Il grecale

Soffia il vento greco sull’Europa, facendo volare alte le speranze di quanti, almeno in Italia, si attendono un contagio che risollevi le sorti di quel 4,03% (al netto è un 2,4%) raccolto da “L’Altra Europa con Tsipras” alle scorse elezioni europee.

Syriza, il partito della cosiddetta sinistra radicale, adesso governa, con l’appoggio dei populisti e razzisti di Anel, cui li unisce l’avversione all’austerità imposta dall’Europa dei banchieri, e poche altre cose. Ma per misurare se il vento che si alza dalla penisola ellenica sia effettivamente portatore di novità, occorrerà osservare come si muoverà la nuova coalizione.

Per attuare il suo programma (nuovi posti di lavoro, reintroduzione della tredicesima e del reddito minimo, cancellare i debiti dei più poveri, garantire l’assistenza sanitaria ai disoccupati, restituire i diritti cancellati) essa deve necessariamente colpire la classe capitalista, enormemente arricchitasi con gli aiuti statali, e la chiesa, entrambi esenti da tasse; deve ridurre le spese militari, far pagare chi esporta denaro all’estero, frenare la forte corruzione nello Stato, trattare la riduzione degli interessi sul debito. La Grecia, come l’Italia, ha assistito ad un forte trasferimento di ricchezza dai ceti popolari ad un pugno di famiglie ricche, mentre sulle sue maggiori imprese pubbliche incombe l’ombra dei rapaci colossi europei ed americani. Se accetterà lo scontro, Tsipras avrà dalla sua parte i lavoratori, ma si ritroverà anche sotto la pressione del capitale e delle banche, in un clima di scontro aperto che potrà regalarci a breve scadenza anche una Grecia fuori controllo, con un livello di conflittualità ancora più forte e con un governo costretto a intervenire per instaurare l’ordine. Le prime avvisaglie sono proprio in tal senso: la BCE annuncia la fine degli “aiuti”.

La Grecia è da tempo attraversata da esperienze di resistenza popolare e di autorganizzazione che hanno permesso, oltre la difesa dall’attacco straordinario alle condizioni di vita della maggioranza della popolazione, la sedimentazione di forme di politica dal basso sostituitesi alle fallimentari politiche governative, al welfare dilaniato, alla disgregazione prodotta da un impoverimento diffuso.

Parallelamente le forze neofasciste hanno fatto leva su malcontento e rabbia diffusi per rafforzare il loro consenso antigovernativo, dando vita ad una forte conflittualità con le forze di sinistra, libertarie, sindacali, movimentiste. Senza di loro le forze di polizia non sarebbero riuscite a contrastare la conflittualità dei settori di classe lavoratrice lasciata senza lavoro e senza reddito, del movimento delle occupazioni di case, spazi sociali, strutture pubbliche, atenei universitari, delle più disparate forme di autogestione e solidarietà sociale. Il movimento, attaccato da polizia e fascisti, è riuscito a tenere duro, pagando un caro prezzo in termini repressivi, con migliaia di arresti, l’apertura di prigioni speciali, e un numero non indifferente di vittime delle violenze. Anche se i fascisti di Alba Dorata hanno subito arresti, è del tutto evidente come la posta in gioco fosse quella di spegnere l’effervescenza rivoluzionaria nel paese.

Rispetto a tutto questo, Syriza, i cui militanti sono anche presenti all’interno delle variegate esperienze di resistenza e lotta, deve fare delle scelte: la prima di tutte è senz’altro un’amnistia generale per tutti i detenuti politici e i detenuti a causa di gesti collegati alla condizione sociale di indigenza e disperazione, sempre che riuscirà a fare i conti con gli apparati di esercito e polizia, e con l’establishement reazionario che da anni si annida nelle istituzioni elleniche. E’ probabile che ne sortisca un compromesso; Tsipras ha bisogno di non mostrarsi troppo “estremista” per non far paura all’Europa e a quei ceti medi moderati che hanno riposto in lui la speranza di un cambiamento. Anche verso i fascisti, ben posizionati in parlamento, non sarà facile adottare misure volte a ridimensionarli; le piazze, anzi, verranno scagliate contro il nuovo governo dalle forze di opposizione, che approfitteranno di ogni esitazione e di ogni errore. Per adesso ha imposto la polizia disarmata ai cortei.

Cosa accadrà nei movimenti? Cosa comporterà avere come controparte un governo “amico”? Come si trasformeranno le realtà di lotta e i conflitti? Queste sono delle incognite che presto verranno alla luce. La storia e l’esperienza ci dicono che ogni vittoria elettorale della sinistra rappresenta un calmante per le lotte, un rafforzamento del ruolo dei burocrati e degli intermediari, pronti ad aprire tavoli di concertazione, a mediare, a non forzare più la mano. Ma più questo si avvererà, più il grande bagaglio di esperienze di questi anni rischierà di disperdersi.

Spetterà alle forze anarchiche, ai movimenti popolari di base, prendere in mano ancora di più la situazione, sfuggendo ai ricatti (“chi critica il governo fa il gioco della destra”) e affermando che non ci sono governi amici. In questo senso, più i movimenti di base e di lotta degli altri paesi europei riusciranno ad esprimere conflittualità contro le politiche di austerità e il neoliberismo forcaiolo, più si consoliderà un fronte internazionale di opposizione rivoluzionario che darà filo da torcere ai padroni, alle banche e agli Stati, costruendo l’alternativa antiautoritaria.

Pippo Gurrieri

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OFFERTISSIMA SICILIA PUNTO L

OFFERTISSIMA SICILIA PUNTO L

Tutti i titoli del seguente elenco vengono venduti a 1 euro; le richieste devono essere di almeno 5 volumi (anche dello stesso titolo); aggiungere sempre 1 euro di contributo per le spese di spedizione. Utilizzare l’indirizzo mail o postale del giornale. L’offerta sarà valida per i prossimi tre mesi e scadrà il 15 aprile 2015.

Alfredo M. Bonanno, Sicilia, sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale, pp. 191.
Salvatore Bosco, Il proletariato a Favara. Lotte, scioperi ed altre manifestazioni dal 1860 al 1960, pp. 229.
Orazio Vasta, Quale Sicilia per i siciliani?, pp. 96.
Pippo Gurrieri, Emigrazione e Liberazione sociale. Integrazione – Disintegrazione – Azione. Seguito da: La lotta dei ferrovieri immigrati per i trasferimenti, pp. 127.
Leo Candela, Breve storia del Movimento anarchico in Calabria, dal 1944 al 1953, pp. 40.
Gino Cerrito, I fasci dei lavoratori nella provincia di Messina, pp. 170.
AA.VV., Rivolte e memoria storica. Atti del convegno: “1945-1995: le sommosse contro il richiamo alle armi cinquant’anni dopo”, pp. 112.
Giovanni La Terra, Le sommosse nel ragusano (dicembre 1944-gennaio 1945), pp. 53.
Sciruccazzu. I corsivi di Sicilia libertaria, pp. 55.
Roselvagge, Auro Story. Centro sociale/Autogestito-Sgomberato/ri-Occupato, pp. 218.
Antonello Mangano-Antonio Mazzeo, Il Mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, pp. 103.
Franco Leggio, Le parole e i fatti. Cronache, polemiche, reportages. 1946-1959, pp. 172.
Pippo Gurrieri, Giorgio Nabita, sarto. Socialismo, anarchismo, antifascismo a Vittoria (1889-1938), pp. 266.
Francesco Giomblanco, Alto tradimento. La repressione dei “Moti del non si parte” dal carcere al confino di Ustica. 1944-1946, pp. 212.
Emanuele Amodio, Stupor Mundi. Federico II e le radici dello Stato moderno, pp. 45.
Rete No Ponte Comunità dello Stretto, Il Ponte sullo Stretto nell’economia del debito, pp. 59.
Emanuele Amodio, Sguardi incrociati. Identità, etnie e globalizzazione, pp. 200.
Antonio Catalfamo, Lucipicurara. Raccolta e analisi antropologica di canti e tradizioni di Bafia e Catalimita (Messina), pp. 48.
Ignazio Agosta, Il cavaliere e altri racconti, pp. 110.
Giuseppe Schembari, Al di sotto dello zero, poesie, pp. 48.
Francesco Crescimone, Dal secondo naufragio, poesie, pp. 86.
Francesco Crescimone, Mille e un giorno, romanzo, pp. 119.
Fabio Vicari, Frammenti fuori, poesie, pp. 52.
Giacomo Di Dio, Sara lo Faro, Gianluigi Ruggieri, La parola perduta di Eros, poesie, pp. 94.
Roberto Nobile, Voglio un posto in Paradiso. La vera storia del preservativo raccontata da lui medesimo, pp. 87.
Eros Maria Mallo, Che libertà è essere liberi, poesie, pp. 78.
Benito La Mantia, Mas Allà, aforismi, pp. 60.
Benito La Mantia, La lingua e il boia. Il processo inquisitoriale a Niccolò Franco, pp. 172.
Pietro Ferrua, Ifigenia in Utopia, teatro, pp. 62.
Antonio Mainenti, Don Luiggi e altri canti a-sociali. CD NU-folk.

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IL MUOS E’ ABUSIVO: LO DICE ANCHE IL TAR!

sucate

Dopo 110 giorni il Tribunale Amministrativo Regionale di Palermo si è pronunciato sui ricorsi presentati contro l’impianto Muos di Niscemi, affermando che il Muostro è illegittimo e pericoloso. Inoltre ha censurato il comportamento del governo Crocetta che precipitosamente, nel luglio del 2013, aveva ritirato la revoca delle autorizzazioni alla costruzione del mega sistema satellitare.

Adesso il governo italiano e la marina militare statunitense si affretteranno ad impugnare la sentenza del TAR, che per la seconda volta ribadisce che il MUOS non poteva essere costruito. Ma la Federazione Anarchica Siciliana ritiene che questo risultato non sia il semplice pronunciamento di un tribunale, perché indica, a tutte le persone che hanno allentato la guardia dopo la fine dei lavori alla base NRTF, a quanti hanno provato un senso d’impotenza davanti all’arroganza degli invasori americani e di tutti i loro complici, da che parte è sempre stata la ragione: dalla parte di chi si è opposto con ogni mezzo alla costruzione del Mostro, subendo denunce, repressione, ingiurie e denigrazioni.

Gli attivisti NO MUOS, e noi anarchici con loro, hanno sempre sostenuto che quella base non si doveva costruire, che la Sughereta di Niscemi andava liberata dalla servitù militare; che uno strumento di morte e di guerra, già di per sé nocivo per la salute delle persone e dell’ambiente, non poteva essere accettato.

Oggi, con più forza di prima, la ragione di chi lotta deve imporsi sulla vigliaccheria e la forza dei signori della guerra, invasori, abusivi, indesiderati.

Il TAR ha fatto la sua parte, adesso sta agli attivisti, ai comitati, al movimento, alla popolazione, esigere con la mobilitazione, che il MUOS venga smantellato e il territorio niscemese definitivamente liberato dalla presenza militare.

Nessuna base di morte – Nessuna guerra – Fuori i militari dalla nostra terra!

Federazione Anarchica Siciliana
14-2-2015

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Agenda 2015

L’unico augurio che possiamo fare a chi ci legge è di continuare ad avere la forza di resistere contro questo mondo infame avvolto nella cappa plumbea dello Stato e del Capitale, e di provare ad andare oltre la resistenza perseguendo obiettivi raggiungibili attraverso lotte e metodi coinvolgenti, forti, diretti, possibilmente vincenti.

Resistere e vincere. Contro il MUOS, ad esempio, il cui progetto va avanti non solo in contrada Ulmo, ma con le campagne di disinformazione, o di simpatia verso gli invasori americani, e i tentativi di isolare gli attivisti più conseguenti dividendo il fronte del NO in buoni e cattivi (i primi sono i preferiti dal Potere e degli USA). Contro il MUOS fino alla vittoria, così come contro le trivellazioni petrolifere, vero atto di forza di multinazionali e governi loro asserviti, a Roma come a Palermo, attuato con la complicità dei sindacati istituzionali, contro interi territori. Stanno cercando di far passare la logica della devastazione attraverso l’imbroglio dei posti di lavoro e la ricchezza a portata di mano; in realtà impongono solo un modello di sviluppo che ha fatto il suo tempo, ha distrutto la Terra, e si regge sullo sfruttamento dell’uomo e della natura. Costruire resistenze territoriali a sostegno di obiettivi anche locali e minimi, per mettere in discussione l’arroganza di tutti i poteri e per sperimentare metodi di lotta e modelli organizzativi orizzontali in cui saltino le mediazioni burocratiche, le interferenze partitiche, i ricatti moralistici. Resistenze unite fra di loro, dalla Sicilia alla Val Susa, in un fronte ideale e politico.

Resistere e vincere. Contro fascisti e razzisti, nel particolare e nel generale. Alzano la cresta, si sentono legittimati dallo stato confusionale in cui versa la società; azzannano i più deboli, scaricano sugli immigrati le rabbie compresse della gente, alzano le bandiere dell’ambiguità infilandosi dentro contesti di lotta e malcontento; convivono col malaffare partitico e mafioso. Hanno conquistato troppi spazi, ed è tempo di arginare la canea reazionaria, a cominciare dai luoghi dove viviamo, con ogni mezzo si renda necessario. Non ci possiamo più permettere di tollerare gli intolleranti e gli squadristi.

Resistere e vincere. Anche sui posti di lavoro, dove si abbatte la scure padronale che cancella non solo i diritti dei lavoratori, ma le possibilità di costruire percorsi organizzativi alternativi al sindacalismo filo statale; dove sindacati che strillarono per la loro esclusione dalla contrattazione (Fiom) continuano a escludere, come hanno sempre fatto, chi non fa parte della congrega dei venduti e dei servi. Lavoro, ma anche non lavoro, sempre più diffuso, ma centrale in qualsiasi percorso di costruzione dal basso di processi rivendicativi e di riscatto sociale. Dalle macerie di una classe possono e devono sorgere le fondamenta di nuove fortificazioni dentro le quali prepararsi ad affrontare degnamente il capitalismo, i signori dello sfruttamento e della guerra.

E non scordarsi della dimensione internazionale; economica, politica, militare, dei nostri problemi, molto simili, per quanto all’apparenza diversi, a quelli di altri contesti. Simili nei sensi, nelle finalità; internazionalismo, dunque, come uscire fuori dal cortile, guardarsi attorno, scrutare i confini delle lotte sociali, della guerra di classe, dei moti di cambiamento che ci indicano la strada, o le strade, anche dalle montagne messicane o dalle rive dell’Eufrate, e sentirsi parte integrante di ciò che avviene nel Mondo, dal nostro piccolo mondo quotidiano alle sponde mediterranee, e oltre. Agganciandosi al treno del cambiamento con solidarietà, confronto, esportazione ed importazione di esperienze, lotta contro i nemici globali e locali, che ovunque coincidono.

Resistere e vincere anche con la cultura, con la rilettura della storia, con l’indagine sociale, con l’arte nelle sue varie espressioni, con la battaglia atea e anticlericale, costruendo fronti che abbattano i muri dell’ignoranza e dell’appiattimento con armi che si chiamano libro, canzone, poesia, film, murales, quadro, rivista, blog… azione diretta.

Buona Anarchia a tutti

Pippo Gurrieri

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Mattarella presidente. Non cambia nulla, come da copione

Capo dello Stato. Capo, ovvero il comando, il potere; e Stato, l’organizzazione gerarchica, militare, autoritaria della società. Due termini che nessun anarchico potrà mai amare. Ma questo non basta a liquidare frettolosamente l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Con l’avvento di Sergio Mattarella il centrismo moderato cattolico conferma e rafforza il proprio predominio politico, all’insegna di una continuità fatta di politiche di destra e politiche di sinistra, dosate a secondo delle circostanze, ma sempre con l’obiettivo di preservare il sistema capitalista.

Sergio Mattarella è, in più, il primo presidente siciliano della storia; questo sta facendo gioire molta gente sicula, ma è la gioia effimera di un momento, come la vittoria della squadra di calcio; alla gente non resta nulla. Anzi, se dovessimo andare indietro negli anni, tutte le volte che un siciliano ha assunto ruoli di governo, sono più i danni che i siciliani ne hanno ricevuto, che i benefici, da Francesco Crispi a Mario Scelba a Bettino Craxi.

Il nome Mattarella in Sicilia ricorda in primo luogo il padre Bernardo, fra i principali esponenti di quella Democrazia Cristiana (di cui fu anche fondatore) che nel ventennio 45-65 assicurò la piena penetrazione di Cosa nostra nelle istituzioni, nell’economia e nella politica dell’isola, in una perfetta assonanza di interessi e di metodi con la Chiesa e con gli Stati Uniti d’America. Bernardo Mattarella era sposato con la sorella del boss mafioso di Catellammare del Golfo Nino Buccellato. Gaspare Pisciotta lo accusò di essere tra i mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Danilo Dolci non esitò a denunciarne sulle piazze e nei tribunali le collusioni con la mafia, subendo la condanna giudiziaria.

I figli non devono certo pagare le colpe dei padri, anche se il neo presidente di oggi, in quella DC ebbe a muovere i primi passi politici; fu il fratello a ricoprire con Calogero Mannino e altri noti esponenti “di sinistra” il ruolo di restauratore della Democrazia Cristiana, tentando di ridimensionare l’ormai ingestibile componente andreottiana dei luogotenenti Lima e Ciacimino; la gestione del potere non poteva più tollerare una tale legittimazione mafiosa; il sistema capitalistico italiano desiderava che la situazione siciliana tornasse sotto controllo, prima che la metastasi mafiosa avanzasse e investisse tutto il corpo economico e politico del Paese. Si sa come andò a finire: Piersanti Mattarella venne ucciso nel 1982; fallì il suo tentativo di utilizzare frange dell’economia mafiosa (Cassina & c.) per mettere all’angolo gli andreottiani; fallirono i suoi tentativi di mettere mano alle norme sugli appalti; la DC si “rinnovò” lo stesso, i nomi sono noti: De Mita, Mannino, Zaccagnini…, prima che tangentopoli si mangiasse il partito con tutto il suo rinnovamento. Ma questo non fece morire i democristiani, spalmatisi come marmellata in tutto l’arco costituzionale, adottando la miglior tattica che si potesse immaginare, pronti a coalizzarsi e a dividersi, senza mai mettere in discussione la sacra trimurti: dio-patria-capitale. E in quanto alla mafia: prese egualmente il treno del Nord e si posizionò nel cuore dell’economia legale e illegale dell’Italia delle cosiddette “prima” e “seconda” Repubblica, contribuendo alla fortuna di imperi economici e di partiti politici da cui ricavò enormi vantaggi.

Di quest’ultima fase è figlio Sergio Mattarella; legato ai gesuiti a Palermo come a Roma, artefice dell’orlandismo palermitano, fu attivo nel guidare la parabola della sinistra DC fondando il PPI, la Margherita e il PD, aiutando i comunisti a democristianizzarsi pur di perseguire il sogno del potere.

Il suo grigio curriculum ci dice comunque alcune cose che ne possono caratterizzare la figura politica semisconosciuta: da ministro cattolico della pubblica istruzione nel 1989 difese come giusto il provvedimento di una preside che vietò alle proprie alunne di venire a scuola in minigonna; ebbe un sussulto antiberlusconiano dimettendosi da ministro nel luglio del ’90 contro l’approvazione della legge Mammì che formalizzava lo strapotere di Mediaset rimpinguandola di finanziamenti.

Nel processo a carico dell’on. Culicchia, della sua stessa corrente, sindaco di Partanna dal 62 al 92, accusato da Rita Atria dell’omicidio del vicesindaco Stefanino Nastasi, Mattarella testimoniò a favore della sua integrità morale, contribuendo all’assoluzione. La Camera aveva votato l’autorizzazione a procedere per l’arresto del Culicchia, ma la giustizia lo restituì “pulito” e pronto a cavalcare il potere. Come scrisse sul suo diario Rita Atria “Credo proprio che mai Culicchia andrà in galera. Ha ucciso, rubato, truffato ma mai nessuno riuscirà a trovare le prove che lo accusano e provino che dico la verità. Sono sicura che mai riuscirò a farmi credere dai giudici, vorrei che ci fosse papà, lui riuscirebbe a trovare le prove che lo facciano apparire per quello che veramente è, cioè Culicchia è solo un assassino truffatore, ma naturalmente le parole di una diciassettenne non valgono nulla. Io sono solo una ragazzina che vuol fare giustizia e lui un uomo che interpreta benissimo la parte del bravo e onesto onorevole. Io non potrò più vivere, ma lui continuerà a rubare, e a nascondere che è stato lui a far uccidere Stefano Nastasi. Già come sempre vince chi è più bravo a truffare la vita”. La povera Rita si suicidò una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui venne ucciso il giudice Borsellino (quello che lei chiama “papà”).

Nel ’94 fu artefice della riforma elettorale che introdusse il sistema maggioritario, usata in seguito come base per rafforzare il potere degli esecutivi; nel governo D’Alema 2000-2001 rivestì la carica di vicepresidente del consiglio e di ministro della Difesa, in un momento cruciale per le forzature politico-militari internazionali che condussero l’Italia a partecipare ai bombardamenti della ex Yugoslavia per imporre a suon di bombe l’autonomia del Kosovo, che ha trasformato il piccolo territorio kosovaro in uno stato narcomafioso nel cuore dell’Europa. In quella veste di fedele esecutore degli ordini del padrone americano, dichiarò di sconoscere se ci fosse relazione di causa ed effetto tra l’uranio impoverito usato nei proiettili della coalizione occidentale, e le morti per tumore dei militari reduci e di civili dislocati lungo le sponde dell’Adriatico, secondo una radicata tradizione servilistica dei governi italiani verso gli USA, che nella sua Sicilia ci ha regalato la militarizzazione più infame dal 1943 a oggi. Poi abolì il servizio di leva, mettendo in pratica quel cerchiobottismo democristiano che tuttavia, mentre liberava milioni di ragazzi dall’abominio del servizio militare, proiettava l’esercito italiano verso la modernizzazione mercenaria e la partecipazione a tutti i conflitti USA-NATO sotto forme ipocritamente umanitarie.

Sergio Mattarella è oggi il 12° Presidente della Repubblica Italiana. Non cambia nulla, come da copione.

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Sugnu Charlie

La matita a volte può più del fucile. Lo hanno capito quei fanatici che il 7 gennaio hanno fatto una strage nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi.
Quelli di Charlie hanno sempre usato le loro armi – la satira – contro potenti e prepotenti, colpendo governanti e generali, e attaccando ogni sorta di imbroglio religioso, con i suoi simboli e le sue guide, senza guardare se si trattasse di cattolicesimo o ebraismo o islamismo; capi terreni e divinità del cielo sono stati messi alla berlina per le loro “opere”, dalle guerre alla pedofilia, dalla coltivazione dell’ignoranza all’accumulo di ricchezze e tanto altro ancora. Una pericolosa banda di sovversivi dal 1970, quando il giornale si chiamava Hara Kiri Hebdo, ha inondato non solo la Francia, ma il mondo intero, di vignette taglienti e sovversive a firma dei vari Wolinski, Cabu, Charb e tanti altri. Anche su questo giornale ne sono apparse parecchie.
Lo shock per l’assassinio di questa équipe di bravi agitatori sociali tramite lo scritto e il disegno, è forte. Viene colpita una terra, la Francia, la cui tradizione di giornali satirici engagès, a cospetto dell’Italia , è sempre stata forte e fondamentale, nel incidendo sugli equilibri dell’informazione e sulle vicende politiche del paese; non a caso Hara Kiri venne chiuso dal governo nel 1981. Una tradizione dai forti connotati libertari, proprio perché un vero vignettista, un vero scrittore satirico, non può parteggiare per nessun potere, anzi ha il dovere di attaccare ogni potere in quanto tale, sia esso materiale o morale, politico o religioso.
Oggi non possiamo che stringerci attorno a Charlie Hebdo e ai familiari e agli amici delle vittime Charb, Cabu, Wolinski, Tignous, Honoré, disegnatori, Bernard Maris, economista e cronista, Mustapha Ourrad, correttore, Elsa Cayat, psicanalista e cronista, e Michel Renaud, Frédéric Boisseau, Franck Brinsolaro, Ahmed Merabet , consapevoli che la lotta contro i fanatismi, religiosi o politici, deve andare avanti, perché ogni tipo di oscurantismo contiene nel suo DNA l’assassinio.
La Federazione Anarchica Francese ha scritto nel suo comunicato redatto a poche ore dalla strage: “Condanniamo gli assassini, ma rimaniamo lo stesso vigili di fronte alle reazioni dell’estrema destra o al dispositivo poliziesco statale. Continueremo a combattere l’oppressione, l’autoritarismo e l’intolleranza, si celino dietro le religione, la nazione o l’ordine securitario”.
Lo scrittore anarchico francese Ronald Creagh sul suo sito Recherches sur l’anarchisme, a sua volta scrive:
“L’assassinio dei disegnatori di Charlie Hebdo non è l’11 settembre della Francia (come ha scritto Le Monde). Lo Stato francese aveva, anch’esso, attentato alla libertà d’espressione: non aveva vietato il giornale Hara Kiri, predecessore di Charlie Hebdo? D’altronde gli assassini non se la sono presa con un prestigioso giornale dell’’establishment come Le Monde, ma con un piccolo settimanale impertinente, coraggioso e povero.
Il loro atto è rivolto contro la libertà d’espressione. Anche se vi possono essere state delle manipolazioni, la sua ispirazione è religiosa: una fatwa è stata lanciata ed è stata applicata contro gli atei da parte di individui convinti di realizzare un atto religioso sublime soffocando la libertà di parola.
Le moltitudini anonime che si sono spontaneamente mobilitate in un immenso numero di paesi lo hanno ben compreso. Il loro omaggio era rivolto a dei guerriglieri senza armi del paese di Voltaire, agli eredi del Secolo dei Lumi, ai rivoluzionari che si battono per una repubblica libertaria, ai ragazzi del Maggio 68. Essi non hanno gridato “Io sono la Francia” ma “Io sono Charlie”. In quanto ali aggressori, essi si sono attribuiti il diritto tipico di uno Stato: quello di disporre del monopolio della violenza. Essi hanno scimmiottato ciò che accade in un mondo dove le nazioni dominanti si riservano il diritto di punire, in nome della giustizia, le nazioni più deboli che non obbediscono ai loro ordini. Hanno ucciso degli atei, ma senza dubbio anche dei credenti e le loro famiglie.
La classe politica si sta sforzando di presentare l’affaire come una Guerra contro la Francia. Questa spiegazione ha lo scopo di riallineare l’elettorato, ma essa non regge: i principali gruppi islamici non l’hanno rivendicato; essa utilizza un’arma a doppio taglio, perché portando la discussione sul terreno nazionale paralizza il discorso dentro le pieghe della xenofobia. E’ una deviazione del vero problema, che supera di gran lunga la questione nazionale: la libertà d’espressione delle classi sfruttate, ovunque minacciata.
Nell’immediato bisogna impedire a coloro che ci vogliono sottoporre al loro controllo l’esercizio del diritto all’opacità e al segreto di Stato. Mostrare i muscoli nei campi rom o nei luoghi pubblici è più facile che prendere di mira le eterne zone del non diritto: il club dei mercanti di armi, le mafie internazionali, per non dire di coloro che beneficiano dell’immunità politica, cioè le più alte sfere dello Stato. E possiamo accettare una istituzione che ieri aiutava gli jihadisti siriani e che, oggi, dichiara il lutto nazionale?”.
Anche in Italia stiamo assistendo alla sfilata di fascisti, razzisti e forcaioli, in compagnia di cardinali e di politici in doppio petto sostenitori di missioni di guerre dette umanitarie, della militarizzazione dei territori, di politiche antimmigrati, di massacri sociali. Costoro fanno appelli contro il terrorismo, giocano sulle paure (che contribuiscono ad alimentare), chiedono la pena di morte, additano le comunità immigrate come pericolose e fanatiche, in una parola, speculano sui fatti di Parigi, di cui sono stati obiettivo mortale nemici di ogni potere e di ogni sfruttamento, quindi avversari di quest’accozzaglia di ipocriti e cinici scarafaggi gracchianti.
Per il governo (per tutti i governi) una grande occasione di distrazione sulle porcate quotidiane che li contraddistinguono (corruzione in testa) e sui provvedimenti scellerati che impongono ai rispettivi popoli, un alibi per accentuare il controllo poliziesco sulla società e per manipolare l’insoddisfazione generale deviandola contro i più deboli e gli stranieri, compresi quelli che vivono accanto a noi.
Si esce da questa trappola accentuando la lotta per la libertà di espressione, contro le religioni, incubatrici di fanatismo, portatrici di divisioni e di odi, e contro ogni governo, per sua natura guerrafondaio e nemico di ogni forma di libertà.

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A 70 ANNI DAI MOTI DEL NON SI PARTE

A 70 ANNI DAI MOTI DEL NON SI PARTE

Ragusa, 4-5 gennaio 2015

 

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A 70 anni dal NON SI PARTE

NON SI PARTE locandina

Comune di Ragusa – Assessorato alla Cultura

con il patrocinio dell’Università di Catania
e con la collaborazione dell’Archivio degli Iblei e dell’Associazione Culturale Sicilia Punto L

 

A 70 anni dal NON SI PARTE

La memoria e la storiografia

Giornata di studi, lunedì 5 gennaio 2015

Auditorium S. Vincenzo Ferreri – Ragusa Ibla

 

15,15, Saluti dei Rappresentanti del Comune

 

I sessione Coordina Laura Barone

Le cronache e la storiografia

15,30 Rosario Mangiameli: Mobilitazione antifascista e “non si parte” nel Regno del Sud.

15,50 Natale Musarra: La geografia dei moti in Sicilia

16,10 Pippo Gurrieri: I fatti a Ragusa e Maria Occhipinti, icona del movimento

16,30 film Giuseppe Firrincieli: Il “non si parte” tra memoria e presente

16,50 break

 

II sessione Coordina Chiara Ottaviano

Le memorie diverse

17,00 A Comiso e a Vittoria: Nunzio Lauretta

17,15 A Scicli e Modica: Giancarlo Poidomani

17,30 Marcella Burderi: Un separatista a Modica, Corrado Paternò

17,45 A Ispica: Antonino Lauretta

18,00 A Monterosso: Giovanni Di Natale

18,15 A Chiaramonte: Giuseppe Cultrera

18,30 Dibattito

 

19,15 Conclusioni: Uccio Barone

 

20,00 Chiusura.

 

Ore 21,30. Una donna di Ragusa, Maria Occhipinti. Spettacolo/lettura di Loredana Cannata

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Serata benefit per Umanità Nova

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Comitato NO INQUINAMENTO SIRACUSA

Nelle ultime settimane si è costituito a Siracusa il “Comitato NO INQUINAMENTO” che intende lottare contro le nocività nel nostro territorio. Il comitato ha elaborato un documento che sintetizza il suo obiettivo ed il suo metodo d’intervento che è a disposizione di chiunque sia interessato ad entrare in contatto con noi; una prima iniziativa è stata tenuta sul territorio domenica 23 novembre con un presidio a Siracusa, in Largo XXV. Per contattarci scrivere su facebook.com/no inquinamento.
Di seguito pubblichiamo la carta d’intenti e il volantino.

 

Carta d’intenti del comitato NO INQUINAMENTO SIRACUSA

Il comitato no inquinamento Siracusa riunisce persone che vogliono mettere fine alle nocività della provincia siracusana, e che desiderano vivere in un ambiente salutare.

Il comitato è ad adesione individuale, fatto da persone di culture, estrazioni sociali e convinzioni politiche differenti, ma che si riconoscono nei valori imprescindibili della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’antifascismo, e dell’antirazzismo.

Il comitato si propone la diffusione sul territorio delle tematiche e delle realtà di lotta che rivendicano lavoro pulito e non precario. Sostiene inoltre tutte le iniziative volte, con la partecipazione dal basso, a combattere ogni forma di inquinamento e di distruzione dell’ambiente naturale, sia a livello locale che internazionale. Siamo contro questo modello di sviluppo economico, politico e sociale, e vogliamo costruire una rete con le realtà di lotta affini.

Il comitato solidarizza con la lotta del movimento “NO MUOS” a Niscemi, componente importante del percorso militante contro le devastazioni dei nostri territori e della nostra salute.

La provincia siracusana è stata devastata dallo sviluppo industriale, e oggi siamo una delle città più inquinate in Sicilia e in Italia, pur essendo un piccolo centro. È stato raso al suolo un intero paese, Marina di Melilli, la qualità dell’aria è molto bassa, con un’elevata presenza di metalli pesanti, siamo la seconda città italiana per polveri sottili, le falde sono basse e per questo c’è un alto valore di sali che rendono l’acqua non potabile, vi è una cementificazione selvaggia, la raccolta differenziata è quasi inesistente, molti pozzi sono contaminati, il depuratore cittadino è inadeguato alle necessità di Siracusa e per questo vi sono sversamenti a mare, c’è una vasta presenza di amianto, e abbiamo la minaccia delle trivellazioni sia a terra che a mare. Questi sono solo alcuni fenomeni inquinanti presenti nel siracusano.

Il pesante avvelenamento ha come gravi conseguenze un numero di patologie molto superiore alla media. Tumori, malformazioni e malattie che colpiscono diversi organi sono diventati la norma, in una terra sacrificata al dio denaro dalla classe padronale e dai loro complici politici.

Vogliamo una città a misura di esseri umani, e per raggiungere questo scopo ci sono una larga varietà di possibilità come le bonifiche, un programma di sviluppo economico deciso dai cittadini, la costruzione di più aree verdi, un piano urbano per la mobilità, iniziare la raccolta differenziata, e molto altro. L’unico limite è la nostra volontà.

Con le bonifiche della zona industriale si creerebbe lavoro pulito e qualificato per molti decenni, che andrebbe a sopperire al lavoro perso con la chiusura delle fabbriche petrolchimiche. Chiaramente a pagare per le bonifiche devono essere i privati che si sono arricchiti in tutti questi decenni sulle nostre vite.

È giunto il momento di dire basta a queste devastazioni, e di lottare per rendere la provincia siracusana un posto più sano. Tutelando l’ambiente, rispettando la fauna e la flora, per vivere agiatamente in armonia con il nostro pianeta.

 

 

 

Liberiamo Siracusa dalle nocività

Decenni di “sviluppo” industriale hanno devastato l’ambiente in cui viviamo. Le prime vittime di questa criminale situazione ambientale sono i cittadini che vivono nelle zone adiacenti, e gli operai che vi lavorano. Ma anche la fauna e la flora, visto che la zona compresa tra Siracusa ed Augusta, fino agli anni ’50, era un piccolo paradiso naturale simile a Vendicari.

Ci sono esempi di movimenti territoriali che si battono contro lo scempio ambientale e hanno ottenuto importanti risultati. A Niscemi un insieme eterogeneo di persone si è unito e ha portato avanti una lotta che è allo stesso tempo ambientalista e antiimperialista, facendo conoscere a tutto il mondo il grave pericolo che il MUOS ha, e continuerà ad avere, in relazione anche al bellissimo territorio della Sughereta (riserva naturale). A Taranto lo abbiamo visto per la questione dell’ILVA, dove gli industriali e i sindacati confederali erano contrari alla bonifica e alla messa in sicurezza degli impianti industriali. Ma con la straordinaria mobilitazione delle masse, in cui un ruolo fondamentale l’ha avuto il comitato cittadino “liberi e pensanti”, si sono ottenuti esiti straordinari in tema di salute e diritti.

Ci si imbatte in situazioni dove si cerca di contrapporre il diritto al lavoro con il diritto

alla salute, magari scatenando guerre tra poveri, e facendo leva sulla condizione di

bisogno per dirottare le lotte dei lavoratori su binari che si ritorcono contro i

lavoratori stessi.

Questa situazione è il prodotto del sostegno dato ai padroni ed ai loro profitti da tutte

le forze politiche, sia di destra che di centrosinistra, ma anche dalla collaborazione

realizzata dalle dirigenze sindacali, comprese quelle falsamente di sinistra, a Priolo

come in molte altre parti d’Italia.

Noi tutti conosciamo i pericoli derivanti dall’inquinamento della zona industriale di

Priolo, ma come ci dimostrano i movimenti sociali sopracitati (ma potremmo

indicarne molti di più) gli obiettivi si possono raggiungere solo con l’impegno

costante, il coinvolgimento della popolazione e l’azione diretta.

Siamo anticapitalisti perché rifiutiamo lo stato di cose presenti, in quanto sappiamo

benissimo nel capitalismo sfruttamento e l’inquinamento sono un binomio

imprescindibile. Siamo antifascisti perché contrastiamo gli autoritari e i populisti, che

usano la giusta lotta contro l’inquinamento della zona industriale per promuovere dei

movimenti di estrema destra, che in tempi di crisi economica sono in preoccupante

ascesa.

Noi del comitato “NO INQUINAMENTO” siamo ben lieti di accogliere qualsiasi

proposta concreta arrivi, sia per quanto riguarda il metodo che il merito delle nostre azioni.

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