Giustizia e libertà

Grande clamore hanno suscitato una serie di sentenze “sorprendenti”, come quella sul caso Cucchi (assolti i suoi aguzzini) o sul caso Eternit (assolto per reato prescritto il magnate svizzero della multinazionale dall’accusa di strage ambientale). Opinione pubblica, familiari, associazioni, enti e perfino pezzi dello Stato si sono ribellati a tali decisioni chiedendo che fosse fatta giustizia, innescando mobilitazioni che potrebbero permettere l’apertura di nuovi iter giudiziari.
E’ proprio questo il punto: la giustizia.
La Giustizia con la G maiuscola, amministrata dallo Stato attraverso suoi servitori fedeli, i magistrati, corrisponde alla giustizia con la g minuscola rivendicata da sempre da oppressi e vittime? Credo proprio di no.
La Giustizia è emanazione di uno Stato che è, in quanto tale, detentore della legittimità ad usare la violenza, è organismo tentacolare e piramidale in mano alle classi dominanti, cui assicura privilegi (l’accumulazione capitalistica); è essenzialmente interessato ad assicurare lo “status quo” (ovvero, la continuazione di se stesso nei propri ruoli). La sua Giustizia quindi è strumento atto a garantire il perseguimento di detti fini, attraverso l’emanazione di apposite leggi che poi i magistrati e gli organi giudiziari devono fare applicare.
Può accadere che a volte si emanino sentenze ritenute giuste e rispondenti alle aspettative dei più; ma questo avviene quando queste non sconvolgono lo “status quo”, o quando, per opportunità, sia preferibile accontentare l’opinione pubblica (magari un po’ incazzata e mobilitata) per placare gli animi. Insomma, al di là delle eccezioni, la Giustizia rimane sempre una Giustizia di classe, cioè protesa ad assicurare gli interessi della classe al potere (ai vertici dello Stato, della finanza, dell’economia e dell’industria, della Chiesa ecc.).
Va da sé che la giustizia rivendicata dalle classi oppresse contiene sempre un di più di rivendicazione a sua volta classista: una sentenza di condanna a responsabili di stragi come nel caso Eternit, ad esempio, non rappresenterebbe solo il “giusto” prezzo che Stephan Schmidheiny, padrone della multinazionale, dovrebbe pagare, ma anche – soprattutto – un fatto simbolico riguardante tutti i responsabili dello sfruttamento verso lavoratori e semplici cittadini.
Anche perché quale giusto prezzo potrebbe mai applicarsi alla morte di oltre 260 persone, alle migliaia di ammalati, alla devastazione ambientale, ecc.? Anche 30 ergastoli al magnate svizzero non ripagherebbero i familiari delle vittime, senza contare che Schmidheiny al massimo ne potrebbe scontare solo uno (ma probabilmente non pagherà un bel nulla).
La frase: “la legge è uguale per tutti” impressa dentro le aule dei tribunali, è un vero ossimoro: legge e uguaglianza sono in forte e palese contraddizione. Le leggi vengono emanate da una èlite, (oggi persino priva anche della maschera della legittimazione democratica, rappresentando i partiti pochi elettori rispetto alla massa che si astiene o che non li ha votati), sono il prodotto di caste di privilegiati e rispondono a interessi di parte, negando i diritti che pomposamente si propongono di garantire. Uguaglianza vuole significare il mettere tutti sullo stesso piano, eguali diritti e doveri per tutti, cosa che nessuna società capitalista, nessuno Stato, hanno mai assicurato, al di là delle dichiarazioni di principio.
Allora che fare? Ammainare la bandiera della giustizia e alzare quella dello lotta contro lo Stato e per la libertà? Certamente questo è il solco entro cui condurre battaglie e rivendicare diritti; un percorso che può avere anche momenti di intersecazione con la Giustizia borghese, di classe, di Stato, spesso – tra l’altro – non per nostra scelta, poiché repressione e accanimenti verso chi lotta per un mondo migliore sono all’ordine del giorno e fanno parte del proprio “curriculum vitae”. E’ un problema di atteggiamento: nessuna illusione sulle velleità di far giustizia da parte degli organi giudiziari; utilizzare questi momenti come fasi di propaganda e come grimaldelli per fare esplodere contraddizioni; cercare di strappare sentenze assolutorie per le vittime della repressione autoritaria e condanne per i malvessatori privati o di Stato, ma solo per strappare compagni alla galera e per poter dire: la lotta paga. Perchè quando non si è in grado di organizzare una lotta adeguata, allora la forza del più forte si abbatte con tutta la sua violenza sul più debole.

Pippo Gurrieri

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OFFERTISSIMA SICILIA PUNTO L

OFFERTISSIMA SICILIA PUNTO L

Tutti i titoli del seguente elenco vengono venduti a 1 euro; le richieste devono essere di almeno 5 volumi (anche dello stesso titolo); aggiungere sempre 1 euro di contributo per le spese di spedizione. Utilizzare l’indirizzo mail o postale del giornale. L’offerta sarà valida per i prossimi tre mesi e scadrà il 15 aprile 2015.

Alfredo M. Bonanno, Sicilia, sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale, pp. 191.
Salvatore Bosco, Il proletariato a Favara. Lotte, scioperi ed altre manifestazioni dal 1860 al 1960, pp. 229.
Orazio Vasta, Quale Sicilia per i siciliani?, pp. 96.
Pippo Gurrieri, Emigrazione e Liberazione sociale. Integrazione – Disintegrazione – Azione. Seguito da: La lotta dei ferrovieri immigrati per i trasferimenti, pp. 127.
Leo Candela, Breve storia del Movimento anarchico in Calabria, dal 1944 al 1953, pp. 40.
Gino Cerrito, I fasci dei lavoratori nella provincia di Messina, pp. 170.
AA.VV., Rivolte e memoria storica. Atti del convegno: “1945-1995: le sommosse contro il richiamo alle armi cinquant’anni dopo”, pp. 112.
Giovanni La Terra, Le sommosse nel ragusano (dicembre 1944-gennaio 1945), pp. 53.
Sciruccazzu. I corsivi di Sicilia libertaria, pp. 55.
Roselvagge, Auro Story. Centro sociale/Autogestito-Sgomberato/ri-Occupato, pp. 218.
Antonello Mangano-Antonio Mazzeo, Il Mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, pp. 103.
Franco Leggio, Le parole e i fatti. Cronache, polemiche, reportages. 1946-1959, pp. 172.
Pippo Gurrieri, Giorgio Nabita, sarto. Socialismo, anarchismo, antifascismo a Vittoria (1889-1938), pp. 266.
Francesco Giomblanco, Alto tradimento. La repressione dei “Moti del non si parte” dal carcere al confino di Ustica. 1944-1946, pp. 212.
Emanuele Amodio, Stupor Mundi. Federico II e le radici dello Stato moderno, pp. 45.
Rete No Ponte Comunità dello Stretto, Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito, pp. 59.
Emanuele Amodio, Sguardi incrociati. Identità, etnie e globalizzazione, pp. 200.
Antonio Catalfamo, Lucipicurara. Raccolta e analisi antropologica di canti e tradizioni di Bafia e Catalimita (Messina), pp. 48.
Ignazio Agosta, Il cavaliere e altri racconti, pp. 110.
Giuseppe Schembari, Al di sotto dello zero, poesie, pp. 48.
Francesco Crescimone, Dal secondo naufragio, poesie, pp. 86.
Francesco Crescimone, Mille e un giorno, romanzo, pp. 119.
Fabio Vicari, Frammenti fuori, poesie, pp. 52.
Giacomo Di Dio, Sara lo Faro, Gianluigi Ruggieri, La parola perduta di Eros, poesie, pp. 94.
Roberto Nobile, Voglio un posto in Paradiso. La vera storia del preservativo raccontata da lui medesimo, pp. 87.
Eros Maria Mallo, Che libertà è essere liberi, poesie, pp. 78.
Benito La Mantia, Mas Allà, aforismi, pp. 60.
Benito La Mantia, La lingua e il boia. Il processo inquisitoriale a Niccolò Franco, pp. 172.
Pietro Ferrua, Ifigenia in Utopia, teatro, pp. 62.
Antonio Mainenti, Don Luiggi e altri canti a-sociali. CD NU-folk.

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Sugnu Charlie

La matita a volte può più del fucile. Lo hanno capito quei fanatici che il 7 gennaio hanno fatto una strage nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi.
Quelli di Charlie hanno sempre usato le loro armi – la satira – contro potenti e prepotenti, colpendo governanti e generali, e attaccando ogni sorta di imbroglio religioso, con i suoi simboli e le sue guide, senza guardare se si trattasse di cattolicesimo o ebraismo o islamismo; capi terreni e divinità del cielo sono stati messi alla berlina per le loro “opere”, dalle guerre alla pedofilia, dalla coltivazione dell’ignoranza all’accumulo di ricchezze e tanto altro ancora. Una pericolosa banda di sovversivi dal 1970, quando il giornale si chiamava Hara Kiri Hebdo, ha inondato non solo la Francia, ma il mondo intero, di vignette taglienti e sovversive a firma dei vari Wolinski, Cabu, Charb e tanti altri. Anche su questo giornale ne sono apparse parecchie.
Lo shock per l’assassinio di questa équipe di bravi agitatori sociali tramite lo scritto e il disegno, è forte. Viene colpita una terra, la Francia, la cui tradizione di giornali satirici engagès, a cospetto dell’Italia , è sempre stata forte e fondamentale, nel incidendo sugli equilibri dell’informazione e sulle vicende politiche del paese; non a caso Hara Kiri venne chiuso dal governo nel 1981. Una tradizione dai forti connotati libertari, proprio perché un vero vignettista, un vero scrittore satirico, non può parteggiare per nessun potere, anzi ha il dovere di attaccare ogni potere in quanto tale, sia esso materiale o morale, politico o religioso.
Oggi non possiamo che stringerci attorno a Charlie Hebdo e ai familiari e agli amici delle vittime Charb, Cabu, Wolinski, Tignous, Honoré, disegnatori, Bernard Maris, economista e cronista, Mustapha Ourrad, correttore, Elsa Cayat, psicanalista e cronista, e Michel Renaud, Frédéric Boisseau, Franck Brinsolaro, Ahmed Merabet , consapevoli che la lotta contro i fanatismi, religiosi o politici, deve andare avanti, perché ogni tipo di oscurantismo contiene nel suo DNA l’assassinio.
La Federazione Anarchica Francese ha scritto nel suo comunicato redatto a poche ore dalla strage: “Condanniamo gli assassini, ma rimaniamo lo stesso vigili di fronte alle reazioni dell’estrema destra o al dispositivo poliziesco statale. Continueremo a combattere l’oppressione, l’autoritarismo e l’intolleranza, si celino dietro le religione, la nazione o l’ordine securitario”.
Lo scrittore anarchico francese Ronald Creagh sul suo sito Recherches sur l’anarchisme, a sua volta scrive:
“L’assassinio dei disegnatori di Charlie Hebdo non è l’11 settembre della Francia (come ha scritto Le Monde). Lo Stato francese aveva, anch’esso, attentato alla libertà d’espressione: non aveva vietato il giornale Hara Kiri, predecessore di Charlie Hebdo? D’altronde gli assassini non se la sono presa con un prestigioso giornale dell’’establishment come Le Monde, ma con un piccolo settimanale impertinente, coraggioso e povero.
Il loro atto è rivolto contro la libertà d’espressione. Anche se vi possono essere state delle manipolazioni, la sua ispirazione è religiosa: una fatwa è stata lanciata ed è stata applicata contro gli atei da parte di individui convinti di realizzare un atto religioso sublime soffocando la libertà di parola.
Le moltitudini anonime che si sono spontaneamente mobilitate in un immenso numero di paesi lo hanno ben compreso. Il loro omaggio era rivolto a dei guerriglieri senza armi del paese di Voltaire, agli eredi del Secolo dei Lumi, ai rivoluzionari che si battono per una repubblica libertaria, ai ragazzi del Maggio 68. Essi non hanno gridato “Io sono la Francia” ma “Io sono Charlie”. In quanto ali aggressori, essi si sono attribuiti il diritto tipico di uno Stato: quello di disporre del monopolio della violenza. Essi hanno scimmiottato ciò che accade in un mondo dove le nazioni dominanti si riservano il diritto di punire, in nome della giustizia, le nazioni più deboli che non obbediscono ai loro ordini. Hanno ucciso degli atei, ma senza dubbio anche dei credenti e le loro famiglie.
La classe politica si sta sforzando di presentare l’affaire come una Guerra contro la Francia. Questa spiegazione ha lo scopo di riallineare l’elettorato, ma essa non regge: i principali gruppi islamici non l’hanno rivendicato; essa utilizza un’arma a doppio taglio, perché portando la discussione sul terreno nazionale paralizza il discorso dentro le pieghe della xenofobia. E’ una deviazione del vero problema, che supera di gran lunga la questione nazionale: la libertà d’espressione delle classi sfruttate, ovunque minacciata.
Nell’immediato bisogna impedire a coloro che ci vogliono sottoporre al loro controllo l’esercizio del diritto all’opacità e al segreto di Stato. Mostrare i muscoli nei campi rom o nei luoghi pubblici è più facile che prendere di mira le eterne zone del non diritto: il club dei mercanti di armi, le mafie internazionali, per non dire di coloro che beneficiano dell’immunità politica, cioè le più alte sfere dello Stato. E possiamo accettare una istituzione che ieri aiutava gli jihadisti siriani e che, oggi, dichiara il lutto nazionale?”.
Anche in Italia stiamo assistendo alla sfilata di fascisti, razzisti e forcaioli, in compagnia di cardinali e di politici in doppio petto sostenitori di missioni di guerre dette umanitarie, della militarizzazione dei territori, di politiche antimmigrati, di massacri sociali. Costoro fanno appelli contro il terrorismo, giocano sulle paure (che contribuiscono ad alimentare), chiedono la pena di morte, additano le comunità immigrate come pericolose e fanatiche, in una parola, speculano sui fatti di Parigi, di cui sono stati obiettivo mortale nemici di ogni potere e di ogni sfruttamento, quindi avversari di quest’accozzaglia di ipocriti e cinici scarafaggi gracchianti.
Per il governo (per tutti i governi) una grande occasione di distrazione sulle porcate quotidiane che li contraddistinguono (corruzione in testa) e sui provvedimenti scellerati che impongono ai rispettivi popoli, un alibi per accentuare il controllo poliziesco sulla società e per manipolare l’insoddisfazione generale deviandola contro i più deboli e gli stranieri, compresi quelli che vivono accanto a noi.
Si esce da questa trappola accentuando la lotta per la libertà di espressione, contro le religioni, incubatrici di fanatismo, portatrici di divisioni e di odi, e contro ogni governo, per sua natura guerrafondaio e nemico di ogni forma di libertà.

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A 70 anni dal NON SI PARTE

NON SI PARTE locandina

Comune di Ragusa – Assessorato alla Cultura

con il patrocinio dell’Università di Catania
e con la collaborazione dell’Archivio degli Iblei e dell’Associazione Culturale Sicilia Punto L

 

A 70 anni dal NON SI PARTE

La memoria e la storiografia

Giornata di studi, lunedì 5 gennaio 2015

Auditorium S. Vincenzo Ferreri – Ragusa Ibla

 

15,15, Saluti dei Rappresentanti del Comune

 

I sessione Coordina Laura Barone

Le cronache e la storiografia

15,30 Rosario Mangiameli: Mobilitazione antifascista e “non si parte” nel Regno del Sud.

15,50 Natale Musarra: La geografia dei moti in Sicilia

16,10 Pippo Gurrieri: I fatti a Ragusa e Maria Occhipinti, icona del movimento

16,30 film Giuseppe Firrincieli: Il “non si parte” tra memoria e presente

16,50 break

 

II sessione Coordina Chiara Ottaviano

Le memorie diverse

17,00 A Comiso e a Vittoria: Nunzio Lauretta

17,15 A Scicli e Modica: Giancarlo Poidomani

17,30 Marcella Burderi: Un separatista a Modica, Corrado Paternò

17,45 A Ispica: Antonino Lauretta

18,00 A Monterosso: Giovanni Di Natale

18,15 A Chiaramonte: Giuseppe Cultrera

18,30 Dibattito

 

19,15 Conclusioni: Uccio Barone

 

20,00 Chiusura.

 

Ore 21,30. Una donna di Ragusa, Maria Occhipinti. Spettacolo/lettura di Loredana Cannata

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Serata benefit per Umanità Nova

un100

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Comitato NO INQUINAMENTO SIRACUSA

Nelle ultime settimane si è costituito a Siracusa il “Comitato NO INQUINAMENTO” che intende lottare contro le nocività nel nostro territorio. Il comitato ha elaborato un documento che sintetizza il suo obiettivo ed il suo metodo d’intervento che è a disposizione di chiunque sia interessato ad entrare in contatto con noi; una prima iniziativa è stata tenuta sul territorio domenica 23 novembre con un presidio a Siracusa, in Largo XXV. Per contattarci scrivere su facebook.com/no inquinamento.
Di seguito pubblichiamo la carta d’intenti e il volantino.

 

Carta d’intenti del comitato NO INQUINAMENTO SIRACUSA

Il comitato no inquinamento Siracusa riunisce persone che vogliono mettere fine alle nocività della provincia siracusana, e che desiderano vivere in un ambiente salutare.

Il comitato è ad adesione individuale, fatto da persone di culture, estrazioni sociali e convinzioni politiche differenti, ma che si riconoscono nei valori imprescindibili della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’antifascismo, e dell’antirazzismo.

Il comitato si propone la diffusione sul territorio delle tematiche e delle realtà di lotta che rivendicano lavoro pulito e non precario. Sostiene inoltre tutte le iniziative volte, con la partecipazione dal basso, a combattere ogni forma di inquinamento e di distruzione dell’ambiente naturale, sia a livello locale che internazionale. Siamo contro questo modello di sviluppo economico, politico e sociale, e vogliamo costruire una rete con le realtà di lotta affini.

Il comitato solidarizza con la lotta del movimento “NO MUOS” a Niscemi, componente importante del percorso militante contro le devastazioni dei nostri territori e della nostra salute.

La provincia siracusana è stata devastata dallo sviluppo industriale, e oggi siamo una delle città più inquinate in Sicilia e in Italia, pur essendo un piccolo centro. È stato raso al suolo un intero paese, Marina di Melilli, la qualità dell’aria è molto bassa, con un’elevata presenza di metalli pesanti, siamo la seconda città italiana per polveri sottili, le falde sono basse e per questo c’è un alto valore di sali che rendono l’acqua non potabile, vi è una cementificazione selvaggia, la raccolta differenziata è quasi inesistente, molti pozzi sono contaminati, il depuratore cittadino è inadeguato alle necessità di Siracusa e per questo vi sono sversamenti a mare, c’è una vasta presenza di amianto, e abbiamo la minaccia delle trivellazioni sia a terra che a mare. Questi sono solo alcuni fenomeni inquinanti presenti nel siracusano.

Il pesante avvelenamento ha come gravi conseguenze un numero di patologie molto superiore alla media. Tumori, malformazioni e malattie che colpiscono diversi organi sono diventati la norma, in una terra sacrificata al dio denaro dalla classe padronale e dai loro complici politici.

Vogliamo una città a misura di esseri umani, e per raggiungere questo scopo ci sono una larga varietà di possibilità come le bonifiche, un programma di sviluppo economico deciso dai cittadini, la costruzione di più aree verdi, un piano urbano per la mobilità, iniziare la raccolta differenziata, e molto altro. L’unico limite è la nostra volontà.

Con le bonifiche della zona industriale si creerebbe lavoro pulito e qualificato per molti decenni, che andrebbe a sopperire al lavoro perso con la chiusura delle fabbriche petrolchimiche. Chiaramente a pagare per le bonifiche devono essere i privati che si sono arricchiti in tutti questi decenni sulle nostre vite.

È giunto il momento di dire basta a queste devastazioni, e di lottare per rendere la provincia siracusana un posto più sano. Tutelando l’ambiente, rispettando la fauna e la flora, per vivere agiatamente in armonia con il nostro pianeta.

 

 

 

Liberiamo Siracusa dalle nocività

Decenni di “sviluppo” industriale hanno devastato l’ambiente in cui viviamo. Le prime vittime di questa criminale situazione ambientale sono i cittadini che vivono nelle zone adiacenti, e gli operai che vi lavorano. Ma anche la fauna e la flora, visto che la zona compresa tra Siracusa ed Augusta, fino agli anni ’50, era un piccolo paradiso naturale simile a Vendicari.

Ci sono esempi di movimenti territoriali che si battono contro lo scempio ambientale e hanno ottenuto importanti risultati. A Niscemi un insieme eterogeneo di persone si è unito e ha portato avanti una lotta che è allo stesso tempo ambientalista e antiimperialista, facendo conoscere a tutto il mondo il grave pericolo che il MUOS ha, e continuerà ad avere, in relazione anche al bellissimo territorio della Sughereta (riserva naturale). A Taranto lo abbiamo visto per la questione dell’ILVA, dove gli industriali e i sindacati confederali erano contrari alla bonifica e alla messa in sicurezza degli impianti industriali. Ma con la straordinaria mobilitazione delle masse, in cui un ruolo fondamentale l’ha avuto il comitato cittadino “liberi e pensanti”, si sono ottenuti esiti straordinari in tema di salute e diritti.

Ci si imbatte in situazioni dove si cerca di contrapporre il diritto al lavoro con il diritto

alla salute, magari scatenando guerre tra poveri, e facendo leva sulla condizione di

bisogno per dirottare le lotte dei lavoratori su binari che si ritorcono contro i

lavoratori stessi.

Questa situazione è il prodotto del sostegno dato ai padroni ed ai loro profitti da tutte

le forze politiche, sia di destra che di centrosinistra, ma anche dalla collaborazione

realizzata dalle dirigenze sindacali, comprese quelle falsamente di sinistra, a Priolo

come in molte altre parti d’Italia.

Noi tutti conosciamo i pericoli derivanti dall’inquinamento della zona industriale di

Priolo, ma come ci dimostrano i movimenti sociali sopracitati (ma potremmo

indicarne molti di più) gli obiettivi si possono raggiungere solo con l’impegno

costante, il coinvolgimento della popolazione e l’azione diretta.

Siamo anticapitalisti perché rifiutiamo lo stato di cose presenti, in quanto sappiamo

benissimo nel capitalismo sfruttamento e l’inquinamento sono un binomio

imprescindibile. Siamo antifascisti perché contrastiamo gli autoritari e i populisti, che

usano la giusta lotta contro l’inquinamento della zona industriale per promuovere dei

movimenti di estrema destra, che in tempi di crisi economica sono in preoccupante

ascesa.

Noi del comitato “NO INQUINAMENTO” siamo ben lieti di accogliere qualsiasi

proposta concreta arrivi, sia per quanto riguarda il metodo che il merito delle nostre azioni.

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NISCEMI RESISTE

Circa un migliaio di persone hanno partecipato venerdì 21 novembre allo sciopero sociale indetto a Niscemi da un comitato spontaneo di associazioni, su proposta del Coordinamento regionale dei comitati NO MUOS; non c’è stata una adesione compatta come il 30 maggio del 2013, quando il movimento di opposizione al MUOS era in forte ascesa, ma comunque da questa giornata giungono diverse indicazioni.
Va premesso che lo sciopero veniva indetto accomunando tutta una serie di gravi problemi che affliggono la popolazione, non solo quindi MUOS e presenza militare statunitense, ma anche mancanza di acqua (arriva ogni 15 giorni circa, e spesso non è potabile), carenza di servizi (le scuole cadono a pezzi, l’ospedale è a rischio chiusura, la linea ferroviaria è interrotta da oltre 3 anni), crisi dell’agricoltura, ripresa e dell’emigrazione, ecc. Questa scelta scaturisce dalla volontà dei compagni del locale comitato NO MUOS di radicarsi fortemente sul territorio facendosi carico di quelle problematiche di cui nessuno si preoccupa e che, scollegate l’un l’altra, rischiano di rappresentare un momento di distrazione anziché un elemento catalizzatore di rabbia e desiderio di riscatto.
La preparazione dello sciopero, pertanto, così come il suo esito, rappresentava un valore a sé; riunioni, assemblee, volantinaggi e megafonaggi nei quartieri e al mercato, dove sono stati distribuiti 17.000 volantini, hanno coinvolto decine di attivisti, con il supporto di altri venuti da fuori a dare manforte. Un lavoro di presenza e visibilità che ha mantenuta viva la lotta contro il MUOS e le sue nefaste conseguenze politiche, ambientali, di salute e psicologiche.
Sull’esito finale va tenuto conto anche del boicottaggio dei Cobas scuola niscemesi, il cui leader da tempo si contrappone al comitato NO MUOS, e ha impedito che i Cobas nazionali, assieme a CUB e USI (subito disponibili) spostassero per Niscemi lo sciopero generale del 14 novembre, al 21, impedendo, di conseguenza, la copertura sindacale a diverse categorie (istruzione, sanità, pubblico impiego in testa), che non hanno potuto partecipare alla giornata di lotta.
Dietro lo striscione: “Sciopero sociale: c’è chi parte, c’è chi resta, c’è chi protesta”, forte la presenza di studenti, mamme e bambini, la componente più visibile e combattiva; numerosi i cittadini, parecchie le soste per brevi comizi e anche per ascoltare due canzoni di un giovane cantautore locale. In piazza, poi, una lunga fila di interventi hanno sviscerato i numerosi problemi posti, la maggior parte soffermandosi sulla lotta contro il MUOS, che non solo non si arresta, ma riparte lanciando un forte appello alla resistenza, contro lo sconforto e la delusione scattate dopo il completamento dei lavori delle parabole.
L’attuale è un percorso in salita, ma tutte le salite, prima o poi finiscono. Intanto registriamo la lenta caduta dell’impalcatura repressiva che in questi anni ha sommerso di denunce, fogli di via e altri atti centinaia di attivisti, grazie all’iniziativa del pool di avvocati del coordinamento, e siamo in attesa dell’udienza del Tar del 25 novembre che si deve pronunciare (in forte ritardo) sulla legittimità delle autorizzazioni al cantiere MUOS; il verificatore del Tar, prof. D’Amore, si è già espresso contro, e staremo a vedere quale provvedimento adotterà il Tar (se ne adotterà uno) per uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato. Contraddizioni che, comunque, sono utili alla tenuta della lotta.

Pippo Gurrieri

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SAVE KOBANE

SAVE KOBANE – SALVIAMO KOBANE

L’ISIS ha lanciato una pesante campagna militare su più fronti contro la regione kurda di Kobanê nel nord della Siria. Questo è il terzo violento attacco a Kobanê dal marzo 2014. Dato che l’ISIS non ha avuto successo nelle due precedenti occasioni, ora sta attaccando con forze maggiori e vuole prendere Kobanê.

Nel gennaio di quest’anno, i kurdi del Kurdistan occidentale (Rojava) hanno costituito le loro amministrazioni locali dividendole in tre cantoni. Uno dei tre cantoni creati è Kobanê. Il confine turco è al nord di Kobanê e tutti gli altri lati sono circondati da territori controllati dall’ISIS, che si è avvicinato ai confini di Kobanê usando armi pesanti di fabbricazione USA. Centinaia di migliaia di civili sono minacciati dal più brutale genocidio della storia moderna. La popolazione di Kobanê sta cercando di resistere usando armi leggere contro i brutali attacchi dei terroristi dell’ISIS, assistita solo dalle Unità di Difesa del Popolo nel Kurdistan occidentale YPG e YPJ, ma senza alcun aiuto internazionale.

Per questo una Manifestazione Globale contro L’ISIS – per Kobanê – per l’Umanità, è vitale.

La cosiddetta coalizione internazionale per combattere L’ISIS non ha aiutato la resistenza kurda in modo efficace nonostante stia assistendo al genocidio in atto contro Kobanê. Non ha adempiuto ai propri effettivi obblighi di legalità internazionale. Alcuni paesi della coalizione, in particolare la Turchia, sono tra i sostenitori finanziari e militari dei terroristi dell’ISIS in Iraq e Siria.

Se il mondo vuole la democrazia in Medio Oriente deve sostenere la resistenza kurda a Kobanê. L’autonomia democratica nel Rojava promette un futuro libero per tutti i popoli in Siria. A questo proposito il “Modello Rojava” – una posizione laica, non settaria, democratica, mette in pratica l’unità nella diversità.

Agiamo Ora

È ora di dare agli attori globali la ragione di ricredersi.

Invitiamo le persone in tutto il mondo a mostrare la loro solidarietà con Kobanê. Scendere in piazza e manifestare, ovunque.

Sostenete la resistenza contro L’ISIS – per Kobanê – per l’Umanità!

Agite ora!

(appello di UIKI onlus – Ufficio Internazionale del Kurdistan in Italia)

A Ragusa hanno aderito all’appello

Comitato di Base NO MUOS

Confederazione Unitaria di Base – CUB

Gruppo Anarchico di Ragusa – FAS

Partito Comunista dei Lavoratori

A RAGUSA SIT-IN SABATO 1 NOVEMBRE, ORE 16-20, CORSO ITALIA ANGOLO VIA ROMA

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Solidarietà alle combattenti e ai combattenti di Kobane

Solidarietà

alle combattenti e ai combattenti di Kobane

Da alcuni anni il Kurdistan, ed in particolare la regione del Rojava dentro i confini siriani, è riuscito ad affermare una propria autonomia amministrativa, basata sull’autogoverno di comuni e villaggi, ed un quadro di relazioni sociali improntate all’autorganizzazione, alla parità tra uomini e donne, alla convivenza tra etnie, popoli, fedi religiose e all’autodifesa militare.

In un’area come il Medio Oriente, devastata dagli Stati e dalle appartenenze religiose, fonti di divisione, guerra, discriminazioni razziali e di genere, sfruttamento e oppressione, la rivoluzione del popolo curdo assume un significato straordinario e si dimostra, altresì, l’unica barricata contro il militarismo e l’integralismo religioso rappresentato dall’ISIS e dai suoi stati protettori (Turchia, Arabia Saudita, Qatar, ecc.), l’unica realtà che è riuscita non solo a contenere le forze integraliste, ma a dimostrare come l’unità dei popoli, l’eguaglianza tra uomini e donne, siano risorse necessarie non solo alla riuscita di una resistenza militare, ma anche ad attuare un vero cambiamento sociale.

Non è un caso che Kobane sia sotto assedio da un mese e tutto il Rojava, con le sue conquiste, sia nel mirino dell’ISIS e di stati filoccidentali, come la Turchia, storici oppressori del popolo curdo e perciò nemici dei suoi processi di liberazione e indipendenza.

Se l’ISIS si sta accanendo contro i resistenti curdi, è perché concepisce la loro lotta e le loro realizzazioni rivoluzionarie come il più grande ostacolo al suo cammino verso la fascistizzazione religiosa dell’area.

L’1 novembre è stata proclamata giornata mondiale di solidarietà alla resistenza di Kobane; e con sincero spirito internazionalista ci stringiamo attorno a questo popolo eroico, impegnandoci ad attuare ogni genere di solidarietà con chi combatte a difesa delle conquiste libertarie della popolazione.

Un contributo contro questa guerra, contro tutte le guerre, lo stiamo già dando impegnandoci contro l’incessante processo di militarizzazione del pianeta, che vede nel MUOS il suo strumento centrale e la base siciliana di Niscemi l’arma per il controllo delle guerre d’aggressione nell’area mediterranea e mediorientale.

Lunga vita alla rivoluzione in Rojava.

http://fasiciliana.noblogs.org Federazione Anarchica Siciliana 30-10-2014 f.i.p.

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Contaminare la società

Mai come in questo periodo storico le pratiche libertarie hanno trovato una larga applicazione all’interno di movimenti e contesti conflittuali diffusi ai quattro angoli del pianeta: organizzazione orizzontale, azione diretta, mutuo appoggio, consenso condiviso sono diventati patrimonio diffuso laddove proteste, manifestazioni, occupazioni, autogestioni di spazi hanno mobilitato migliaia di persone mettendo all’angolo le forme partitiche gerarchiche.
In aree geografiche distanti fra di loro, popolazioni diverse per storia, lingua, cultura realizzano, vivono e difendono forme sociali non statali dove vige l’autogoverno comunitario (Chiapas, Rojava, ma anche Madagascar).
A tutto questo non corrisponde che in parte una crescita dell’anarchismo, come movimento storicamente propugnatore di queste posizioni, né gli anarchici partecipano a tutti i movimenti in questione, o quantomeno, non tutti lo fanno.
Questa effervescenza, tra l’altro, convive con una crisi della militanza tradizionalmente intesa, in parte spiazzata, in parte a causa della personalizzazione dei problemi sociali e della chiusura individuale, sospinte dal sistema liberista per arginare la riaggregazione di pulsioni collettive e lo sprigionarsi di movimenti di massa antagonisti al sistema.
Per noi che viviamo nel fianco Sud dell’impero, una serie di specificità incidono negativamente sul manifestarsi di tali forme di conflitto, in primo luogo la devastazione culturale provocata dalla degenerazione della politica in corruzione e mera ricerca del potere, da cui deriva un deserto cultural-qualunquista e una forma di delega non manifesta caratterizzata dalla passività dilagante, a sua volta causa non secondaria di innumerevoli sconfitte sociali, la più grande delle quali è la ripartenza dei flussi migratori verso il nord e l’estero.
L’emigrazione meridionale non solo svuota le comunità delle loro forze giovanili, ma indebolisce anche i movimenti di resistenza, e si esprime non più e non solo nella forma storica di moto di reazione a frustrazioni e sconfitte che comunque era portatore di speranze e progetti di ritorno e di riscossa, ma come mera ricerca della sopravvivenza in terre meno avare, ma non più in grado di assicurare redditi dignitosi.
Per ripartire dal Sud, per resistere a Sud è necessario:
– mettere in piedi risposte all’attacco capitalista e alle sue espressioni più variegate, che abbiano connotati libertari nella forma che si danno e nella possibilità di incidere sul tessuto sociale e di coinvolgere strati popolari in pratiche di organizzazione dal basso, per invertire la tendenza alla “fuga” con iniezioni di entusiasmo e di speranza;
– superare sensi di impotenza e chiusure difensive o puriste, valorizzando l’impegno individuale dentro pratiche collettive impregnate di rabbia e di utopismo;
– rafforzare il fronte libertario e anarchico, mettendo da parte diffidenze e particolarismi, in favore di una rinnovata attitudine collaborativa non dogmatica, intelligente, ricca delle molteplici attitudini, inclinazioni, passioni;
– proiettare ogni sforzo nella possibilità di “influenzare” i movimenti (praticando il concetto di minoranza agente, rifiutando e combattendo il ruolo di avanguardia, assumendo, semmai, quello di “retroguardia” – per citare Uri Gordon), difendendone le connotazioni libertarie dalle insidie della politica partitocratica e istituzionale.
Ciò presuppone uno sforzo da parte di tutti gli anarchici, i libertari, i simpatizzanti, i propugnatori dell’autorganizzazione e dell’azione diretta, del mutuo appoggio e della lotta dal basso, finalizzato a creare momenti di dibattito, confronto, riflessione, elaborazione, e a sviluppare coordinamento, unità, federalismo fra individui, gruppi, situazioni, per far si che il momento particolarmente interessante che attraversano le società più diverse, compresa la nostra, possa crescere ancora, rappresentare una minaccia autentica per il potere, ridare fiducia ai popoli verso le possibilità di dare avvio ad una vera rivoluzione sociale.
Il mondo nuovo che desideriamo deve nascere tra di noi, e attraverso noi nella contaminazione che sapremo diffondere nella società.

Pippo Gurrieri

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