I diritti e i beccamorti

Renzusconi spinge sull’acceleratore delle riforme, benedetto da CEI e Confindustria, con un po’ di teatro da parte di CGIL e UIL e il sostegno della CISL.

La parola “riforma” da anni viene spacciata come atto legislativo che apporta migliorie all’esistente; in realtà essa vuol solo significare ridare forma a delle leggi, anche se poi questo può essere migliorativo o peggiorativo. Il governo e suoi leccapiedi, ovviamente, lo spacciano sempre come atto benefico frutto di una volontà moderna e votata al bene collettivo, ma negli ultimi decenni tutte le riforme sono state delle controriforme, dei saccheggi legislativi, degli assalti ai diritti conquistati dai lavoratori o dalla società, a volte con aspre battaglie di piazza, mobilitazioni politiche, sociali e culturali.

E’ compito dei governi massacrare le conquiste popolari, svuotare di significato le leggi che le hanno sancite, sostituirle con norme peggiorative o cancellarle del tutto. Nessun governo si sottrae a tale funzione; anche quando abbiamo avuto governi “riformisti” di centro sinistra o di sinistra, essi erano costretti ad accettare e varare riforme positive per frenare, incasellare e controllare conquiste che la società aveva già da tempo messo in pratica e digerito o che la spinta popolare rendeva non più rinviabili. E subito dopo iniziava il lento lavorìo per il loro annullamento e successiva abolizione.

I governi di sinistra negli ultimi anni sono stati tra i più accaniti massacratori delle conquiste sociali, specie quelle più legate al mondo del lavoro; con l’aureola sinistroide era più semplice ingannare le masse, specie gli elettori, in genere più sospetti nei riguardi di un governo di centro destra.

Ma i tempi non sono più quelli; non solo tra destra e sinistra le sfumature sono diventate imbellettature da operetta, ma è missione di entrambi azzerare i diritti dei più deboli, assicurare privilegi ai più ricchi, procedere verso un livellamento verso il basso delle condizioni di vita e di lavoro.

Ogni annuncio di Renzi e del suo cenacolo ministeriale nasconde e rappresenta una tappa di quest’opera di smantellamento e di restaurazione reazionaria. Cambiano i modi, si usa l’inglese “job act” per parlare di provvedimenti sul lavoro, ma la sostanza è stravecchia e puzza di putridume parlamentare e restauratore. Da bravo allievo di preti, Renzi sa come girare le parole per raggirare la gente; un diritto acquisito diventa un privilegio e automaticamente una discriminazione per chi non ce l’ha, quindi s proceda alla sua cancellazione piuttosto che alla sua estensione! Come se il precariato, la disoccupazione, i ricatti occupazionali li avessero inventati quei milioni di individui privati di un reddito decente e lasciati in balìa di sfruttatori senza scrupolo, agenzie interinali, caporali d’ogni gradazione, e non invece le illustri menti partorite dai centri studi sindacali o dal grande partito PCI-PDS-DS-PD e del suo ex compagno di strada PSI (pacchetto Treu 1997 – legge Biagi 2003), sempre incoraggiati e applauditi dai padroni e dai banchieri italiani ed europei.

L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è dunque una questione di principio; abolirlo o renderlo ancora più sterile vuol dire aver potuto scardinare un simbolo di lotta e di resistenza, per quanto malridotto e finito sostanzialmente in mano agli avvocati più che ai lavoratori. La sua caduta segnerà la fine di una partita iniziata nel 1968.

Per questo è importante tenere aperta questa partita; dietro il simbolo si nascondono tutti i valori di questa congiuntura politica, che la pratica degli annunci cerca di far passare in secondo piano: politiche di guerra, difesa delle grandi opere come la Tav e riapertura del discorso ponte di Messina, licenziamenti, precarizzazione, repressione delle lotte sociali, tasse e prelievi dalle tasche dei più deboli, protezione dei ceti privilegiati e dei ricchi. E la partita si tiene aperta solo rilanciando le lotte sociali, la conflittualità nei luoghi di lavoro e di vita, contestando ogni scelta non solo a parole ma con azioni e fatti concreti.

Pippo Gurrieri

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- Salvatore Bosco, L’avventura esistenziale nella vita e nell’universo, pp. 181.

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- Carlo Capuano, La condizione (disegni), pp. 88.

- Michele Stupia, Un uomo e una rivista tra fermenti del dopoguerra. Storia de “Il Ponte” di Pietro Calamandrei, pp. 101.

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- Gruppi Giovanili Anarchici, Elaborazioni teorico-ideologiche (vol. 2), pp. 71.

- Anarchici Siciliani Associati, Gli anarchici e i referendum, pp. 27.

- Domenico Tarantini, L’università del Medioevo – Mimmo Franzinelli, Il Magnifico Rettore e il Munifico dittatore, pp. 95.

- L. Kampf, La VigiliaDramma in tre atti sulla rivoluzione russa, pp. 88.

- Maria Teresa Romiti, Prima del giorno dopo – Pippo Gurrieri, 23 luglio 1983: “Tutti a Comiso”, pp. 71.

- Joe Fallisi, Dialogo tra due amici che non dimenticano. A proposito di situazionisti e “situazionismo, rivolta e recupero”, pp. 33.

- Emilia Rensi, Recensioni come testimonianza e Dalla parte degli indifesi, pp. 114.

- Emilia Rensi, Frammenti di vita vissuta e Il prezzo della vita, pp. 105.

- Gianni Olmi, Camaleonti ed altri animali – Trasformisti, equilibristi, opportunisti, pentiti, ri-convertiti, pp. 104.

- John Passmore, La logica del nuovo misticismo, pp. 94.

- La Civiltà Cattolica, Dell’Anarchia, pp. 56.

- Giuseppe Sarno, Anarchia, pp. 64.

- Enrico Arrigoni, Zuluito, il mini missionario. Storia di una incauta predicazione biblico-evangelica tra gli animali della giungla, pp. 296.

- Rudolf Rocker, Zensl Elfinger Musham. Una libertaria in lotta contro i totalitarismi, pp. 79.

- AA. VV., Contro la guerra e le servitù militari. Atti del Convegno antimilitarista. Genova-La Spezia, 2005, pp. 171.

- Michele Stupia, Quando Salvemini giocava a scopone con gli anarchici… Anarchismo e antimilitarismo ne “Il Mondo” di Mario Pannunzio, pp. 55.

- Michele Stupia, “Puerili esercitazioni”. Materiali e interrogativi per una storia de “Il Ponte” dopo Calamandrei (1956-1962), pp. 80.

- Elia Vatteroni, Sentieri di libertà (poesie), pp. 96.

- “Reverendo giù le mani!”. Clero e reati sessuali negli anni 30 e negli anni 90, pp. 119.

- Aldo Migliorisi, La musica è troppo stupida. Origimals remastered + bonus tracks (2002-2007), pp. 224.

- Franco Leggio, Avanti avanti avanti con la fiaccola nel pugno e con la scure. I fuori testo delle Collane “Anteo” e “La Rivolta”, pp. 160.

- Carlo Capuano, Una veglia di Kropotkin, pp. 42.

- Federazione Anarchica Siciliana, Programma per l’intervento politico e sociale, pp. 93.

- Selene, Arcana. Storia vera di un esempio di psicopatologia sessuale, pp. 63.

- Giuseppe Rensi, La religione nella scuola – Emilia Rensi, Scuola e libero pensiero, pp. 62.

- Gianni Buganza, El Malecon. Tredici notturni ospedalieri, pp. 76.

- Fra’ Dubbioso, Sotto la tonaca niente. Lo stato di salute di Santa Madre Chiesa visto, spulciato e commentato da un miscredente amante della fratellanza e della libertà, pp. 77.

- Giuseppe Rensi, Apologia dell’ateismo, pp. 80.

- Walter Noetico, Il sogno di Diderot. III centenario della nascita, 1713-2013. pp. 56.

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La Rivoluzione vincerà a Kobanê!

È il ventiquattresimo giorno di attacchi dell’ISIS contro Kobanê. Mentre le forze che difendono la popolazione in ogni villaggio di confine sono gli “scudi umani” che fanno da sentinelle contro gli attacchi dell’ISIS, tutti, ovunque nella regione in cui viviamo, si sono sollevati per non lasciar cadere Kobanê.

Abbiamo partecipato allo scudo umano/sentinella per circa tre settimane nel villaggio di Boydê a ovest di  Kobanê. Negli ultimi due giorni, le esplosioni ed i rumori degli scontri si sono intensificati nei distretti periferici e nel centro cittadino. In questo periodo di intensi scontri, le forze militari hanno aumentato i propri attacchi contro gli scudi umani/sentinelle presso i villaggi di confine. I soldati dello Stato turco hanno attaccato con bombe lacrimogene coloro che si avvicinavano
al confine da entrambe le parti, incluso il villaggio in cui ci trovavamo, che è stato attaccato martedì. I soldati hanno anche usato qualche volta proiettili mortali nei loro attacchi, ed hanno ferito alcune persone.

Questi attacchi contro i villaggi di confine ci mostrano in modo specifico come alle forze dell’ISIS sia permesso passare attraverso il confine. Il supporto della Repubblica di Turchia all’ISIS è chiaramente visibile qua come là. Ovviamente non è l’unica cosa ad essere chiara. Abbiamo saputo che uno dei leader dell’ISIS che comanda l’attacco su Kobanê è stato ucciso dalle forze YPJ/YPG. Intanto oggi gli scontri sono stati più intensi che negli scorsi giorni e sono continuati per tutta la
giornata. I rumori degli scontri non si sono in gran parte mai fermati oggi. Comunque ora sappiamo che le esplosioni sono fatte dalle forze YPJ/YPG. È stato riportato che le forze YPJ/YPG hanno tatticamente svuotato le strade del centro di  Kobanê, tendendo una trappola all’ISIS, neutralizzandoli con tattiche che hanno avuto successo.

Tutti sono eccitati dalle cose che vengono dette alle assemblee del villaggio; una di queste è la paura dell’ISIS per le donne guerrigliere. L’ISIS rappresenta lo stato, il terrore, il massacro e anche il patriarcato ovviamente. Poiché a causa del proprio credo non possono diventare i cosiddetti “martiri” quando sono uccisi dalla donne guerrigliere – le combattenti delle YPJ – hanno paura di incontrare le forze delle YPJ. Perché quando incontrano loro, le donne che combattono
contro di loro non mostrano pietà per la sorte dell’ISIS. Questa è la libertà contro il patriarcato creata dalle combattenti YPJ.

La ribellione che sorge in tutto il Kurdistan e in tutte le città dell’Anatolia negli ultimi due giorni, ci fa sentire l’invincibilità del popolo organizzato. Queste ribellioni aumentano la fiducia nella
rivoluzione per tutti a Kobanê, nei villaggi al confine di Kobanê, e di tutta Rojava. Ogni volta che cade una sorella o un fratello, tuttavia noi sentiamo un dolore che intensifica la rabbia e la forza di ciascuno. Funerali che iniziano colpendo le ginocchia, gettandosi nella danza halay, colpendo con i piedi il terreno velocemente e con tanta forza da rompere la terra. Quindi il nostro dolore scoppia in rabbia, in modo veloce e forte.
Questo proprio quello di cui tutti hanno bisogno qui. Per la libertà e la rivoluzione che è ardentemente desiderata, nonostante tutto.

Lunga vita alla Resistenza Popolare di Kobanê!
Lunga vita alla Rivoluzione Popolare di Rojava!
Lunga vita alla nostra Azione Anarchica Rivoluzionaria!

Azione Anarchica Rivoluzionaria – DAF ( Devrimci Anarşist Faaliyet)

7-10-2014 Turchia

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Oltre la logica degli Stati

Proviamo a riflettere su ciò che sta accadendo in varie aree del Mondo, in particolare nel Nord e Centro Africa, nel Medio Oriente e in Asia.
Le lotte di liberazione nazionale sono un ricordo del passato; la loro storia ci parla oggi di una sconfitta e di una umiliazione per i popoli che ne sono stati – a diverso livello – protagonisti; gli Stati nazionali indipendenti affrancatisi dalle varie forme di colonialismo e di imperialismo, sono praticamente falliti; è abortita la loro pretesa di costruire società egualitarie e socialiste. Sia il modello statalista, spesso a imitazione di regimi esterni, che le facciate di democrazia, hanno prodotto corruzione, colpi di stato a catena, dittature, monarchie assolutiste e integraliste, aggiungendo problemi nuovi a quelli vecchi. Sia negli “stabili” sistemi petrolieri, che altrove, la storia post-coloniale è un percorso doloroso dove paternalismo e repressione, clericalismo e laicismo hanno faticosamente convissuto sul cadavere di qualsiasi progetto di emancipazione. La strada del nazionalismo, sganciata da qualsiasi prospettiva rivoluzionaria di cambiamento sociale, ha prodotto èlites feroci e guerre fratricide, logiche di supremazia e di sopraffazione.
La politica delle potenze occidentali ha imposto a queste aree strategie di assestamento economico e sociale all’insegna della subordinazione e della prostituzione, garantendo alle classi corrotte al potere privilegi e credibilità, sempre pronta a fargli guerra tutte le volte che queste han tentato di sottrarsi al loro nodo scorsoio.
Quando finalmente la parola è passata alle armi una voragine si è aperta, e dopo le bombe quel che ne è uscito fuori è sotto gli occhi di tutti: un verminaio di nazionalismi ancora più ottusi; integralismi religiosi in guerra con l’occidente, con altre correnti islamiche, con qualsiasi idea di libertà e di progresso; una dimensione conflittuale molto identitaria, formalmente antimperialista, ma al contempo restauratrice, totalitaria e fascista, con una particolare visione internazionalista intesa nel senso di espansione del proprio modello.
Quei popoli che un tempo lottavano per emanciparsi delle potenze egemoni nel loro territorio e dallo sfruttamento di classe, si sono trovati man mano schiacciati contro un muro a causa della borghesia locale conquistatrice e dell’accerchiamento voluto dalle potenze egemoni nel pianeta, avide di risorse energetiche, senza alternative che quelle offerte dai nuovi venditori di orgoglio e di felicità post-mortem.
Vista da lontano la situazione può prestarsi ad interpretazioni equivoche. In realtà le forze integraliste, nelle loro varie ramificazioni e differenze, non rappresentano i popoli di quei territori se non in minima parte; la paura e la rassegnazione rendono mute le opposizioni e silenzioso il dissenso diffuso verso le pratiche sessiste, fasciste e violente; ma dove i nuovi i equilibri non sono ancora consolidati, come in Tunisia e in Palestina, in Egitto e in Libano, forse anche nella stessa Siria e nella Libia, il fronte interno esiste e lotta accanitamente per non passare dalla padella filoccidentale alla brace integralista.
In questo è forse il Kurdistan il luogo più avanzato, sede di una rivoluzione in atto (si veda l’art. a pag. 6) e assieme alla Palestina rappresenta il banco di prova per una fuoriuscita dal basso dallo stato di guerra permanente. A Gaza e in Cisgiordania appare sempre più realistica l’opzione di una nuova intifada che rimetta il timone della lotta in mano ai movimenti di base, per intraprendere un percorso federativo che unisca le società israeliana e palestinese, oltre e fuori le logiche degli stati.
E’ difficile sottrarsi all’emotività del momento, specie davanti alle montagne di cadaveri; ma lo sforzo va fatto perché occorre soprattutto smarcarsi dalle ipocrisie occidentali, che oggi scoprono quel pericolo integralista che hanno alimentato anche direttamente, e che si ricordano del popolo curdo dopo averlo lasciato annientare per decenni con quelle armi che hanno venduto a Turchia, Iran, Siria e Iraq; e soprattutto occorre non lasciarsi coinvolgere dal richiamo “rivoluzionario” di movimenti che mentre liberano territorio al “nemico”, lo occupano con fanatismi, intolleranze e terrore.

Pippo Gurrieri

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IL MOVIMENTO INVADE PER IL SECONDO ANNO LA BASE DELLA MARINA MILITARE USA

Il campeggio di lotta contro il MUOS del 6/12 agosto aveva soprattutto un compito: dimostrare che la lotta iniziata già diversi anni fa non si è fermata, anzi, è in grado di esprimere livelli alti di conflittualità. Nulla era dato per scontato. Da quando sono state montate le antenne (gennaio 2014) molte cose sono cambiate: un senso di rassegnazione si è impadronito della popolazione, mentre l’opinione pubblica ha subito pressioni molto forti aventi lo scopo di dare per finita la lotta. Parallelamente, una forte azione repressiva svolta “a freddo” ha colpito centinaia di attivisti, facendo incrinare quel fronte di lotta che aveva dato vita alla resistenza.

In questa prima metà dell’anno l’iniziativa non si è fermata né a Niscemi né altrove: la sede del comitato e del coordinamento in città è stata al centro di attività di vario spessore: doposcuola, mercatino del biologico, assemblee, feste, cineforum, ecc. Un’importante campagna sulla mancanza d’acqua ha preso piede coinvolgendo migliaia di niscemesi; è anche iniziata un’azione di informazione sullo stato della linea ferroviaria. I Comitati, per quanto ridimensionati nel numero e nella capacità di agire, hanno svolto numerose attività, compreso un NO MUOS Tour a partire da giugno. Attivisti niscemesi e di altre località siciliane sono stati in giro per l’Italia a promuovere la lotta e il campeggio, con la manifestazione nazionale del 9 agosto, la stessa data della manifestazione del 2013 che vide l’invasione di massa della base della marina militare USA.

La vigilia è preceduta dalla notifica di 29 fogli di via ad altrettanti compagni che il 9 agosto del 2013 erano stati denunciati per “resistenza e violenza a pubblico ufficiale”: nessuno di loro può entrare in territorio niscemese. Il segnale è chiaro e semplice: si rischia grosso a venire a Niscemi. Un altro segnale è il divieto a manifestare all’interno della Sughereta, come avvenne l’anno scorso; stavolta si mette davanti un documento dell’Azienda Forestale che proibisce ogni assembramento; si ripiega su un percorso diverso (lo stesso dell’1 marzo, ma con partenza dal presidio), sul quale, fino all’ultimo, la Questura non si esprime. Il 2 agosto, infine, il presidio permanente dei comitati viene saccheggiato in pieno giorno, in un momento di assenza dei compagni: distrutte le suppellettili della baracca, asportati i cavi elettrici, tagliati i tubi dell’acqua. Insomma, tutto si può dire, tranne che il movimento NO MUOS sia stato dimenticato.

Con queste incalzanti novità, in un clima di guerra sempre più generalizzato, dal Medio Oriente all’Iraq, dalla Libia all’Ucraina, che fanno assumere alla base NRTF di Niscemi (dove intanto il MUOS è acceso per i collaudi) un ruolo determinante, ci prepariamo all’estate di lotta. In paese si svolgono volantinaggi a tappeto (25.000 volantini diffusi), comizi volanti, riunioni per invitare la popolazione a partecipare. Il 6 agosto, alla presenza di alcune decine di campeggiatori, si inizia, e, mentre prosegue l’arrivo di compagni, il 7 sera 7 attivisti risalgono sulle antenne, esattamente come un anno fa, eludendo la sorveglianza delle forse del dis-ordine. L’appello che lanciano non è solo per una lotta ad oltranza contro il MUOS, ma è per la cessazione del genocidio di Gaza e per la fine delle guerre. Inevitabilmente i programmi del campeggio vengono stravolti; i dibattiti programmati hanno luogo mentre l’attenzione è rivolta ai 7 compagni: l’incontro sui conflitti viene incentrato quasi tutto su quello israelo-palestinese; quello delle realtà di lotta territoriali si sviluppa egualmente ma non riesce ad essere centrale come ci si era proposto. A latere e in seguito, c’è la necessità di definire le modalità del corteo del 9 e le strategie per ridare un segnale chiaro e forte ai governi americano e italiano a sostegno dell’obiettivo di smantellare MUOS e NRTF. Assemblee non prive di incomprensioni per la presenza anche di compagni al loro primo viaggio a Niscemi, e a volte palesemente a digiuno delle pratiche di lotta messe in campo in questi anni.

Il 9 l’afflusso di persone non è massiccio come gli anni precedenti, ma è comunque confortevole, perché dimostra che la lotta tiene e che gli obiettivi prefissati possono essere conseguiti. Un serpente di circa 2000 persone sfida il forte caldo e dal presidio permanente scende verso gli ingressi della base per dirigersi verso le antenne occupate; alle moltissime bandiere NO MUOS si sono affiancate tante bandiere palestinesi, ad esprimere una solidarietà non solo a parole, dato che l’occupazione delle antenne ha portato al loro spegnimento, quindi ad inceppare momentaneamente la macchina della guerra. Non sono molti i niscemesi, ma il clima è ottimo, la tensione quella giusta, la rabbia tanta. Giunti nei pressi delle antenne occupate, nonostante il fortissimo schieramento di polizia all’interno della base, l’elicottero che ronza sulle teste dei manifestanti, i numerosi infiltrati, un varco è aperto nella rete di recinzione e un primo gruppo di compagni tenta di introdursi dentro, respinto a suon di manganelli dai celerini accorsi; ma la loro resistenza durerà poco, perché la spinta dei manifestanti è forte e riesce ad annullare la violenza poliziesca. Quasi tutto il corteo penetra dentro la base americana, bissando l’invasione dello scorso anno, rimangono fuori solo pochi compagni oltre ai pochi amministratori accorsi al corteo. In pochi minuti vengono raggiunte le antenne, circondate dal filo spinato all’israeliana, e si ripete la sensazione dello scorso anno: questa terra ce la possiamo prendere quando vogliamo. I compagni dalle antenne scendono tutti giù; si discute con essi; alcuni sono decisi a rientrare con il corteo, altri no; ma le possibilità di rimanere lì a oltranza, a sostegno degli occupanti, sono vanificate dall’uscita alla spicciolata della maggior parte degli “invasori”, tanto che al tramonto rimarranno in pochi dentro la base, e la polizia avrà buon gioco a spostarli fuori dal recinto.

Questa volta i media non danno il rilievo che la notizia merita; una strategia di occultamento della lotta che non riesce a nascondere il disagio del potere di fronte a questo nuovo smacco. Anche le modalità di andare a riprendere gli ultimi due occupanti sulle antenne danno vita ad una discussione animata; a volte si ha l’impressione che i compagni del coordinamento e dei gruppi che hanno indetto il campeggio non abbiano il polso per tenere ferma la discussione; questo provoca tensioni; ma è necessario riprendere i compagni prima che il numero dei campeggiatori si assottigli troppo. La polizia è spiazzata e sa che solo il movimento potrà fare scendere i compagni. Comunque, la sera del 10 alcune decine di attivisti tornano alle antenne, penetrano nella base e si riprendono gli ultimi due occupanti.

L’11 il movimento affronta l’ultima assemblea, discutendo delle sue prospettive, delle prossime scadenze di lotta, dei collegamenti nazionali, del presidio, delle lotte territoriali.

Qualcuno dirà che sono emerse anche quest’anno divergenze sui metodi, che hanno causato alcune tensioni; in realtà si è trattato di divergenze sull’opportunità in determinati momenti di adottare certi metodi, e non sui metodi in sé, sui quali, l’esperienza c’insegna, non ci sono preclusioni di sorta purché si perseguano gli stessi obiettivi; non si è più rivoluzionari perché si è in grado di adottare una forma più dura, ma perché si è in grado di comprendere quando questa è utile al movimento e quando può fare il gioco dell’avversario. Basta, per questo, un confronto serio e sereno e il rispetto delle posizioni di tutti, a partire da quelle dei compagni che – finito il campeggio – rimarranno sul territorio a continuare giorno dopo giorno la lotta.

Il movimento NO MUOS è ancora ricco e forte e può diventarlo ancora di più; deve però tentare di coinvolgere nelle sue pratiche la popolazione; deve riuscire ad imprimere fiducia nelle possibilità di autorganizzazione, e capitalizzare il largo consenso per crescere quantitativamente e qualitativamente. Fuori da Niscemi e dalla Sicilia è altresì necessario che la bandiera NO MUOS sventoli ovunque ci sia una lotta, e sia acquisita come centrale nella battaglia antimilitarista.

 

 

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Appello della Federazione Anarchica Siciliana per il campeggio NO MUOS del 6/12 agosto e la manifestazione del 9 agosto a Niscemi

Appello

della Federazione Anarchica Siciliana

per il campeggio NO MUOS del 6/12 agosto

e la manifestazione del 9 agosto a Niscemi

Facciamo appello ad un coordinamento sul campo delle forze anarchiche e dei compagni che condividono il senso di una presenza militante libertaria rispettosa dell’autonomia del movimento, protesa all’azione diretta, al processo orizzontale assembleare, al collegamento costante con la popolazione.

Il nostro antimilitarismo, il nostro contributo di idee ed esperienze, la nostra visione ampia dei processi di militarizzazione in atto, possono sfociare in una serie di iniziative, sia autonome (ma non contrapposte), sia interne alle dinamiche del movimento, che facciano emergere i profondi nessi che una lotta dal basso ha con le aspirazioni libertarie al cambiamento sociale.

L’esportazione dell’esperienza di lotta NO MUOS a livello metodologico e organizzativo è fondamentale per consolidare un robusto fronte di resistenza di ampio respiro che, dall’acqua ai trasporti, dall’istruzione al lavoro, da un’altra agricoltura e un ambiente più sano, all’instaurazione di relazioni sociali basate sulla solidarietà, il mutuo appoggio, la partecipazione diretta e comunalista ai problemi sociali, getti le basi per un progetto di alternativa politica libertaria.

La FAS si propone di fungere da elemento di raccordo per tutte le realtà anarchiche e libertarie organizzate o meno che verranno a Niscemi per contribuire a rafforzare questa lotta.

Al campeggio saremo presenti con nostri compagni sin dal primo giorno, e decideremo assieme, in base alle forze, le caratteristiche del nostro intervento.

Per qualsiasi contatto: info@sicilialibertaria.it

9-7-2014

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Odio e amore

NISCEMI. Verso il campeggio del 6/12 agosto e la manifestazione del 9 agosto

ODIO E AMORE

Quello che segue è l’appello del movimento NO MUOS per le iniziative di questa estate ed in particolare il campeggio del 6-12 agosto e la manifestazione del 9.

Fermiamo il Muos. Fermiamo la guerra.
SMILITARIZZIAMO LA SICILIA!

Nel mese di giugno, nei due rami del parlamento italiano, si è consumata la discussione farsa delle mozioni presentate da alcuni parlamentari che richiedevano il blocco immediato e totale dell’opera del Muos e un pronunciamento sulla sua incostituzionalità. Le due mozioni sono state rigettate dal governo, sempre più servo degli interessi bellici degli Usa, con motivi del tutto pretestuosi.
Questa vicenda ci conferma nella nostra comune determinazione e convinzione che le possibilità maggiori per la nostra lotta di acquisire risultati e fare passi avanti, come per le altre portate avanti contro le devastazioni territoriali, stanno soprattutto nella lotta dal basso e nell’azione diretta che non conosce deleghe.
Come attivisti No Muos e del Coordinamento dei Comitati territoriali, dopo aver attraversato un intenso periodo di lotta e di mobilitazione contro la base Us Navy di contrada Ulmo, che ha visto la popolazione niscemese e siciliana impegnarsi duramente e con costanza nella resistenza alla militarizzazione del proprio territorio, abbiamo deciso di rinnovare anche quest’anno l’invito a tutte le realtà di lotta contro le devastazioni ambientali, la privatizzazione dei beni comuni, lo sfruttamento e la precarizzazione dei/lle lavoratori/rici, ai/lle militanti pacifisti e antimilitaristi di tutta l’Italia, e del mondo a supportare la nostra estate di lotta per la smilitarizzazione della Sughereta e della Sicilia che avrà come momenti centrali il campeggio al presidio No Muos di contrada Ulmo a Niscemi, nelle date che vanno dal 6 al 12 agosto, e il grande corteo popolare che si terrà il 9 agosto, a un anno esatto dall’invasione pacifica della base avvenuta il 9 agosto 2013.
Crediamo che il nostro appello acquisti ancora più forza in questo periodo nel quale la vicenda Ucraina mostra come intere popolazioni soffrano in maniera drammatica le politiche di guerra dell’occidente, col rischio di continuare a trascinare l’Italia in criminali e costose “Missioni Umanitarie” alimentando la spregiudicata e inaccettabile militarizzazione dei nostri territori, delle nostre vite e del Mediterraneo, diventato oramai un gigantesco cimitero marino di migranti a causa delle politiche razziste della fortezza Europa.
Oggi più che mai bisogna fermare la guerra e il significato concreto della nostra presenza a Niscemi questa estate sarà quello di autorganizzare una crescente Resistenza popolare per dare il nostro contributo a fermarla nei nostri territori.
Movimento No Muos

Un appello che come redazione di Sicilia libertaria facciamo nostro e rilanciamo nella speranza che venga accolto da quanti più compagni e quante più realtà possibili, dentro e fuori la Sicilia. Da queste pagine, e nelle decine di iniziative cui abbiamo partecipato, non ci siamo mai stancati di ripetere che la lotta contro il MUOS per essere vincente non può essere delegata alla popolazione di Niscemi e agli attivisti siciliani, i quali stanno facendo fino in fondo il loro dovere, avendo costruito un alto livello di conflittualità e molti compagni, per questo, si trovano a essere sovraesposti alla spirale repressiva. Non si può pensare che il compito di bloccare la messa in opera della più grande macchina da guerra degli Stati Uniti a livello planetario possa essere assolto soltanto da un focolaio di ribellione e di autorganizzazione. Urge – e siamo già in forte ritardo – una presa d’atto generale della portata della lotta e dei suoi obiettivi per una sua estensione sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, con scadenze pianificate di largo respiro e di impatto non solo mediatico, ma politico. Il campeggio del 6/12 agosto è una di queste, e lo sarà a maggior ragione se i contributi alla sua riuscita giungeranno generosi e solidali da ogni parte d’Italia, non solo nella forma di “aiuti”, ma nella sostanza di una piena assunzione della battaglia.

La farsa parlamentare di giugno ha dimostrato l’inconsistenza di questa via, perseguita dal movimento più che altro nella speranza di ottenere una discreta visibilità, più che risultati concreti. Ma non c’è stata neanche questa. La distrazione è finita; come da anni denunciamo, il ruolo del PD nella vicenda MUOS si conferma di estrema gravità, e non solo per i passaggi “storici” (accordo col governo Prodi nel 2006, autorizzazioni alla marina USA da parte del governo regionale MPA-PD; ruolo del governo Crocetta nelle ultime autorizzazioni…) ma anche per l’attuale linea militarista e filo USA del governo Renzi. La vergognosa farsa governativa, con vere e proprie menzogne e il cinismo delle “compensazioni” alla comunità niscemese pongono sicuramente questo partito nella posizione di pilastro della strategia militarista statunitense, cosa che il movimento deve tenere in grande considerazione. La vicenda però dimostra anche quanto sterile sia l’azione del Movimento 5 Stelle e di SEL, i cui orizzonti sembra non vadano oltre le aule parlamentari.

Lo scorso numero del giornale abbiamo dedicato l’editoriale alla centralità di Niscemi, che va assunta in pieno e con coerenza, e non può essere sfruttata a fini di bottega. I comitati NO MUOS hanno assicurato la continuità dell’intervento in questi mesi senza clamore, alimentando azioni e iniziative con lo scopo di rinsaldare i legami con la popolazione e aggregare nuove forze in vista di scadenze più impegnative da affrontare in armonia e correttezza, in complicità e fratellanza, con lo spirito battagliero e ribelle che ha contraddistinto in questi anni il movimento.

I venti di guerra continuano a soffiare minacciosi; ce ne accorgiamo ogni giorno quando sbarcano sulle nostre coste migliaia di uomini in fuga da conflitti, dittature, miseria, portando nelle nostre case i drammi provocati dagli iniqui assetti politici internazionali. L’inaccettabile strage sul nostro mare e sulle nostre coste; le migliaia di sequestri di persona dentro strutture che si richiamano cinicamente all’accoglienza, rappresentano una faccia della guerra quotidiana che ha nel nostro territorio militarizzato una sua base portante.

Dai compagni ucraini ci giungono in continuazione appelli e allarmi sull’assurda situazione in cui si trova il paese, con un regime filoccidentale governato da fascisti, e repubbliche separatiste inneggianti alla Russia di Putin, anch’esse difese da fascisti e dotate di programmi per certi versi peggiori; un contesto in cui gli unici a soccombere sono i lavoratori, i diritti civili, le libertà, sottoposti a dura prova, cancellati, calpestati. Una situazione che impone un maggior senso critico, evitando di cadere nei tranelli propagandistici degli uni e degli altri fra i quali ci sono molte più cose in comune di quanto non ce ne siano con le reali vittime: i lavoratori, la popolazione. Oggi le forze dell’autonomia sono deboli e ridotte al silenzio, e ciò rende più facile scadere nel tifo per le squadre sbagliate. Lo stesso accade in Siria, dove i comitati popolari, vera anima della rivolta siriana, sono stati quasi soffocati dalle violenze delle forze contendenti statali e islamiste, nell’ignoranza dei movimenti pacifisti e antimilitaristi di tutto il mondo. E poi c’è la Palestina…

Ricostruire un saldo fronte antimilitarista vuol dire anche rimettere in piedi un tessuto di solidarietà internazionale che avvicini le lotte e metta in luce i collegamenti e le strategie che legano ogni specifica realtà a tutte le altre. Niscemi, con le sue basi NRTF n.8 e MUOS, la Sicilia, con Sigonella, Augusta, Trapani Birgi e decine di siti minori, è la dimostrazione concreta di come non vi siano guerre al mondo che non passino anche da questa terra, e dalla sua rete di strutture di morte. Smilitarizzare la Sicilia è, quindi, un grande atto d’amore, ovvero di odio alla guerra.

 

Appello della Federazione Anarchica Siciliana per il campeggio NO MUOS del 6/12 agosto e la manifestazione del 9 agosto a Niscemi

Facciamo appello ad un coordinamento sul campo delle forze anarchiche e dei compagni che condividono il senso di una presenza militante libertaria rispettosa dell’autonomia del movimento, protesa all’azione diretta, al processo orizzontale assembleare, al collegamento costante con la popolazione.

Il nostro antimilitarismo, il nostro contributo di idee ed esperienze, la nostra visione ampia dei processi di militarizzazione in atto, possono sfociare in una serie di iniziative, sia autonome (ma non contrapposte), sia interne alle dinamiche del movimento, che facciano emergere i profondi nessi che una lotta dal basso ha con le aspirazioni libertarie al cambiamento sociale.

L’esportazione dell’esperienza di lotta NO MUOS a livello metodologico e organizzativo è fondamentale per consolidare un robusto fronte di resistenza di ampio respiro che, dall’acqua ai trasporti, dall’istruzione al lavoro, da un’altra agricoltura e un ambiente più sano, all’instaurazione di relazioni sociali basate sulla solidarietà, il mutuo appoggio, la partecipazione diretta e comunalista ai problemi sociali, getti le basi per un progetto di alternativa politica libertaria.

La FAS si propone di fungere da elemento di raccordo per tutte le realtà anarchiche e libertarie organizzate o meno che verranno a Niscemi per contribuire a rafforzare questa lotta.

Al campeggio saremo presenti con nostri compagni sin dal primo giorno, e decideremo assieme, in base alle forze, le caratteristiche del nostro intervento.

9-7-2014

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Una vertenza sulla libertà

Purtroppo è andata male ai mondiali di calcio; male per il governo, cui è venuta a mancare una ghiotta occasione per confezionare un bel pacchetto di provvedimenti fiscali senza che il popolo-tifoso gli desse troppa importanza; il nazionalismo cretino avrebbe fatto il resto. E allora le distrazioni devono orientarsi su altri lidi: delitti di paese, dichiarazioni papaline, incendi, pioggia, caldo… troppo poco rispetto a una posta in gioco molto alta: controriforma istituzionale, accentramento dei poteri, difficoltà di bilancio e ricerca di fondi, semestre europeo e pressioni americane sul campo economico, commerciale, militare.
Il crollo dei livelli occupazionali non subisce rallentamenti; tra i giovani e al Sud una condizione drammatica sta facendo precipitare la società nel baratro della disperazione: settori produttivi azzerati, famiglie sul lastrico, piccola economia bloccata e ritorno massiccio dell’emigrazione. Il problema degli sfratti, delle aste pubbliche di case e beni appartenenti a persone indebitate con il fisco, della crescente povertà, si scontra con una corruzione sempre più selvaggia ai livelli alti (grandi opere) come a quelli bassi (assessorati vari) e con le difficoltà da parte dei comuni di far fronte alle esigenze primarie delle comunità. A far da contorno, i flussi migratori dall’Africa, veri e propri drammi nel dramma, tra incapacità a gestirli e il clima da emergenza utile a spillare soldi, militarizzare, senza risolvere il problema dei richiedenti asilo e dei migranti.
Tra il mondo politico e la società reale c’è una spaccatura profonda – di cui non saremo certo noi anarchici a lamentarci – che dimostra la parassitarietà dei primi e le loro responsabilità. Ogni provvedimento, spacciato per soluzione, non fa altro che ingigantire i problemi e sbilanciare ancora di più la situazione a favore dei ricchi, delle banche, dei ceti dirigenti e delle varie caste, dagli 80 euro di Renzi assorbiti abbondantemente dal prelievo fiscale sulla casa, al job act, ennesimo colpo di scure ai residui diritti dei lavoratori, regalo ai padroni di tutte le risme.
Il vuoto di consensi che tutto ciò sta creando potrà essere riempito soltanto da una politica repressiva che trasformi ogni questione sociale in una questione di ordine pubblico. Se si parla di TAV, non si parla solo di alta velocità in Valle Susa, ma di un problema divenuto la chiave di volta delle relazioni tra governi/poteri forti e popolazioni, una contrapposizione in campo aperto di metodi e di ragioni, e come tale specchio di centinaia di conflitti che si sviluppano da anni in Italia. La Val Susa è il laboratorio dello Stato di polizia: magistrati, poliziotti, esercito, stampa intruppata, uniti contro la resistenza dal basso, coscienti – come lo è il fronte opposto – che chi vince qui può vincere nel Paese. E’ormai una questione di principio a cui si sta sacrificando la libertà di una popolazione, la libertà personale di militanti in stato d’arresto o sottoposti a misure giudiziarie con forzature da regime fascista, e pertanto, travalica i confini della Valle per invadere la questione delle libertà in generale, della partecipazione diretta della gente alla gestione dei propri problemi contro la delega e la politica parlamentare, e tocca finanche quella che un tempo veniva chiamata “questione morale”, che in realtà andrebbe ridefinita come la normale gestione della cosa pubblica da parte dei poteri politico-economico-criminali.
Gli attacchi altrettanto forti al movimento di lotta per la casa e alle tante conflittualità territoriali rendono più chiaro il quadro in cui il renzusconismo vuol ricacciare il paese; richiedono pertanto uno sforzo supplementare da parte di tutti gli attivisti, le realtà di lotta e di resistenza, i movimenti di base d’ogni tipo (sindacali, culturali, ambientalisti…), ad aprirsi l’un l’altro, senza rinunciare alle specificità, ma mettendole al servizio di uno scopo comune, per costruire un fronte unitario e compatto che apra una vertenza generale sulla libertà e sul futuro di tutti noi.
Pippo Gurrieri

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La centralità di Niscemi

Avevamo definito già alcuni anni fa l’installazione del MUOS, per la sua portata strategica e per l’impennata che veniva a subire la militarizzazione della Sicilia, come il fatto nuovo che cambiava gli scenari dell’impegno politico-sociale, costituendo il perno di una mobilitazione dalle caratteristiche locali e generali, capace di mettere in moto energie nuove e conflitti radicali. Le molteplici conferme e il coinvolgimento di migliaia di attivisti e di fette di popolazione nel tentativo di bloccare i cantieri del MUOS e gettare all’aria i progetti militari statunitensi, si sono rivelati una delle pagine più importanti della storia siciliana contemporanea.
La conclusione dei lavori principali al cantiere, lo scorso gennaio, se da un lato ha fatto diminuire l’intensità della lotta, dall’altra ha reso reali tutti gli allarmi, rendendo effettivamente grave quello che prima lo era solo potenzialmente o parzialmente. Nel frattempo, non solo non sono diminuiti gli scenari di guerra nel Mondo, ma ne sono comparsi di nuovi, come la crisi ucraina che rischia di deflagrare in un nuovo e distruttivo conflitto bellico trasformando il cuore dell’Europa in un campo di battaglia per le forze imperialiste e le potenze finanziarie. Una regione fortemente militarizzata come la Sicilia, al centro delle guerre americane degli ultimi 40 anni, ne potrà essere completamente coinvolta, sia come testa d’ariete, ma nello stesso tempo come uno degli obiettivi più ambiti.
L’antimilitarismo assume sempre più un significato centrale per ogni movimento sociale e politico, qualsiasi sia la sua natura fondante. A Niscemi e in Sicilia, quello contro il MUOS, benché arricchito da motivazioni collegate e complementari (salute, ambiente), è il primo movimento di massa dopo Comiso, che tenta di ostacolare le strategie belliche degli USA e dei loro satelliti.
Le pratiche libertarie, orizzontali, di base che l’hanno caratterizzato sono un salto di qualità nella storia delle lotte sociali in Sicilia, un grande valore che ha permesso l’estensione a settori sociali e territori diversi, delle metodologie di azione diretta, di impegno in prima persona, di rifiuto delle gerarchie politiche e delle forme sclerotizzate e partitiche che hanno condizionato la lotta sociale.
I blocchi stradali e il confronto quasi quotidiano con le forze del dis-ordine; la sfida coerente alle truppe d’occupazione e le violazioni del divieto di penetrare dentro la base della marina militare, l’invasione di massa o di piccoli gruppi della stessa; il contrasto al potere, alla mafia e ai loro ricatti; la costruzione di un fronte ampio e dal basso, politico, sociale, culturale, artistico, scientifico… sono ormai una pietra miliare nell’esperienza individuale e collettiva di migliaia di persone: Una esperienza profonda, continuata, partecipata, traino per altre lotte, esempio sia in quanto a metodi sia in quanto a trasmissione di coraggio e dignità.
Pur con tutte le differenze del caso, se una mobilitazione somiglia più di tutte a quella del movimento NO TAV, questa è quella del movimento NO MUOS. Per questo la centralità di Niscemi non può essere messa in discussione; e tutti i protagonisti hanno il “dovere” di portare sino in fondo questa battaglia. Oltre tutto, l’esposizione di centinaia di compagni rischierebbe – qualora si abbassasse la guardia – di lasciarli al centro di un vero e proprio ciclone repressivo, dato che prima o poi arriverà il momento della vendetta dello Stato, coi processi, le decisioni e le sentenze e ancora altra repressione, e bisogna arrivarci con un movimento in piena forma e in grado di mobilitare nuove forze per trasformare quelle occasioni in altrettante situazioni di propaganda e di lotta contro il MUOS.
La centralità di Niscemi non cancella né annulla ogni altro tipo di impegno, semmai li coniuga tutti all’interno di una dinamica conflittuale generale capace di consolidare il sorgere – dalle macerie del parlamentarismo, della delega, del riformismo, del qualunquismo comunque camuffato – di nuovi soggetti del cambiamento, uniti in un fronte anticapitalista, antimilitarista e – perché no? – antistatale.
Pippo Gurrieri

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SENZA PADRONI

Europa. Astensionismo elettorale come Resistenza

SENZA PADRONI

 

L’Europa vista dalla Sicilia è un’entità lontana; per 160 anni siamo stati il fanalino di coda dell’Italia, e adesso ci ritroviamo ad essere il fanalino di coda dell’Europa, ai margini dell’impero. Ma essere ai margini non significa essere dimenticati, significa soltanto essere oggetto di particolari riguardi, che in genere coincidono con parole come “frontiera”, “eserciti”, “difesa”. E infatti la Sicilia si trova a rivestire – suo malgrado – l’angusto ruolo di estremo lembo della “Fortezza Europa”, bastione difensivo contro le ”orde” di invasori che scappano via da guerre, pestilenze, dittature e miseria e cercano di approdare sulle sponde di quell’area geopolitica che è causa dei loro mali: questo lembo di occidente capitalista di qua dell’Atlantico, che con l’altro posto di là – gli USA – determina le funeste sorti dei Paesi del Sud del Mondo.

Ed ecco perchè le coste siciliane, già fortemente militarizzate dalle forze occupanti USA e NATO, sono anche al centro dell’operazione Mare Nostrum, grande dispiegamento di forze armate per controllare i flussi migratori dall’Africa, spacciata come operazione umanitaria.

Da tempo i popoli del vecchio continente, e quelli dell’area mediterranea in particolare, sono vittime della terapia shock che negli ultimi anni la governance europea ha imposto, con la scusa di fare uscire le società da una crisi che le popolazioni non hanno certo provocato.

E’ stata, e continua ad essere, una terapia a senso unico che ha falciato vittime a colpi di tagli ai salari e di un assalto senza precedenti ai servizi pubblici, smantellati e privatizzati. Le pensioni sono state indicate come uno dei principali fattori di destabilizzazione, e oggetto di inique riforme che ne hanno prolungato le possibilità di accesso ridimensionando il loro potere d’acquisto, spingendo e costringendo la forza lavoro più giovane a rivolgersi ai fondi pensione privati, occasione di speculazione per banche e sindacati.

I Piani di Stabilità Finanziaria hanno posto i Paesi meno solidi in una condizione di indebitamento perenne con la Banca Europea; con il Fiscal Compact l’Italia, cioè i cittadini, dovrà pagare 50 miliardi l’anno del proprio debito di 1.100 euro fino al 2035, e se non riuscirà a onorarlo spontaneamente, subirà il prelievo forzato previsto dalla regole restrittive sui deficit di bilancio. Aspettiamoci delle leggi finanziarie sempre più accanite sui ceti più deboli e numerosi.

L’Europa politica e finanziaria ha prodotto una centralizzazione dei poteri verso la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa, che assieme alla Banca Centrale Europea rappresentano lo strapotere politico-economico anima delle strategie neoliberali che stanno cancellando i diritti sociali e del lavoro e sanno scavalcando gli stessi poteri nazionali, dando tuttavia ai governi e alle èlites economiche di ogni singolo Stato una grande opportunità per liquidare la più parte dei diritti e delle conquiste dei lavoratori, imponendo – con la complicità di sindacati e della cosiddetta sinistra, una eguaglianza al ribasso.

Nel 1992 la costruzione della nuova Europa veniva annunciata come l’occasione per rilanciare occupazione e produttività; oggi il numero dei disoccupati ufficiali nei paesi UE è arrivato a 26 milioni; cui vanno aggiunti i milioni e milioni di precari e di inoccupati non contabilizzati dalle bizzarre metodologie di indagine statistica.

L’Euro ha provocato un moto speculativo senza precedenti e nello stesso tempo una violenta deindustrializzazione dell’area mediterranea, con delocalizzazioni e chiusure di migliaia di stabilimenti. Risultato? In ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, con uno scivolamento repentino verso il baratro della povertà per milioni di individui e di famiglie.

Come se il quadro di questa “costruzione” capitalistica e liberista non fosse già abbastanza cupo per le classi lavoratrici, con l’arrivo del trattato TTIP – una sorta di Mercato Comune Transatlantico tra UE e USA, – la situazione precipiterà completamente. La “NATO economica”, come realmente va inteso il trattato – è un’operazione scandalosa condotta direttamente da Stati Uniti e Germania, che parte dal presupposto di integrare economicamente i paesi del Patto Atlantico, in realtà sottomettendoli in maniera totale allo strapotere delle multinazionali.

Col TTIP, infatti, le regolamentazioni nazionali in materia sociale, ambientale e lavorativa che hanno protetto, anche se in maniera sempre meno efficace per via del forte attacco alle classi popolari, i diritti delle persone e dell’ambiente, vengono ad essere scavalcate. Il “principio di precauzione”, che fino ad ora ha funto da freno riguardo, ad esempio, la diffusione di sostanze tossiche, la sicurezza alimentare e ogni altro attentato alla salute dei cittadini e all’ambiente, viene a cadere, aprendo la strada all’invasione degli OGM e ad ogni altra irruzione minacciosa. Il TTIP permette la caccia indiscriminata al petrolio e al gas nei nostri mari e nelle nostre coste, senza tenere conto delle normative di sicurezza fino ad ora vigenti a livello statale. Il canale di Sicilia è un’area tra le più ambite di questa caccia, e i pescicani del petrolio mondiale si preparano all’assalto finale con centinaia di trivellazioni; a Pozzallo a breve entrerà in funzione la seconda piattaforma, Vega B, a soli 11 km dalla costa.

E’ evidente che da una centralizzazione disastrosa si passa ad una ancora più pericolosa, che toglie potere e autorità agli stati per rendere ancora più totalitaria la gestione delle relazioni tra organi di comando e dominio e cittadini sudditi. L’Europa verso cui si marcia è sempre più quella dei ricchi, dei potenti e dei prepotenti, e nessuna legittimità più avere da parte dei popoli che ne sono le vittime sacrificali. Il sogno federalista europeo è solo un vago ricordo; quello che abbiamo di fronte è un mostro da combattere in nome di un’Europa dei popoli che nulla ha a che vedere con l’Europa delle multinazionali e degli Stati, e che proprio per questo non va riconosciuta né con un voto né con una illusione di cambiamento che passi dalla conquista delle sue istituzioni, come certi settori della sinistra vecchia e nuova, uniti per disperazione, vanno propagandando.

Il Trattato transatlantico va bloccato con una mobilitazione urgente diffusa in tutti i Paesi, che ponga al centro gli interessi ed i bisogni dei lavoratori e dei popoli.

Bisogna inoltre impedire che la destra nazionalista, fascista e razzista divenga partigiana dell’antieuropeismo, che usa e userà per mettere i popoli gli uni contro gli altri in nome della paura, del sangue e della razza. Bisogna costruire un muro contro il revanscismo reazionario e clerico-fascista, e dar vita ad un fronte comune di lotta dal basso internazionale in rappresentanza dell’Europa dei popoli che resistono alla cura shock del capitalismo, dei lavoratori che resistono al massacro sociale, che non riconoscono le frontiere insanguinate degli Stati.

L’unica Europa possibile è quella che, attraverso la ripresa del conflitto, si avvia a riconquistare diritti e speranza in un mondo migliore senza multinazionali, stati, governi, polizie, eserciti. La sua strada non passa per le urne, ma per la solidarietà internazionale, il mutuo appoggio, l’abolizione dei pregiudizi e del razzismo, l’imposizione di una equa distribuzione dei redditi e delle risorse, nel pieno rispetto delle persone, al di là dei generi e delle aree di provenienza.

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