passività sin dalla tenera età.

L’astensionismo contribuisce a spezzare questa catena.

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